Frutti di bosco: epidemia in fase di esaurimento

31 luglio 2014

bollino-frutti-bosco-bollireIn sintesi un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto AlimentarePer approfondire, digita nella casella “Cerca”: frutti bosco surgelati

Sono passati cinque mesi dall’ultimo aggiornamento del Ministero della salute (*) sul numero di persone colpite da epatite A  per aver mangiato frutti di bosco surgelati ( a febbraio 2014 erano più di 1.000 in tutta Italia).

In questi giorni doveva essere pubblicato  un aggiornamento della situazione che però non c’è stato.

Il motivo è che l’Efsa dovrebbe uscire a metà agosto con un documento focalizzato su questa epidemia che ha coinvolto diversi paesi europei e di cui non si è riusciti ancora ad identificare l’origine.

Le notizie raccolte da Il fatto Alimentare sull’evoluzione dell’epidemia sono abbastanza tranquillizzanti.

Fonti bene informate ci dicono che la curva è in calo, e il numero di  casi di epatite si sta stabilizzando su livelli standard. In altre parole siamo nella fase discendente della crisi iniziata 15 mesi fa.

Vuol dire che possiamo ricominciare a mangiare i frutti di bosco surgelati e anche le torte  servite nei ristoranti ?

La domanda è  lecita ma ci sono ancora delle riserve sul quesito che il Ministero della salute dovrebbe risolvere.

Il consiglio che Il Fatto Alimentare ha dato sin dall’inizio di questa brutta storia è ancora valido, non consumare frutti di bosco surgelati se non previa cottura.

Per quanto riguarda le crostate  consumate al ristorante o in pizzeria , in assenza di consigli ufficiali il nostro invito è di chiedere se sono stati preparati con frutti di bosco  surgelati e, in assenza di informazioni precise,  scegliere un altro dessert.

(*) Secondo quanto diffuso dal Ministero della salute all’inizio di aprile 2014,  i casi segnalati in Europa dal primo gennaio 2013 sarebbero 1.315. La maggioranza (1.075) sono stati registrati in Italia, mentre 240 hanno coinvolto soggetti che non hanno avuto contatti con l’Italia e risiedono in: Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Paesi bassi, Svezia e Regno Unito.


Tonno Insuperabile: ritirato un lotto dal mercato per la presenza di istamina … forse

31 luglio 2014

Ho aggiunto io il forse nel titolo dell’articolo di Sara Rossi (qui in sintesi) che leggo su Il Fatto Alimentare, dato che non sarebbe la prima volta che ad un allerta con conseguente ritiro dal mercato del prodotto, non segua poi un riscontro oggettivo.

Ipotesi questa che sembra essere confermata leggendo questo passaggio dell’articolo:

….la De Langlade & Grancelli effettua analisi di controllo su scatole dello stesso lotto senza riscontrare livelli di istamina superiori ai limiti.

A questo punto l’azienda vorrebbe chiedere immediatamente una revisione di analisi presso l’Istituto Superiore di Sanità, ma secondo quanto è stato detto a Il Fatto Alimentare, la richiesta non si può  fare perché non la società non ha ricevuto dalle autorità sanitarie la contestazione ufficiale con il materiale.

Il sistema di allerta per funzionare deve avere essere rapido e permettere il ritiro immediato del prodotto dagli scaffali, quando viene riscontrata una non conformità. Deve essere però altrettanto rapido quando l’azienda richiede una seconda analisi di verifica. Solo così si possono garantire la sicurezza dei consumatori e i diritti dei produttori.

* * *

l’articolo, in sintesi

Il supermercato all’ingrosso Eurocash F.lli Morgese di Caserta ha ritirato dagli scaffali il Tonno Insuperabile in olio d’oliva dell’azienda De Langlade & Grancelli di Genova.

Per avvisare la clientela sono stati appesi dei cartelli nel punto vendita e anche nell’homepage del sito è stato pubblicato un annuncio in evidenza.

Il tonno è stato richiamato a seguito delle analisi condotte dall’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno (IZSM), su indicazione della Asl di Caserta, che hanno rilevato un’eccessiva presenza di istamina.

 Il lotto oggetto del ritiro è il numero L21, codice EAN 8005210080172, in confezione da tre scatolette da 80 grammi l’una, con scadenza 2019.

L’avviso di richiamo è presente anche sul sito di altri supermercati all’ingrosso come SoGeGros, dove si invitano gli acquirenti del lotto in questione a restituire le confezioni presso il punto vendita, con la fattura, per la sostituzione.

La presenza di quantità elevate di istamina non è un elemento da sottovalutare, perché può causare reazioni allergiche anche gravi.

Ma questa storia, come molte di quelle che interessano il sistema di allerta nazionale, presenta delle criticità.

 


Gorgonzola Igor ritirato in Francia per presenza di Listeria

30 luglio 2014

 leggo su Il Fatto Alimentare

Il Sistema di allerta segnala il ritiro in Francia di un lotto di gorgonzola prodotto dalla ditta italiana Igor con la marca “Lago Monate” e distribuito dal grossista Desailly, a causa della presenza di Listeria monocytogenes.

La comunicazione è stata diffusa anche sul sito del governo francese che indica come data di scadenza della partita il 9 agosto 2014.

Secondo le informazioni raccolte si tratterebbe di formaggio che dal 1 luglio 2014 viene proposto al taglio presso il banco gastronomia.

Per questo motivo il punto vendita ha esposto un avviso destinato a tutti i clienti in cui invita a non consumare il gorgonzola.

Abbiamo chiesto delucidazioni al caseificio Igor di Novara che ha mostrato una certa perplessità.

Nello stabilimento si produce gorgonzola destinato a Paesi come USA e Giappone dove, a differenza della normativa europea, non è ammessa la presenza di Listeria.

Per questo motivo gli standard produttivi sono molto severi e risulta strana questa non conformità rilevata in Francia dove, come quanto previsto in tutta Europa, per il  formaggio è ammessa una quantità di Listeria fino a 100 ufc/25 g.

Il secondo elemento evidenziato dalla Igor, riguarda la possibilità di una contaminazione incrociata (nell’articolo: cross contamination) causata da altri alimenti presenti nel banco salumeria, visto che il formaggio veniva venduto al taglio.

Non siamo però di fronte ad un caso isolato: dall’inizio di quest’anno la Francia ha segnalato almeno una decina di ritiri dal mercato di formaggi francesi contaminati da Listeria monocytogenes.


Auchan ritira la “birra senza glutine” Riedenburger … per eccesso di glutine

28 luglio 2014

attenzioneun articolo di Valeria Nardi che leggo su Il Fatto Alimentare

I supermercati italiani della catena Auchan, il 25 luglio hanno pubblicato sul sito l’avviso del ritiro dagli scaffali di una partita di birra dell’azienda tedesca Riedenburger.

Il motivo del richiamo delle bottiglie Riedenburger Glutenfrei da 0,33 litri è la presenza troppo elevata di glutine. Si tratta di un particolare importante per una birra che in etichetta presenta a caratteri ben visibili la scritta “Gluten frei” (senza glutine).

La presenza di questo allergene è stata rilevata esclusivamente nel lotto T.M.C. 08.02.2015.

L’azienda ha avviato una campagna di richiamo e di ritiro in tutta Europa per evitare che i celiaci e le persone intolleranti al glutine, bevendo la birra, incorrano in conseguenze per la salute.

La catena di supermercati Auchan invita gli acquirenti a non consumare il prodotto e a restituirlo al punto vendita.

Per ottenere maggiori informazioni è possibile contattare il produttore chiamando il numero 09442 9916-162. Sul sito dell’azienda è presente l’avviso in home page.

 


La Rai, di tutto, di più: inclusi funghi velenosi cucinati in TV

25 luglio 2014

pollice giùSembra una barzelletta, ma l’articolo di Valentina Murelli che leggo su Il Fatto Alimentare mi lascia senza parole per la superficialità dimostrata.

Funghi velenosi cucinati in diretta tv: è successo il 22 maggio scorso, in una puntata della popolare trasmissione La prova del cuoco.

Uno degli chef in gara ha portato in studio funghi presentati come “spugnole” (nome comune di specie del genere Morchella).

Si trattava invece di “false spugnole” o “spugnole bastarde”, vale a dire esemplari di Gyromitra esculenta, fungo velenoso responsabile, se assunto in grandi quantità, della cosiddetta sindrome gyromitrica, caratterizzata da contratture muscolari, convulsioni, anemia, danni al fegato e ai reni.

La vicenda non è passata inosservata: pochi giorni dopo, il Centro antiveleni dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano (CAV), l’Associazione micologica Bresadola (AMB) e la Fondazione Centro studi micologici hanno segnalato l’accaduto con una lettera alla RAI, sottolineando l’obbligo della professionalità e del rigore quando si trattano argomenti che hanno un impatto diretto sulla salute delle persone. Al momento, dalla RAI o dalla trasmissione non sono arrivate reazioni.

«È stato un episodio molto grave» commenta Francesca Assisi, dirigente medico del CAV del Niguarda, tra i firmatari della lettera. «Un servizio pubblico come la RAI non può trattare con tanta leggerezza e superficialità il tema del consumo dei funghi».

Il punto è che in ballo ci sono la salute – e anche la vita – delle persone. Purtroppo mancano dati nazionali sulle intossicazioni da funghi, ma al solo Centro antiveleni del Niguarda dal 2000 al 2010 sono pervenute quasi 9.000 richieste di consulenza, di cui 7.400 sono stati veri e propri casi clinici, con 26 decessi e 11 interventi di trapianto di fegato o di reni. Tutte morti e sofferenze assolutamente evitabili, se solo si seguisse qualche semplice norma di comportamento.

«La prima indicazione è molto semplice» sottolinea Assisi: «Mai consumare funghi che non siano stati controllati e certificati da un esperto micologo. Mai fidarsi delle presunte competenze di amici o parenti, perché il rischio di sbagliare è alto».

Per il controllo ci si può rivolgere a un’associazione micologica (come l’AMB, con i suoi 130 gruppi sul territorio nazionale), oppure all’ASL di zona, dove c’è un servizio micologico gratuito che esamina gli esemplari e stabilisce se sono commestibili, se sono in condizioni adatte a essere consumati (se fossero attaccati da parassiti non sarebbero buoni), quali sono le condizioni migliori di preparazione.

Già, perché anche i funghi commestibili vanno preparati nel modo corretto. Assolutamente sconsigliato il consumo a crudo, perché in questo caso si mantengono intatte tossine che verrebbero invece eliminate dal calore.

«Al massimo posso “concedere” di mangiare crudo solo qualche ovolo di Amanita caesarea, purché sia perfettamente sano, del tutto senza parassiti» afferma Carmine Siniscalco, micologo responsabile del Progetto Speciale Funghi dell’ISPRA e, insieme a Luigi Cocchi, referente per la micotossicologia dell’AMB.

In generale, dunque, meglio cuocere. E non basta una veloce scottatura. Pensiamo a un caso classico, quello dei cosiddetti “chiodini” (Armillaria mellea), che in genere vengono saltati in padella per pochi minuti. «Sbagliato» dice l’esperto. «Una cottura così veloce non basta».

Che fare, dunque?

«Anzitutto i funghi vanno “sbollentati” per qualche minuto, ricordandosi di eliminare l’acqua di cottura, nella quale possono essersi raccolte scorie e tossine» precisa Siniscalco. «Poi si procede con la cottura vera e propria: almeno 30-45 minuti per la maggior parte delle specie».

No alle cotture in forno o alla piastra, che disidratano ma lasciano crudo (e dunque indigesto e tossico) l’interno del fungo.

Attenzione anche alle quantità.

«Spesso i funghi vengono considerati alla stregua di ortaggi, ma non sono un alimento, non possono essere consumati come se si trattasse di melanzane o zucchine» continua Siniscalco, che li paragona piuttosto a “insaporitori”.

Per Assisi, i funghi andrebbero «assaggiati come se fossero caviale, perché anche quelli commestibili possono far male, se consumati in grosse quantità».

L’ultima raccomandazione riguarda i bambini, ai quali i funghi non andrebbero mai proposti.

«Per loro sono indigesti» precisa il medico. «E non dimentichiamo che anche manifestazioni tutto sommato minori per un adulto, come vomito e diarrea, possono diventare pericolose nei più piccoli».

Per saperne di più, consultare l’opuscolo del Ministero della salute I funghi: guida alla prevenzione delle intossicazioni, a cura della dottoressa Assisi.

 


Se il sistema è lento: scatta l’allerta europeo per della ricotta, ma….

21 luglio 2014

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

La notizia è di quelle che non lascia indifferenti: Sterilgarda ritira  e richiama dal mercato confezioni di ricotta fresca per la presenza di Baccillus Cereus.

La comunicazione viene rilanciata anche dal Ministero della salute il 18 luglio sul Sistema di allerta europeo (Rasff) perché si tratta di un prodotto venduto in Francia e a Singapore.

Dalla scheda si scopre che il lotto è composto da confezioni di 1,5 kg utilizzate per lo più  in ristoranti  e  collettività.  Incuriositi dalla notizia chiamiamo Sterilgarda che conferma il ritiro del prodotto in seguito ad una notifica da parte dell’Asl di Reggio Emilia precisando di avere adottato questa decisione con alcune riserve: i valori di Baccillus cereus non sono così elevati da giustificare un provvedimento del genere.

Il lotto sotto accusa non è più in commercio perché la data di scadenza sulla confezione indica il 17 luglio, ovvero il giorno prima della richiesta di ritiro da parte dell’ASL.

avete capito bene,  il sistema di allerta è stato attivato per un prodotto praticamente scaduto, che nel 99,99% dei casi è stato consumato già da molti giorni.

L’altro dato inquietante è che il campione risulta prelevato dal commercio il 1 luglio, ma la notifica è datata 18 luglio.

In questa curiosa storia sorgono spontanee tre riflessioni.

Perché sono passati 17 giorni dal prelievo della ricotta al momento dell’allerta?

Se anziché il Baccillus cereus (presente in quantità abbastanza ridotte – vedi nota) la ricotta avesse avuto un problema più serio (presenza elevata di Listeria monocytogenes), il sistema di allerta si sarebbe attivato ugualmente in ritardo, vanificando ogni tipo di intervento preventivo per salvaguardare i consumatori.

Che senso ha avviare un ritiro agli scaffali e un richiamo per un prodotto che non c’è più?

Un ritiro e un richiamo sono operazioni complesse che coinvolgono decine di persone delle Asl e comportano molte spese per l’azienda.

È quindi un provvedimento importante da adottare con estrema urgenza e senza esitazioni quando si riscontra un problema serio, ma è altrettanto assurdo mobilitare le strutture delle Asl e di un’azienda per ritirare un prodotto scaduto e presumibilmente non più sugli scaffali.


Pesce fresco con additivi?

17 luglio 2014

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione con la risposta ai miei dubbi…

Leggevo tempo fa in un articolo su Il Fatto Alimentare che la legge autorizza l’uso di additivi nel pesce fresco, congelato e surgelato e nei filetti non lavorati (congelati o surgelati).  Nella maggior parte dei casi non ci sono pericoli per la salute, perchè si tratta di additivi autorizzati, ma utilizzati in modo scorretto.”

Preso atto che l’uso degli additivi è lecito, in determinate condizioni, c’è da dire che nello stesso articolo leggevo anche che: “Quando il pesce fresco viene “trattato” con additivi  leciti deve essere classificato come  prodotto alimentare “trasformato”, e quindi non si può scrivere sull’etichetta la parola fresco, e non si deve lasciare credere al consumatore che sia tale.”

“Non si deve lasciare credere al consumatore che sia tale”

Quest’ultima frase dal mio punto di vista si scontra con la realtà dei fatti, dato che ho notato come al Banco del Pesce Fresco (non decongelato) di Esselunga (vedi foto 1) sia in vendita del pesce trattato con additivi: nello specifico mi riferisco alle code di mazzancolle (Pescato, Mar Mediterraneo) il cui cartellino evidenzia la presenza di ben 4 additivi: E330 -E331 – E221 – E222.

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Ho verificato il tutto sulla banca Dati di Altroconsumo ed ho ottenuto questi risultati:

E330 – Antiossidante , Regolatore di acidità , Sinergista , Agente sequestrante – Possibilità allergie: No – Giudicato: Accettabile – l’utilizzo di questo additivo è giustificato in alcuni casi precisi.

E331 – Antiossidante , Regolatore di acidità , Sinergista , Agente sequestrante , Supporto per additivi , Stabilizzante , Emulsionante – Possibilità allergie: No – Giudicato: Accettabile –  l’utilizzo di questo additivo è giustificato in alcuni casi precisi.

Diverso il discorso per l’E221 e E222, entrambi classificati come Conservante , Antiossidante , Stabilizzante – Possibilità allergie: Sì – Giudicato: Sconsigliato,  la dose giornaliera accettabile non è ancora stata stabilita definitivamente, oppure provoca effetti tossici sull’organismo.

Potrei sbagliare valutazione, per cui ho chiesto chiarimenti direttamente al Fatto Alimentare; seguiranno quindi aggiornamenti quando disponibili.

Foto 2

Su Il Fatto Alimentare hanno pubblicato la mia lettera e la risposta di Valentina Tepedino e Valentina Galli di Eurofishmarket.

L’uso di additivi alimentari da E220 ad E228 (anidride solforosa, solfito di sodio, sodio bisolfito ….) è ammesso anche nei molluschi e nei crostacei non trasformati, ma limitatamente a: crostacei e cefalopodi freschi, congelati e surgelati, e con dosi massime prestabilite a seconda del numero di unità sottoposte a trattamento.

Trattandosi di sostanze allergeniche, la presenza di questi additivi va indicata in etichetta secondo le modalità previste dalla norma. Ovvero: o si indica chiaramente il nome della sostanza allergenica all’interno della lista degli ingredienti (in questo caso “solfiti”), oppure si utilizza la formula finale “Contiene solfiti”.

C’è di più, dal prossimo mese di dicembre 2014 la presenza di allergeni dovrà essere evidenziata attraverso un tipo di carattere tipografico chiaramente distinguibile dagli altri ingredienti elencati sull’etichetta, utilizzando, ad esempio, dimensioni, stile o colore dello sfondo diversi.

Ad oggi la normativa ammette l’utilizzo di tutti gli additivi da lei indicati per le categorie e le dosi indicate nella normativa di riferimento.

Eurofishmarket insieme agli esperti del settore sta cercando di sensibilizzare istituzioni e aziende ad effettuare sul banco una distinzione per settori, differenziando almeno 3 tipologie di pescato: quello fresco naturale, quello fresco con ingredienti e additivi, e quello decongelato.

Si tratta di una  disposizione semplice che aiuterebbe il consumatore a fare una scelta ancora più consapevole.

Valentina Tepedino, veterinario e direttore di Eurofishmarket e Valentina Galli, responsabile legale di Eurofishmarket.


Daje, ennesima infrazione e quindi nuova multa milionaria in arrivo?

11 luglio 2014

BananeDell’acqua all’arsenico e delle varie deroghe che, si sa, annullano i rischi per la salute dei cittadini ho già pubblicato in passato, così come delle multe milionarie che paghiamo alla UE per infrazioni di varia natura.

Soldi gettati dalla finestra, dato che ne abbiamo in abbondanza, ma che sarebbe stato utile usare invece per porre rimedio alle mancanza del “sistema italia”.

Così come accade per mettere delle toppe alle varie emergenze, che restano sempre tali, con queste multe perderemo risorse finanziarie importanti e non riusciremo mai a portarci alla pari con gli altri Paesi…

Ed infatti come raccontava Beppe Severgnini in un’intervista basandosi su 50 indicatori standard, noi siamo al di sotto della media europea per 42 valori… e come diceva qualcuno: E noi paghiamo!

Avanti così italietta.

leggo oggi su Rinnovabili.it

Era il 2010 quando il Consiglio dei Ministri, su richiesta della Regione, dichiarava lo stato di emergenza in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all’uso umano in alcuni comuni laziali; il decreto allora emanato doveva portare all’attuazione di interventi emergenziali atti a garantire alle popolazioni interessate una fornitura idrica sicura.

A oltre tre anni di distanza in 37 zone di approvvigionamento i parametri dell’arsenico così come quelli del fluoro, non rispettano ancora la direttiva sull’acqua potabile emanata dall’Unione Europea nel lontano 1998.

Ecco perché Bruxelles ha deciso di aprire una nuova istruttoria nei confronti dell’Italia dopo averle concesso ben tre deroghe per consentirle di garantire che l’acqua destinata al consumo umano fosse conforme alle norme europee. Una garanzia che tuttavia il Belpaese non è riuscito ancora a fornire.

 Le deroghe erano subordinate al fatto che l’Italia fornisse agli utenti informazioni adeguate su come ridurre i rischi associati al consumo dell’acqua potabile in questione e, in particolare, i rischi associati al consumo di acqua da parte dei bambini, attuando nel contempo un piano di azioni correttive e a informare la Commissione in merito ai progressi compiuti.

La presenza di una contaminazione persistente da arsenico e fluoro ha quindi portato l’esecutivo europeo, su raccomandazione del Commissario per l’Ambiente Janez Potočnik ad inviare una lettera di costituzione in mora all’Italia, la prima fase formale della procedura di infrazione.

 


Salmone: negli allevamenti biologici nessun residuo di antibiotici, ma …

3 luglio 2014

salmone trancioLa Signora K apprezza molto il salmone ed preferisce quello selvaggio che però non è sempre reperibile oppure è molto caro, per cui in alternativa capita di acquistare quello allevato bio; non sarà quindi contenta di leggere questo articolo di Beniamino Bonardi che leggo su Il Fatto Alimentare

La rivista francese 60 millions de consommateurs – edita dall’Institut national de la consommation, vigilato dal ministero dell’Economia, competente in materia di consumi – ha analizzato 23 filetti di salmone, uno dei pesci più consumati oltralpe.

Buona parte dei filetti  proveniva da allevamenti localizzati in: Cile, Scozia, Irlanda, Isole Faroe e Norvegia, mentre cinque erano stati pescati nell’Oceano Pacifico. Complessivamente, la qualità del pesce è risultata buona ma alcuni dati hanno sollevato legittimi interrogativi.

 Gli elementi positivi sono due: nessun campione ha rivelato la presenza di residui di antibiotici quantificabili e  il pesce classificato come “pescato in mare ” lo è veramente, come dimostra il basso tenore di Omega 6.

Il salmone d’allevamento cileno risulta privo di sostanze inquinanti, il che può essere il risultato dello sforzo messo in atto dalle aziende di acquacoltura  per risollevarsi dopo le critiche degli anni passati, a causa dell’epidemia causata dal virus ISA, l’anemia infettiva del salmone.

Note negative per il salmone biologico che risulta meno sano del previsto. Quattro campioni su sei sono risultati contaminati da pesticidi e metalli pesanti.

Il problema è  molto probabilmente dovuto alla vicinanza dei bacini di acquacoltura a coltivazioni agricole convenzionali,  che contamina l’acqua.

In sei campioni di salmone d’allevamento su diciotto è stata rilevata la presenza di etossichina, un antiossidante che desta qualche preoccupazione. In tre campioni la quantità è risultata elevata.

Questa sostanza si trova nell’olio e nelle farine di pesce, utilizzate nel mangime che viene dato ai salmoni, per evitarne l’ossidazione dei filetti durante il trasporto.

L’utilizzo dell’etossichina come pesticida è vietato in agricoltura ma non ci sono norme che stabiliscono limiti massimi nel salmone destinato al consumo umano, mentre esistono per l’alimentazione animale.


Diossina nei mangimi: silenzio del ministero sulle analisi, ma….

3 luglio 2014

tratta da un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare, la cronistoria della diossina nel mais:

6  marzo 2014 – Al porto di Ravenna arrivano dall’ucraina 26 mila tonnellate di mais destinato a mangimifici che sfuggono al controllo dei PIF

15  maggio 2014 – L’Asl di Ravenna  preleva campioni di mangime confezionato con il mais Ucraino e li manda in laboratorio s

11 giugno 2014  – L’Asl di Ravenna riscontra quantità elevate di diossina  3-4 volte superiori ai limiti
e informa il  Ministero della salute che invia la comunicazione al sistema di allerta europeo Rasff e subito scatta l’allerta anche in Italia. Le regioni coinvolte sono 14 gli allevamenti migliaia

20 giugno 2014 - Il Ministero della salute pubblica un comunicato di poche righe per informare i cittadini

20 giugno 2014Il Ministero diffonde in modo riservato un piano di azione a 16 associazioni di categoria e alle Regioni in cui descrive come intende procedere (12 analisi sul mais e poi 150 analisi sul cibo potenzialmente contaminato)

27 giugno 2014In Valle D’Aosta vengono ritirati quattro lotti di mangime per polli del mangimificio Agricenter di Colle Carlo

30 giugno 2014A Rovigo vengono ritirati otto lotti di mangime per polli destinati a allevamenti rurali familiari del mangimificio Mignini & Petrini

30 giugno 2014 – Si rincorrono voci su un imminente comunicato del Ministero della salute che non arriva

2 luglio 2014 – Le analisi sul mais sono concluse e vengono inviate al Ministero della salute ma i risultati sono top secret.

In attesa di notizie che tardano ad arrivare e di fronte all’evidente incapacità di gestire a livello mediatico la situazione, ci siamo attivati per capire a che punto siamo arrivati.

Le notizie sono buone. Secondo fonti accreditate le prime analisi condotte in alcune regioni su alimenti e mangimi hanno dato risultati confortanti.

Altre voci accreditate  inerenti  analisi condotte dai mangimifici su confezioni di prodotto contenente mais ucraino contaminato, confermano che i livelli di diossina trovati rosultano inferiori ai limiti di legge.

Da queste anticipazioni sembrerebbe  che la situazione di allerta stia rientrando. Speriamo di non sbagliarci. Vi terremo aggiornati.


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