40 anni fa: “Houston, abbiamo un problema”

un articolo che leggo sul Blog di Paolo Attivissimo (che non è Paoblog)

Quarant’anni fa, alle 22:08 ora di Houston, il mondo iniziò a stare con il fiato sospeso per conoscere il destino di tre astronauti in rotta verso la Luna.

Un incidente aveva squassato il loro fragile veicolo spaziale, l’Apollo 13: la rottura per sovrapressione di un serbatoio d’ossigeno li aveva infatti privati di gran parte delle risorse necessarie per sopravvivere, a oltre trecentomila chilometri da casa.

Ce la fecero, grazie all’improvvisazione esperta e all’instancabile determinazione dei tecnici sulla Terra, che trasformarono il modulo lunare del veicolo in una scialuppa di salvataggio, usandone il motore per correggere la rotta e sfruttandone le batterie, l’acqua e l’ossigeno per sopperire alla perdita delle risorse del veicolo principale.

Ma non fu una passeggiata: a causa del razionamento dell’acqua, che scarseggiava a bordo dopo le perdite dovute allo scoppio, e a causa dello stress e del freddo intenso, in tre giorni e mezzo il comandante Jim Lovell perse sette chili e i suoi colleghi Fred Haise e Jack Swigert ne persero in tutto altri otto. Haise ebbe un’infezione alla prostata e 39.4 di febbre.

La frase “Houston, abbiamo un problema” che annunciò al mondo il disastro è passata alla storia, ma non molti sanno che non furono queste le parole esatte e che non fu il comandante Jim Lovell a pronunciarle per primo, ma Jack Swigert, pilota del modulo di comando, che disse: “OK, Houston, qui abbiamo avuto un problema”.

Otto stupefatti secondi più tardi, il Controllo Missione a Houston rispose: “Qui Houston, ripetere prego”. Altri sette secondi. Solo allora il comandante Lovell parlò dell’allarme: “Houston, abbiamo avuto un problema” e iniziò a spiegare i dettagli tecnici dell’avaria.

Sono ancora meno coloro che sanno che l’incidente dell’Apollo 13 fu visto dalla Terra. Il veicolo si trovava a 321.860 chilometri dal nostro pianeta, e sul tetto dell’edificio 16A del Manned Spacecraft Center, oggi noto come Johnson Space Center, il complesso dal quale venivano diretti i voli spaziali Apollo, c’era un gruppo di dipendenti della NASA che stava guardando il cielo attraverso un telescopio da 40 centimetri, sul quale c’era montata una telecamera al posto dell’oculare.

Un monitor mostrava l’immagine ripresa dalla telecamera: due puntini che non erano stelle, ma erano il terzo stadio del veicolo Apollo, in rotta di collisione intenzionale con la Luna, e la capsula Apollo con a bordo i tre astronauti, che da quel terzo stadio s’era separata due giorni prima.

Improvvisamente il puntino più fioco dei due, quello della capsula Apollo, si trasformò in un disco che si espandeva. Al momento nessuno dei presenti si rese conto di aver visto lo scoppio che per poco non condannò a morte i tre astronauti.

Il gas perduto dal veicolo si stava espandendo nel vuoto come una nube sferica e in pochi istanti raggiunse un diametro di 40 chilometri, diventando visibile nonostante la grande distanza. E questa è una fotografia di quella nube.

 

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