Gli svizzeri sono civili…a casa loro

21 maggio 2013

Sabato scorso cercavo parcheggio in zona piazza Cinque Giornate, impresa degna di nota in certi orari, quando ho notato questa auto con targa svizzera, tranquillamente piazzata in seconda fila. Per sua fortuna nello spazio libero alle sue spalle non ci stavo, neanche con la Smart, (ma per poco) sennò probabilmente mi sarei attaccato al clacson (con garbo) sino a farlo spuntare fuori e poter quindi parcheggiare.

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Sono abituato ai parcheggi dei miei concittadini, come quello raffigurato qui sotto, dove l’auto ha parcheggiato sul marciapiede, in modo tale da rompere le palle al massimo ai pedoni, posizionandosi tra l’altro accanto alla palina con il cartello di sosta vietata; la presenza poi di un’altra auto subito davanti, completa il tutto, anche se c’è da dire che la Classe A che si intravede si è messa a filo del bordo del marciapiede consentendo ad un pedone (ma non ad una mamma con passeggino) di transitare.

Per chi non conosce la zona, potrei aggiungere che se la Mini avesse proseguito per 20 metri, avrebbe potuto parcheggiare su un marciapiede molto più largo, evitando perciò di dare fastidio ai pedoni. Ma in quel caso avrebbe dovuto percorrere a piedi 20 metri per andare in pizzeria. Troppa fatica.

DCIM100MEDIA

Torniamo allo svizzero.

E’ storia recente, come ha raccontato Caprino sul suo Blog delle varie autovetture con targa estera, che sia monegasca o svizzera, che si fanno i fatti loro sulle strade, parcheggiando dove capita e, non ultimo, senza mai pagare una contravvenzione. Molti ricorderanno l’Audi con targa svizzera parcheggiata all’Arena di Milano oppure l’automobilista con Cayenne che provocò un incidente con il tram nel quale perse la vita una donna.

Tutti impuniti e sappiamo il perchè. Ma va da sè che il pensiero si sposta sul fatto che molti considerino gli svizzeri persone civili, molto più di noi. Vero in parte, ritengo infatti che prima di tutto loro abbiano la certezza della pena ovvero chi sbaglia paga.

Se fossero più civili nel Dna non si capirebbe infatti perchè una volta oltrepassato il confine eccoli violare sistematicamente i limiti di velocità, parcheggiando dove gli capita, dimenticandosi di pagare le multe oppure viaggiando in mezzo all’autostrada.

A meno che seguano in pieno la filosofia, paese che vai usanza che trovi. ;-)

In ogni caso, essendo una persona civile a prescindere dal luogo in cui mi trovo, preferirei vivere in Svizzera che qua… ;-)


Se è il Comune a sprecare l’acqua…

21 maggio 2013

DCIM100MEDIASpesso si legge (giustamente) dello spreco dell’acqua, fonte essenziale per la vita e risorsa quasi sconosciuta per milioni di persone nel mondo.

Poi ci sono Comuni che ti multano, in estate, se lavi l’auto in giardino oppure abbondi con l’irrigazione.

Poi fai due passi per Milano e vedi le fontanelle che erogano acqua a getto continuo.

Mettere uno di quei rubinetti con il pulsante no?

Meglio sprecare? Complimenti.

Colgo l’occasione per ringraziare l’artista che ha decorato la fontanella ed il cretino che, con un cestino ad 1 metro, ha mollato la bottiglietta nella fontanella.

Un libro: Il ragazzo che catturò il vento

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Eni e le fatture non emesse: ora è tutto chiaro

21 maggio 2013

Ieri è arrivata l’ennesima comunicazione cartacea di Eni a seguito dei miei reclami all’Autorità che puntualmente ha preso in carico le mie rimostranze.

Trovo paradossale il fatto che Eni ti spinga ad usufruire del servizio Bolletta Web con lo sloganVuoi avere la bolletta direttamente sul tuo pc anziché aspettarla a casa?” (quasi una presa in giro visti i tempi di emissione), risparmiando pure l’invio cartaceo, cosa questa che viene ribadito dicendoti che “Dai il tuo contributo per la salvaguardia dell’ambiente” e poi, ti invii tutte le risposte per posta, (perchè non con la posta elettronica?) allegando ogni volta una copia del contratto, come a ribadire i punti fermi dello stesso che, peraltro, sono loro per primi a  violare.

Degno di nota che nella busta ricevuta ieri abbiano inserito le risposte a due reclami, allegando però 2 copie del contratto.

Andiamo oltre, si parlava di bollette non emesse, pratica questa nella quale sono forse i migliori, in Italia.

Ecco che dopo l’ennesimo caos nell’emissione mi spiegano le ragioni ditale disguido (neanche fosse un evento eccezionale).

E’ tutto chiaro ora, c’è stato un disallineamento informatico.

Senzanome

Se non fosse che a questo punto non mi interessa sapere “come & perchè” siano così incapaci o sfortunati. ;-)

Non mi dilungo, dato che la mia esperienza con Eni la trovi QUI


L’Antitrust, con la collaborazione della Guardia di Finanza, oscura due siti di occhiali contraffatti a marchio Ray Ban

20 maggio 2013

 

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, in collaborazione con il Gruppo Antitrust del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza, ha oscurato due siti che vendevano occhiali contraffatti a marchio Ray Ban.  Dei due siti, discountraybansunglasses.org e raybanstores.com, risulta essere titolare nonché registrant il Sig Huang Jianhai.

 

L’intervento dell’Antitrust si è reso necessario per tutelare i tanti consumatori che acquistavano sui siti, convinti di scegliere prodotti originali del famoso marchio offerti a prezzi outlet. L’interruzione si è rivelata particolarmente urgente anche perché gli occhiali in vendita, di dubbia qualità, avrebbero potuto provocare danni alla vista.

Secondo le segnalazioni presentate dall’associazione dei consumatori Adoc e dall’Indicam, Istituto Centromarca per la lotta alla contraffazione, che ha inoltrato la denuncia del titolare del marchio, i consumatori venivano tratti in inganno dalla struttura dei siti, ‘costruiti’ in modo da apparire rivenditori ufficiali dei prodotti pubblicizzati: non solo i nomi, ma le immagini e le foto inserite, a fronte di sconti dal 50 al 70% dei prezzi ufficiali, rendevano credibili le offerte.

Si trattava in sostanza di siti che per l’allestimento e la grafica costituivano cloni di quelli originali. I siti non fornivano le informazioni prescritte dalla legge sui diritti degli acquirenti in tema di recesso e di ripensamento ed in tema di garanzia (che evidentemente non poteva essere riconosciuta perché si trattava di merce contraffatta), inoltre  mancavano del tutto le informazioni sui professionisti o gli indirizzi precisi cui potersi rivolgere in caso di reclami.

 

Con questa decisione salgono a quattro gli interventi effettuati dall’Antitrust a tutela dei consumatori che acquistano sul web: l’oscuramento dei siti segue quello già effettuato per siti cloni di prodotti a marchio Prada e Gucci mentre per i beni contraffatti a marchio Hogan,  dopo l’avvio del procedimento per pratica commerciale scorretta da parte degli uffici dell’Antitrust, il titolare ha autonomamente provveduto a inibire l’accesso al sito stesso dal territorio italiano.

Fonte


Quando potremo avere giustizia per le vittime e tutela per “noialtri”?

17 maggio 2013

giustiziaUna premessa che secondo qualcuno sarà nazional-popolare-qualunquista-demagogica: siamo veramente convinti che se la mattonata, il suv oppure il piccone colpissero un giudice e/o politico e/o un loro amico o familiare, le attenuanti non si perderebbero per strada?

L’altro giorno tre persone sono state uccise a picconate per la strada e nessuna sentenza restituirà queste persone alla vita, alla famiglia, però sarebbe gradita un pò di Giustizia, quella dei tribunali.

Allora vediamo un pò come gira la giustizia…

Ieri abbiamo letto dell’assassino del vigile, investito volontariamente con un suv, trascinato per 200 metri ed ovviamente ucciso; da parte del Pm la richiesta di 26 anni di carcere, ma ha ottenuto le attenuanti e viene condannato a 15.

Se Juncker, dopo aver fatto massacrato la fidanzata con 22 coltellate è stato condannato a 30 anni,  poi ridotti a 16, (grazie all’equivalenza tra attenuanti e aggravante); ma subito scontati a 13 ed infine ne ha scontati 10  ed ora è a piede libero, andrà a finire che l’assassino del vigile uscirà in…5?

Oggi leggo sul Corriere che: ...un mese fa C.V., 62 anni, si era visto superare da un uomo che con un mattone in mano lo aveva colpito con violenza. Al San Raffaele, i medici gli avevano riscontrato la frattura del setto nasale e un importante ematoma all’occhio sinistro. L’uomo aveva saputo dalla polizia che quell’omone aveva mandato all’ospedale altre quattro persone, prese a calci e pugni. Ad uno aveva addirittura staccato a morsi l’orecchio.

Eppure qualche giorno fa, quell’aggressore, un energumeno di un metro e novanta per un quintale, era ancora in giro. Proprio in zona Venezia, dove aveva messo in atto il suo folle raid. Era stato arrestato, ma è tornato libero. Tra l’altro, pur essendo nato in Angola, ma avendo cittadinanza portoghese, non ha dovuto cercare troppe giustificazioni: è un cittadino comunitario e quindi non ha bisogno di nessun permesso di soggiorno per girare l’Italia. Certo, non ha diritto di menare le mani, altrimenti si viene arrestati. Ma si torna liberi troppo in fretta.

…e giusto per restare in argomento vi ricordo che grazie alle attenuanti quello che  aveva investito ed ucciso 7 ciclisti (sette!) è stato condannato al minimo di pena (8 anni), anzichè al massimo di 18.


Tè Lipton: le nuove bustine di plastica sicure per la salute, ma non per l’ambiente

17 maggio 2013

il fattoun articolo decidamente interessante di Paola Emilia Cicerone che leggo su il Fatto Alimentare dal quale si evince che di rischi per la salute non ce ne sono, tuttavia l’impatto ambientale delle bustine è negativo, e quindi per quello che mi riguarda è sufficiente per evitare l’acquisto di questo prodotto.

Come già detto in altre occasioni, potremmo imparare anche noi a usare il nostro potere d’acquisto per spingere le aziende a fare la cosa giusta e/o a rispettare i nostri diritti.

Il tè confezionato in bustine di plastica può essere un pericolo per la salute?

A lanciare l’allarme è stato il blog americano Fooducate, secondo il quale le bustine a forma di piramide di tè (e tisane) presenti nella confezione di Lipton Pyramid, realizzate in materiale plastico, in seguito all’immersione in acqua bollente potrebbero rilasciare ftalati, sostanze chimiche plastificanti derivate dal petrolio, con possibili effetti cancerogeni.

Fooducate ha preso spunto dalle considerazioni della giornalista Taylor Orci, che ha riacceso il dibattito già in corso negli Usa sulle bustine da tè in materiale plastico e sui possibili rischi legati al loro uso.

Dato che i prodotti Lipton Pyramid sono in vendita anche in Italia, abbiamo deciso di fare qualche verifica. Finora, ad esprimersi in merito è stato solo Altroconsumo, che ha criticato Lipton Pyramid per il suo impatto ambientale.

Queste bustine – si legge nel documento dell’associazione di consumatori – hanno la forma di piramide, un aspetto lucido e una consistenza al tatto diversa da quella dei tradizionali involucri. Sono fatte in poliestere (materiale non biodegradabile) e per questo (…) contrariamente a tutti gli altri involucri di tè e tisane, non possono essere riciclate nella raccolta dell’umido”.

E per quanto riguarda la sicurezza?

Dall’azienda, interpellata, arrivano ovviamente notizie rassicuranti «La bustina di tè Pyramyd è fatta di PET – un materiale ampiamente utilizzato per la produzione di packaging alimentari», tra cui anche le buste per la cottura in acqua bollente.

L’equivoco nascerebbe dalla denominazione del materiale: «il nome chimico del PET è Polietilene Tereftalato, per questo motivo a volte è erroneamente considerato uno ftalato. Nonostante il suffisso, il PET non è uno ftalato» si legge nel comunicato dell’azienda.

Un dato confermato da Luca Foltran, esperto di materiali di contatto e collaboratore de Il Fatto Alimentare che spiega: «gli ftalati sono plastificanti utilizzati principalmente per rendere morbide e modellabili altri tipi di plastica, ma non sono usati nel PET, un materiale molto stabile e inerte approvato come sicuro per l’uso a contatto con alimenti e bevande da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, così come da altre agenzie di regolamentazione di tutto il mondo»

Significa che c’è qualcosa di sbagliato nei controlli effettuati negli Usa?

«Il problema – sottolinea  Maria Rosaria Milana, primo ricercatore dell’ISS – nasce forse dal fatto che molti ftalati di tipo “orto” (ossia gli ftalati propriamente detti, ndr) sono contaminanti ubiquitari dispersi nell’ambiente in modo tale che è difficile eliminarli totalmente». Se sono state riscontrate tracce durante le analisi fatte «avrebbero potuto venire dagli alimenti o dall’ambiente».

«Per essere in commercio – sottolinea Foltran – gli articoli devono obbligatoriamente essere ottenuti con plastica “di grado alimentare”, di purezza tale da poter essere impiegati a contatto con alimenti. Non voglio dire che questa bustina di plastica, come tutti gli altri prodotti di questo materiale, non presenti rischi in assoluto, ma si tratterebbe di rischi limitati se utilizzate in modo corretto».

Va quindi precisato che il rischio di disperdere sostanze cancerogene sembra essere un falso allarme, resta però il problema dello smaltimento. Lipton si dichiara interessata a migliorare la sostenibilità dei propri prodotti, ma ammette che allo stato attuale le bustine Pyramid non sono riciclabili.

Anche se secondo l’azienda “i materiali della bustina di tè non devono essere considerati un ostacolo allo smaltimento mediante compostaggio”.

Tutto sommato, forse, andrebbero meglio le tradizionali bustine. In conclusione però la scelta migliore, in termini di rapporto qualità-prezzo e anche di impatto ambientale, resta il tè sfuso.

 

 

 


Abbigliamento: gli sconti online convengono davvero?

17 maggio 2013

AltroconsumoIn base alla nostra esperienza in merito, devo dire che siamo soddisfatti; abbiamo acquistato alla Diesel (vendita gestita da Yoox) e da 10 Corso Como; esperienza positiva, tempi di spedizione rispettati, se non anticipati, tuttavia è anche vero che solo quando ci sono delle problematiche capisci se il sito (così come accade con i negozi, peraltro) offre un servizio eccellente o meno.

Devo aggiungere che così come è vero che usufruiamo spesso del web per fare acquisti, è anche vero che ci rivolgiamo solo ad aziende e a siti di vendita ben conosciuti, evitando certi canali di vendita che presentano sistematicamente delle problematiche di vario genere se non comportamenti truffaldini.

Comunque sia ecco cosa racconta Altroconsumo dopo aver condotto dei test sul campo.

°°°

Comprare abiti online conviene davvero?

Abbiamo messo alla prova i siti che offrono prezzi speciali su capi di abbigliamento: quelli che presentano offerte (Buyvip, Privalia, Saldiprivati, Showroomprive) e quelli che propongono coupon per acquistare prodotti a prezzo scontato (Glamoo, Groupon).

In tutti e sei i siti abbiamo comprato un capo di abbigliamento e valutato la chiarezza delle informazioni, la politica dei resi, i tempi e i costi per la consegna e la restituzione. Gli articoli presenti sono difficilmente confrontabili con altri venduti altrove: è impossibile quindi verificare la convenienza dell’offerta.

Anche l’indicazione del prezzo pieno, accanto a quella del prezzo promozionale è più uno strumento di vendita che un elemento di trasparenza: il prezzo intero infatti è solo presunto. La convenienza, poi, scende a causa delle spese, quelle di spedizione ma soprattutto quelle per il reso.

Nessuno dei siti dell’inchiesta ci ha entusiasmato per chiarezza, abbondanza e accessibilità alle informazioni. Tutti hanno un link in homepage alle condizioni di vendita, offrono una qualche forma di contatto elettronico e specificano che provare il capo è consentito prima di restituirlo. Solo tre su sei hanno una sezione sui resi ben evidente e solo un sito (Buyvip) mette a disposizione un numero verde per le informazioni, mentre un paio di siti non ne forniscono alcuno né gratuito né a pagamento.

Per ricevere la merce comprata si va da un minimo di 10 giorni a un massimo di 25 giorni lavorativi. Passa parecchio tempo anche tra il momento del recesso (quando cioè si rispedisce indietro il capo) e il rimborso della somma versata per l’acquisto: da un minimo di 5 a un massimo di 13 giorni. L’unica operazione nella quale i siti sono veloci è quella di prelevare i soldi dalla carta di credito dei clienti: quasi tutti lo fanno il giorno successivo all’acquisto.

Le spese di spedizione spesso non sono comprese nel prezzo e in cinque siti su sei la restituzione del prodotto è a carico del cliente che cambia idea. Il rimborso, poi, varia da sito a sito. Saldiprivati, che ci ha addebitato quasi 7 euro di spese di spedizione, ma che ci ha poi rimborsato tutto al momento del recesso, non ci ha chiesto di concorrere alle spese per la restituzione della merce.

Groupon, invece, che correttamente non separa prezzo del prodotto e spese di spedizione, pretende che il cliente insoddisfatto restituisca la merce a proprie spese. Il tutto ci è costato ben 100 euro: 30 in più del prezzo del capo acquistato.


Ma è così difficile capire come funziona la raccolta differenziata? Mah…

16 maggio 2013

Domenica scorsa a Che tempo che fa, Luca Mercalli faceva notare come nella raccolta dell’umido, gli scarti di cucina per capirci, finisce di tutto; ad esempio ha fatto vedere una foto con alimenti ancora confezionati.

Questa cosa apre la porta ad un paio di considerazioni:

1 – quanto deve essere ignorante ed incivile la gente per buttare nell’umido degli alimenti ancora confezionati? Non riescono veramente a capire (o se ne fregano) che così facendo danneggiano il processo di trattamento dei rifiuti?

Cosa questa che comporta poi un alto costo ed una bassa resa ovvero non lamentiamoci poi se le tasse sui rifiuti non scendono mai.

(Tralasciando il fatto che in ogni caso, nella nostra italietta, c’è scarsa correlazione tra la qualità del servizio ed il suo costo per il cittadino)

2 – In seconda battuta, bisogna essere oltremodo spreconi per gettare intere confezioni, ancora sigillate, di cibo. Soprattutto considerando che, accantonando il fatto tutte le considerazioni etiche ed ambientali, in ogni caso di tratta di prodotti che hai pagato. Hai soldi che ti avanzano?

Una chicca aggiuntiva: l’Austria ha un riciclo dei rifiuti pari al 68% e noi siamo fermi ad una raccolta differenziata del 35%, che non è la stessa cosa, come spiega sempre Mercalli. Non sarebbe bello trovarci ogni tanto alla pari congli altri Paesi? Dobbiamo sempre essere colpevolmente ultimi?

Articoli correlati:  Civiltà, Educazione, Sicurezza… –  Si parla di ridurre gli imballi (ed i rifiuti) e poi… Confesso: porto i rifiuti di casa in ufficio…

Raee – il rifiuto dei farmacisti  – Ognuno faccia la sua parte - La gestione dei rifiuti in montagnaLe percentuali del riciclo

Compost: dall’umido si ottiene il terriccio -  Riciclare al 99% si può - Ogni anno 240 quintali di rifiuti nel Naviglio

Ulteriori articoli li trovi QUI


Consumo responsabile: come si comportano gli italiani?

16 maggio 2013

Altroconsumo

Esiste un altro modo di scegliere cosa mettere nel carrello: più giusto e sostenibile. Si chiama consumo responsabile. Tramite questionario, abbiamo chiesto agli italiani in quale misura tengono conto del comportamento sociale e ambientale delle aziende quando devono acquistare un prodotto.

Nell’ultimo anno, il 70% degli italiani ha fatto un acquisto etico.

Sono i consumatori socialmente responsabili. Persone che hanno scoperto che un altro modo di consumare, più giusto e sostenibile, esiste realmente. Sono in pochi a dichiarare di non aver acquistato nell’ultimo anno un prodotto ecologico (16%) e una minoranza quelli che non hanno comprato un prodotto equo e solidale (30%). E’ quanto emerge dalla nostra indagine sul consumo etico, che ha coinvolto più di tremila consumatori.

Meglio ridurre le quantità ed evitare gli sprechi.

Per i consumatori consapevoli è chiaro che l’atto d’acquisto non è solo un fatto privato, ma anche pubblico. Perché scegliendo si emette un giudizio sul produttore, si esprime la propria adesione a un ideale, si sostengono buone pratiche e se ne condannano di cattive. Il 71% dei nostri intervistati afferma che le proprie scelte di consumo possono influenzare i comportamenti delle aziende, dare loro una sorta di indirizzo.

Nella percezione degli intervistati le grandi società hanno un comportamento sociale e ambientale peggiore rispetto ai produttori più piccoli, così come ritengono più facile che siano le multinazionali a sgarrare che non le imprese che operano in un solo paese.

Quasi la totalità degli intervistati (93%) è convinta che debbano essere i governi, o comunque le entità pubbliche, a impegnarsi affinché siano rispettati i diritti fondamentali dei lavoratori e dell’ambiente. E con tutta evidenza questi soggetti non stanno svolgendo un buon lavoro (lo pensa il 64%).

Quali canali utilizzano gli italiani per i loro consumi responsabili?

I prodotti a basso impatto ambientale sono acquistati soprattutto nella grande distribuzione (supermercati e ipermercati) e solo in un caso su tre in negozi specializzati. Discorso diverso per i prodotti del commercio equo solidale: quattro italiani su cinque preferiscono rifornirsi nei negozi specializzati. Anche perché la grande distribuzione dispone in genere solo di uno scaffale con pochi prodotti.

Leggi i risultati completi dell’inchiesta


informaticavip.it non consegna? Ecco cosa fare

16 maggio 2013

consumatoreDa qualche tempo ci stiamo occupando (vedi il nostro articolo) dei malcapitati che, ordinata e pagata merce sul sito crazystorebay.com, non hanno poi ricevuto i prodotti ordinati, nonostante le promesse della società proprietaria del sito, la cooperativa 3DR di Pimone (NA).

Pare però che crazystorebay non sia l’unico sito col quale la cooperativa ha agito, visto che la stessa società risulta intestataria anche di informaticavip.it, sito che, stando alle prime segnalazioni che ci sono giunte, avrebbe anch’esso ordini inevasi nonostante i soldi già ricevuti in pagamento.

Il sito risulta inoltre stranamente in manutenzione da oltre due settimane.

Chi si trovasse in questa situazione può aderire alliniziativa collettiva già lanciata dalla Casa del Consumatore contro la società 3DR.

Ecco come aderire:

1) compilate e scaricate il modello di diffida: il costo è di euro 2,99 e comprende la quota associativa alla Casa del Consumatore;

2) una volta compilati, la scheda di adesione e la diffida vanno firmati e inviati (via fax al n. 02 76392450 o via mail a info@casadelconsumatore.it) alla Casa del Consumatore, che provvede per voi all’invio della diffida alla Cooperativa 3DR con posta elettronica certificata;

3) trascorsi 15 giorni, se non avrete ricevuto conferma della spedizione della merce o del rimborso dei soldi pagati, potrete aderire all’azione collettiva per ottenere tutti con un’unica azione la condanna della società al pagamento delle somme che vi sono dovute.

Per informazioni potete contattare la Casa del Consumatore allo 02 76316809


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