Alle solite: in Italia i ricercatori valgono pochissimo. La storia dell’Inran lo dimostra

22 gennaio 2013

Capiamoci, quello che leggo in questo breve articolo di Anissia Becerra che leggo su Il Fatto Alimentare, non mi stupisce affatto, tuttavia è disarmante sbattere sistematicamente  contro una realtà lavorativa, ma anche scientifica e di ricerca, assolutamente sottostimata e malpagata.

Senza dimenticare che lo spreco di tali professionalità (senza dimenticare la chiusura dell’Inran), va a totale discapito dell’intero comparto alimentare e della tutela di noi consumatori, ma d’altro canto ancor prima dei danni commessi dal Governo dei Tecnici, ci aveva pensato il Governo precedente a gettare le basi di uno sfacelo

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Riceviamo alcune preoccupanti notizie da un gruppo di ricercatori interni all’INRAN, l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione della cui incresciosa storia ci siamo più volte occupati.

Dopo la sua soppressione e il suo accorpamento al Consiglio di Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura (CRA), in virtù della legge di spending review dello scorso agosto, come abbiamo scritto in un articolo di dicembre, oltre 20 ricercatori precari con maggiore esperienza (laurea, dottorato di ricerca, master e pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali) hanno dovuto sottostare alle immotivate disposizioni del Direttore Delegato Salvatore Petroli per avere un nuovo contratto della durata di soli 3 mesi e mezzo.

Rinunciando a mentenere intatta la propria dignità, questi lavoratori hanno dovuto accettare una riduzione dello stipendio che li ha equiparati al personale precario con profilo di centralinista per il quale non è prevista alcuna specializzazione né titolo accademico.

A questo punto ci si domanda se in Italia il valore che si dà alla ricerca sia pura retorica da bar o reale sentimento. Purtroppo la situazione non sembra risolversi e in assenza dei decreti attuativi relativi al decreto che prevede l’accorpamento con il CRA, bisogna solo aspettare fiduciosi nuovi eventi.


Complimenti. Dopo la chiusura dell’Inran, probabile il licenziamento di 80 ricercatori…

19 dicembre 2012

m’indigno, ma non mi stupisco, non poteva che finire così, con uno spreco insensato di risorse (umane e professionali), d’altro canto vista la scarsa lungimiranza che ha portato alla chiusura dell’Inran che cosa ci dovevamo aspettare…?

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un articolo di Maria Stellina che leggo su Il Fatto Alimentare

L’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) è, come noto, uno degli enti soppressi dalla spending review. Triste vicenda? Peggio, se si considera il fatto che è stato ordinato un taglio dei fondi provenienti dal Ministero delle Politiche Agricole e necessari al pagamento degli stipendi del personale di ruolo.

La mancata copertura dei costi degli stipendi sta impedendo l’accorpamento del personale dell’INRAN al Consiglio di Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura (CRA), previsto per legge lo scorso 5 ottobre. Questo ritardo ha prodotto la paralisi dell’attività di ricerca dell’ente e, con molta probabilità, alla fine di dicembre, causerà il licenziamento di un’ottantina di ricercatori precari.

Il motivo del mancato accorpamento? È presto detto: i costi del personale INRAN determinerebbero un aggravio di spesa insostenibile per il bilancio del CRA, già reso magro dai tagli ai fondi per la ricerca realizzati dal Ministero delle Politiche Agricole negli scorsi anni.

In questi giorni è emerso un sistema che utilizzava in modo illecito i finanziamenti su un capitolo di spesa del MIPAAF (legge Legge 499/99). Il ministro Catania ha sostenuto di aver azzerato questo capitolo in modo da evitare l’uso discrezionale dei fondi, e ha facilitato l’uscita dal ministero del “Centurione” Giuseppe Ambrosio, il principale inquisito nell’inchiesta, garantendogli la poltrona di direttore generale del CRA.

Purtroppo, era in base alla Legge 499/99 che veniva finanziata la ricerca in agricoltura e le attività dell’INRAN. Le drammatiche situazioni dell’ente e del suo personale sono il vero capolavoro “tecnico”  di Mario Catania,  dg del Ministero delle Politiche Agricole prima della nomina a ministro.

Il messaggio è chiaro: grande volontà di insabbiare tutto, anche a costo di fare dell’INRAN  “carne di porco”.

Spudorate le recenti dichiarazioni di Catania: «Nel corso degli anni, il lavoro del CRA e dell’INRAN ha prodotto risultati davvero significativi; tuttavia non ha goduto della dovuta attenzione da parte dell’opinione pubblica e purtroppo anche delle istituzioni. Si tratta invece di un patrimonio importantissimo che, grazie ai nostri ricercatori, ha saputo offrire un contributo essenziale a tutto il sistema paese».

A conti fatti, non ha goduto della dovuta attenzione neppure da parte dell’attuale Ministro delle Politiche Agricole.


L’Inran è ancora bloccato. Nessun accorpamento con il CRA. Lettera a Napolitano, Monti e Catania

11 ottobre 2012

leggo su Il Fatto Alimentare

La situazione confusa creatasi dopo che il consiglio dei ministri all’interno della spending review ha deciso di accorpare l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) al Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (CRA) non si è ancora risolta.

Il trasferimento non è stato ancora realizzato e il personale dell’INRAN si trova in un limbo che impedisce la prosecuzione dei progetti di ricerca e provoca  ritardi lunghissimi nella riscossione dello stipendio( i 361 dipendenti hanno ricevuto in questi giorni lo stipendio di agosto 2012).

Per questi motivi l’assemblea dell’INRAN ha inviato  una lettera (vedi allegato) al Presidente della repubblica Giorgio Napolitano, al Presidente del consiglio Mario Monti e al Ministro delle politiche agricole Maria Catania, per chiedere che vengano al più presto emanati i decreti attuativi  per realizzare l’accorpamento tra i due enti.

Nella lettera si dice che: “Le competenze scientifiche rischiano di scomparire e con esse una eccellenza della ricerca in nutrizione in Italia. Noi lavoratori avevamo capito già da luglio che la nostra attività sarebbe stata a rischio, ma non potevamo pensare che si sarebbe arrivati dove siamo adesso con il rischio concreto che i ricercatori che hanno studiato e valorizzato la dieta mediterranea non siano più messi in condizione di lavorare”.

Seguono 166 firme.

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Dopo la sparizione dell’Inran, si cerca di “sopprimere” anche lavoratori e ricercatori

12 settembre 2012

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

A distanza di due mesi dalla decisione adottata dal ministro Catania di sopprimere l’Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) e di accorpare la struttura all’interno del CRA (Consiglio per la Ricerca e sperimentazione in Agricoltura), la situazione è critica.

I lavoratori e i ricercatori dell’istituto non hanno ricevuto lo stipendio del mese di agosto.

Il mancato pagamento è avvenuto senza alcuna comunicazione preventiva e ha creato notevoli disagi e problemi alle famiglie. Un comunicato dei lavoratori precisa che, dopo un dopo un incontro avuto con i vertici del CRA, la crisi non sembra risolvibile in tempi brevi.

Definire la situazione critica è un eufemismo. Dopo il danno di avere soppresso l’Inran, adesso c’è la beffa degli stipendi.  Certo il problema è burocratico, ma spesso questi cavilli svolgono un ruolo rilevante, per cui  dopo la cancellazione dell’istituto si potrebbe ipotizzare anche la  cancellazione dei lavoratori e dei ricercatori.

Il funerale dell’Inran lo abbiamo già annunciato dopo la pubblicazione del decreto, adesso il si vogliono fare sparire anche i lavoratori. Siamo di fronte ad un miracolo del ministro Catania che ha tagliato le spese inventandosi un accorpamento che si sta trasformando in una soppressione.

L’operazione è molto suggestiva, ma assomiglia ai miracoli introdotti con la finanza creativa dell’ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti, che purtroppo nel giro di pochi anni ha portato a risultati disastrosi sotto gli occhi di tutti.


Chiude l’Inran, quale futuro per la ricerca alimentare?

18 luglio 2012

un articolo di Silvia Biasotto  (della redazione di Help Consumatori) che leggo su Il Fatto Alimentare

L’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran) è stato soppresso e assimilato al Cra (Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura). Tutta opera del decreto legge “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”.

Dal titolo sembrerebbe che per i consumatori cambi poco o nulla. Ma sono in molti a pensare il contrario. Riportiamo il servizio che Silvia Biasotto esperta di ricerche alimentari del Movimento Difesa del Cittadino ha realizzato per l’agenzia di informazioni Help Consumatori.

Verrà a mancare una istituzione che rappresentava un baluardo a difesa della salute del cittadino – dice allarmato il dirigente di ricerca Andrea Ghiselli che insieme a molte altre realtà ha sostenuto l’Inran contro il taglio della spending review.

Anche l’Inran era un ente vigilato dal Ministero delle Politiche Agricole. E’ vero, siamo sempre stati una realtà ibrida perché non ci siamo mai occupati dell’aspetto produttivo degli alimenti.

Ora, con il passaggio al Cra per Ghiselli “è più probabile che questo accada”.

I vertici del Cra ci hanno rassicurato che la nostra ricerca continuerà all’interno del Consiglio e che le nostre competenze non verranno sciolte. Ma questo non vuol dire che siamo sereni.

Proprio nei giorni scorsi il presidente del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in agricoltura, Giuseppe Alonzo, insieme ai vertici dell’istituto ha incontrato i dipendenti dell’Inran.

Alonzo ha assicurato che “ la ricerca dell’istituto verrà portata avanti con la massima autonomia sotto la gestione del CRA con qualche modifica statutaria. E’ impensabile ipotizzare altrimenti in un paese come l’Italia patria della giusta nutrizione”.

Su come avverrà il passaggio di funzioni al Cra ancora non è dato sapere. Una direzione ad hoc o all’interno di esse?

Si dovranno attendere i decreti attuativi del Ministro per le politiche agricole alimentari e forestali, con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, per l’individuazione delle risorse umane, strumentali e finanziarie trasferite al CRA.

“Qualunque cosa potremo essere all’interno del Cra sarà una diminutio di ciò che eravamo prima”. E quasi sognando Ghiselli immagina un “Istituto nazionale della nutrizione al cui interno ci dovrebbero esserci vari dipartimenti, tra cui proprio il Cra!”

Il perché di tanta preoccupazione ce lo ha spiegato il professor Marcello Ticca, vicepresidente della Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione (Sisa), che all’Inran ha lavorato per moltissimi anni. Nel 1963 entrò appena laureato come primo ricercatore per poi diventare, fino al 2004, Responsabile dell’informazione nutrizionale.

Quello che è manca  - spiega – è la consapevolezza di ciò che ha fatto l’Istituto negli anni come punto di riferimento per la ricerca in Italia. L’Inran esiste dal 1936 ed ha svolto azioni che nessuno ha mai fatto nel nostro Paese”.

Dalle iniziative di educazione alimentare alle Linee Guida, Ticca ci ha raccontato tutto il prezioso lavoro svolto dall’Istituto nato nel 1936.

Il professore parte dalle “Tabelle di composizione degli alimenti” comunemente consumati in Italia che sono il frutto di una serie di analisi compiute nei laboratori dell’Istituto e aggiornate periodicamente negli anni”. Siamo nel 1958.

Altra azione importante svolta dall’Istituto – prosegue – è stata l’educazione alimentare. Ricordo come agli inizi degli anni 80, l’Inran fu incaricato dallo stesso Ministero a svolgere, tra l’altro con poche risorse, una campagna alimentare a sostegno del modello mediterraneo, quale quello più adatto a proteggere la salute nel mondo.

Ricordo, inoltre, come a molti anni di distanza la dieta mediterranea rimanga valida e non sia stata affatto una moda. Tantissimi anche gli studi svolti sulle scuole per avere una mappatura sul territorio del peso delle giovani generazioni.

Nel 1986 nascono le “Le Linee Guida per una Sana Alimentazione”, aggiornate negli anni ben 3 volte. Si tratta di una importante pubblicazione stampata e distribuita oculatamente fino a 12 milioni di copie. Proprio nel 2013 dovrebbero essere riaggiornate e a questo punto mi chiedo chi possa farlo.

Rilevante anche il lavoro sui  Larn “Livelli di Assunzione giornalieri Raccomandati di energia e Nutrienti per la popolazione italiana, per i quali l’Istituto è stato primo attore insieme alla Società Italiana di Nutrizione Umana. Anche questo lavoro è in corso di aggiornamento e non si sa chi lo finirà”, insiste Ticca.

 Nel Paese sede dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ma privo di un univoco riferimento internazionale in tema di alimentazione, non si può non pensare che da oggi in poi anche la nutrizione avrà un rappresentante in meno all’estero.

L’Inran – conclude il professore – è sempre stato un importante riferimento a livello internazionale ed europeo. Penso, ad esempio, al progetto Eurodiet promosso dall’Unione Europea dal 1999. Iniziativa per la quale l’interlocutore italiano fu proprio l’Inran.



Un fallimento tutto italiano: Soppresso l’Inran, abbandonata l’Agenzia per la sicurezza alimentare…

10 luglio 2012

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

Con il decreto sulla spending review il ministro Mario Catania ha  soppresso l’Inran, l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione. Le attività dell’istituto dovrebbero passare al Cra, il Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, anche se resta incerto il destino 80 precari, ricercatori con contratto a tempo determinato che rischiano il licenziamento.

Oltre a questo aspetto c’è il problema di come verrà gestito il  patrimonio di ricerca scientifica di un ente di ricerca che ha strutturato e promosso la dieta mediterranea. L’Inran realizza ogni 10 anni le linee guida per una sana alimentazione e la prossima revisione prevista per il 2013 rischia di non essere pubblicata.

E’ difficile commentare queste scelte, che per molti aspetti collimano con le inconcepibili decisioni presa dal governo Berlusconi, quando ha nominato un entomologo alla direzione dell’istituto.

Adesso l’Italia ha guadagnato il primo posto sul podio dei Paesi europei. La soppressione si affianca alla scelta presa due anni fa di sottrarre in modo maldestro la somma di denaro destinata a costituire a Foggia l’Agenzia per la sicurezza alimentare.

Siamo davvero un paese strano, dove ministri e politici parlano sempre di Made in Italy a tavola e sono sempre pronti a declamare le azioni contro le frodi e le sofisticazioni. L’ultima chicca di questa filiera gastronomica è l’Expo 2015 che ha come slogan “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Si tratta di un progetto di cui tutti parlano, facendo finta di non sapere che mancano soldi e idee concrete.

Purtroppo quando si tratta di fare discorsi o di rilasciare interviste i buoni motivi si trovano, quando bisogna di fare le cose seriamente, come rilanciare l’Inran o costituire l’Agenzia per la sicurezza alimentare  (presente in  tutti i paesi), allora emerge l’incapacità e la miopia di scelte collegate agli interessi delle lobby.

Complimenti signor Ministro per essere riuscito a raggiungere  un record che pochi ci invidiano.


L’Inran è soppresso, dichiara il ministro Catania. I ricercatori occupano l’Istituto

6 luglio 2012

Quello che c’era da dire sulla sciagurata decisione di chiudere l’Inran è già stato detto, tuttavia leggo oggi su Il Fatto Alimentare un breve aggiornamento di Roberto La Pira:

Il personale dell’INRAN per difendere il posto di lavoro e il patrimonio di conoscenze accumulato negli anni, già ieri sera ha occupato la sede di Roma in via Ardeatina 546 e ha organizzato, per lunedì mattina dalle 10 alle 13, un presidio sotto il Ministero dell’Agricoltura in via XX settembre 20.

Facendo i nostri più vivi complimentoni al Ministro per l’intelligente scelta, è lecito porsi più di una domanda sul futuro della ricerca alimentare nel nostro Paese che sembra destinata ad essere azzerata.

Purtroppo non siamo di fronte ad un episodio isolato di malgoverno.

Basta pensare al modo fallimentare in cui viene gestita da Monti e dai suoi ministri Expo 2015. Si tratta di un evento internazionale sbandierato da tutti come il più importante degli ultimi anni, sul quale però è lecito avanzare dubbi sulla reale fattibilità.

C’è voluto un po’ di tempo, ma anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha capito che il progetto è destinato a trasformarsi in una grande bolla d’aria.

 


Decisione vergognosa: L’Inran è stato soppresso, lo ha deciso il governo Monti.

5 luglio 2012

la notizia contenuta nell’articolo di Roberto La Pira e che leggo su Il Fatto Alimentare, mi getta nello sconforto e non lo dico tanto per dire. Ci abbiamo provato, in tanti, sostenendo la raccolta di firme promossa da IlFattoAlimentare, ma si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Certo che da un governo di tecnici, superesperti (o presunti tali) mi sarei aspettato uno sguardo più lungo…. ed invece…

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L’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) famoso nel mondo per avere promosso la dieta mediterranea, è stato soppresso. Così recita l’articolo 13 della bozza di decreto con i tagli decisi dal governo Monti per ridurre la spesa pubblica. Le competenze saranno trasferite al Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (CRA), un ente molto illustre, che in 35 anni di attività giornalistica dedicata prevalentemente ai temi alimentari non ho mai sentito il bisogno di consultare.

La notizia ha dell’incredibile, ma in un’Italia dove si aumentano i finanziamenti per le scuole private e si decurtano quelli per le università pubbliche, la soppressione dell’Inran non deve meravigliare. Ilfattoalimentare ha promosso due settimane fa una raccolta firme per salvare l’Inran. La petizione è stata sottoscritta da oltre 3500 persone. La notizia è stata rilanciata da diversi siti e giornali e ringrazio tutti  per l’attenzione.

Adesso i dubbi sono diventati certezze. 

L’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione è stato cancellato e mi chiedo chi aggiornerà le linee guida e chi deciderà i livelli di assunzione dei nutrienti per la popolazione italiana, utilizzati dalle aziende come riferimento per le etichette dei prodotti, per i menù scolastici….

Il paese della Dieta Mediterranea rimane così senza istituti di ricerca che si occupano di nutrizione.

Purtroppo questa scelta è stata fatta seguendo logiche di lobby, per cui si sono stati salvati enti meglio collegati alla realtà politica e si è sacrificata una realtà senza appoggi che svolgeva un ruolo pubblico importante.  Forse  il presidente dell’Inran non è stato in grado di spiegare qual è il ruolo dell’Istituto, ma è anche vero che alle riunioni tenute al ministero hanno partecipato funzionari incapaci di comprendere il ruolo della ricerca nell’ambito della nutrizione.

Chi ha partecipato alle poche riunioni  presso il  Ministero dell’Agricoltura in cui si è discusso del problema si è reso conto di avere di fronte persone molto ferrate sulle mucche e sulle sementi, ma poco disponibili a capire il ruolo decisivo del cibo e dell’alimentazione.

La decisione è pesante anche perché all’interno di altri ministeri non esistono figure di riferimento in grado di portare avanti un discorso nutrizionale. I politici e i ministri che sbandierano in tutto il mondo il made in Italy, non si rendono conto che d’ora in poi dovranno muoversi senza un supporto scientifico. Insomma in futuro il made in Italy a tavola vedrà forse qualche salsiccia e qualche formaggio in più, ma non ci sarà più chi spiegherà perchè  il tutto va consumato con moderazione e intelligenza.


Non ci siamo, serve uno sforzo per salvare l’Inran. Serve anche la tua firma!

28 giugno 2012

Alcuni giorni fa, come molti altri, ho dato spazio all’iniziativa de Il Fatto Alimentare per raccogliere le firme contro l’ipotesi di chiusura dell’INRAN ed ovviamente ho firmato ed invitato gli amici a fare altrettanto, tuttavia quando ieri ho letto che sono state raggiunte solo 3100 firme mi sono cadute le...braccia.

Nessuna sorpresa, a dire il vero, perchè come giustamente scrive La Pira in un post:  la perdita di “cultura alimentare” continua a erodere molte conoscenze legate alla tradizione e al territorio ….

ed infatti la maggior parte delle persone neanche sa cosa sia l’Inran, ragion per cui non si pongono neanche il problema della sua eventuale chiusura.

Tuttavia come scrive Il Fatto Alimentare: si tratta di una chiusura che colpirebbe tutti noi, perchè - la ricerca nell’ambito della nutrizione deve continuare a essere pubblica, e non può rispondere a logiche produttive o a interessi di parte.

Pensare di risparmiare chiudendo l’Istituto, oltre che eticamente inaccettabile, è un’operazione fallimentare, perché porterebbe all’aumento della spesa sanitaria nel medio termine.

Temo che l’unica cosa che attiri l’attenzione siano fatti di un certo impatto emotivo, ed infatti la raccolta di firme promossa nei giorni scorsi, per costringere il Governo a far si che la promessa di devolvere ai terremotati i 91 milioni di rimborsi elettorali diventi realtà, ha superato in un solo giorno l’obiettivo di 40.000 firme, ed infatti ieri sera si era quasi a 50.000…

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Di seguito pubblico (in sintesi) alcune amare considerazioni di Roberto La Pira che leggo oggi su Il Fatto Alimentare che purtroppo non aggiungono nulla di nuovo all’incapacità cronica dei politici, ma anche alla scarsa visione d’insieme dei famosi tecnici…

In queste  3 settimane il ministro delle Politiche Agricole Mario Catania non ha indicato quali sono le reali intenzioni. La sensazione è che dietro le linee di indirizzo che parlano di  ristrutturazione e di accorpamenti di enti ci sia il vuoto. Non ci sono progetti, non c’è un piano per rilanciare la ricerca alimentare in Italia, ma solo la voglia di ridurre le spese.

Ilfattoquotidiano in un bellissimo articolo di  GianLuca Mazzella dice “in un verbale del Cda dell’Inran, si legge che è stato già dato incarico al direttore generale Salvatore Petroli di favorire azioni e contatti presso l’industria agroalimentare. Mai sentito parlare di conflitto di interessi? In un recente verbale d’incontro fra vertici e sindacati, si legge che l’ente ha ottenuto un finanziamento dall’azienda Giovanni Rana di 450.000 euro per una consulenza. È questo il futuro della prevenzione alimentare, della nostra salute?”. Mazzella sostiene pure che il ministero mette sullo stesso piano la ristrutturazione delll’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico e l’Inran. Purtroppo le cose non migliorano.

Anche oggi (27 giugno) alla fine della riunione tenuta al ministero delle Politiche agricole che si è conclusa in serata, non si è capito se  la ricerca alimentare avrà un futuro, oppure se è arrivato il momento di chiudere. Il sottosegretario di turno ha chiesto all’Inran di portare  argomentazioni e documenti da sottoporre al ministero delle Finanze per dimostrare la necessità di continuare il lavoro.

Che tristezza. Un governo di professori universitari che dovrebbe indirizzare e privilegiare la ricerca, si presenta senza idee e senza uno straccio di progetto serio.

E’ sintomatico il fatto che alla riunione non abbia partecipato il presidente dell’Inran Colombo (l’entomologo esperto di zanzare a cui è stato affidata la gestione dell’unico ente italiano che si occupa di ricerca alimentare).

Clicca QUI e leggi l’intervista al presidente dell’INRAN

Qualcuno definirebbe la situazione critica, io preferisco dire che siamo di fronte a scelte miopi affidate a persone incompetenti che non conoscono l’oggetto della discussione.

Insomma siamo di fronte alla stessa italietta che ha nominato pochi giorni fa a dirigere l’Istituto di geofisica e vulcanologia un professore di ginnastica.

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Salumi italiani: i valori nutrizionali sono migliorati secondo l’Inran, però…

19 ottobre 2011

in sintesi un articolo di Mariateresa Truncellito (consiglio la lettura) che leggo su Il Fatto Alimentare

La tradizione e la storia che rendono i prosciutti, i salami e gli insaccati italiani famosi nel mondo, in un certo senso sono anche la loro condanna. Oggi  l’attenzione è sempre di più spostata sugli aspetti salutistici,  e questi prodotti un pò cristallizzati in un tempo lontano sono un pò cambiati, anche se questo rinnovamento non viene sempre percepito dai consumatori.

Le ultime analisi sui valori nutrizionali dei salumi italiani risalgono al 1993 anche se in quasi vent’anni molte cose sono cambiate; è migliorato il contenuto di grassi, vitamine e minerali,  ed è stato ridotto il contenuto di sale.

E’ quanto emerge da un lavoro condotto insieme da: l’Istituto salumi italiani tutelati, l’Istituto valorizzazione dei salumi italiani, l’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione e la Stazione sperimentale per l’industria della conserve alimentari  di Parma che hanno presentato i risultati delle nuove analisi sui salumi italiani.

Secondo il materiale informativo, dal 1993 a oggi il sale nei salumi si è molto ridotto grazie all’evoluzione dei sistemi di produzione, al controllo dei periodi di asciugatura e stagionatura e alla maggiore attenzione nella quantità e qualità delle spezie.

Il contenuto di sale è diminuito in una percentuale che va dal 4% circa della coppa, fino a oltre il 45% del prosciutto cotto. Dalle analisi condotte, anche i nitrati, usati come conservante, sono diminuiti, mentre i nitriti risultano praticamente assenti.

 

Sotto il profilo dei grassi, già ridotti nei decenni precedenti, c’è stato un ulteriore calo del contenuto lipidico ed è migliorata la composizione, in particolare per gli insaccati cotti (cotechino, prosciutto cotto, zampone), dove gli acidi grassi saturi sono diminuiti fino a quasi il 40%, mentre quelli insaturi sono passati dal 30% a oltre il 60% dei grassi totali.

È diminuito un po’ anche il colesterolo, soprattutto in prosciutto cotto, pancetta, cotechino e sono cresciute le proteine. Il merito è dei mangimi per i suiini a base di mais, orzo e soia.

Se l’aggiornamento dei valori nutrizionali sottoscritto dall’Inran porta buone notizie nella teoria, il blogger Günther Karl Fuchs di Papille vagabonde si è preso la briga di andare a controllare come stanno le cose quando andiamo al supermercato.

Per prima cosa, l’autore nota una stranezza: e cioè l’assenza del Prosciutto crudo di Parma nel dossier dei prodotti esaminati. Il salume più consumato in Italia non c’è mentre troviamo nella tabelle nl prosciutto crudro di Modena e un genererico “crudo nazionale”.

L’autore sottolinea che l’indicazione del contenuto di  sale in etichetta è al momento è facoltativo: e forse per questo motivo quasi tutti i salumi osservati nei supemrercati non riportano  il dato, a eccezione di Esselunga e Coop che nei salumi con il loro marchio indicano sia il contenuto di sale sia quello di di grassi saturi.

Günther Karl Fuchs ha visitato i supermercati situati nell’area Lugano, Chiasso, Como, Lecco  (Migros, Coop, Pam, Esselunga) – prendendo nota dei valori nutrizionali dei salumi venduti in vaschetta (gli unici che li riportano).

Risultato: rispetto ai valori messi a punto nella recente revisione, le differenze riscontrate tra  salumi della stessa tipologia  sono elevate.

Per esempio per la Bresaola, l’Inran indica 2 g di grassi, mentre la maggior parte dei prodotti dei supermercati hanno valori superiori, compreso la Bresaola IGP con un valore doppio  rispetto ai dati dell’Inran ufficiali.

Orientarsi è quindi pò complicato soprattutto  quando il salume è firmato da un’azienda che non riporta la tabella nutrizionale, come Ferrarini, Dal Zoppo e Rosa dell’angelo .

Lettura integrale + Tabelle > QUI

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