Allarmismo o vere frodi? Un lettore si interroga sulla disinformazione e le bufale che mettono in crisi i consumatori

15 maggio 2013

Non fatevi fuorviare dal titolo, ;-) non è che mi scrivo e mi rispondo da solo; in realtà questa pubblicata da Il Fatto Alimentare è la lettera che ho inviato a Roberto La Pira dopo aver letto il breve articolo sul libro in questione.

°°°

articolo-pomodori-cineseFacendo riferimento al suo articolo di tempo fa sui pomodori cinesi, in particolare, ricordavo questo passaggio “Le confezioni di pelati, le bottiglie di passata e di polpa vendute in Italia contengono il 100% di prodotto italiano, come scritto in etichetta.”

Capirà allora lo sconcerto che ho provato nel leggere alcuni estratti del libro “Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana”* recensito sul numero di maggio di Vanity Fair.

Tra le tante, questa dichiarazione, che afferma “Su 4 lattine di pelati, 3 sono italiani per finta: 100 milioni di tonnellate l’anno vengono importati dalla Cina, con tassi di muffa e scarti spesso oltre il limite.

A prescindere dalla diffusione di notizie false, quindi, che creano solo disinformazione, così facendo di fatto si innescano altri processi che ritengo deleteri per noi consumatori, tanto più per quelli che non sono informati a sufficienza.

Innanzitutto non si saprà più a chi credere, con il rischio che si tralasci del tutto l’intenzione di essere informati.

In seconda battuta, nel momento in cui un consumatore si convincerà del fatto che la maggior parte degli alimenti sono di cattiva qualità, senza che si possa opporre una qualsiasi resistenza e/o criterio di scelta, crollerà la fiducia nei prodotti e, al solito, scatterà la rassegnazione ovvero “adeguiamoci al peggio”, cosa questa nella quale siamo maestri.

Ed ecco che a quel punto ci potranno veramente vendere di tutto….

* Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana, Monti Mara e Ponzi Luca, 2013, 247 p., Newton Compton (collana Controcorrente) € 9,90

il fatto


Etilometro: tra mito e leggenda c’è spazio per disinformazione e insicurezza (stradale)

27 dicembre 2010

Articolo aggiornato doipo la pubblicazione

Leggo sul Blog dell’Asaps:

Lo scorso 24 novembre, sul portale di Repubblica, è apparso un articolo che gli amici della rassegna stampa sul vino, birra ed altri alcolici hanno subito ripreso e riproposto a tutti noi.

Io raccolgo l’invito di Roberto Argenta e vi chiedo di partecipare a questo dibattito. Io non sono astemio. Sono un bevitore occasionale che, lo confesso, è spesso attratto dal mondo che ruota attorno alla bottiglia.

La cultura del vino, la cultura della birra, l’intellettualità di un bicchiere sorseggiato sul divano in stile davanti al caminetto finto o dopo aver salvato un’anfora dalle insidie di una tempesta ricreata, sul piccolo schermo, con un filtro color seppia, un simulatore di vento e un’accattivante voce narrante. Il risultato, poi, è sempre lo stesso e, badate bene, non parlo di stragi stradali. Parlo dell’inferno nel quale cade chi, in stato di ebbrezza, viene sorpreso alla guida. Per questo bisogna leggere quest’articolo.

È un articolo un po’ lungo – scrive Roberto Argenta – ma merita di essere letto, rende l’idea di come sia veramente difficile, anche per chi ha interesse a conoscere e si documenta, avere delle idee chiare. Soprattutto quando lo scopo è sostanzialmente bere il più possibile.

Si sta formando e diffondendo una cultura dell’etilometro. Pericolosa e subdola come la cultura alcolica. Entrambe danno l’impressione di essere meno esposti a rischi perché si conosce, o si crede di conoscere, il proprio bere. La convivenza con gli alcolici è pericolosa, se associata a una cultura del bere lo è ancora di più. Entrambi i fattori di rischio potrebbero essere quasi azzerati portando l’alcolemia consentita a zero. Leggetelo, l’articolo di cui parliamo, e lasciate pure il vostro commento.

LA REPUBBLICA online del 24.12.2010

“Io, risultato legalmente sobrio dopo aver bevuto sei bicchieri” Una tavolata con un  sindaco, il comandante dei vigili urbani e – soprattutto – un etilometro. E al centro grandi vini. Un test da veri gourmet per dimostrare come in un ristorante si può bere alcol con intelligenza e poi guidare

di GIANNI MURA

24 dicembre 2010 – Applauso breve, ma cordiale. Sventolo come un trofeo il bigliettino su cui sono stampati tre numeri: 0,13. È il tasso alcolico rilevato dall’etilometro in cui ho soffiato, uno di quelli veri, in dotazione ai vigili dell’alta Vallagarina, un consorzio di sette comuni in provincia di Trento. Sono loro a fare i controlli, esattamente come li fanno sulle strade di una regione dove si beve spesso e volentieri. Chiedo di ripetere l’esame perché non ci credo.

So quello che ho bevuto: 6 bicchieri da 125 cl di quattro vini diversi, praticamente una bottiglia. Come tutti i commensali, ho scrupolosamente annotato il bere (acqua a parte): uno di spumante, quattro di rosso, uno di passito. Risoffio, esce ancora 0,13.

La prima a soffiare, la più coraggiosa nel rompere il ghiaccio, è stata Paola, mia moglie. Per non influenzarci, ci siamo seduti lontano una dall’altro, lei ha appena assaggiato il passito e dunque ha bevuto meno: ancora 0,13. Lì era scattato il primo applauso. L’organismo femminile, che sviluppa meno enzimi, in questo campo parte svantaggiato.

Continua la lettura qui > http://ilblogdiasaps.blogspot.com/2010/12/etilometro-tra-mito-e-leggenda-ce.html#more

Qui trovi il commento di SicurAuto > http://www.sicurauto.it/blog/news/sobrio-dopo-sei-bicchiedi-di-vino-su-repubblica-si-racconta-una-mezza-bufala.html


La disinformazione sul Regolamento europeo sulla pesca

11 agosto 2010

La disinformazione sul “nuovo” Regolamento europeo sulla pesca in Mediterraneo. Pensavo che la disinformazione s’applicasse a casi ben più gravi. Al caso Ustica, alla strage dell’Italicus, a quella di Bologna …

E invece – voilà – anche alla pesca: anche alle maglie quadrate della rete a strascico, anche al bianchetto, alle reti da posta, alle telline, alle “sardelle”. Tutte queste “pesche” si sono meritate un aggettivo fuorviante. Chissà se è stata scelta voluta, caso o frutto d’ignoranza?.

Un aggettivo che continua ad imperversare nelle cronache dei media: NUOVO.

Il primo giugno è entrato in vigore il “nuovo” Regolamento europeo 1967/2006 detto Regolamento Mediterraneo.

Badiamo ai fatti.

La suddetta “novità” è stata emanata il 21 dicembre 2006, tre anni e mezzo fa. Dopo essere stata discussa in Comunità Europea nel 2004, sei anni e mezzo fa. Alle suddette “nuove” regole siamo andati in deroga nel 2008, due anni fa.

Giunti a fine maggio 2010, non abbiamo più possibilità di andare in deroga per alcune attività di pesca (è inderogabile lo strascico costiero entro le tre miglia), mentre si possono ancora derogare le “pesche speciali” o la distanza minima dalla costa (1,5 miglia nautiche, e mai a profondità inferiore ai 50 metri) previa approvazione di piani di gestione da parte di un comitato scientifico predisposto dalla Comunità Europea.

Prima domanda: si tratta di NUOVE regole?

Seconda domanda: sono stati fatti i piani di gestione? Pochi e mal fatti. Così dicono i documenti prodotti a Bruxelles.

Continua la lettura qui > Il mese delle “rotonde fole”… | Ecquo.


Quando la disinformazione viene dallo Stato

7 agosto 2010

di Maurizio Caprino

Lunedì e martedì, mentre rispondevo ai quesiti dei lettori del nostro sito sulla riforma del Codice della strada, mi sembrava di essere in una realtà virtuale: la maggior parte delle domande era su cose di cui si è tanto parlato ma che, alla fine dell’estenuante dibattito parlamentare, sono state cancellate dal testo definitivo della legge (120/10). Cioè il limite di velocità alzato a 150 all’ora in autostrada e l’obbligo di seggiolino per i bimbi anche in moto. Secondo voi perché?

Potrei rispondere a me stesso che i limiti di velocità sono sempre stati l’argomento preferito per le domande di lettori e amici. E che chi va in moto appartiene a una categoria di persone più interessata ai problemi che capitano su strada. Tutte cose che l’esperienza m’insegna, ma non basta. Qua il problema è che si è fatta cattiva informazione.

Bastava vedere il Tg1 di sabato scorso. Invece di dare qualche spiegazione in più sulle nuove regole (non sono mai troppe, visto il numero di novità), si sono messi a intervistare la gente per strada. Più di uno tra gli intervistati che poi sono stati selezionati al momento di montare il servizio dava per scontato che i 150fossero stati approvati.

Certo, è cronaca anche questa. Ma perché non spiegare che i 150 sono una bufala, cioè che esistono e – probabilmente - esisteranno solo sulla carta?

Le spiegazioni sono diventate superflue anche per chi fa servizio pubblico? O, più semplicemente, non si è in grado di darle? Intanto la gente rischia di andare a 150 credendo di essere nel lecito.

D’altra parte, il Governo non ha fatto meglio. Guardate il comunicato di Palazzo Chigi sulla legge (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/ddl_sicurezza_stradale/index.html/): sono nominate altre cose che nella norma non ci sono affatto (per esempio, la targa personalizzata e le “cause di assoluta necessità sociale che possano produrre la revoca di un provvedimento di sospensione della patente”), altre sono descritte in modo sbagliato (per esempio, i “test di alcol e droga per i neopatentati e per le patenti professionali”, come se gli altri guidatori fossero esentati dai controlli).

Con questa premesse, non sorprende poi leggere sui giornali titoli come: “Automobilisti e alcol, una raffica di multe – Nuove norme: 183 persone fermate”. Peccato che le uniche novità restrittive sull’alcol (il tasso zero per neopatentati e professionisti della guida) siano di fatto ancora inapplicate e che quindi le cifre si riferiscano ai controlli sulle regola che c’erano già (anzi, anche un po’ meno severe, visto che i casi di ebbrezza lieve sono ora depenalizzati).

Se Stato e stampa non informano correttamente e il Codice cambia così spesso come ha fatto negli ultimi anni, l’unica soluzione è…cambiare il Codice. Per imporre a tutti i patentati corsi di aggiornamento periodico.

Fonte: http://mauriziocaprino.blog.ilsole24ore.com/


Informazione & Disinformazione – Berlusconi invoca lo sciopero dei lettori?

29 giugno 2010

Mi sta bene, visto che si parla di disinformazione; sicuramente vero che l’informazione legata all’opposizione scriva sempre contro, ma vero anche che gli allineati scrivano sempre a favore. La verità, come minimo, sta nel mezzo.

Per cui  facciamo anche quello dei telespettatori dei TG Mediaset che continuano a dare notizie falsate circa la crisi, con annessi e connessi. L’altra sera al TG5 si è sbandierato l’aumento degli italiani che andranno in vacanza. Sarà…

Però è strano che fino ad un paio di anni fa, in febbraio facessi quasi fatica a prenotare un albergo per agosto, mentre quest’anno ho deciso per la vacanza solo a fine maggio, trovando posto in tutti gli alberghi. Vacanza che, beninteso, sarà più corta rispetto agli anni scorsi.

Divertente sentire ieri, al GR2, l’esatto contrario ovvero che 1,5 milioni di italiani non andranno in vacanza.  E leggere oggi sul Corriere i dati opposti di un sondaggio Confesercenti-Swg che ne partiranno 39 milioni, 1,5 in più dell’anno scorso.

Se partono più italiani dello scorso anno, non capisco bene la logica delle affermazioni del presidente dell’hotel «President» di Viareggio  che dice “non festeggio ma nemmeno mi strappo i capelli” salvo puntualizzare poi che hanno ridotto i prezzi del 10% e che la maggior parte della clientela è straniera.

Dalla reception dell’«Hotel Sporting» di Porto Rotondo, dichiarano «un’ottima affluenza per luglio e agosto». Le tariffe sono rimaste quelle: 1.000 euro per la camera senza vista mare. «Al giorno, eh».

Stiano tranquilli allo Sporting, nessuno ha mai pensato che la crisi avesse intaccato i patrimoni  di chi può permettere di pagare 1000 € al giorno per una stanza…

°°°

Ma torniamo all’informazione & disinformzione; interessante anche sapere che il settimanale CHI abbia deciso di cancellare l’utilissima rubrica contro la violenza sulle donne di Giulia Bongiorno (che casualmente è finiana, per cui meno parla e meglio è…) e Michelle Hunziker. Perchè?

Disarmante la risposta del vicedirettore Massimo Borgnis che dice: “dai sondaggi è… emerso che la rubrica di Doppia Difesa era quella meno in linea con lo ’spirito ottimistico e speranzoso del giornale’ “.

Francamente mi chiedo come possa essere ottimistica una rubrica che parla di violenza sulle donne; violenza che tra l’altro mi sembra essere perlomeno in aumento. Ok, volemose bene, siamo ottimisti, il fidanzato respinto taglia la gola alla ex, ma siamo ottimisti, poteva anche sterminarle l’intera famiglia….

Non era necessario attendere tre anni, tanto meno fare un sondaggio, per scoprire che una rubrica che affronta il tema delle violenze, delle discriminazioni e degli abusi non è allegra”, dicono le due donne in una nota.

Il direttore della rivista Alfonso Signorini ha spiegato di aver “solo cercato di svecchiare Chi”, e ha smentito le accuse secondo cui avrebbe tagliato la rubrica perché Giulia Bongiorno è una finiana, aderisce cioè alla minoranza interna al Pdl capeggiata dal Presidente della Camera Gianfranco Fini.

Il premier Silvio Berlusconi, tramite la sua holding di famiglia Fininvest, è il principale azionista di Mondadori, ma questo sicuramente non ha nulla a che fare con la vicenda ;-)


Ancora disinformazione sulle auto a GPL: il caso di Roma

18 marzo 2010

Fonte: www.sicurauto.it

Il nostro esperto muove una critica al recente articolo de “La Repubblica” che abbiamo rilanciato qui nei giorni scorsi.

Come al solito, l’articolo in oggetto, preso da Repubblica.it è l’apologia dei luoghi comuni e del pressapochismo in tema di emissioni.

Anzitutto le auto ibride sono un’altra cosa e non quelle a GPL.

Giusto invece denunciare lo spreco di denaro pubblico per l’acquisto o il noleggio in leasing (nell’articolo in questione non viene specificato) di ben 300 auto nuove dotate di impianto GPL, non richiesto da alcuna normativa. Si presume, infatti, che tali vetture siano state immatricolate da nuove, quindi perfettamente rispondenti alle attuali normative euro 4 o 5 previste per le auto a benzina.

Pertanto non si comprende per quale oscuro motivo questi veicoli, se circolano del tutto legittimamente a benzina, debbano essere “inquinanti”, mentre se funzianessero a GPL emetterebbero solo profumo. Vorrei umilmente ricordare all’autore del citato articolo che il Comune di Roma, ai fini della libera circolazione nelle zone urbane interessate dai blocchi del traffico, equipara, esentandole dal divieto, le auto euro 4-5 benzina (diesel euro 5) o dotate di impianto GPL poichè pressochè equivalenti in termini di emissioni. Si potrebbe obiettare che nessuno può realmente verificare se effettivamente si stia circolando a GPL ma questo è un altro aspetto (non meno importante) già affrontato in un mio precedente articolo.

Non vedo quindi dove sia il “danno” ecologico. Resta semmai la spesa inutile per l’impianto GPL.

Inoltre, forse non tutti sanno che, per motivi di sicurezza, le stazioni di servizio situate in città, non sono dotate di pompe per il GPL, quindi è giocoforza fare rifornimento fuori dal centro abitato. Ne consegue che non è affatto strano nè disdicevole che le auto del Comune di Roma debbano percorrere 23 km per fare il pieno di gas.

Se ciò non avviene è solo per libera scelta degli utilizzatori ai quali le spese per il carburante vengono rimborsate dal Comune che, come qualsiasi ente o società, si può scaricare fiscalmente. Inoltre occorre sempre tener presente che con il GPL i consumi aumentano in media del 30% (in città intasate da traffico anche del 40%) per cui il risparmio rispetto al funzionamento a benzina diventa irrisorio. Poi bisogna considerare la limitata autonomia concessa dai serbatoi “a ciambella” (250-300 km).

Anche i dipendenti del Vaticano, se vogliono usufruire del prezzo più basso di benzina e gasolio praticato dallo Stato Pontificio, sono obbligati a fare rifonimento solo presso 2 benzinai convenzionati e non è detto che abitino tutti a due passi.

A titolo informativo, in questi gioni il prezzo del GPL a Roma è salito a 0,65 euro/litro e il governo non ha rinnovato (salvo ripensamenti) gli incentivi statali.

Suggerirei piuttosto al Sindaco di Roma di esentare dai blocchi del traffico anche le auto diesel euro 4 (sono regolarmente prodotte perchè rispettano le normative europee) che inquinano molto meno delle vetture benzina senza catalizzatore di 15-20 anni fa con impianto GPL non controllabile che invece possono circolare liberamente!

Fonte: www.sicurauto.it


Lo yogurt ai frutti di bosco NON fa parte degli alimenti a rischio di epatite A. La frutta è pastorizzata

6 giugno 2013

un interessante articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare e che serve a fare chiarezza fra le varie notizie che si leggono in merito ai frutti di bosco congelati a rischio di Epatite A, visto che come alsolito ci sono giornali che danno notizie sbagliate e fanno Disinformazione, danneggiando tra l’altro le aziende che vendono prodotti che NON sono a rischio.

°°°

Prosegue la vicenda del virus dell’Epatite A presente in alcuni lotti di frutti di bosco congelati provenienti da quattro Paesi (Bulgaria, Polonia, Serbia e Canada) e distribuiti in Italia.

Il Ministero della salute e dell’Istituto superiore di sanità stanno monitorando l’allerta e hanno istituito una task force di esperti. Il problema va seguito con attenzione visto l’incremento dei casi registrati in queste ultime settimane in diverse Regioni.

Presto dovrebbe uscire una sorta di vademecum del Ministero della salute per spiegare ai consumatori il problema e informarli sulle precauzioni da adottare.

Per ora sono stati ritirati ufficialmente dal mercato tre prodotti.

Alcuni giornali e siti internet hanno diffuso una lista degli alimenti considerati a rischio perchè utilizzano come ingrediente i frutti di bosco congelati.

Nell’elenco troviamo anche lo yogurt, ma è sbagliato.

Le industrie che producono yogurt prima di aggiungere nel vasetto la frutta la pastorizzano e in questo modo la temperatura utilizzata neutralizza il virus dell’epatite A. Per cui nessun problema per lo yogurt.


Rasff: il sistema di allerta che fa passare l’appetito. Tuttavia….

30 maggio 2013

Leggo su BancoFrigo un articolo che già dal titolo fa capire dove si va a parare:

Non so quanti arriveranno a leggere la fine di questo post. Di sicuro a molti farà passare la voglia di fare la spesa. O farà venire quella di correre in balcone a piantare un orto biologico: operazione dagli esiti incerti, ma forse l’unico modo per sapere davvero cosa finisce nei nostri piatti.

Ritengo tuttavia che l’essere “Consumatori informati” paghi di più rispetto ad essere “Consumatori rassegnati”…

D’altro canto spesso noi per primi sbagliamo quando, per pigrizia mentale e/o per abitudine, prendiamo dallo scaffale sempre lo stesso articolo, senza farci qualche domanda sul rapporto “qualità-prezzo”….

Così come “ho finito di leggere il post”, continuo a pubblicare sul Blog sia gli avvisi del Rasff, sia tutte le informazioni possibili (ed attendibili) sulla sicurezza alimentare, senza dimenticare di farmi delle domande, così come ha fatto l’altra settimana scrivendo a Roberto La Pira per condividere il mio “sentire”.

Mi vien da dire che questo articolo è quasi disfattista, visto che l’autrice per prima sembra quasi invitare i lettori a non leggerlo, ma dato che “non possiamo evitare di fare la spesa”, leggere tutto, fino alla fine, dovrebbe spingerci a scegliere al meglio, a cercare di informarci e non a nascondere la testa sotto la sabbia.

L’ignoranza non migliora la qualità del cibo che mangiamo.

In ogni caso, fermo restando che il made in Italy non è garanzia di qualità, resta il fatto che cerco di acquistare italiano, non fosse altro che per cercare di limitare l’impatto ambientale del prodotto … per cui i mirtilli cileni li lascio sullo scaffale unitamente alle albicocche spagnole… ;-)


Le leggi “contro l’anarchia del Web” ci sono, ma la Boldrini non lo sa.

14 maggio 2013

webin sintesi un articolo di Simone Cosimi che leggo su Wired e del quale consiglio la lettura integrale, perchè la disinformazione, in questo caso, parte dall’alto.

Interessante notare come i politici, quando i danneggiati sono loro, si accorgano che i tempi della giustizia, in Italia, sono troppo lunghi.

Comunque sia, si invocano sempre nuove leggi, norme e regole che alla fine non fanno altro che complicare la vita agli onesti, che tanto “incivili & furbetti” se ne fregano; sarebbe sufficiente vigilare nei giusti tempi e modi ed applicare le leggi che abbiamo. Utopia, lo so…

°°°

Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro, sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via Web“. Sono le parole del presidente della Camera, Laura Boldrini, in un’ intervista a La Repubblica.

Dopo la sua elezione del 16 marzo, si è scatenata nei confronti di una donna e una persona attenta ai diritti dei più deboli e degli immigrati un’ offensiva online che ha pochi precedenti. [...] Tanto da spingere la neopresidente, non senza qualche polemica, a istituire a Montecitorio un piccolo nucleo di agenti della Polizia postale.

Sottolineando la necessità di una nuova legge contro “ l’anarchia di Internet”, a cui si aggiunge anche il commento del presidente del Senato Pietro Grasso a SkyTg24: ” Le leggi che proteggono dal Web effettivamente le dobbiamo assolutamente ideare. [...] Perché attraverso il Web si commettono tanti reati ed è necessario che ci sia una volontà internazionale, perché purtroppo i server da cui nascono le possibilità di identificare le persone sono in paesi che non collaborano sotto il profilo giudiziario”.

Le leggi ci sono – dice a Wired.it l’avvocato Guido Scorza, avvocato esperto di Internet e nostro blogger – da quelle sulla xenofobia a tutta l’impalcatura che punisce i reati commessi nell’ambito dell’informazione, come la diffamazione. Sono tutte applicabili via Web. Anzi, come mezzo di comunicazione di massa l’imputazione per un fatto accaduto in Rete rischia perfino di essere più grave. Dunque è falso sostenere la tesi del muro diversa dal Web. Il problema semmai è che la Boldrini, come molti prima di lei, non ha un quadro chiaro del fenomeno.

Il presidente della Camera si lamenta per i tempi lunghi d’intervento. Ha ragione, ma quello è un problema generale della giustizia italiana – prosegue Scorza – tema ben diverso dall’idea che ci siano diritti diversi per mezzi diversi. Nessuna impunità è consentita in Rete. Semmai può essere difficile scovare chi commetta un reato ma, anche in questo caso, è questione ben diversa e apriremmo un mondo: si tratta di tecnica, non di diritto. Vogliamo forse schedare ogni utente della Rete?”.


L’Agenda digitale nella Repubblica delle Banane

2 maggio 2013

BananeChe il mondo digitale sia per le istituzioni una cosa alquanto nebulosa, si sapeva, tanto è vero che siamo un paese decisamente arretrato in tal senso, riuscendo a complicarci la vita sempre di più, tuttavia la vicenda segnalata sul Blog di Paolo Attivissimo, spiegata poi nell’articolo di Guido Scorza su L’Espresso Blog è veramente paradossale e testimonia, se mai ce ne fosse bisogno che non solo le istituzioni viaggiano a velocità diverse, ma che a farne le spese è sempre il Cittadino, ancora una volta Cornuto & Mazziato.

ecco, in sintesi, l’articolo di Guido Scorza

Ha davvero dell’incredibile la vicenda che si apprende sfogliando il bollettino dell’Autorità Garante per la concorrenza e per il mercato dello scorso 22 aprile.

Una società condannata a pagare quindicimila euro – poco meno del 20% del suo fatturato annuo – per essere stata troppo veloce a realizzare e pubblicizzare una soluzione di firma elettronica avanzata ovvero l’ultimo nato dei quattro tipi di firma elettronica introdotti nel nostro ordinamento nella speranza – sin qui vana – di digitalizzare il Paese.

La storia – al netto di alcuni passaggi tecnico-giuridici – è più o meno questa.

Nel dicembre del 2010, il legislatore, interviene sul Codice dell’amministrazione digitale, introducendo, tra l’altro, una nuova tipologia di firma elettronica, appunto quella elettronica avanzata e stabilisce che, per la più parte degli atti e contratti, possa essere utilizzata in alternativa alla firma digitale, il cui utilizzo, peraltro, non è mai davvero decollato.

La firma elettronica avanzata è uno strumento più agile e “usabile” rispetto alla firma digitale e, dunque, una soluzione capace di segnare davvero – forse – una svolta nella digitalizzazione della pubblica amministrazione e dei rapporti tra privati.

Lo stesso Governo, attraverso il servizio “linea amica”, rassicura cittadini ed imprenditori circa la circostanza che “Il documento informatico sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o firma digitale è valido a tutti gli effetti di legge e soddisfa il requisito della forma scritta”.

Frattanto il Governo e chi dovrebbe occuparsi di varare al più presto le nuove regole tecniche, se la prendono straordinariamente comoda.

Passa il primo anno, passa anche il secondo e si arriva alla primavera del terzo, senza che le regole tecniche vengano definitivamente approvate.

Ha dell’incredibile apprendere che l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato ha ritenuto ingannevole la pubblicità con la quale una società promuoveva la propria firma elettronica avanzata, stabilendo che, allo stato, in assenza delle regole tecniche, la firma elettronica avanzata sarebbe solo un istituto giuridico inutilizzabile.

Non è così, non solo per una lunga serie di argomenti giuridici che l’Autorità Garante avrebbe fatto bene ad approfondire ma soprattutto perché, l’imprenditore in questione, non ha detto niente altro di quanto, continua a campeggiare, in grassetto, proprio sotto il logo della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Se davvero, dunque – come ritiene l’Autorità Garante – le firme elettroniche avanzate, allo stato, in assenza del varo delle regole tecniche, sono solo un istituto giuridico inutilizzabile, l’ingannevolezza e la disinformazione è partita proprio dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, ovvero dall’organo deputato a varare le tanto attese regole tecniche.

D’accordo essere uno dei Paesi dell’Unione europea meno moderno ed innovativo ma, almeno, smettiamola di remare contro il progresso.


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