Se Lactalis acquista Parmalat, quali garanzie per il latte italiano?

30 aprile 2011

“L’accordo politico sulla possibilità di acquisizione di Parmalat da parte del Gruppo francese Lactalis riguarda sicuramente l’alta finanza, ma non può ledere l’interesse dei consumatori”.

E’ quanto dichiara Massimiliano Dona, Segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC), che prosegue: “Cosa cambierà con un’eventuale gestione francese per il gruppo Parmalat, che tramite vari stabilimenti diffusi sul territorio, fino ad oggi ha lavorato quasi esclusivamente latte prodotto in Italia?”

Secondo l’avvocato Dona la questione può così spiegarsi: “Il latte di importazione (incluse le spese di trasporto) costa meno di quello nazionale che però da maggiori garanzie di freschezza.

Altri paesi europei (inclusa la Francia) hanno un eccesso di produzione che in qualche modo devono smaltire: per questo motivo importanti aziende lattiero casearie italiane sono state già acquisite da gruppi stranieri che, in pratica, producono alimenti che hanno un marchio italiano, ma che sono fatti con latte di importazione. (A parte ovviamente i prodotti tipici)”.

Da un punto di vista igienico sanitario non esistono problemi -afferma Dona- la situazione, però, sta drammaticamente  penalizzando le aziende zootecniche italiane che trovano come unico sbocco commerciale le produzioni tipiche e quelle aziende come la Parmalat che lavorano latte italiano.

Se l’azienda, dunque, diventerà francese verrà, probabilmente, aperta la porta al latte fresco transalpino mettendo in crisi gli allevamenti italiani (che si vedranno costretti a chiudere).

“La nostra Unione, quindi -conclude Dona- chiede al Governo chiarimenti in merito agli accordi sui futuri approvvigionamenti di latte da parte della nuova Parmalat e, inoltre, vorrebbe maggiori  garanzie da Lactalis sul mantenimento e la valorizzazione della ricerca scientifica condotta dall’azienda italiana”.

Ufficio stampa Unione Nazionale Consumatori


Rinnovabili, investitori stranieri fanno causa all’Italia

30 aprile 2011

Fonte: Quotidiano.net

Il nuovo provvedimento del governo sul Quarto Conto Energia presenta contenuti ‘’fortemente peggiorativi, retroattivi e discriminanti’’.

Lo sostiene un gruppo di operatori e investitori stranieri in campo energetico, che ha deciso di avviare una procedura di contenzioso internazionale contro lo Stato italiano, richiamandosi ai principi sanciti dal Trattato sulla Carta dell’Energia di Lisbona del 1994.

Il gruppo di investitori (di cui fanno parte anche Aes Solar Energy Bv, Akuo Energy Sas, Fotowatio Renewable Ventures, Martifer Solar e altri) sottolinea gli aspetti critici della bozza di decreto, lamentando di aver avviato in Italia ‘’importanti investimenti nel settore dell’energia solare, sulla base di un quadro normativo perfezionatosi nell’agosto del 2010, ma che a soli 3 mesi dalla data in cui ha iniziato a spiegare la sua efficacia e’ stato completamente disatteso dal Governo italiano e a breve  potrebbe essere sostituito da un provvedimento quale il Quarto Conto Energia dai contenuti fortemente peggiorativi, retroattivi e discriminanti’’.

Per i ricorrenti, le previsioni normative contenute nel Quarto Conto Energia (cosi’ come quelle gia’ contenute del decreto sulle Rinnovabili), “violano gli obblighi nascenti dal Trattato di promozione e tutela degli investimenti previsti dal Trattato sulla Carta dell’Energia stesso e più specificamente dell’obbligo di creare condizioni stabili, eque, favorevoli e trasparenti per gli investitori di altri Stati che effettuano investimenti nel territorio italiano.


Apple sa dove sei? Nessun allarme

30 aprile 2011

Leggo su Altroconsumo

Non è vero che Apple registra con precisione la posizione di chi ha un iPhone 4. Abbiamo verificato che il file misterioso contenete dati geografici aiuta solo a migliorare la ricezione satellitare.

Il sospetto di due ricercatori
In questi giorni si è parecchio discusso di una presunta tracciatura di chi ha un iPhone 4 da parte di Apple. Due ricercatori americani hanno notato un file presente nei computer sincronizzati con il noto telefonino, che contiente dati geografici. In realtà non c’è nulla da temere: tutta la faccenda riguarda una funzionalità che non registra la posizione dell’utente a sua insaputa ma che invece consente all’utente di usare con molta efficacia i servizi di geo-locazione del telefonino.

La risposta ufficiale di Apple: mappa degli hot-spot wi-fi
L’azienda americana chiarisce bene la questione sul suo sito. Apple sostiene che “Il dispositivo (ndr l’iPhone 4) mantiene un database di hot-spot wi-fi e ripetitori cellulari attorno alla posizione geografica dell’utente (alcuni dei quali possono trovarsi persino a più di 150 chilometri dall’iPhone) per consentire un calcolo rapido e preciso della posizione, quando richiesto.” Il calcolo della posizione, quindi, viene eseguito più rapidamente e con più precisione rispetto ad altri dispositivi (vedi il nostro recente test sul geotagging) grazie proprio all’uso di un “database di dati degli hot-spot wi-fi e dei ripetitori cellulari generato da decine di milioni di iPhone che inviano ad Apple la posizione geotaggata di hot-spot e ripetitori nelle vicinanze in forma anonima e criptata”. Insomma il mistorioso file registrato sul computer altro non è che una mappa dei punti di accesso a internet nelle vicinanze dell’utente.

Le nostre prove in una mappa: nessun allarme
Possiamo confermare che l’argomentazione di Apple è corretta. Usando un apposito software siamo andati a visualizzare i dati memorizzati da un iPhone 4 sul computer Mac di uno dei nostri esperti. E abbiamo ottenuto questa mappa.


Il Comune installa il controllo automatico “a caso” e il giudice…

30 aprile 2011

di Maurizio Caprino

Ve lo dico subito: ci ho riflettuto qualche giorno e non sono convinto che giuridicamente sia fondata.

Ma la sentenza con cui il giudice onorario di Bassano del Grappa ha annullato una multa al semaforo rilevata da un apparecchio automatico (Scarica SENTENZA Romano R G 709-09) contiene princìpi che devono far riflettere molti amministratori comunali e addetti ai lavori.

La sentenza ribalta quanto deciso in primo grado dal giudice di pace e censura sotto molti (troppi, probabilmente) profili l’operato del Comune di Romano d’Ezzelino (Vicenza), ritenendo obbligatorie cose che quasi nessuno fa (questo è il punto fondamentale).

Infatti, il magistrato onorario (un’avvocatessa) ha annullato la multa considerando innanzitutto che ogni incrocio, semaforo e relativo rilevatore di infrazioni devono rispondere a un progetto specifico, in base al quale tarare sia i tempi del ciclo semaforico sia il ritardo rispetto al rosso col quale l’apparecchio deve iniziare a registrare i passaggi vietati (il ritardo dev’esserci per omologazione, perché parliamo di uno dei modelli meno recenti, che non riporta su ogni fotogramma il tempo trascorso dall’accensione del rosso e quindi l’unico modo affidabile per capire se il trasgressore non ha oltrepassato la striscia di arresto nell’ultimo istante del giallo è proprio quello di fissare una tolleranza).

Non basta: la decisione di installare il controllo automatico in un determinato incrocio va motivata sulla base dei dati sugli incidenti e della pericolosità intrinseca di una strada conformata in quel modo. Il Comune non è stato in grado di esibire tutto ciò e quindi ha perso la causa.

Ribadisco che non sono proprio convinto che ci sia un vero e proprio obbligo giuridico di fare come “pretende” quel giudice, però…

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Una perizia (seria) boccia l’etilometro

30 aprile 2011

di Maurizio Caprino

Tanto tuonò che piovve. Da almeno due anni si parla dell’inaffidabilità degli alcol-test con etilometro e ora sembra probabile l’assoluzione per un automobilista che era stato trovato ubriaco alla guida.

Per la verità, non sarebbe la prima sentenza di questo tipo. Ma sembra essere la più seria: invece che ispirarsi a teorie pur scientifiche ma basate su test a campione eseguiti in realtà distanti rispetto al caso concreto portato in giudizio, il Tribunale di Genova dovrà giudicare un imputato sottoposto a test specifici all’Università di Pavia.

Qui è stato dimostrato che quella persona (non altri) ha effettivamente un tasso alcolemico che varia secondo che sia misurato con l’etilometro o con la più affidabile analisi del sangue. Su altre persone, infatti, i risultati dei test potrebbero essere coincidenti. Visto che le sentenze riguardano casi singoli, serietà vuole che la discrepanza venga dimostrata proprio volta per volta.

Il punto fondamentale delle critiche all’etilometro sta nel fatto che l’apparecchio desuma la quantità di alcol nel sangue (che è quella che influenza le capacità di guida e quindi è il parametro utilizzato dal legislatore per far accertare la violazione e scattare le sanzioni) da quella che misura nel fiato e lo fa moltiplicando il risultato misurato nell’aria espirata per un numero costante (fattore di conversione).

Quel numero, invece, non è uguale per tutti i soggetti: su qualcuno potrebbe essere appropriato o quasi, su qualcun altro potrebbe essere totalmente sballato. Inoltre, come ha dimostrato la perizia dell’Università di Pavia, lo scostamento varia secondo le condizioni (distanza di tempo dalla bevuta, stomaco pieno o digiuno) in cui viene effettuato il test.

Ecco perché la cosa va dimostrata concretamente caso per caso. Ciò peraltro consente di non gettare del tutto a mare l’etilometro, cosa che creerebbe grossi problemi passati (come la mettiamo con chi è stato ingiustamente condannato? E scrivo “condannato” perché la guida in stato di ebbrezza è perlopiù un reato penale, ricordiamolo) e futuri (le analisi del sangue fanno perdere tempo, quindi si potrebbero fare meno controlli, proprio ora che si sta cercando di incrementarli il più possibile).

Qui però si apre un grosso problema: non è possibile disporre perizie così dettagliate per ogni infrazione rilevata con etilometro. Basti pensare che…

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Le vacanze impossibili dei “bambini moderni”

29 aprile 2011

Sul Blog La 27ma Ora ho letto un divertente articolo di Barbara Stefanelli che comincia così:

Il primo componimento libero di mia figlia, 6 anni, era intitolato “La mia settimana”. L’ho trovato sui quaderni riconsegnati per le vacanze di Pasqua. Comincia così: “Il mio giorno preferito è il martedì perché non ho attività e posso vedere in pace i miei amici”. E si chiude così: “Il mio giorno meno preferito è il venerdì perchè la settimana sta per finire ma io devo ancora andare in piscina”. 

Il messaggio in bottiglia, affidato a un foglio a quadretti grandi, è chiaro: basta, facciamo pausa.

Dico divertente senza nessuna valenza negativa od ironia, beninteso, perchè capisco bene il succo del discorso che infatti si concretizza nel paragrafo che ha attirato la mia attenzione:

Presa in contropiede da quel desiderio di “sospensione delle attività”, mi sono chiesta:

ma io che cosa facevo dall’inizio di giugno all’inizio di ottobre, nella lunghissima fantastica pausa che mi portava da una classe all’altra delle elementari?

Io non facevo niente. Scansavo anche il campo estivo dei boy scout, una volta ci andò mio fratello che tornò con la polmonite e la cosa venne archiviata per sempre. Quello che mi ricordo è la felicità assurda che, appena finita la scuola, mi accompagnava da Milano Centrale alla stazione di Lecce.

Io ho sicuramente qualche anno in più della Stefanelli, ma ricordo benissimo che una volta finita  la scuola, iniziava un periodo di dolce far niente, compiti a parte, ma che erano in ogni caso gestibili, bastava un minimo di disciplina da parte di mia mamma.

Per il periodo scolastico cha andava dalle elementari fino alle medie, ho sempre trascorso gran parte dei tre mesi di vacanza con gli zii, Luzie e Giulio; dapprima si andava solo sull’appennino reggiano, a Gatta, il paese dove era nato mio zio e successivamente si faceva pure un mesetto abbondante a Chiavari, dove avevano un appartamento.

Ovvio non tutti noi bambini di una volta eravamo così fortunati da poter andare via da Milano, ma vero che ricordo con lo stesso piacere anche i pomeriggi passati in strada con gli amici, impegnati in passatempi ridicoli per i ragazzini superimpegnati di oggi: quattro calci al pallone, bicicletta fino ad avere il sedere a forma di sellino, e gigantesche battaglie con i soldatini della Atlantic.

E fra centinaia di soldatini che ognuno portava sul campo, eravamo poi in grado di riconoscere i nostri da rimettere nelle scatole al termine delle battaglie.

Bei tempi, da rimpiangere…


Il caso delle farmacie rurali

29 aprile 2011

L’impatto di eventuali liberalizzazioni sulla capillarità del servizio farmaceutico: questo il tema della conferenza stampa che si terrà mercoledì 4 maggio, alle ore 10, presso la Sala Conferenze dell’Associazione della Stampa Estera (Roma, via dell’Umiltà, 83/C).

Le liberalizzazioni allo studio sulla vendita dei farmaci sono un tema su cui da tempo si sta dibattendo e che vede le categorie interessate dividersi tra “favorevoli” e “contrari”.

Al fine di comprendere i reali costi-benefici di un’eventuale deregolamentazione del settore, l’Unione Nazionale Consumatori ha commissionato un’analisi economica ad un autorevole pool di studiosi che fanno capo alla facoltà di Economia dell’Università di Roma Tre.

L’incontro con la stampa sarà dunque l’occasione per presentare i risultati della ricerca nell’obiettivo di verificare, in particolare, quale sarebbe l’impatto delle liberalizzazioni farmaceutiche sulle amministrazioni locali e, di conseguenza, sull’intera collettività.

Alla mattinata di lavori, che sarà moderata dal giornalista Marco Ferrante, parteciperanno Massimiliano Dona, Segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori, Franca Biglio, Presidente dell’ANPCI (Associazione Nazionale dei Piccoli Comuni Italiani), insieme al Prof. Stefano Fantacone, Presidente RESc (Ricerche Economiche società cooperativa).

Sono stati invitati altresì i rappresentanti delle categorie interessate e dei soggetti professionali coinvolti.

Ufficio stampa Unione Nazionale Consumatori


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