Diete senza glutine: un affare per le aziende, ma se non prescritte dal medico sono inutili.

in sintesi un articolo di Fabio di Todaro che leggo su Il Fatto Alimentare

I divi di Hollywood non cambieranno idea: per loro, che celiaci non sono, la dieta senza glutine è la causa della brillante forma fisica e del successo professionale. Impossibile, dunque, convincerli del contrario. Ma la verità scientifica è un’altra.

Un regime alimentare privato del complesso proteico presente nei cereali – esclusi amaranto, avena, mais, manioca, miglio, quinoa, riso – è da consigliare esclusivamente ai celiaci, considerati tali dopo aver riscontrato la contemporanea presenza di alcuni segni: alterazione dei villi intestinali, aumento dei linfociti intraepiteliali, positività ai test anticorpali e genetici specifici.

Per chi è sano il rimedio è privo di riscontri concreti, mentre i sintomi risultano di poco alleviati in una ristretta percentuale di soggetti che presentano una sensibilità al glutine.

«I prodotti gluten free assunti da soggetti sani non fanno dimagrire e possono mascherare un potenziale sviluppo della malattia», spiega Umberto Volta, docente a contratto di medicina interna all’università Alma Mater di Bologna e coordinatore del board scientifico dell’Associazione italiana celiachia (Aic).

«Chi segue senza motivo questo regime alimentare può riscontrare una riduzione del peso corporeo dovuta a una quasi totale estromissione dei cereali dalla dieta. Ma i prodotti cosiddetti dietoterapeutici non sono ipocalorici. Anzi spesso, per renderli più appetitosi, sono addizionati con oli vegetali polinsaturi: di palma, di cocco, di colza. Non a caso ai celiaci si consiglia di leggere le etichette ed evitare gli alimenti con un contenuto di grassi superiore al 20-30%».

In Italia l’incidenza della malattia vive una fase di crescita: quasi 136mila sono le diagnosi fatte fino a oggi, con incrementi  costanti di circa il 10% negli ultimi anni. Seicentomila sono i malati complessivi attesi: uno su cento nella popolazione generale.

A fronte di questo incremento c’è però un dato anomalo registrato dall’Aic: l’aumento regiastrato  nel 2012 di un terzo degli introiti da parte delle industrie alimentari specializzate in alimenti senza glutine . Dei 240 milioni di euro incassati, 80 sono stati corrisposti dai cittadini di tasca propria, senza utilizzare l’esenzione che il sistema sanitario nazionale riconosce ai malati.

Le spiegazioni possibili sono due.

La prima riguarda l’acquisto di prodotti oltre la spesa massima rimborsata dallo Stato ai malati (diversa in ogni regione ma in genere quasi mai inferiore a 110 euro mensili), oppure l’utilizzo di cibo gluten free da parte di cittadini non classificati come celiaci dalle Asl.

 «C’è chi cambia le proprie abitudini perché pensa di soffrire di gluten sensitivity e chi sposa la nuova dieta convinto che abbia un’azione dimagrante», chiarisce Caterina Pilo, direttore generale dell’Aic.

«Il messaggio non è corretto nei confronti di chi è realmente malato. Questi prodotti sono inseriti nel registro nazionale degli alimenti e considerati un salvavita. In questo modo c’è il rischio che si smantellino le politiche a difesa dei celiaci e si perdano le caratteristiche distintive della malattia».

A schiacciare il piede sull’acceleratore sono state le aziende alimentari, con messaggi e promozioni ambigui che hanno alimentato il business di farmacie, parafarmacie, supermercati e negozi specializzati nella vendit di cibo biologico. Troppo goloso l’affare per non cavalcarlo e gli effetti lo dimostrano: secondo l’Aic sarebbero un milione gli italiani che attingono alle proprie risorse per seguire una dieta cara e priva di ogni evidenza scientifica.

°°°

L’articolo parla di intolleranza al glutine, di celiachia, di alimenti senza glutine. Tuttavia, al solito, ecco che il tutto si trasforma in gluten free, gluten sensivity… 

Ed allora io insisto: perchè non parlare in italiano agli italiani?

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