La Rai, di tutto, di più: inclusi funghi velenosi cucinati in TV

25 luglio 2014

pollice giùSembra una barzelletta, ma l’articolo di Valentina Murelli che leggo su Il Fatto Alimentare mi lascia senza parole per la superficialità dimostrata.

Funghi velenosi cucinati in diretta tv: è successo il 22 maggio scorso, in una puntata della popolare trasmissione La prova del cuoco.

Uno degli chef in gara ha portato in studio funghi presentati come “spugnole” (nome comune di specie del genere Morchella).

Si trattava invece di “false spugnole” o “spugnole bastarde”, vale a dire esemplari di Gyromitra esculenta, fungo velenoso responsabile, se assunto in grandi quantità, della cosiddetta sindrome gyromitrica, caratterizzata da contratture muscolari, convulsioni, anemia, danni al fegato e ai reni.

La vicenda non è passata inosservata: pochi giorni dopo, il Centro antiveleni dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano (CAV), l’Associazione micologica Bresadola (AMB) e la Fondazione Centro studi micologici hanno segnalato l’accaduto con una lettera alla RAI, sottolineando l’obbligo della professionalità e del rigore quando si trattano argomenti che hanno un impatto diretto sulla salute delle persone. Al momento, dalla RAI o dalla trasmissione non sono arrivate reazioni.

«È stato un episodio molto grave» commenta Francesca Assisi, dirigente medico del CAV del Niguarda, tra i firmatari della lettera. «Un servizio pubblico come la RAI non può trattare con tanta leggerezza e superficialità il tema del consumo dei funghi».

Il punto è che in ballo ci sono la salute – e anche la vita – delle persone. Purtroppo mancano dati nazionali sulle intossicazioni da funghi, ma al solo Centro antiveleni del Niguarda dal 2000 al 2010 sono pervenute quasi 9.000 richieste di consulenza, di cui 7.400 sono stati veri e propri casi clinici, con 26 decessi e 11 interventi di trapianto di fegato o di reni. Tutte morti e sofferenze assolutamente evitabili, se solo si seguisse qualche semplice norma di comportamento.

«La prima indicazione è molto semplice» sottolinea Assisi: «Mai consumare funghi che non siano stati controllati e certificati da un esperto micologo. Mai fidarsi delle presunte competenze di amici o parenti, perché il rischio di sbagliare è alto».

Per il controllo ci si può rivolgere a un’associazione micologica (come l’AMB, con i suoi 130 gruppi sul territorio nazionale), oppure all’ASL di zona, dove c’è un servizio micologico gratuito che esamina gli esemplari e stabilisce se sono commestibili, se sono in condizioni adatte a essere consumati (se fossero attaccati da parassiti non sarebbero buoni), quali sono le condizioni migliori di preparazione.

Già, perché anche i funghi commestibili vanno preparati nel modo corretto. Assolutamente sconsigliato il consumo a crudo, perché in questo caso si mantengono intatte tossine che verrebbero invece eliminate dal calore.

«Al massimo posso “concedere” di mangiare crudo solo qualche ovolo di Amanita caesarea, purché sia perfettamente sano, del tutto senza parassiti» afferma Carmine Siniscalco, micologo responsabile del Progetto Speciale Funghi dell’ISPRA e, insieme a Luigi Cocchi, referente per la micotossicologia dell’AMB.

In generale, dunque, meglio cuocere. E non basta una veloce scottatura. Pensiamo a un caso classico, quello dei cosiddetti “chiodini” (Armillaria mellea), che in genere vengono saltati in padella per pochi minuti. «Sbagliato» dice l’esperto. «Una cottura così veloce non basta».

Che fare, dunque?

«Anzitutto i funghi vanno “sbollentati” per qualche minuto, ricordandosi di eliminare l’acqua di cottura, nella quale possono essersi raccolte scorie e tossine» precisa Siniscalco. «Poi si procede con la cottura vera e propria: almeno 30-45 minuti per la maggior parte delle specie».

No alle cotture in forno o alla piastra, che disidratano ma lasciano crudo (e dunque indigesto e tossico) l’interno del fungo.

Attenzione anche alle quantità.

«Spesso i funghi vengono considerati alla stregua di ortaggi, ma non sono un alimento, non possono essere consumati come se si trattasse di melanzane o zucchine» continua Siniscalco, che li paragona piuttosto a “insaporitori”.

Per Assisi, i funghi andrebbero «assaggiati come se fossero caviale, perché anche quelli commestibili possono far male, se consumati in grosse quantità».

L’ultima raccomandazione riguarda i bambini, ai quali i funghi non andrebbero mai proposti.

«Per loro sono indigesti» precisa il medico. «E non dimentichiamo che anche manifestazioni tutto sommato minori per un adulto, come vomito e diarrea, possono diventare pericolose nei più piccoli».

Per saperne di più, consultare l’opuscolo del Ministero della salute I funghi: guida alla prevenzione delle intossicazioni, a cura della dottoressa Assisi.

 


Se il sistema è lento: scatta l’allerta europeo per della ricotta, ma….

21 luglio 2014

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

La notizia è di quelle che non lascia indifferenti: Sterilgarda ritira  e richiama dal mercato confezioni di ricotta fresca per la presenza di Baccillus Cereus.

La comunicazione viene rilanciata anche dal Ministero della salute il 18 luglio sul Sistema di allerta europeo (Rasff) perché si tratta di un prodotto venduto in Francia e a Singapore.

Dalla scheda si scopre che il lotto è composto da confezioni di 1,5 kg utilizzate per lo più  in ristoranti  e  collettività.  Incuriositi dalla notizia chiamiamo Sterilgarda che conferma il ritiro del prodotto in seguito ad una notifica da parte dell’Asl di Reggio Emilia precisando di avere adottato questa decisione con alcune riserve: i valori di Baccillus cereus non sono così elevati da giustificare un provvedimento del genere.

Il lotto sotto accusa non è più in commercio perché la data di scadenza sulla confezione indica il 17 luglio, ovvero il giorno prima della richiesta di ritiro da parte dell’ASL.

avete capito bene,  il sistema di allerta è stato attivato per un prodotto praticamente scaduto, che nel 99,99% dei casi è stato consumato già da molti giorni.

L’altro dato inquietante è che il campione risulta prelevato dal commercio il 1 luglio, ma la notifica è datata 18 luglio.

In questa curiosa storia sorgono spontanee tre riflessioni.

Perché sono passati 17 giorni dal prelievo della ricotta al momento dell’allerta?

Se anziché il Baccillus cereus (presente in quantità abbastanza ridotte – vedi nota) la ricotta avesse avuto un problema più serio (presenza elevata di Listeria monocytogenes), il sistema di allerta si sarebbe attivato ugualmente in ritardo, vanificando ogni tipo di intervento preventivo per salvaguardare i consumatori.

Che senso ha avviare un ritiro agli scaffali e un richiamo per un prodotto che non c’è più?

Un ritiro e un richiamo sono operazioni complesse che coinvolgono decine di persone delle Asl e comportano molte spese per l’azienda.

È quindi un provvedimento importante da adottare con estrema urgenza e senza esitazioni quando si riscontra un problema serio, ma è altrettanto assurdo mobilitare le strutture delle Asl e di un’azienda per ritirare un prodotto scaduto e presumibilmente non più sugli scaffali.


Pesce fresco con additivi?

17 luglio 2014

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione con la risposta ai miei dubbi…

Leggevo tempo fa in un articolo su Il Fatto Alimentare che la legge autorizza l’uso di additivi nel pesce fresco, congelato e surgelato e nei filetti non lavorati (congelati o surgelati).  Nella maggior parte dei casi non ci sono pericoli per la salute, perchè si tratta di additivi autorizzati, ma utilizzati in modo scorretto.”

Preso atto che l’uso degli additivi è lecito, in determinate condizioni, c’è da dire che nello stesso articolo leggevo anche che: “Quando il pesce fresco viene “trattato” con additivi  leciti deve essere classificato come  prodotto alimentare “trasformato”, e quindi non si può scrivere sull’etichetta la parola fresco, e non si deve lasciare credere al consumatore che sia tale.”

“Non si deve lasciare credere al consumatore che sia tale”

Quest’ultima frase dal mio punto di vista si scontra con la realtà dei fatti, dato che ho notato come al Banco del Pesce Fresco (non decongelato) di Esselunga (vedi foto 1) sia in vendita del pesce trattato con additivi: nello specifico mi riferisco alle code di mazzancolle (Pescato, Mar Mediterraneo) il cui cartellino evidenzia la presenza di ben 4 additivi: E330 -E331 – E221 – E222.

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Ho verificato il tutto sulla banca Dati di Altroconsumo ed ho ottenuto questi risultati:

E330 – Antiossidante , Regolatore di acidità , Sinergista , Agente sequestrante – Possibilità allergie: No – Giudicato: Accettabile – l’utilizzo di questo additivo è giustificato in alcuni casi precisi.

E331 – Antiossidante , Regolatore di acidità , Sinergista , Agente sequestrante , Supporto per additivi , Stabilizzante , Emulsionante – Possibilità allergie: No – Giudicato: Accettabile -  l’utilizzo di questo additivo è giustificato in alcuni casi precisi.

Diverso il discorso per l’E221 e E222, entrambi classificati come Conservante , Antiossidante , Stabilizzante – Possibilità allergie: Sì – Giudicato: Sconsigliato,  la dose giornaliera accettabile non è ancora stata stabilita definitivamente, oppure provoca effetti tossici sull’organismo.

Potrei sbagliare valutazione, per cui ho chiesto chiarimenti direttamente al Fatto Alimentare; seguiranno quindi aggiornamenti quando disponibili.

Foto 2

Su Il Fatto Alimentare hanno pubblicato la mia lettera e la risposta di Valentina Tepedino e Valentina Galli di Eurofishmarket.

L’uso di additivi alimentari da E220 ad E228 (anidride solforosa, solfito di sodio, sodio bisolfito ….) è ammesso anche nei molluschi e nei crostacei non trasformati, ma limitatamente a: crostacei e cefalopodi freschi, congelati e surgelati, e con dosi massime prestabilite a seconda del numero di unità sottoposte a trattamento.

Trattandosi di sostanze allergeniche, la presenza di questi additivi va indicata in etichetta secondo le modalità previste dalla norma. Ovvero: o si indica chiaramente il nome della sostanza allergenica all’interno della lista degli ingredienti (in questo caso “solfiti”), oppure si utilizza la formula finale “Contiene solfiti”.

C’è di più, dal prossimo mese di dicembre 2014 la presenza di allergeni dovrà essere evidenziata attraverso un tipo di carattere tipografico chiaramente distinguibile dagli altri ingredienti elencati sull’etichetta, utilizzando, ad esempio, dimensioni, stile o colore dello sfondo diversi.

Ad oggi la normativa ammette l’utilizzo di tutti gli additivi da lei indicati per le categorie e le dosi indicate nella normativa di riferimento.

Eurofishmarket insieme agli esperti del settore sta cercando di sensibilizzare istituzioni e aziende ad effettuare sul banco una distinzione per settori, differenziando almeno 3 tipologie di pescato: quello fresco naturale, quello fresco con ingredienti e additivi, e quello decongelato.

Si tratta di una  disposizione semplice che aiuterebbe il consumatore a fare una scelta ancora più consapevole.

Valentina Tepedino, veterinario e direttore di Eurofishmarket e Valentina Galli, responsabile legale di Eurofishmarket.


Daje, ennesima infrazione e quindi nuova multa milionaria in arrivo?

11 luglio 2014

BananeDell’acqua all’arsenico e delle varie deroghe che, si sa, annullano i rischi per la salute dei cittadini ho già pubblicato in passato, così come delle multe milionarie che paghiamo alla UE per infrazioni di varia natura.

Soldi gettati dalla finestra, dato che ne abbiamo in abbondanza, ma che sarebbe stato utile usare invece per porre rimedio alle mancanza del “sistema italia”.

Così come accade per mettere delle toppe alle varie emergenze, che restano sempre tali, con queste multe perderemo risorse finanziarie importanti e non riusciremo mai a portarci alla pari con gli altri Paesi…

Ed infatti come raccontava Beppe Severgnini in un’intervista basandosi su 50 indicatori standard, noi siamo al di sotto della media europea per 42 valori… e come diceva qualcuno: E noi paghiamo!

Avanti così italietta.

leggo oggi su Rinnovabili.it

Era il 2010 quando il Consiglio dei Ministri, su richiesta della Regione, dichiarava lo stato di emergenza in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all’uso umano in alcuni comuni laziali; il decreto allora emanato doveva portare all’attuazione di interventi emergenziali atti a garantire alle popolazioni interessate una fornitura idrica sicura.

A oltre tre anni di distanza in 37 zone di approvvigionamento i parametri dell’arsenico così come quelli del fluoro, non rispettano ancora la direttiva sull’acqua potabile emanata dall’Unione Europea nel lontano 1998.

Ecco perché Bruxelles ha deciso di aprire una nuova istruttoria nei confronti dell’Italia dopo averle concesso ben tre deroghe per consentirle di garantire che l’acqua destinata al consumo umano fosse conforme alle norme europee. Una garanzia che tuttavia il Belpaese non è riuscito ancora a fornire.

 Le deroghe erano subordinate al fatto che l’Italia fornisse agli utenti informazioni adeguate su come ridurre i rischi associati al consumo dell’acqua potabile in questione e, in particolare, i rischi associati al consumo di acqua da parte dei bambini, attuando nel contempo un piano di azioni correttive e a informare la Commissione in merito ai progressi compiuti.

La presenza di una contaminazione persistente da arsenico e fluoro ha quindi portato l’esecutivo europeo, su raccomandazione del Commissario per l’Ambiente Janez Potočnik ad inviare una lettera di costituzione in mora all’Italia, la prima fase formale della procedura di infrazione.

 


Salmone: negli allevamenti biologici nessun residuo di antibiotici, ma …

3 luglio 2014

salmone trancioLa Signora K apprezza molto il salmone ed preferisce quello selvaggio che però non è sempre reperibile oppure è molto caro, per cui in alternativa capita di acquistare quello allevato bio; non sarà quindi contenta di leggere questo articolo di Beniamino Bonardi che leggo su Il Fatto Alimentare

La rivista francese 60 millions de consommateurs – edita dall’Institut national de la consommation, vigilato dal ministero dell’Economia, competente in materia di consumi – ha analizzato 23 filetti di salmone, uno dei pesci più consumati oltralpe.

Buona parte dei filetti  proveniva da allevamenti localizzati in: Cile, Scozia, Irlanda, Isole Faroe e Norvegia, mentre cinque erano stati pescati nell’Oceano Pacifico. Complessivamente, la qualità del pesce è risultata buona ma alcuni dati hanno sollevato legittimi interrogativi.

 Gli elementi positivi sono due: nessun campione ha rivelato la presenza di residui di antibiotici quantificabili e  il pesce classificato come “pescato in mare ” lo è veramente, come dimostra il basso tenore di Omega 6.

Il salmone d’allevamento cileno risulta privo di sostanze inquinanti, il che può essere il risultato dello sforzo messo in atto dalle aziende di acquacoltura  per risollevarsi dopo le critiche degli anni passati, a causa dell’epidemia causata dal virus ISA, l’anemia infettiva del salmone.

Note negative per il salmone biologico che risulta meno sano del previsto. Quattro campioni su sei sono risultati contaminati da pesticidi e metalli pesanti.

Il problema è  molto probabilmente dovuto alla vicinanza dei bacini di acquacoltura a coltivazioni agricole convenzionali,  che contamina l’acqua.

In sei campioni di salmone d’allevamento su diciotto è stata rilevata la presenza di etossichina, un antiossidante che desta qualche preoccupazione. In tre campioni la quantità è risultata elevata.

Questa sostanza si trova nell’olio e nelle farine di pesce, utilizzate nel mangime che viene dato ai salmoni, per evitarne l’ossidazione dei filetti durante il trasporto.

L’utilizzo dell’etossichina come pesticida è vietato in agricoltura ma non ci sono norme che stabiliscono limiti massimi nel salmone destinato al consumo umano, mentre esistono per l’alimentazione animale.


Diossina nei mangimi: silenzio del ministero sulle analisi, ma….

3 luglio 2014

tratta da un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare, la cronistoria della diossina nel mais:

6  marzo 2014 – Al porto di Ravenna arrivano dall’ucraina 26 mila tonnellate di mais destinato a mangimifici che sfuggono al controllo dei PIF

15  maggio 2014 – L’Asl di Ravenna  preleva campioni di mangime confezionato con il mais Ucraino e li manda in laboratorio s

11 giugno 2014  – L’Asl di Ravenna riscontra quantità elevate di diossina  3-4 volte superiori ai limiti
e informa il  Ministero della salute che invia la comunicazione al sistema di allerta europeo Rasff e subito scatta l’allerta anche in Italia. Le regioni coinvolte sono 14 gli allevamenti migliaia

20 giugno 2014 - Il Ministero della salute pubblica un comunicato di poche righe per informare i cittadini

20 giugno 2014Il Ministero diffonde in modo riservato un piano di azione a 16 associazioni di categoria e alle Regioni in cui descrive come intende procedere (12 analisi sul mais e poi 150 analisi sul cibo potenzialmente contaminato)

27 giugno 2014In Valle D’Aosta vengono ritirati quattro lotti di mangime per polli del mangimificio Agricenter di Colle Carlo

30 giugno 2014A Rovigo vengono ritirati otto lotti di mangime per polli destinati a allevamenti rurali familiari del mangimificio Mignini & Petrini

30 giugno 2014 – Si rincorrono voci su un imminente comunicato del Ministero della salute che non arriva

2 luglio 2014 – Le analisi sul mais sono concluse e vengono inviate al Ministero della salute ma i risultati sono top secret.

In attesa di notizie che tardano ad arrivare e di fronte all’evidente incapacità di gestire a livello mediatico la situazione, ci siamo attivati per capire a che punto siamo arrivati.

Le notizie sono buone. Secondo fonti accreditate le prime analisi condotte in alcune regioni su alimenti e mangimi hanno dato risultati confortanti.

Altre voci accreditate  inerenti  analisi condotte dai mangimifici su confezioni di prodotto contenente mais ucraino contaminato, confermano che i livelli di diossina trovati rosultano inferiori ai limiti di legge.

Da queste anticipazioni sembrerebbe  che la situazione di allerta stia rientrando. Speriamo di non sbagliarci. Vi terremo aggiornati.


Diossina nel mangime per polli e galline, ritirati 4 lotti contaminati. Controlli su crocchette per cani

27 giugno 2014

un articolo di Sara Rossi che leggo su Il Fatto Alimentare – per approfondire l’argomento Mais alla diossina, clicca QUI

Nonostante buona parte delle 26 mila tonnellate di mais contaminate da diossina siano state per la  distribuite e consumate dagli animali, le notizie sui sequestri e sui ritiri dal commercio di mangimi con  una percentuale di grano contaminato in misura superiore al 32% sono praticamente inesistenti.

L’unico riscontro riguarda quattro lotti di mangime alla diossina per galline che il 20 giugno 2014 sono stati ritirati dal mercato.

Si tratta del mangimificio Agricenter di Colle Carlo & Snc situato in Valle d’Aosta in località Saint Christophe, Grand Chemin.I sacchi contengono mangime per polli e galline e nella tabella sono indicati i  riferimenti e i lotti:

- L 1000025 P34 Superbroiler  F 25  lotto 762055

- D 4000025 P 16 Ovaiole  F25      lotto 762591

- D 4000010 P 16 Ovaiole  F10      lotto 762059

- D 4000025 P 16 Ovaiole  F25      lotto 762059.

Il problema non riguarda solo il mangime per polli, una grossa catena di supermercati la settimana scorsa ha ritirato dagli scaffali di tutti i punti vendita italiani un lotto di crocchette per cani contenente mais ucraino contaminato.

Per fortuna le analisi hanno accertato che il quantitativo di diossina è al di sotto dei limiti e lunedì 23 giugno il lotto è stato rimesso in commercio.


Latte con aflatossine: il vero scandalo è che è stato commercializzato per 5 mesi e le autorità lo sapevano

26 giugno 2014

in sintesi un articolo di Valeria Nardi che leggo su Il Fatto Alimentare che di certo non rassicura i consumatori, soprattutto alla luce degli ultimi articolo sulla sicurezza alimentare, che sia per il mais contaminato dalla diossina oppure per l’epidemia di Epatite A causata dai frutti di bosco surgelati.

Punto comune in tutte queste situazioni il silenzio delle varie Autorità coinvolte ovvero di chi dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) vigilare sulla nostra ssalute.

Complimenti…

* * *

Poche settimane fa tra Veneto e Friuli è scoppiato il caso del latte con aflatossine messo in vendita dal Consorzio Latterie Friulane. La storia ha avuto una certa risonanza sulla stampa locale e nazionale, come spesso succede quando la frode riguarda alimenti di largo consumo.

La vicenda inizia il 12 dicembre 2013 quando la Latteria Soligo di Treviso (l’unica tra i dieci acquirenti del medesimo lotto) restituisce alle Latterie Friulane, una partita di 3.504 confezioni di latte perché “non conforme”.

Il sistema di autocontrollo dell’azienda trevigiana ha rilevato la presenza di aflatossine M1 in quantità cinque volte superiori ai limiti di legge.

A questo punto la procura di Udine apre un’indagine che affida al Nucleo anti sofisticazioni dei carabinieri (Nas).

Gli episodi si ripetono per mesi, fino a quando il Giudice per le indagini preliminari emette un’ordinanza in cui dispone misure cautelari per il responsabile dell’approvvigionamento per il Consorzio delle Latterie Friulane, mentre altre 13 persone tra colleghi e allevatori sono indagate.

La soglia di attenzione per l’aflatossina M1  nel latte scatta a 0,040 μg/kg (microgrammo per chilo) , e già in questo caso le aziende che riscontrano questi valori devono avvisare il Servizio veterinario delle Ausl.

Se invece si supera il limite di legge di 0,050 μg/kg, oltre alla segnalazione all’autorità competente, l’azienda non può per diversi giorni conferire il latte, e quello contaminato va smaltito, fino a che non si è trovata ed eliminata la partita di mangime infestato, e i valori non tornano entro i termini consentiti.

L’aspetto interessante è che in questi sei mesi l’autorità sanitaria di Udine non ha mai ricevuto segnalazioni da parte delle Latterie Friulane.

Cosa succedeva?

Durante i sei illeciti documentati dai Nas nel corso delle indagini, gli allevatori conferivano al consorzio partite con un livello elevato di aflatossine, che invece di essere bloccate e distrutte, venivano diluite con latte sano e distribuite.

Dopo queste miscelazioni illegali, secondo i resoconti dell’inchiesta, nessuno del consorzio si preoccupava di effettuare analisi per verificare se effettivamente le sostanze pericolose risultavano al di sotto dei limiti.

Sull’ordinanza cautelare del 27 maggio, si legge che le autorità erano a conoscenza dell’immissione sul mercato di latte contaminato, da almeno cinque mesi.

È lecito chiedersi come mai le autorità, a conoscenza della situazione dal mese di dicembre del 2013, non abbiano immediatamente disposto il ritiro del latte.

La scelta di lasciare sul mercato dei lotti contaminati era forse legata a necessità investigative?

In questo caso sono state effettuate delle analisi per valutare l’effettiva innocuità (o meno) dei prodotti che i consumatori acquistavano al supermercato?

Fino a che punto si può procrastinare la sicurezza dei consumatori al fine di raccogliere più materiale per le indagini o per salvaguardare interessi aziendali?

Il paradosso è che l’allerta aflatossine scatta dopo sei mesi, in concomitanza alla conferenza stampa dei Nas.

A questo punto però diventa urgente e le Asl devono verificare la tracciabilità del latte e intervenire in tutti i punti vendita e gli esercizi che hanno acquistato anche piccole partite di latte dalle Latterie Friulane, da utilizzare magari come ingrediente secondario di altre preparazioni alimentari.

Che senso ha intervenire adesso con la massima allerta quando per mesi è stato distribuito ai cittadini latte con aflatossine, riconosciuto pericoloso per la salute?

Chi stabilisce quando le indagini dei Nas devono essere interrotte perché circolano alimenti pericolosi e quando invece bisogna andare avanti per acquisire più elementi per le indagini?

 


Allarme botulino per un condimento al tartufo della marca Gourmand Company

20 giugno 2014

un articolo di Sara Rossi che leggo su Il Fatto Alimentare

Il Ministero della Salute ieri ha lanciato un’allerta per la presenza sul mercato europeo di un prodotto a rischio per la possibile presenza di tossina botulinica.

Si tratta del “Szarvasgomba pesto”, un condimento a base di funghi, tartufo, olio e sale, della marca Gourmand Company proveniente dall’Ungheria.

Sul sito dell’azienda è in vendita il prodotto in vasetto di vetro da 90 grammi (vedi foto sotto).

Le Autorità francesi hanno segnalato la sospetta presenza di tossina botulinica in correlazione ad episodi di botulismo verificatisi in Georgia, uno dei quali ha portato a un ricovero in Francia.

Il Ministero invita, a scopo precauzionale, a non consumare il prodotto in questione.

Szarvasgomba pesto allerta botulino condimento al tartufo

 


Il mais contaminato dalla diossina dall’Ucraina è un problema serio , ma il Ministero…

20 giugno 2014

in sintesi un articolo di Sara Rossi che leggo su Il Fatto Alimentare - aggiornato dopo la pubblicazione (vedi in calce)

L’autrice dell’articolo mi perdonerà se evidenzio da subito una frase, ma ben conosco il popolo del web che spesso legge le prime righe (se non il solo titolo) e poi si fa un’opinione, senza approfondire:  La questione è delicata ma va detto che l’allerta diossina è abbastanza  frequente in Europa.

Una nave Ucraina ha scaricato in Italia una grossa partita di mais contaminato da diossina, destinata ad essere utilizzata come mangime per animali. Le analisi sono state effettuate su campioni prelevati il 15 maggio 2014, ma solo oggi è scattata l’allerta.

Il  lotto di mais contaminato è arrivato anche in Grecia e in Montenegro. I valori rilevati oscillano da 2,92 a 3,19 picogrammi di equivalente tossico (TEQ toxicity equivalence).

Secondo fonti accreditate, il lotto è sfuggito ai controlli e ora, a distanza di un mese, si teme che il mais  sia arrivato in molti allevamenti.

La questione è delicata perché la diossina (meglio sarebbe dire le diossine)  è un inquinante pericoloso e sarà necessario ricostruire l’intera filiera di distribuzione per individuare dove è finita la partita di mais.

In questi casi è importante fare un’analisi del rischio per valutare se la diossina ingerita dagli animali è riuscita a contaminare il cibo e in che quantità. Non è detto che si siano superati i livelli di soglia stabiliti dall’UE. Sino ad ora il Ministero della salute non ha diffuso comunicati.

Diossina e pericoli per l’uomo

L’uomo non lo sa ma assume ogni giorno piccole quantità di diossina attraverso i cibi,  perché  si tratta di un composto ubiquitario generato in diversi processi termici e industriali come sottoprodotti indesiderati e spesso inevitabili.

In genere le diossine si diffondono nell’ambiente attraverso l’aria e l’acqua, arrivando sull’erba che poi viene mangiata dagli animali al pascolo.

La diossina è però presente  anche nei mangimi a base di mais utilizzati negli allevamenti, come si rileva da centinaia di casi segnalati nel Rasff in questi anni. Trattandosi si molecole che solubili solo nei lipidi, le diossine si  accumula  nel grasso degli animali  alimentati con mangimi contaminati. In parte può arrivare anche nel latte vaccino.

È stato dimostrato che l’esposizione prolungata a queste sostanze provoca una serie di effetti negativi sul sistema nervoso, su quello immunitario ed endocrino, compromette la funzione riproduttiva e può anche causare il cancro. La loro persistenza e il fatto che si accumulano nella catena alimentare, sono un problema difficile da risolvere .

* * *

Aggiornamento: il Ministero della salute  ha pubblicato un comunicato  in cui conferma la notizia. Il testo dice che questo mais viene normalmente miscelato con altri componenti in una percentuale variabile, a seconda della specie animale a cui è destinato, per la produzione dei mangimi completi.

Secondo il Ministero l’11 giugno 2014 sono state attivate tutte le procedure per rintracciare e bloccare il lotto contaminato ed è stata inviata una comunicazione al Sistema di allerta rapido europeo Rasff.

Un altro provvedimento importante deciso dal Ministero è stato il blocco cautelativo di alimenti provenienti da animali che hanno consumato mangime contenente mais ucraino. Purtroppo non vengono forniti elementi più precisi importanti per i consumatori e non si quantifica l’entità della contaminazione. Attraverso la tracciabilità del mais si dovrebbe sapere dove è stato venduto e se è stato consumato dagli animali.

Sulla base di queste informazioni si potrebbe stabilire una mappa eventuale del cibo contaminato in commercio è ritirarlo immediatamente dal commercio. Si tratta di un’eventualità plausibile visto che il carico è arrivato un mese fa, e in questo periodo è stato sicuramente consumato dagli animali.

È inoltre assolutamente necessario fare un’analisi del rischio e informare correttamente i cittadini sugli eventuali pericoli e sui cibi da non consumare.

* * *

L’allerta interessa 12 Regioni e più precisamente: Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio, Umbria, Calabria e Sicilia. Sono in corso in tutte le Regioni riunioni per mettere a punto il piano di azione che coinvolgerà centinaia di aziende alimentari e migliaia di allevamenti.

Senza fare allarmismo e però doveroso dire che molto probabilmente cibo contaminato sia già stato venduto e consumato. Il lotto è troppo consistente per essere ottimisti, stiamo parlando di 26.059 tonnellate, ovvero all’equivalente di un raccolto ricavato da un campo di forma quadrata con un lato di 26 km!

In questa vicenda l’unica nota positiva è che 5.000 tonnellate sono rimaste nei silos e sono state immediatamente sequestrate. La rimanente quota però (21.000 tonnellate) è stata in parte commercializzata come farina e in parte miscelata in misura variabile (dall’1 al 60% ) con altri ingredienti per diventare mangime completo per bovini da latte e da carne, per maiali e polli e pesci. Un’altra quota è stata utilizzata dagli allevatori come complemento del pasto dato agli animali insieme a insilato e altri ingredienti autoprodotti dalle aziende agricole.

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L’Italia è un paese strano, pronto a mobilitarsi per un lotto di falso Parmigiano, ma indifferente quando arrivano 26 mila tonnellate di mais contaminato da diossine distribuito in centinaia di allevamenti sparsi in tutte le regioni (tranne Sicilia, Basilicata e Sardegna).

Il Ministero della salute, che ogni giorno diffonde 3-4 comunicati su svariati argomenti, ha dedicato a questa vicenda un annuncio molto sintetico giunto con nove giorni di ritardo.

Anche Coldiretti, abituata a diffondere 3-4 annunci stampa al giorno, ha ignorato il problema, anche se migliaia di allevatori sono  coinvolti.

In fondo alla lista ci sono i giornali a diffusione nazionale, troppo distratti dai Mondiali e dalla politica per interessarsi del problema. Ma la diossina c’è, e il blocco di latte e uova proveniente da allevamenti di animali alimentati con questo mangime è in corso da venerdì 20 giugno.

Più concretamente vuol dire che il latte deve essere trasformato in latte in polvere e le uova in derivati, in attesa di analisi che determinano la concentrazione di diossina….

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