Occhio alla truffa delle false mail firmate Conad che invitano i consumatori a rispondere a un sondaggio

3 maggio 2013

False mail firmate Conad che invitano i consumatori a rispondere a un sondaggio, per vincere fino a un anno euro di spesa.

E’ l’ultima truffa via web, con tanto di logo contraffatto, che gira tra le caselle di posta elettronica allo scopo di rubare dati personali a ignari utenti (qui sotto l’immagine del finto annuncio).

falsoannuncioconad

L’allarme è stato lanciato alcuni giorni fa dall’insegna della Grande distribuzione, che avverte: “Conad non ha nulla a che vedere con quell’annuncio che, evidentemente, è una truffa, per la quale è già stata presentata regolare denuncia alle autorità competenti”.

Abbiamo provato a partecipare al finto concorso per capire dove ci porta. Dopo avere risposto a qualche domanda, si apre una finestra in cui viene chiesto all’utente di inserire i propri dati, tra cui il numero di telefono.

La truffa è evidentemente uno stratagemma per carpire dati personali dei consumatori a scopo pubblicitario.


Ritorna la bufala-video su Benedetto XVI snobbato dai vescovi

4 aprile 2013

Certo che ce ne sono di persone che hanno tempo da perdere a creare bufale di vario genere ed altrettante sempre pronte a cliccare su Inoltra.

Un lettore su FB ritiene invece che il filmato mostriuna mancata stretta di mano da parte dei vescovi; il video l’ho guardato anch’io e mi vien da pensare che la verità sia nel mezzo ovvero c’è una fase in cui la mano di Benedetto XVI sembra fare il gesto di accompagnare il movimento del Presidente tedesco e c’è qualche attimo in cui effettivamente sembra voglia stringere qualche mano.

Leggo oggi sul blog di Paolo Attivissimo di questa video-bufala che circola su Facebook e Youtube che, scrive Attivissimo, sarebbe stato “ripreso dalla TV polacca” durante una “visita di Benedetto XVI in Germania il 22/9/2011” e mostra un gruppo di “Vescovi (probabilmente gli stessi che l’hanno indotto a dimettersi)” che “indietreggiano rifiutandosi di stringergli la mano”.

Prosegue la spiegazione che copio in sintesi:

È un bell’esempio di errata interpretazione delle immagini, tolte dal proprio contesto, che era già stato discusso e sbufalato due anni fa: Benedetto XVI era ancora in carica ed era in visita in Germania presso lo Schloss Bellevue, la residenza ufficiale del presidente tedesco, Christian Wulff, il 22 settembre 2011.

Il Papa non sta porgendo la mano ai prelati, ma li sta presentando al presidente tedesco.

La versione integrale del video, ripreso dalla TV vaticana, mostra che il presidente tedesco fa lo stesso gesto di tendere la mano in segno di presentazione a Benedetto dei membri del proprio governo, come si vede qui accanto.

L’equivoco qui è meno facile perché Wulff tende la mano sinistra, mentre Benedetto, quando presenta i propri prelati, tende quella destra.

In altre parole, i “vescovi” non stanno snobbando Benedetto, ma stanno fraintendendo il gesto del Papa, scambiandolo per una mano tesa da stringere, quando in realtà a questo punto della cerimonia dovrebbero stringere la mano al presidente tedesco; quindi sono semmai i prelati che stringono la mano al Papa a compiere una gaffe, non quelli che “rifiutano” di farlo.

Attenzione, insomma, a non pensare che i video non possano mentire e a non interpretare le immagini secondo la propria visione del mondo invece che secondo il loro contesto.


Piatti e stoviglie di melamina: un articolo di Famiglia Cristiana sul tema si rivela pieno di inesattezze

2 aprile 2013

in sintesi un interessante articolo di Luca Foltran che leggo su Il Fatto Alimentare e che testimonia, una volta di più, come gli organi di informazione in realtà siano farciti di inesattezze  (consapevoli o meno) e, di conseguenza, fanno solo Disinformazione. E la confusione è una delle cose che al consumatore non servono.

Nella rassegna stampa del sito di Europass,  compare un articolo intitolato Stoviglie di plastica, la paura è servita, firmato da Giorgio Calabrese e pubblicato da Famiglia Cristiana il 20 marzo.

Pur condividendo parzialmente le preoccupazioni relative a taluni tipi di plastiche di provenienza cinese, non si può fare a meno di sottolineare alcune imprecisioni contenute nel servizio e in grado di allarmare i consumatori.

Vediamo in dettaglio di che cosa si tratta.

Si legge nell’articolo:

La melamina è, insieme con la formaldeide, la materia prima per preparare le resine utilizzate nella produzione di stoviglie da cucina. Si tratta di una proteina propria della plastica che l’Efsa ha imposto di diminuire per legge da 30 mg per kg di alimento a 2,5 mg per kg, proprio a causa della trasmigrazione di questa sostanza al cibo.

Non tutte le plastiche sono preparate con melamina e formaldeide: lo sono solo quelle che contengono  resine melaminiche, sostanze termoindurenti utilizzate per la produzione di alcune stoviglie e contenitori da cucina, denominati comunemente “piatti o vaschette in melamina”.

Nel servizio di Calabrese, la melamina è definita una “proteina”, ma non lo è affatto. L’equivoco probabilmente nasce dal fatto che questa plastica è stata usata in passato per falsificare l’analisi del latte, facendolo credere più proteico del reale.

Vi ricordate lo scandalo del latte cinese contaminato da melamina? Quest’ultima è un composto azotato e la sua presenza nel latte contribuisce ad accrescere il tenore totale di azoto (indice usato per valutare il contenuto di proteine). La presenza di melamina in un cibo  maschera l’effettivo contenuto di proteine di quell’alimento.

Proseguiamo nella lettura del servizio di Calabrese.

Il problema si pone soprattutto per la presenza di stoviglie di plastica che per il 70 per cento arrivano dalla Cina e da Hong Kong, paesi che non hanno obbligo di aderire alle direttive europee.

L’asserzione secondo cui gli articoli in resina melaminica e in plastica provenienti da Cina e Hong Kong non abbiano l’obbligo di aderire alle direttive europee è priva di fondamento.

Proseguiamo con il servizio di Famiglia Cristiana:

In Italia si è attenti ai controlli, per cui si è accertato che queste stoviglie rilasciano troppi metalli “pesanti” (cromo, nichel, manganese) e si consiglia di acquistarle soltanto quando derivano da produzione europea, meglio italiana.

Anche in questo passo, troviamo un po’ di confusione. La presenza di metalli pesanti, come cromo, nichel e manganese, e i frequenti controlli per rilevarne una presenza oltre i limiti previsti non riguardano affatto le materie plastiche, ma l’acciaio.

Visti i recenti casi di pentolame indiano contenente cobalto 60, si può invece concordare sul fatto che sia preferibile acquistare articoli in acciaio di provenienza italiana o europea.

Citiamo ancora dal servizio di Calabrese:

È consigliabile non mettere mai in queste ciotole brodi o zuppe, o comunque cibi caldi, e soprattutto non usarli nel forno a microonde, specialmente se dentro ci sono alimenti acidi come la salsa di pomodoro.

Anche in questo caso, vanno chiarite alcune cose.

Per quanto concerne le resine melaminiche, il Bfr (Istituto di valutazione tedesco del rischio) ha dichiarato che ad alte temperature gli utensili da cucina fatti di questi materiali possono rilasciare formaldeide e melanina e non sono quindi adatti alla cottura o a essere inseriti nei forni a microonde (Cooking spoons and crockery made of melamine resin are not suited for microwaves and cooking).

Tali conclusioni non possono però essere estese a tutte le plastiche. Pensiamo agli articoli progettati proprio per essere impiegati nei comuni forni a microonde: in questi casi non sussiste alcun rischio per il consumatore.

Quanto agli alimenti acidi, va detto che l’abitudine di conservarli in contenitori di plastica non riserva alcun rischio. Sono piuttosto i cibi ad alto tenore di grassi a essere i più problematici per i contenitori o le stoviglie in plastica, utilizzati ad alte temperature.

La precauzione accennata da Calabrese e relativa ai cibi acidi è valida per i contenitori, le stoviglie e gli articoli in alluminio, tanto che per tutelare i consumatori la legge italiana impone ai produttori l’obbligo di etichettare questi prodotti come “non idonei al contatto con alimenti  fortemente  acidi  o fortemente salati”.

L’obbligo di legge è parziale per gli articoli in acciaio, suscettibili a cibi particolarmente acidi, soprattutto se sono presenti scalfitture e righe di usura sulla superficie.


Il più grande attacco ad Internet?

28 marzo 2013

webProprio stamattina ho letto il titolo sul Corriere.it di questo potente attacco ad internet, che causerebbe rallentamenti e difficoltà pergli utenti; abituato a titoloni che ti portano poi ad articoli poco attendibili, non avevo approfondito la questione; del tutto casualmente, sempre questa mattina, ho fatto un test della velocità della connessione ed ho avuto un bel 6 Mbps contro gli abituali 3,5 – 4,5, per cui altro che rallentamenti;-)

Ho poi letto l’articolo in merito di Paolo Attivissimo che chiarisce al meglio la situazione, originata, una volta di più da notizie reali, ma alimentate oltre misura e soprattutto senza una verifica che possa porle nel giusto contesto; come scrive Attivissimo, Certo, 300Gb/s di DDOS sono un attacco da record e dimostrano l’aggressività dei criminali informatici, ma prima di gridare all’attacco nucleare che ammazza tutta Internet magari è meglio guardarsi intorno e vedere se davvero stanno piovendo bombe.

Il blogger aggiunge poi che:

Viene il forte dubbio, a questo punto, che siamo di fronte a una notizia montata perché offriva lo spunto per titoli sensazionali e chi l’ha alimentata non s’è reso conto di essere incappato nel Principio di Belzebù del giornalismo: mai fidarsi di notizie che provengono da una fonte interessata. Cloudflare ha molto interesse a dimostrare di saper resistere ad attacchi DDOS massicci e spettacolari (con strilli come “il DDOS che ha quasi spezzato Internet”) e Spamhaus ha molto interesse a far notare la propria indubbia utilità nella lotta allo spam.

 


La bufala: la dichiarazione contro le donne attribuita a Papa Francesco

18 marzo 2013

Pochi giorni fa mi scriveva l’amico Gigi, per dirmi il suo punto di vista ottimistico (che, da “non credente”, condivido) circa l’elezione del nuovo Papa.

Ed ora mi tocca leggere un post di Paolo Attivissimo (qui in sintesi) con il quale racconta della bufala che, al solito, gira per la Rete, senza che nessuno ne controlli la fonte e/o l’esattezza di quanto contenuto; è un atteggiamento criticabile a prescindere, ma nel momento in cui i complici della disinformazione sono i cosiddetti organi d’informazione a farlo, va da sè che una volta di più cadono le…braccia.

°°°

Questa è la frase attribuita al neoeletto Papa Francesco, l’argentino Jorge Mario Bergoglio:

“Le donne sono naturalmente inadatte agli incarichi politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è l’essere politico per eccellenza, le Scritture ci mostrano che la donna da sempre è il supporto dell’uomo che pensa e realizza, ma niente più di questo”.

Ma è veramente sua?

La serietà professionale e il buon senso imporrebbero di verificare un’affermazione così grave prima di pubblicarla e diffonderla. Le redazioni che la citano, invece di limitarsi a dire che circola in Rete, potrebbero adoperarsi per scoprire come stanno i fatti.

Sembra molto sospetto che una notizia del genere, contenente una dichiarazione così esplosiva da parte dell’arcivescovo di Buenos Aires, non sia stata ripresa da nessuno in Argentina e in tutto il resto del mondo: né da un giornale, né da un blog.

Successivamente Attivissimo ha aggiornato il post: I lettori mi segnalano che l’UAAR (citata nell’immagine a inizio articolo) ha pubblicato una rettifica (anche su Facebook) e segnalano la smentita di Infocatolica e l’indagine di Giornalettismo.

 


Bufale su internet: come nascono e si diffondono le false notizie in rete?

4 marzo 2013

leggo su Altroconsumo

Ieri via email, ma soprattutto oggi con i social network, le notizie non vere (ma che lo sembrano) sono in grado di raggiungere un numero sempre crescente di persone e di rimanere nel web per tanto tempo.

Ma come nascono le bufale? Chi le mette in giro e a che scopo? E chi le diffonde, fino a farle diventare in molti casi credenze universali?

Per rispondere a queste domande abbiamo condotto un’inchiesta che è andata a scovare alcuni esempi clamorosi di bufale più o meno recenti per capirne (assieme ad esperti) le loro dinamiche.

Alla base della prodigiosa diffusione della stragrande maggioranza delle bufale online, notizie prive di fondamento o semplicemente non più o non del tutto vere e sfuggite al controllo del loro primo diffusore, c’è la pigrizia mentale di chi vi si imbatte e non ha il tempo, la voglia o l’idea di cercare un riscontro a ciò che legge nella casella di posta elettronica, nella bacheca di Facebook, nei messaggi su Twitter.

“Non c’è una fabbrica delle bufale”, ci ha raccontato Paolo Attivissimo, giornalista informatico e ideatore del sito http://www.antibufala.info, che da anni raccoglie segnalazioni sulle panzane più diffuse sul web. “Sono gli utenti stessi a confezionarle e spesso sono l’espressione delle loro paure, delle loro preoccupazioni, anche delle loro paranoie”.

Come se diffondere notizie false non fosse di per sé già evidentemente sbagliato, in alcuni casi può davvero innescare meccanismi pericolosi.

Pensiamo alla bufala sul fantomatico virus informatico il cui nome è lo stesso di un file di sistema di Windows.

Se lo trovo e lo cancello, come l’appello suggerisce di fare, e invito i miei amici a fare altrettanto, il risultato è che finisco per fare davvero un danno al computer di tutte le persone coinvolte.

E i rossetti al piombo che fanno venire il cancro?

Una bufala che si ripercuote in maniera devastante sulle aziende coinvolte e sui loro lavoratori. 

Esistono alcuni segnali che devono farci insospettire: una email “urgente”, con molti punti esclamativi, che invita a inoltrare “a tutti i tuoi amici”, che si chiude con velate minacce (“Se non diffondi ci saranno conseguenze”) deve farci dubitare della veridicità dell’appello, al di là del fatto che sia già stata inoltrata da tante persone.

Non inoltrate nulla se non avete il tempo di confermarlo e fatevi sempre delle domande sulla logica e la veridicità di ciò che vi viene comunicato. In caso di dubbio, poi, cercate su Google con parole chiave, o sui siti che si occupano di bufale, se la notizia sospetta è già stata segnalata come bufala.

 

 

 


La TV svizzera insegue i truffatori del Web

4 febbraio 2013

webun interessante articolo che leggo sul Blog di Paolo Attivissimo

Come anticipa Attivissimo, viene da pensare che non ci possa cascare più nessuno, ma non è così, ed infatti io stesso mi trovo a leggere commenti di lettori che si mostrano stupiti che la Lotteria di Bill Gates come quelle di Yahoo o Toyota, passando ovviamente dalle mail che arrivano dalla Costa d’Avorio, nascondano in realtà delle truffe.

P.S. Questo si che è un esempio di televisione utile ed al servizio del pubblico :-)

°°°

Venerdì scorso la trasmissione Patti Chiari della Radiotelevisione Svizzera ha dedicato una puntata intera al problema delle truffe online, specialmente quella detta “alla nigeriana” (la promessa di un lauto incasso se la vittima anticipa una piccola somma), e quella del ricatto tramite sesso via webcam (la sessione video della vittima viene registrata e poi il truffatore minaccia di divulgare la registrazione compromettente).

Istintivamente viene da pensare che non ci possa cascare più nessuno, ma non è così: le truffe costruiscono documenti falsi e attingono a notizie di cronaca reali per autenticarsi e rendersi credibili. E non bisogna sottovalutare la forza persuasiva di chi offre un legame sentimentale a chi si sente solo.

La trasmissione, alla quale ho partecipato creando un piccolo honeypot, ha raccolto testimonianze di vittime e rintracciato i truffatori, che oggi hanno come base principale la Costa d’Avorio.

Il comandante della cellula di polizia specializzata nella lotta al crimine informatico in quel paese è stato ospite in studio e ha presentato i dati e i risultati della sua attività, mostrando anche l’inseguimento e l’arresto di uno di questi criminali. C’è anche chi cerca di proteggere le vittime e vendicarsi dei truffatori compiendo vere e proprie intrusioni nei loro computer.

Se vi interessa l’argomento, soprattutto per capire come funziona tutto il meccanismo della truffa, chi sono i truffatori e i truffati e quali sono le responsabilità degli intermediari involontari come Western Union, la puntata è disponibile in streaming qui sul sito della RSI. Anche la sezione dei commenti della trasmissione è decisamente illuminante.


Una nuova bufala: Obama rende obbligatori i microchip impiantati nel corpo

22 gennaio 2013

AntiBufalain sintesi un articolo che leggo sul Blog di Paolo Attivissimo al quale ovviamente vi rimando per approfondire la questione

Non ridete: questa è la tesi di complotto che sta ricominciando a girare in Rete.

C’è un piano del Nuovo Ordine Mondiale per inserire in tutti gli abitanti del mondo un microchip, e la recente riforma sanitaria di Obama ne è il primo passo, perché prevede l’inserimento di questi microchip per scopi medici dal 23 marzo prossimo nei cittadini americani. Poi arriverà il turno del resto del pianeta.

L’idea di un complotto mondiale per impiantare microchip nelle persone è una vecchia storia di origine religiosa, le cui tracce risalgono ad almeno dieci anni fa.

L’allarme è ritornato alla carica con un aggancio alla riforma sanitaria statunitense, l’Obamacare.

Nella versione corrente, infatti, si “dimostra” la veridicità della tesi citando con precisione un documento governativo statunitense. Siccome molti non vanno a controllare le citazioni, questo fa sembrare credibile l’appello.

In particolare viene citato il disegno di legge HR 3962: un malloppone di 1990 pagine nel quale però non c’è nessuna menzione di chip o di RFID. La parola“CHIP” (in maiuscolo) presente nel documento è una sigla che sta per Children’s Health Insurance Program, ossia una copertura assicurativa sanitaria per bambini.

Non c’entra nulla con i microchip.

In sintesi, la tesi dell’imminente microchippatura dell’umanità da parte del Nuovo Ordine Mondiale si basa su un brano della Bibbia interpretato a capocchia e su un disegno di legge che non dice quello che gli si attribuisce e comunque non è mai stato approvato.


Censura del Giurì per Gastrobioring l’anello virtuale che NON fa dimagrire

22 gennaio 2013

un articolo di Anissia Becerra che leggo su Il Fatto Alimentare

Vi pare possibile che esista “un anello virtuale” capace di “far davvero dimagrire senza sforzo”?

E vi pare possibile che questo “anello”, sia in realtà una capsula a base di un’alga, l’agar-agar, definita “magica” e importata dal Giappone?

In realtà si tratta di un banale gelificante naturale (usato  regolarmente nella preparazione di gelatine e aspic), che non è certo in grado di garantire, “la perdita di 1 kg al giorno” se assunto 15 minuti prima di pranzo .

Tutto ciò non è scientificamente possibile.

Se ne è accorto anche l’Istituto di Audisciplina Pubblicitaria (IAP) il cui Comitato di Controllo ha emesso un’ingiunzione contro la società EnergieBio Lab che commercializza “l’anello virtuale” in vendita con il nome di “Gastrobioring”.

Il messaggio pubblicitario “l’anello virtuale che fa veramente dimagrire senza sforzo!”, pubblicato su periodici come Nuovoviola ben  tre articoli del Codice della Comunicazione Commerciale.

La sentenza dello IAP  sottolinea che «la presenza di molteplici affermazioni esorbitanti e palesemente ingannevoli», tali «da creare la falsa speranza di risolvere facilmente e in tempi brevi un problema che, per i disagi di salute ed estetici che provoca, rende chi ne è afflitto particolarmente sensibile e vulnerabile»

schermata gastrobioring

In particolare, il messaggio pubblicitario incriminato«alletta il pubblico con promesse illusorie, inducendolo a credere che con il trattamento “Gastrobioring” (…) sia possibile ottenere una sicura e notevole perdita di peso senza che sia necessario sostenere sacrifici in termini di riduzione dell’apporto calorico giornaliero, svolgimento di attività fisica e, più in generale, di adozione di un regime di vita coerente con l’obiettivo».

Tutto è bene quel che finisce bene?

Non è proprio così, visto che sul sito ufficiale di “Gastrobioring” , il messaggio pubblicitario sanzionato continua  a prendere in giro e a illudere gli ingenui navigatori della rete.


Un anno di bufale e di notizie inventate pubblicate da quotidiani autorevoli e siti spregiudicati

2 gennaio 2013

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare e che si collega a quanto scritto nei giorni scorsi da Maurizio Caprino circa la superficialità che impera nel giornalismo, spesso per forza di cose….

Lo spazio e l’attenzione dedicata dai media ai cittadini-consumatori è aumentato e  in decine di programmi ormai si parla di cibo, di ricette e sicurezza alimentare con troppa superficialità. In molte di queste trasmissioni i cuochi diventano esperti nutrizionisti e i conduttori si trasformano in tecnologi alimentari.

Alla fine il bilancio è disarmante perché questo sconfinamento dei canali televisivi nel mondo del cibo affiancato dagli esperti improvvisati che transitano su alcuni giornali crea molta confusione.

La situazione si complica ulteriormente considerando Facebook, YouTube e i blog che rilanciano a raffica notizie verosimili o palesemente false.

Il sistema utilizza il metodo del “copia e incolla”. Basta un titolo efficace e una bella fotografia per trasformare un falso allarme in notizia.

Quello che segue è una rassegna di episodi inventati o poco attendibili proposti da testate prestigiose e siti spregiudicati. Il problema è sempre esistito, ma la novità è che adesso solo in pochissimi casi si riesce a ripristinare la verità.

La bufala del grano ammuffito di Barilla lievita in rete e trova ospitalità in numerosi siti nei primi mesi del 2012 nonostante la notizia sia caratterizzata da diversi elementi chiaramente falsi, che però colpiscono la fantasia del lettore. La notizia comincia dicendo che il marchio Barilla è diventato americano (non è vero), e prosegue con assurde teorie sostenendo che l’azienda usa grano ammuffito importato dall’estero.

Il testo continua parlando dei contadini del Sud-Italia affamati perché non possono più vendere il loro grano in competizione con quello importato. La storia è molto suggestiva, ma poco attendibile, visto che Barilla importa il 30% di materia prima perché l’Italia non ne produce a sufficienza. La notizia si conclude con un appello al boicottaggio del marchio Barilla e degli altri marchi di proprietà come  cita a Motta  che notoriamente appartiene ad un altro gruppo.

La bufala del latte ribollito 5 volte fa strage di contatti in rete e gira per mesi sui moltissimi siti con diverse riprese sui media. Il testo dice che per legge il latte può essere pastorizzato a 190°C anche cinque volte e poi rivenduto. Si tratta di una storia assurda basta pensare  ai costi vertiginosi che comporta il riscaldamento a 190°C ripetuto diverse volte.

In realtà il latte  si pastorizza a 72°C circa una sola volta e nessuno ha l’interesse economico a rigenerare un prodotto che le aziende agricole vendono a 35 centesimi. La falsa notizia parla anche di un codice segreto riportato sulla confezione fornendo spiegazioni su come decodificarlo. La storia è affascinante ma è del tutto inventata, il codice è poi quello utilizzato per la tracciabilità dell’involucro.

La storia del pane rumeno surgelato venduto nei supermercati italiani dopo essere stato precotto in Romania in forni a legna  alimentati con legno di casse da morto è firmata da Paolo Berizzi ed è pubblicata in prima pagina su la Repubblica del 1 novembre 2011. Purtroppo la notizia viene ripresa da altri media e diventa un “evento”. L’autore (non certo privo di fantasia), lascia intendere che in alcuni forni rumeni a gestione familiare la legna proviene da scarti di bare e  pneumatici “ispirandosi a certe abitudini camorristiche della Campania”.

Secondo Berizzi questo pane viene comprato  a  0,6-1,0 €/kg e  venduto nei supermercati, nelle mense e in altre comunità. Premesso che molti supermercati riportano sui sacchetti l’indicazione dello stabilimento di produzione, c’è un piccolo particolare che sfugge al giornalista. I forni industriali non sono alimentati a legna. Forse Berizzi pensa che in Romania il pane destinato all’export si prepari in forni simili a quelli delle pizzerie! L’idea è affascinante, ma un po’ fuori dal tempo, l’articolo assomiglia più alla sceneggiatura di un film horror e non fa certo bella figura sulla prima pagina de la Repubblica.

La notizia dell‘olio extra vergine spagnolomarocchino e tunisino con il 40% muffe, comprato dalle aziende italiane a 25 centesimi è firmata ancora da Paolo Berizzi su la Repubblica del 23 dicembre 2011. L’articolo è avvincente, ma privo di riscontri concreti.

La vicenda prende spunto da un’analisi condotta alla fine di novembre da Coldiretti, Unaprol e Symbola su dieci bottiglie di olio extravergine di oliva (di cui non è dato conoscere le marche) inviate in forma anonima all’Agenzia delle Dogane di Roma per effettuare l’analisi organolettica.

Secondo quanto riferito dal comunicato ufficiale di Coldiretti, gli esperti hanno evidenziato nel 40% dei casi presenza di muffe (si tratta di una dizione impropria visto che il panel può evidenziare un difetto di muffa dovuto alla cattiva conservazione delle olive e non certo di muffe nell’olio come viene scritto).

Il referto analitico prosegue con il 16% di campioni di olio proveniente da olive alterate (forse Coldiretti voleva dire più correttamente di cattiva qualità) e con l’8% dell’olio ottenuto da olive rancide (forse Coldiretti voleva dire più correttamente con una nota di odore di rancido).

Accantonate queste inesattezze, nel testo si legge che tra le dieci bottiglie non ci sono marchi Dop e nemmeno oli qualificati come 100% olio italiano. È lecito chiedersi a questo punto come è stata fatta la campionatura?

Perché sono state escluse alcune categorie e qual è il valore statistico di un lavoro realizzato su pochissimi campioni per di più anonimi? Si tratta di un campione rappresentativo dell’1%, del 10% o del 50% del mercato? Abbiamo chiesto a Unaprol e Coldiretti i documenti analitici originali del laboratorio per capire meglio, ma ci è stato risposto che si tratta di analisi “riservate oggetto di indagine” da non divulgare!!!

Il terzo punto “critico” della storia, è la tesi secondo cui l’80% delle bottiglie di extravergine vendute in Italia contiene olio di diversa origine. La vicenda viene presentata come uno scandalo, quasi una presa in giro per il consumatore. In realtà le indicazioni riferite alla provenienza dell’olio sono sempre riportate sulle etichette anche se spesso  in caratteri tipografici minuscoli.

La legge permette a un’azienda italiana di imbottigliare olio spagnolo, tunisino, greco o di altre nazioni e di indicarlo in etichetta e vieta di usare frasi o immagini tali da trarre in errore sull’origine della materia prima il consumatore.

Il tentativo dell’operazione “olio ammuffito” è di screditare l’olio di oliva dei Paesi europei ed extra-europei giudicandolo, per principio, di bassa qualità e dando per scontata una superiorità del prodotto made in Italy. Più che di un’inchiesta giornalistica sembra di leggere una favola per bambini dove si racconta che il prodotto  italiano è “sempre buono”, mentre quello degli altri Paesi è “sempre cattivo”, senza uno straccio di riscontro analitico.

Un altro appunto su cui sorgono legittimi dubbi riguarda i prezzi indicati dall’autore, quando parla di olio spagnolo acquistabile dal produttore a 50 centesimi al litro, e di olio tunisino a 20-25 centesimi! Basta osservare le quotazioni giornaliere della  borsa  merci per rendersi conto di quanto siano assurdi questi valori e come solo un distratto cronista possa proporli ai lettori senza verificare la fonte.

La verità è  che in tutti i Paesi mediterranei si imbottiglia volentieri extravergine mediocre, venduto poi a prezzi stracciati.   Il più delle volte si tratta di olio deodorato (in parte legalizzato da una direttiva comunitaria che lo ha promosso di categoria trasformandolo per legge in extravergine), oppure di olio con difetti organolettici.

Purtroppo l’inchiesta un po’ evanescente dell’olio condotta dal quotidiano la Repubblica è stata ripresa a livello internazionale da diversi media, e le autorità cinesi hanno addirittura deciso di vederci un po’ più chiaro. Il giornalismo investigativo è uno strumento importante del nostro mestiere, ma bisogna imparare a distinguere le grandi inchieste dalle bufale.

La storia delle caraffe che rendono l’acqua del rubinetto non più potabile è una notizia da prima pagina, ma purtroppo si basa su un documento che nessuno giornalista ha letto e che probabilmente non esiste.

Eppure i titoli dei giornali (Corriere della Sera articolo di Margherita De Bac) e delle 45 testate on line che dal 25 al 28 marzo 2012 riprendono una fantomatica dichiarazione del ministro della salute risultano molto chiari: Balduzzi: “le caraffe sono dannose”, Il ministro Balduzzi censura le caraffe, Caraffe filtranti: acqua a rischio secondo Ministero della Salute, Ministero Salute: no a caraffe filtranti.

La verità è che: l’ufficio stampa del Ministero non sa niente della dichiarazione, il Decreto ministeriale pubblicato sulla Gazzetta ufficiale relativo alle caraffe e ad altri apparecchi per il trattamento dell’acqua potabile non censura nessun articolo, questi oggetti sono tranquillamente venduti in Europa e il Consiglio superiore della sanità non considera caraffe e filtri pericolosi per la salute.

Il Fatto alimentare ha intervistato due volte Luca Lucentini Direttore del Reparto di Igiene delle Acque Interne dell’Istituto superiore di sanità,autore del dossier  sulle caraffe che dissente dalle allegre informazioni riportate sui giornali, probabilmente suggerite da qualche lobby. Eppure i titoli che abbiamo citato sono veri e le parole del ministro sono messe tra virgolette.

Forse qualcuno si è inventato le dichiarazioni? Probabilmente le caraffe domestiche servono a poco ma dire che peggiorano la qualità dell’acqua è solo un passaggio ardito frutto di fantasia.

La mortadella è stata eliminata dalle mense scolastiche di Bologna“  così titolavano nel maggio 2012 il Corriere della sera, Il Resto del Carlino, anche se il salume non è mai stato vietato e non viene citato nel documento approvato.

La falsa notizia che nelle scuole dell’Emilia Romagna è stata vietata la mortadella ha trovato ospitalità nel mese di maggio 2012 in giornali come il Corriere della sera, Repubblica, il Resto del carlino… con ampi servizi e interviste ad assessori, associazioni di categoria, nutrizionisti, salumieri …..

La falsa storia della mortadella ha avuto molto risalto perchè è mancata una smentita immediata, ma in realtà bastava leggere con attenzione il documento sulle Linee guida della ristorazione scolastica elaborato dalla Regione per rendersi conto che la mortadella non era stata cancellata dal menu, mentre venivano vietati salumi freschi da cuocere come cotechini  e zamponi….

Qualcuno incapace di distinguere un insaccato crudo da uno cotto ha sparato la bufala in prima pagina e molti l’hanno ripresa.

In questo modo la vera notizia (la  black list dei prodotti da non utilizzare nelle mense scolastiche che comprendeva: hamburger, cotolette surgelate di pollo o polpette  di carne, prodotti salati da forno o pane condito, formaggi fusi, patatine pre-fritte surgelate e  fiocchi di patate, affiancata da quelli da usare  con moderazione) è stata ignorata.

Ma le due bufale che gettano un certo discredito sul sistema dell’informazione risalgono al 2011.

La prima riguarda la legge 283 sulla cancellazione dei cibi adulterati lanciata 16 gennaio 2011 dal Corriere della sera, la Stampa, La 7 e ripresa nei giorni successivi da centinaia di  giornali e siti internet. Il Fatto Alimentare dice subito che si tratta di una bufala,  ma pochi ci credono.

I grandi giornali citano il procuratore di Torino Raffaele Guariniello, noi ribadiamo che si tratta di un abbaglio di un errore di interpretazione,  precisando che i nostri avvocati esperti di diritto alimentare hanno esaminato la questione con molta attenzione. La polemica va avanti per una settimana, poi intervengono in ritardo il ministro Calderoli e Fazio dicendo che la legge è in vigore e non è mai decaduta. Purtroppo le rettifiche dei media tardano ad arrivare.

La seconda bufala riguarda la notizia ripresa da centinaia di giornali sulla legge che rende obbligatoria  l’indicazione di origine dei prodotti alimentari. La nuova norma, benedetta dal Parlamento nel gennaio 2011 spopola su tutti i media. Il Fatto alimentare e pochi altri siti segnalano che si tratta di un’enorme bufala,  ma la realtà fatica ad emergere e pochissimi gironali fanno marcia indietro.

Questa volta oltre all’errore dei giornalisti che non verificano la notizia ci sono anche gli ambigui comunicati di Coldiretti che avvallano l’errore grossolano dei parlamentari.

La verità è che la nuova legge sull’etichetta di origine che dovrebbe valorizzare il made in italy non entrerà mai in vigore perchè violerebbe i trattati Ue. Non si tratta però di una sorpresa visto che Paola Testori Coggi e il commissario Ue a Bruxelles dicono subito chiaramente che la norma non è applicabile  ma il Parlamento italiano, Coldiretti e molti giornalisti distratti preferiscono fare finta di non sentire.La realtà è che la legge non è mai entrata in vigore

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aggiungerei una bufala correlata ovvero il presunto spreco del 30% della spesa da parte degli italiani….


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