Omogeneizzato di manzo bio Holle un lotto ritirato dal mercato

23 maggio 2013

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

L’Osservatorio regionale sicurezza alimentare (Orsa)  segnala il ritiro dal mercato di un lotto di vasetti di omogeneizzati di manzo biologici della marca Holle consigliati per bambini dopo i quattro mesi, commercializzati nei supermercati Ecor NaturaSì.

 

Si tratta di un solo lotto (numero 7640104957133)  prodotto dalla Holle Baby Food – Slovacchia SK 625 ES  che sulla confezione riporta il termine minimo di conservazione 12 luglio del 2014.

Il motivo dell’allerta e del conseguente ritiro dagli scaffali è da ricercare nella presenza di  didecildimetilammonio cloruro (DDAC), una sostanza  disinfettante utilizzata im abito domestico e industriale per pulire le superfici di lavoro e gli impianti.

 

Il campione di omogeneizzato di manzo sul quale si è riscontrato un residuo di didecildimetilammonio cloruro (DDAC) pari a 0,03 mg/Kg, è stato giudicato non conforme. Attualmente i livelli per il cibo degli adulti è 0,05 mg/Kg, mentre per i bambini da 0 a 6 mesi ci si orienta per un valore di 0,01 mg/Kg.

La catena di supermercati ha provveduto a ritirare subito dagli scaffali dei punti vendita il prodotto. Il livello di contaminazione risulta comunque molto contenuto, tanto che nel sistema di allerta europeo l’episodio è segnalato come informativa.

 

Il ritiro non riguarda gli altri prodotti Holle che sono regolarmente in vendita.

 


Sistema di Allerta Rapido per Alimenti

22 maggio 2013

rassfSono 69 le segnalazioni diffuse dal Sistema di Allerta Rapido europeo per Alimenti e Mangimi (Rasff) durante la ventesima settimana del 2013.

L’elenco italiano questa settimana comprende 6 allerta: due lotti di pesce spada (Xiphias glaudius) refrigerato intero e uno in lombi provenienti dalla Spagna contaminati da mercurio, livello troppo elevato di Escherichia coli in due lotti di vongole italiane, virus dell’epatite A rilevato in mix di frutti di bosco surgelati confezionato in Italia e Polonia, con materie prime provenienti da Bulgaria, Canada e Paesi Bassi.

Per quanto riguarda invece i respingimenti alle frontiere effettuati dalle autorità italiane si segnala: cocco essiccato proveniente dall’Indonesia via Malesia contaminato da streptococchi fecali, tracce di insetticidi (monocrotophos, profenofos e triazofos) in lotto di peperoncini (Capsicum annuum) proveniente dalla Cambogia, ocratossina A in mosto di uve concentrato dall’Iran. Ancora insetticidi (methamidophos  e imidacloprid) in lotto di tè verde in bustine da Singapore e acetamiprid in tè verde proveniente dall’India. Infine, migrazione di cromo e manganese da forbici e di cromo, nichel e manganese da griglie per barbecue di provenienza cinese.

Sono 5 invece le informative che non implicano un intervento urgente: cadmio in lotto di calamari congelati provenienti dalla Spagna via Slovenia, aflatossine in farina di miglio dal Senegal, virus dell’epatite A in ostriche refrigerate provenienti dalla Francia e dall’Olanda, istamina in tonno intero spagnolo, tracce di insetticida (profenofos) in centella asiatica dallo Sri Lanka.

Fonte: Sicurezza Alimentare


Micotossine: il pericolo per la salute c’è

21 maggio 2013

Altroconsumoun articolo che leggo su Altroconsumo, tuttavia suggerisco di integrare il tutto leggendo anche l’articolo (vedi anche i link presenti nel testo) di Dario Dongo e Roberto La Pira che ho letto sul Fatto Alimentare e che segnala anche la cattiva informazione in merito, grazie alla stampa ed all’inevitabile bufala che imperversa da anni circa il grano ammuffito della Barilla.

°°°

Le micotossine sono presenti in molti alimenti, soprattutto cereali, frutta secca, legumi, spezie, cacao, caffè, latte. Il loro impatto sulla salute dipende dalla quantità (in generale non provocano effetti negativi immediati, ma sul lungo periodo) e dal tipo di tossina.

Le più pericolose sono le alfatossine e tra queste la B1 contenuta principalmente nel latte, considerata cancerogena per il fegato. Altre provocano disturbi gastrointestinali o hanno tossicità neurologica, renale, sul sistema immunitario e riproduttivo.

Abbiamo portato in laboratorio alcuni campioni di alimenti a base di cereali, come pasta e pane, per ricercare sia le micotossine per le quali esistono limiti di legge, sia quelle non ancora regolamentate. Le analisi dimostrano che la presenza di queste sostanze nel cibo che acquistiamo è sottostimata. Per alcune micotossine che non hanno ancora un limite di legge, infatti, il rischio di superare la quantità giornaliera massima accettabile consumando alcuni dei cibi analizzati è un’eventualità concreta.

Le micotossine sono prodotte da alcune muffe che si sviluppano in campo su alcune piante, sia a causa di determinate condizioni climatiche, sia in seguito a stress cui sono sottoposte, come l’attacco di insetti e volatili. Sono quindi tossine naturali. Gli alimenti più esposti sono i cereali, come mais, frumento, orzo, segale e avena, ma anche spezie, frutta secca e caffè. Alcune micotossine, tra quelle più pericolose, possono entrare nella catena alimentare anche attraverso la carne suina, di pollo, uova, formaggio e latte.

Eliminare completamente questi contaminanti naturali è impossibile. Ma si può cercare di contenere l’esposizione della popolazione entro dosi tollerabili. Come? Prima di tutto obbligando il settore agricolo a migliorare le pratiche in campo e lo stoccaggio degli alimenti. In seguito, praticando numerosi controlli su tutta la filiera.

Per saperne di più.


Parte della carne bovina italiana è trattato con ormoni e sostanze vietate.

17 maggio 2013

in sintesi un articolo di Valentina Murelli che leggo su Il Fatto Alimentare

Negli allevamenti italiani ed europei gli ormoni anabolizzanti per “gonfiare” i bovini da carne e rendere la carne più tenera sono vietati, ma diversi allevatori  non rispettano il divieto. Anche i controlli esistono (ogni Paese della Comunità europea attua un Piano nazionale dedicato alla sorveglianza e al monitoraggio di eventuali residui di sostanze chimiche illecite negli alimenti di origine animale) ma il sistema presenta alcune carenze.

In Italia si è deciso di fare di più e da qualche mese è attivo un nuovo Centro di referenza nazionale per le indagini biologiche sugli anabolizzanti animali, istituito dal Ministero della salute presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Tra i compiti principali del Centro, quello di mettere a punto nuovi metodi di analisi e di diagnosi di sostanze illecite nelle carni bovine.

«Per una lunga e consolidata tradizione, gli esami ufficiali che si eseguono oggi per individuare residui di anabolizzanti sono di tipo chimico» spiega Elena Bozzetta dell’Istituto zooprofilattico torinese, responsabile del nuovo Centro. Grazie all’uso di strumentazioni sofisticate, si riesce a individuare nel sangue o nelle urine di animali vivi la presenza di sostanze illecite e a caratterizzarle con precisione. In pratica, si dà un nome e cognome alla molecola che non dovrebbe esserci.

«I metodi chimici, però, hanno due limiti – chiarisce l’esperta – sono molto costosi e funzionano solo dopo un breve intervallo di tempo da quando è stata somministrata all’animale la sostanza vietata. Se sono trascorsi un paio di giorni dal trattamento, le analisi non sono più in grado di identificare l’illecito».

Per questo motivo Bozzetta con il suo gruppo di ricerca lavora da anni alla messa a punto di metodi alternativi, di tipo biologico. «Stiamo parlando di tre categorie principali di ormoni: i cortisonici, gli steroidi sessuali e i tireostatici, che agiscono in modo specifico su diversi organi bersaglio, cioè rispettivamente il timo, le ghiandole sessuali secondarie, come la prostata e le ghiandole bulbo-uretrali nel bovino maschio, e la tiroide.  Nel nostro laboratorio abbiamo raffinato e standardizzato un metodo istologico per analizzare questi organi».

Si tratta di prelevare campioni di organi al macello, allestire dei preparati da osservare al microscopio e verificare se nei tessuti ci sono alterazioni indicative di un trattamento collegabile ad un certa categoria di sostanze. «Il metodo – continua Bozzetta – non permette di identificare la singola molecola illecita coinvolta, ma evidenzia l’esistenza di un trattamento».

Oltre ai costi ridotti rispetto alle analisi chimiche, il grande vantaggio è la possibilità di individuare illeciti anche a distanza di tempo, addirittura a 2/3 mesi dalla somministrazione. Questo aspetto fa crescere inevitabilmente il numero di positività. «Se a livello europeo la media di casi positivi riscontrati con le analisi chimiche è dello 0,2% (ogni 1000 campioni analizzati, 2 risultano trattati con sostanze vietate), i monitoraggi eseguiti in Italia con metodo istologico fanno salire questo dato al 15%».

Al momento il risultato ottenuto con metodo istologico non ha valore ufficiale e legale. «È chiaro però che funziona da deterrente» afferma Bozzetta. «Da un lato, offre indicazioni in più per indirizzare i test chimici ufficiali e dall’altro lancia il segnale che qualcosa sta cambiando nel panorama dei controlli».

A fianco di una normativa che è ancora di un certo tipo, sta crescendo il consenso della comunità scientifica internazionale verso i nuovi metodi alternativi.

«È vero che le indagini biologiche non permettono di caratterizzare con sicurezza la molecola coinvolta, ma ci dicono che c’è stato un trattamento illecito e che l’animale è stato trattato con qualcosa che non doveva essere utilizzato. Per molti scienziati è più importante sapere questo, ai fini della tutela della sicurezza del consumatore, che conoscere  nome e  cognome della molecola».

Secondo Bozzetta serviranno almeno 5/6 anni perché questo cambiamento culturale porti a una modifica della normativa.

Nel frattempo, come dovrebbe reagire il consumatore sapendo che ben 15 campioni su 100 di carni avviate al macello non sono conformi alla legge?

In realtà non bisogna allarmarsi troppo: il semplice fatto di avere a disposizione questi dati significa che si sta lavorando – e seriamente – per tentare di risolvere il problema.

«È sempre bene rivolgersi a fornitori di fiducia, magari a produttori che si riescono a conoscere meglio, anche se la carne può costare un po’ di più» consiglia Bozzetta.

Stanno anche aumentando i fornitori e le catene di supermercati che chiedono a laboratori come quello dell’Istituto zooprofilattico piemontese di condurre indagini sugli animali commercializzati, a garanzia della loro sicurezza.

Intanto la ricerca continua: oltre al metodo istologico, per esempio, nel laboratorio di Torino si lavora anche alla messa a punto di altri strumenti di indagine di tipo biologico, e non solo. «Con il Politecnico di Torino abbiamo sviluppato a un metodo fisico per la determinazione nel siero del 17-beta estradiolo, uno steroide sessuale» racconta la responsabile del Centro di referenza.

«Si basa su una specie di bilancia che permette di discriminare con grande accuratezza l’ormone esogeno, fornito dall’esterno, da quello endogeno, presente naturalmente nell’organismo».

Ancora aperta, infine, la sfida sul fronte bovine da latte. Qui il problema principale è il trattamento con l’ormone della crescita somatotropina, una molecola che in grandi quantità è considerata tossica, ma della quale è molto difficile dimostrare la presenza e sulla quale è complicato fare ricerca. Noi, per esempio, non riusciamo neppure ad attivare dei progetti perché fatichiamo anche a reperirla sul mercato».


Tè Lipton: le nuove bustine di plastica sicure per la salute, ma non per l’ambiente

17 maggio 2013

il fattoun articolo decidamente interessante di Paola Emilia Cicerone che leggo su il Fatto Alimentare dal quale si evince che di rischi per la salute non ce ne sono, tuttavia l’impatto ambientale delle bustine è negativo, e quindi per quello che mi riguarda è sufficiente per evitare l’acquisto di questo prodotto.

Come già detto in altre occasioni, potremmo imparare anche noi a usare il nostro potere d’acquisto per spingere le aziende a fare la cosa giusta e/o a rispettare i nostri diritti.

Il tè confezionato in bustine di plastica può essere un pericolo per la salute?

A lanciare l’allarme è stato il blog americano Fooducate, secondo il quale le bustine a forma di piramide di tè (e tisane) presenti nella confezione di Lipton Pyramid, realizzate in materiale plastico, in seguito all’immersione in acqua bollente potrebbero rilasciare ftalati, sostanze chimiche plastificanti derivate dal petrolio, con possibili effetti cancerogeni.

Fooducate ha preso spunto dalle considerazioni della giornalista Taylor Orci, che ha riacceso il dibattito già in corso negli Usa sulle bustine da tè in materiale plastico e sui possibili rischi legati al loro uso.

Dato che i prodotti Lipton Pyramid sono in vendita anche in Italia, abbiamo deciso di fare qualche verifica. Finora, ad esprimersi in merito è stato solo Altroconsumo, che ha criticato Lipton Pyramid per il suo impatto ambientale.

Queste bustine – si legge nel documento dell’associazione di consumatori – hanno la forma di piramide, un aspetto lucido e una consistenza al tatto diversa da quella dei tradizionali involucri. Sono fatte in poliestere (materiale non biodegradabile) e per questo (…) contrariamente a tutti gli altri involucri di tè e tisane, non possono essere riciclate nella raccolta dell’umido”.

E per quanto riguarda la sicurezza?

Dall’azienda, interpellata, arrivano ovviamente notizie rassicuranti «La bustina di tè Pyramyd è fatta di PET – un materiale ampiamente utilizzato per la produzione di packaging alimentari», tra cui anche le buste per la cottura in acqua bollente.

L’equivoco nascerebbe dalla denominazione del materiale: «il nome chimico del PET è Polietilene Tereftalato, per questo motivo a volte è erroneamente considerato uno ftalato. Nonostante il suffisso, il PET non è uno ftalato» si legge nel comunicato dell’azienda.

Un dato confermato da Luca Foltran, esperto di materiali di contatto e collaboratore de Il Fatto Alimentare che spiega: «gli ftalati sono plastificanti utilizzati principalmente per rendere morbide e modellabili altri tipi di plastica, ma non sono usati nel PET, un materiale molto stabile e inerte approvato come sicuro per l’uso a contatto con alimenti e bevande da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, così come da altre agenzie di regolamentazione di tutto il mondo»

Significa che c’è qualcosa di sbagliato nei controlli effettuati negli Usa?

«Il problema – sottolinea  Maria Rosaria Milana, primo ricercatore dell’ISS – nasce forse dal fatto che molti ftalati di tipo “orto” (ossia gli ftalati propriamente detti, ndr) sono contaminanti ubiquitari dispersi nell’ambiente in modo tale che è difficile eliminarli totalmente». Se sono state riscontrate tracce durante le analisi fatte «avrebbero potuto venire dagli alimenti o dall’ambiente».

«Per essere in commercio – sottolinea Foltran – gli articoli devono obbligatoriamente essere ottenuti con plastica “di grado alimentare”, di purezza tale da poter essere impiegati a contatto con alimenti. Non voglio dire che questa bustina di plastica, come tutti gli altri prodotti di questo materiale, non presenti rischi in assoluto, ma si tratterebbe di rischi limitati se utilizzate in modo corretto».

Va quindi precisato che il rischio di disperdere sostanze cancerogene sembra essere un falso allarme, resta però il problema dello smaltimento. Lipton si dichiara interessata a migliorare la sostenibilità dei propri prodotti, ma ammette che allo stato attuale le bustine Pyramid non sono riciclabili.

Anche se secondo l’azienda “i materiali della bustina di tè non devono essere considerati un ostacolo allo smaltimento mediante compostaggio”.

Tutto sommato, forse, andrebbero meglio le tradizionali bustine. In conclusione però la scelta migliore, in termini di rapporto qualità-prezzo e anche di impatto ambientale, resta il tè sfuso.

 

 

 


Sistema di Allerta Rapido per Alimenti

17 maggio 2013

rassf

Sono 70 le segnalazioni diffuse durante la diciannovesima settimana dal Sistema di Allerta Rapido europeo per Alimenti e Mangimi (Rasff).

L’elenco italiano si apre con due allerta per la presenza di mercurio in un lotto di pesce spada affumicato proveniente dalla Spagna e tracce di insetticida (Ethion) rilevate in un lotto di fragole surgelate provenienti dall’Egitto e trasformate in Italia.

I respingimenti effettuati dalle autorità italiane questa settimana riguardano: istamina in bocconcini di tonno precotti e surgelati provenienti dalla Costa d’Avorio, migrazione di manganese da coltelli in acciaio dal Giappone, insetticida (clorpirifos) in lotto di ceci dall’Argentina, migrazione di cromo e manganese da contenitori di olio in metallo provenienti dall’India, migrazione di manganese da pentole in acciaio e in frullatori da cucina cinesi.

Sempre dalla Cina migrazione di cromo, nichel e manganese da colini da cucina e migrazione di nichel da fornetti elettrici, Bacillus cereus e Enterococcus rilevati in noci di cocco provenienti dall’ Indonesia via Malesia, Salmonella ed elevato contenuto di enterobatteri in un lotto di farina di pesce in arrivo da Mauritius.

Due le informative che non implicano un intervento urgente: Salmonella spp. in semi di cotone provenienti dal Ghana e migrazione di cromo da pinzette da cucina dal Pakistan.

Per quanto riguarda infine le segnalazioni di prodotti italiani esportati in altri paesi, la Danimarca rileva la presenza di Salmonella Napoli in un lotto di radicchio.

sicurezza


Allarmismo o vere frodi? Un lettore si interroga sulla disinformazione e le bufale che mettono in crisi i consumatori

15 maggio 2013

Non fatevi fuorviare dal titolo, ;-) non è che mi scrivo e mi rispondo da solo; in realtà questa pubblicata da Il Fatto Alimentare è la lettera che ho inviato a Roberto La Pira dopo aver letto il breve articolo sul libro in questione.

°°°

articolo-pomodori-cineseFacendo riferimento al suo articolo di tempo fa sui pomodori cinesi, in particolare, ricordavo questo passaggio “Le confezioni di pelati, le bottiglie di passata e di polpa vendute in Italia contengono il 100% di prodotto italiano, come scritto in etichetta.”

Capirà allora lo sconcerto che ho provato nel leggere alcuni estratti del libro “Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana”* recensito sul numero di maggio di Vanity Fair.

Tra le tante, questa dichiarazione, che afferma “Su 4 lattine di pelati, 3 sono italiani per finta: 100 milioni di tonnellate l’anno vengono importati dalla Cina, con tassi di muffa e scarti spesso oltre il limite.

A prescindere dalla diffusione di notizie false, quindi, che creano solo disinformazione, così facendo di fatto si innescano altri processi che ritengo deleteri per noi consumatori, tanto più per quelli che non sono informati a sufficienza.

Innanzitutto non si saprà più a chi credere, con il rischio che si tralasci del tutto l’intenzione di essere informati.

In seconda battuta, nel momento in cui un consumatore si convincerà del fatto che la maggior parte degli alimenti sono di cattiva qualità, senza che si possa opporre una qualsiasi resistenza e/o criterio di scelta, crollerà la fiducia nei prodotti e, al solito, scatterà la rassegnazione ovvero “adeguiamoci al peggio”, cosa questa nella quale siamo maestri.

Ed ecco che a quel punto ci potranno veramente vendere di tutto….

* Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana, Monti Mara e Ponzi Luca, 2013, 247 p., Newton Compton (collana Controcorrente) € 9,90

il fatto


Calabria: un virus (ma non solo) blocca l’export negli Usa dei salumi Dop

13 maggio 2013

In sintesi un articolo che leggo su Lettera43 e del quale consiglio la lettura integrale

Dopo 15 anni gli Usa hanno riaperto all’importazione di salumi, un comparto in cui la Calabria vanta strepitose eccellenze.

Dopo tre lustri di chiusura ermetica, l’Animal and plants inspection service (Aphis) – l’Authority statunitense per la sicurezza di piante e animali – ha ora riammesso l’importazione di salumi esteri negli Stati Uniti: i produttori calabresi erano già pronti a festeggiare. Ma sono destinati a restare ancora al palo.

Colpa di alcuni cavilli burocratici. Ma non solo. La denuncia è arrivata da Coldiretti e dal suo presidente regionale Pietro Molinaro, che ora vorrebbe vedere dimissioni a valanga.

La Calabria infatti non è ufficialmente riconosciuta indenne dalla Malattia vescicolare suina (Mvs). Si tratta di una patologia non trasmissibile all’uomo, ma contagiosissima per i maiali (per consumo di carni infette, per esempio) e che ne impone l’abbattimento.

Le ansie per la Mvs in Calabria risalgono a 11 anni fa. L’allarme fu però ribadito nel 2007 anche per Abruzzo e Campania, «regioni che non possono essere considerate Mvs-free», si legge sul sito web dell’Aphis.

Tuttavia, Coldiretti ha fatto notare che da anni è stato «chiesto alle autorità sanitarie regionali di lavorare per avere l’accreditamento»: tutto inutile.

Peccato, però, che un paio di settimane fa, la Mvs sia rispuntata in quattro suini nella stalla di un commerciante in contrada Cusemi di Portigliola. E proprio questo avrebbe compromesso un iter «in dirittura d’arrivo», sostengono alla Regione: per ottenere l’accreditamento per Mvs non devono presentarsi focolai infettivi per due anni e il caso nel piccolo centro della Locride s’è registrato poco prima che il biennio terminasse.

Dice il veterinario Francesco Corigliano, dell’ex Agenzia per i servizi in agricoltura della Regione Calabria: Anche la Regione purtroppo è molto indietro: di concerto con il ministero, sarebbero stati sufficienti sette-otto mesi per ottenere l’accreditamento», si è sfogato con Lettera43.it.

Altri ancora, all’Asp di Cosenza, prima confermano le presunte lentezze burocratiche della Regione e poi chiedono l’anonimato.

Di sicuro, i produttori calabresi di salumi si sentono beffati. La Mvs, in Calabria, esiste solo sulla carta; avevano chiesto alla politica di ovviare per tempo a questa ‘falla’ e sono stati ignorati; e per responsabilità non loro, hanno perso una preziosa occasione.


Valle d’Aosta: ritirata mozzarella a cubetti per la presenza di Listeria monocytogens

8 maggio 2013

Il sistema di allerta alimentare della Valle d’Aosta segnala il ritiro dal mercato della Mozzarella a cubetti Lat Bri  nella confezione da 180g. Si  tratta di un solo lotto marchiato N3 107 U  facilmente riconoscibile anche osservando la data di scadenza stampata sulla confezione: 16 maggio 2013.

Il lotto accusato di contenere un numero elevato di batteri del tipo Listeria monocytogens è stato venduto solo nel supermercato Gros Cidac di Aosta. In Valle d’Aosta il ritiro dagli scaffali è stato effettuato  dall’azienda il 2 giugno e la mozzarella non si trova più sugli scaffali.

I consumatori che hanno in casa la mozzarella sono pregati di non consumarla.

Il ritiro non riguarda gli altri prodotti e le altre mozzarelle marchiate Lat Bri che sono regolarmente in vendita.


Sistema di Allerta Rapido per Alimenti

8 maggio 2013

rassfSono 46 le segnalazioni diffuse dal Sistema di Allerta Rapido europeo per Alimenti e Mangimi (Rasff) durante la settimana n° 18 del 2013.

L’elenco italiano questa settimana si apre con un’allerta per la presenza di Listeria monocytogenes in mozzarelle italiane tagliate a dadini e distribuite oltre che nel nostro paese anche in Belgio e Svizzera.

I respingimenti alle frontiere effettuati dalle autorità italiane riguardano invece migrazione di cromo e manganese da fruste da cucina in acciaio inox cinesi e, sempre dalla Cina, migrazione di cromo, nichel e manganese da forbici per cucire.

Per quanto riguarda invece i prodotti italiani esportati in altri paesi e ritirati dal mercato un’allerta delle autorità francesi segnala la presenza di Escherichia coli, produttrice di tossina Shiga in un lotto di carne di manzo macinata.

Fonte:  Sicurezza Alimentare


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