Avviso solo per allergici: Pasta Ikea ritirata dagli scaffali per presenza di soia non dichiarata

1 ottobre 2014

Ikea-pastaalgar-alce-192x300Ikea invita i clienti a restituire le confezioni di pasta Ikea integrale PASTAÄLGAR FULLKORN e di pasta PASTAÄLGAR (facilmente riconoscibili per via della curiosa forma a testa di alce) perché il prodotto può contenere soia, non dichiarata sull’etichetta.

Il problema riguarda le persone allergiche o intolleranti alla soia che mangiando la pasta potrebbero manifestare una reazione.

Come misura precauzionale i due tipi di pasta  Ikea con qualsiasi data di produzione, sono stati ritirati dal mercato. Per le persone che non sono intolleranti alla soia non ci sono problemi.

Per ulteriori informazioni, contatta il Servizio Clienti al numero verde 800 92 46 46, dalle 9 alle 20, da lunedì a sabato.

 


Etichette alimentari: da dicembre sparisce la sede dello stabilimento di produzione. I consumatori dicono no

29 settembre 2014

in sintesi un articolo de Il Fatto Alimentare che integro con i contenuti della petizione lanciata da Ioleggol’etichetta che ti invito a firmare e condividere al fine di stimolare il Governo a fare la cosa giusta per tutelare i cittadini.

Cosa questa che dovrebbe essere un dovere per lo Stato, senza che vi sia bisogno di una raccolte di firme.

Scrive Dario Dongo su Il Fatto Alimentare

L’indicazione in etichetta della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento, non é mai stata prevista dal legislatore europeo, e infatti non è un elemento inserito  nella nuova normativa che entrerà in vigore il 14 dicembre 2014.

Il Governo italiano ha introdotto l’obbligo di questa informazione supplementare, dopo avere ottenuto  il nulla osta della Commissione europea in quanto giustificato da esigenze di sicurezza.

Il perché è semplice: conoscere  la sede dello stabilimento di confezionamento del prodotto consente alle autorità di controllo – anche al di fuori dei canonici orari d’ufficio – di risalire con immediatezza all’impresa e all’impianto da cui il vizio di sicurezza é scaturito.

In questo modo si posono attivare facilmente  le azioni correttive utili a mitigare il rischio per la salute pubblica in caso di allerta alimentare come potrebbe accadere  in una conserva vegetale contaminata dalla tossina del botulino.

Il Ministero per lo sviluppo economico ha effettivamente espresso l’assenza di volontà rispetto al mantenimento dell’obbligo nazionale di citare la sede dello stabilimento (di produzione e/o confezionamento) sulle etichette dei prodotti alimentari venduti in Italia.

Questa intenzione è stata ribadita in una nota informativa diffusa alla fine del mese  luglio 2014 che però non é stata resa pubblica, bensì trasmessa alle Associazioni rappresentative delle varie categorie produttive.

Come stimolare il  Governo a riproporre l’obbligatorietà della citazione della sede dello stabilimento sulle etichette dei prodotti alimentari commercializzati in Italia?

L’unica opzione è  rilanciare la petizione a suo tempo promossa da Io leggo l’etichetta.

Vale la pena ribadire che la notizia sullo stabilimento di produzione, oltre ad avere una funzione importante per la sanità pubblica, serve ai singoli consumatori per scegliere un alimento rispetto a un altro anche in considerazione del paese o la regione dove è prodotto per motivi legittimi come sostenere l’economia e l’occupazione locali, in  nome del valore del lavoro.

* * *

Io leggo l’etichetta è un’iniziativa nata grazie all’indicazione, che molti di voi ormai hanno imparato a leggere, dello stabilimento di produzione, che insieme agli ingredienti e alle tabelle nutrizionali vanno a costituire 3 parametri oggettivi su cui basarsi per valutare e confrontare un prodotto a partire dall’etichetta.

Scrivere sull’etichetta al posto della via che identifica lo stabilimento di produzione un generico PRODOTTO IN GERMANIA, piuttosto che PRODOTTO IN FRANCIA è un dato talmente ampio e dispersivo rispetto allo scrivere la via dello stabilimento che non è di fatto un parametro che consideriamo utile per sapere da chi è fabbricato un prodotto. Ed ecco allora che sorgono le domande:

- Conoscere dall’etichetta solo il Paese in cui è fabbricato un prodotto è un’informazione sufficientemente trasparente per il consumatore per consentirgli di conoscere chi ha realmente fabbricato un prodotto? La risposta per noi è no.

- E’ sufficientemente trasparente per il consumatore conoscere solo il marchio registrato del prodotto in alternativa a nome o ragione sociale del soggetto che si assume la responsabilità sulle informazioni fornite in etichetta e della qualità del prodotto senza conoscere lo stabilimento di produzione che non necessariamente fa capo a quel determinato marchio?

La risposta per noi è no.

Eppure  il regolamento europeo lo ritiene sufficientemente trasparente. Ma la marca può cambiare fornitori, materie prime e stabilimenti di produzione. Il consumatore non ha forse il diritto di conoscere chi produce per un marchio che non detiene stabilimenti propri?

Conoscere anche lo stabilimento di produzione e quindi il produttore che non necessariamente coincide con il marchio consentirebbe al consumatore italiano, tedesco, francese di capire se quel determinato stabilimento fa capo a produttori che reputa garanti di qualità così come avviene ancora oggi in Italia, dove il consumatore cercando su google la via di un determinato stabilimento conosce chi è il produttore di un determinato marchio.

Per noi questa è trasparenza.

Conoscere lo stabilimento di produzione è un’informazione di valore molto importante perché consente al consumatore di avere un dato certo da aggiungere ai parametri di valutazione prima dell’acquisto.

Il pregiudizio verso una certa marca può così essere superato partendo dallo scoprire che un dato prodotto ad esempio è fabbricato da una ditta di cui vi fidate e che reputate garante di qualità.

Per queste ragioni FIRMA anche tu la petizione


Praline Coop al cioccolato ritirate in 5 supermercati: possibile presenza di piccoli frammenti di plastica

19 settembre 2014

7c8733cd-8f5a-4958-b577-6bc1c7023f04Alcune confezioni di Praline Coop fior fiore al cioccolato sono state ritirate dagli scaffali di 5 supermercati Coop a causa della rottura di uno stampo sulla linea di produzione.

L’incidente potrebbe avere causato la presenza di piccoli frammenti di plasticanei sacchetti.

Coop, in un comunicato diffuso sul sito, precisa che il ritiro è stato fatto anche se la possibilità di trovare  frammenti provenienti dall’impianto in alcune confezioni di praline sono remote.

Il lotto coinvolto è il 4247, con scadenza 31/08/2015 ed è stato consegnato solo ad alcuni punti vendita Coop situati nel Centro Italia.

Avezzano – Via Vidimari – Via L. Vidimari – 67051 Avezzano – L’Aquila

Rieti – C.C. Futura – Via Molino della Salce – 02100 – Rieti

Chianciano – Via della Pace, 47 – 53042 Chianciano – Siena

Foiano della Chiana  – Via Repubblica, 21 – 52045 Foiano della Chiana – Arezzo

San Gimignano – Via Baccanella – 53037 San Gimignano – Siena

Il prodotto è stato già ritirato da tutti i punti vendita.

La catena di supermercati invita a non consumare le praline e a restituire le confezioni al punto vendita per la sostituzione o il rimborso.

Per ulteriori informazioni è disponibile il Numero Verde 800-805580

Fonte: Il Fatto Alimentare


Strutto prodotto con olio esausto; Taiwan è lontana, però…

17 settembre 2014

sicurezza-alimentareLa notizia letta su Il Fatto Alimentare, circa la multa di 1,3 milioni di € inflitta a una nota azienda locale colpevole di aver messo sul mercato 782 tonnellate di strutto prodotto utilizzando olio esausto proveniente da ristoranti e grassi di scarto dell’industria del cuoio, non deve farci pensare che Taiwan è lontana, in quanto anche in Italia sono successe di tutti i colori.

Ci sono fin troppe notizie false e/o inesatte (se non bufale vere e proprie) che circolano in rete, tuttavia che sia l’olio deodorato che si trasforma in extravergine oppure la carne di cavallo nei tortellini o i vari problemi circa la freschezza del pesce ottenuta con l’utilizzo di additivi, resta il fatto che anche in Italia siamo maestri nelle sofisticazioni e/o frodi alimentari.

Sono diversi invece i punti che dovrebbero farci riflettere: lo scandalo è scoppiato il 4 settembre e dopo pochi giorni è arrivata la multa, seguita poi dall’arresto dei personaggi coinvolti e, non ultimo, il fatto che il presidente dell’azienda si era scusato pubblicamente in ginocchio, sostenendo che la sua azienda era all’oscuro di tutto ed era una vittima della truffa.

Che le scuse fossero sincere o meno, poco importa, dato che in Italia per prima cosa anche di fronte a dati certi, le aziende diffidano i vari Blog dalla pubblicazione di notizie in merito (parlo per esperienza) e sono ben poche quelle che si scusano pubblicamente.

Solo 2 settimane per affrontare il problema e decidere sanzioni ed arresti?

Facile pensare all’iter giudiziario della vicenda del formaggio adulterato a Cremona, dove lo scandalo è durato dal 2004 al 2007, il processo è iniziato nel 2009, e la sentenza di condanna è arrivata nell’ottobre del 2013.

Leggo poi nell’articolo che questo “strutto” è stato individuato anche in prodotti utilizzati nelle mense scolastiche.

Se non fosse che in Campania hanno scoperto che una scuola elementare era stata costruita su una base di rifiuti tossici, per cui  se inquini il territorio con le industrie e se poi la criminalità ci mette del suo seppellendo rifiuti tossici sotto l’autostrada mica ci scandalizzeremo per dello strutto adulterato nelle mense scolastiche?

 


Birra, una miscela di luppolo, orzo e… microplastiche

16 settembre 2014

un articolo che leggo su Rinnovabili.it e che integro con questo articolo che si aggancia ad una delle ipotesi prese in esame dei ricercatori, a testimonianza che siamo quel che mangiamo, ma soprattutto mangiamo quello che scarichiamo nell’ambiente.

* * *

birra Brutta sorpresa per gli amanti della birra.

Alcuni ricercatori del Marine and Environmental Chemistry di Varel in Germania hanno analizzato 24 marche di birra tedesche – tra cui anche le 10 più popolari a livello nazionale – scoprendo che, accanto ai soliti ingredienti, ogni bottiglia ne contiene altri decisamente più insoliti.

A partire da apparentemente innocue, ma non per questo meno preoccupanti, microplastiche dalla provenienza del tutto sconosciuta.

L’analisi, pubblicata sulla rivista scientifica Food Additives and Contaminants, ha scoperto che in tutte e 24 le marche, erano presenti “fibre di polimeri sintetici, frammenti o particelle granulari inferiori ai cinque millimetri di dimensioni”.

Come riportato da Popular Science, i ricercatori non sono sicuri di come le micro particelle di plastica possano aver contaminato le birre; le bottiglie stesse potrebbero essere state “sporche” prima del riempimento, oppure le materie plastiche sarebbero potute provenire dai macchinari o dai materiali utilizzati nel processo di filtrazione.

E’ anche possibile, spiegano i due co-autori della scoperta, Gerd Liebezeit ed Elisabeth Liebezeit, che l’acqua usata dai birrifici sia stata contaminata.

Non è, infatti, una novità che le microplastiche, soprattutto quelle provenienti dai prodotti cosmetici, stiano lentamente inquinando un numero sempre maggiore di bacini e corsi d’acqua.

Sebbene le quantità rinvenute non sono considerate pericolose per la salute umana, i risultati sul livello di contaminazione raggiunto dalla plastica sull’ambiente, fanno davvero riflettere.

E lo studio fa ancor più storcere quando approfondisce gli altri micro elementi estranei pervenuti nelle birre: vetro, insetti e cellule epidermiche, anche se in questo caso, tutti riconducibili ad un “errato trattamento del prodotto o del sistema di stoccaggio”.

 


Frutti di bosco surgelati & Epatite A: meglio essere (ancora) prudenti

13 settembre 2014

Visto quanto leggo nell’articolo di Cristina Da Rold su Il Fatto Alimentare (qui in sintesi) è meglio non considerare del tutto conclusa la vicenda dei frutti di bosco surgelati che hanno causato un’epidemia di dall’Epatite A.

Il fatto stesso che non vi sia la certezza assoluta sull’origine dell’infezione, mi fa pensare che non si possa garantire che la stessa sia realmente terminata, come si supponeva tempo fa.

A quanto leggo i casi sono in netta diminuzione, anche se l’Italia è stata la più colpita, forse a causa della mediocre gestione del problema da parte delle Autorità, cosa della quale ho avuto conferma avendo a che fare con ristoratori che erano totalmente all’oscuro dei fatti.

Il consiglio alla fine resta il solito: non consumare frutti di bosco surgelati se non previa cottura.

Per approfondire, clicca QUI.

* * *

Per l’epidemia causata da frutti di bosco congelati contaminati dal virus dell’epatite A  tra il 2013 e il 2014 non è stata individuata l’origine.

L’ipotesi più verosimile riconduce a ribes rossi provenienti dalla Polonia e more prodotte in Bulgaria.

La tesi viene ufficializzata in un dossier pubblicato in questi giorni dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e ripreso anche da Ministero della sanità.

In Italia gli ultimi dati parlano di 1.300 casi ospedalieri notificati, anche se solo in 346 è stato possibile raccogliere un campione di sangue da analizzare presso i laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità.

Secondo il nostro Ministero, a partire dal mese di ottobre 2013 non sono più stati identificati campioni di frutti di bosco surgelati contaminati in prodotti venduti al dettaglio, anche se l’epidemia si è protratta ancora per sei mesi con centinaia di casi.

Questo fatto è dovuto probabilmente alla scarsa consapevolezza del pericolo fra i consumatori, sia per quanto riguarda i prodotti venduti al supermercato sia per i dolci serviti in bar e ristoranti.

L’epidemia è stata studiata e gli epidemiologi e i virologi dell’ISS sono riusciti a individuarne la causa e ipotizzare la zona d’origine con un certo grado di precisione, ma rimane il fatto che in molti paesi, soprattutto nell’Est Europa, i sistemi di sorveglianza dovrebbero essere migliorati.

L’aver individuato come responsabili dell’epidemia dei lotti di ribes rosso polacchi e delle more bulgare non basta. Bisognerebbe avere gli strumenti per capire prima di tutto in che modo e in che momento della filiera produttiva questi frutti di bosco si sono contaminati, per agire in maniera efficace.

locandina-ministero-epatite-frutti-bosco-dic-2013

 


Spacciava uve comuni come Brunello di Montalcino

10 settembre 2014

vino rossoA parte il fatto che dall’uva comune al Brunello di Montalcino il passo è lungo e non si può pensare di farla franca, sulla distanza, ancora una volta i furbetti (nel senso dispregiativo del termine) vanno a  colpire uno dei pochi settori di eccellenza che abbiamo ovvero il comparto eno-gastronomico.

Vero è che se i tempi della giustizia saranno gli stessi della frode sul formaggio, siamo a posto…

Un articolo che leggo su Il Salvagente

Spacciava uve comuni come Brunello e Rosso di Montalcino. Per questo un consulente tecnico è stato denunciato con le accuse di frode in commercio, accesso abusivo a un sistema informatico, appropriazione indebita aggravata e continuata e reati di falso.

È stata così scoperta dalla guardia di finanza di Siena una una colossale truffa ai danni del Consorzio del Brunello che ha portato al sequestro di oltre 160.000 litri di vino.

L’uomo, consulente tecnico di svariate aziende agricole produttrici di vino della zona di Montalcino, rimaste vittime della frode – con la collaborazione di altri complici in corso di identificazione – abusando del rapporto lavorativo in essere e della fiducia conquistata, è riuscito ad entrare in possesso di documentazione e materiale originale attestante la Docg (contrassegni di Stato, documenti di trasporto, fatture etc.) e a riprodurlo in modo perfetto. Dopo di chè vendeva tali uve alle aziende produttrici del Brunello e del Rossi di Montalcino.

L’associazione dei consumatori Codacons non sta a guardare. E ha già annunciato che si costituirà parte civile nel processo contro il consulente-tecnico.

“Casi come quello del Brunello rappresentano un immenso danno per i consumatori, sia sul fronte materiale che su quello morale – spiega il presidente Carlo Rienzi – Da un lato, infatti, i cittadini subiscono una lesione della buona fede e un inganno, acquistando un prodotto sulla base di promesse caratteristiche che esso non ha; dall’altro, spendono di più per un bene che solo sulla carta possiede qualità superiori, con conseguenze economiche evidenti”.


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