Le false uova italiane che arrivano dalla Romania…

23 aprile 2014

Ieri a Mi Manda Rai 3 ho visto un servizio sulla sicurezza alimentare ed il primo servizio è stato dedicato alle uova che come tutti i prodotti risentono di casi di frode commerciale ovvero di uova (anche scadute) vendute come italiane quando italiane non sono, ma ci sono anche casi di uova prodotte a Treviso e confezionate (a Roma) e vendute come prodotto locale.

Resta il fatto che mi è capitato di leggere commenti del tipo “io compro italiano”, il che non garantisce un bel niente, perchè le uova sono prodotte in Romania, certo, ma poi sono aziende italiane a venderle, in malafede e spesso  truffando il consumatore, così come è un’azienda di Treviso ad apporre date di scadenza fasulle, per cui, non nascondiamoci dietro ad un dito.

L’azienda che produce nel rispetto delle norme, offre prodotti di qualità a prescindere che abbia sede in Polonia come in Italia, poi, sicuramente, a parità di qualità, meglio comprare italiano e sostenere quindi la nostra economia e le aziende spesso strozzate dalla GDO.

E qui apro la parentesi verso i prodotti che acquisto da Cortilia, prodotti dalle aziende del territorio e con una qualità che fa la differenza, senza per questo spendere di più rispetto al supermercato.

Come evidenziato in trasmissione da Ruggero Moretti, Presidente del Comitato uova da consumo di Unaitalia, l’associazione che rappresenta le aziende della produzione, della distribuzione e della commercializzazione di carni e di uova, il consumatore può effettuare un primo controllo verificando che le informazioni riportate sulle uova corrispondano a quanto dichiarato dal venditore e/o sulla confezione.

Va da sè che se sull’uovo è indicata Treviso come provincia di produzione e tu le uova le compri a Roma da uno che dice che le ha prodotte lui, deve suonare l’allarme.

Alcuni consumatori hanno lamentato della difficoltà di comprensione dell’etichetta ma ritengo che spesso si tratti di una certa pigrizia perchè come potrete vedere dalla foto qua sotto, le informazioni da memorizzare sono principalmente 3:

uova etichetta

1- il primo numero identifica il tipo di allevamento e per semplificare si può memorizzare il fatto che su una scala di 4, più è basso il numero e migliore è l’uovo.

2 – La siglia IT indicaa il Paese in cui è stato prodotto l’uovo. Va da sè che se trovi RO sta per Romania ;-) e non per Roma.

3 – La sigla (FC in questo caso) indica la provincia di produzione.

L’uovo dura 28 giorni dalla data di deposizione. La data di scadenza non e’ sempre riportata sull’uovo ma deve essere riportata sulla confezione. Le uova per sicurezza vengono ritirate dalla vendita il ventunesimo giorno.

E eulla data di scadenza casca l’asino, mi vien da dire, dato che le uova prodotte a Treviso e sequestrate a Roma avevano una data di scadenza posticipata di 7-10 giorni, per cui si torna sempre al solito problema per il consumatore ovvero non potendo fidarsi al 100% dell’etichetta (o del timbro) è necessario fare una preselezione al momento dell’acquisto.

Così come è vero (e vale in ogni settore) che il prezzo più alto non garantisce la qualità, è altresì vero che un prodotto con un prezzo clamorosamente basso (vedi l’olio extravergine)  rispetto alla media di quelli in vendita, potrebbe non essere di qualità, se non peggio.

A seguire, nella trasmissione di parla di vino: Il finto made in italy e’ un fenomeno particolarmente forte per quel che riguarda i vini: il caso del “wine kit” ad esempio.” e successivamente  dei controlli sulla pasta: provenienza del grano, modalita’ di conservazione e tracciabilita’.

pasta

In studio Mario Piccialuti, presidente dell’Aidepi, l’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane. Il grano straniero utilizzato in Italia si aggira intorno al 30 – 40%.

Il nostro fabbisogno in termini di consumo e di esportazione e’ superiore al quantitativo di grano prodotto nel nostro territorio.

Ovviamente il grano “straniero” non e’ necessariamente peggiore di quello italiano. Si chiede Barbara Cataldi: perche’ utilizzare il marchio d’italianita* (la bandiera italiana ad esempio) per commercializzare un prodotto che poi di fatto (almeno nelle materie prime) non lo è?

* A questo proposito vi suggerisco al lettura di questo articolo.

 

 


Rischio botulino per zuppe e minestre nel banco frigo dei supermercati, per cui devi farle bollire

14 aprile 2014

In sintesi un interessante articolo di  Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare che però mi fa sorgere una domanda: considerando che il rischio di botulino in questi alimenti c’è (seppur basso) è logico che l’azienda non abbia indicato sino ad ora le giuste modalità di preparazione per evitare il rischio al consumatore?

La storia del giovane 33enne ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Verona dopo aver mangiato una zuppa contenente la tossina del botulino si potrebbe ripetere con altre minestre comprate al supermercato.

Purtroppo è proprio così, perché il trattamento termico durante il processo produttivo non è programmato per eliminare le spore del botulino.

Per questo motivo se il vasetto è conservato male, fuori dal frigorifero o si verificano altre condizioni favorevoli lungo la filiera, le spore possono germinare e produrre la pericolosissima tossina del botulino con il serio rischio di causare anche la morte a chi dovesse consumare la minestra. Certo le probabilità sono poche, ma esistono e il rischio non è quello di un mal di pancia.

Quanto accaduto con la zuppa Zerbinati rappresenta un grave episodio che nel contesto della sanità pubblica viene definito un “evento-sentinella”, utile per attivare una verifica e un confronto ad alto livello tra autorità sanitarie e rappresentanti delle imprese.

Prima di procedere va ribadito come nelle tossinfezioni da botulino, l’unica cosa certa è che le spore sono già presenti nel vasetto quando il prodotto esce dallo stabilimento. Questo può verificarsi perché l’unico trattamento che neutralizza le spore è un riscaldamento a 121°C per tre minuti che le aziende non fanno (*).

A riprova di quanto sia seria la situazione lo dimostra la stessa Zerbinati che in questi giorni ha modificato le diciture in etichetta.

Se prima invitava a “versare nella pentola e scaldare a fuoco lento per alcuni minuti”, adesso consiglia di “scaldare a fuoco vivo fino ad inizio ebollizione”.

rischio-botulino-etichette-zernìbinati

Si tratta di un cambiamento fondamentale perché portando il contenuto all’ebollizione, l’eventuale tossina del botulino presente nel minestrone o nella zuppa di verdure viene neutralizzata. Questa sicurezza non si ha invece scaldando la vaschetta a fuoco lento per alcuni minuti.

(*) Per garantire la sicurezza microbiologica Zerbinati fa una prima cottura delle verdure per 55 minuti a 101°C, poi mette insieme tutti gli ingredienti nei singoli vasetti dove vengono nuovamente sottoposti ad un trattamento di 55 minuti a 101°C per poi essere raffreddate e conservate in frigorifero, ma questo non elimina le spore del botulino.


Conviene usare l’acqua ossigenata e l’acido acetico per disinfettare la carne? L’Europa ci sta pensando…

11 aprile 2014

Un interessante articolo (qui in sintesi) di Eleonora Viganò che leggo su Il Fatto Alimentare; per leggerlo integralmente cliccare sul link.

Conviene utilizzare una soluzione a base di acido acetico e acqua ossigenata ( acido peracetico) per decontaminare la carne subito dopo la macellazione?

L’Autorità per la sicurezza alimentare europea sta valutando questa ipotesi, che viene ampiamente utilizzata negli USA dove l’impiego di questa soluzione disinfettante – secondo le autorità sanitarie – non comporta ripercussioni per la  salute dei consumatori.

La questione è di attualità visto che trattare la carne con una soluzione disinfettante chiamata acido peracetico, è un metodo efficace per ridurre la carica superficiale dei microrganismi patogeni presenti nelle carni dopo la macellazione.

Le alternative sono due, immergere la carcassa del pollo  in una vasca con il disinfettante  – metodo più efficace – oppure  spruzzare la soluzione sulla carne.

In attesa di ulteriori sviluppi abbiamo chiesto ad Antonello Paparella, ordinario di Microbiologia alimentare presso l’Università degli studi di Teramo, se e quanto il trattamento incida sulla sicurezza alimentare.

Quanto è diffuso l’utilizzo di acido peracetico?

Questa sostanza è molto impiegata per la sanificazione degli impianti industriali che usano il  sistema a circuito chiuso, ad esempio nell’industria casearia. Si tratta di soluzioni generalmente irritanti e relativamente instabili ad alta temperatura.

Anche per questo motivo sono utilizzate di solito in impianti chiusi e di notte, proprio per evitare il contatto diretto con i lavoratori. In Italia nei macelli avicoli l’impiego diretto sulle carni non è autorizzato.

Si tratta di un acido irritante, nocivo e corrosivo per alcuni metalli. A mio avviso, le ragioni che allo stato attuale non consentono ancora di autorizzare questa miscela disinfettante sono tre.

La prima riguarda il principio di precauzione su cui si basa la normativa europea e quindi italiana, grazie al quale non si utilizza una sostanza fino a che non viene dimostrata la sua sicurezza.

La seconda ragione è rappresentata dall’assenza di metodi analitici per dosare il residuo di HEDP nelle carni, necessari per poter gestire questo trattamento come punto di controllo critico, come richiesto dalla normativa europea per i trattamenti di decontaminazione.

A tal proposito, la stessa ditta produttrice dell’HEDP fornisce una scheda tecnica lacunosa, in cui non si riportano i dati sull’impatto ambientale.

La terza motivazione è di carattere pratico, perché in un ambiente come il macello avicolo, con alta velocità di catena, un trattamento applicato lungo la linea è raramente compatibile con la corretta applicazione dei dispositivi di protezione individuale, in particolare con l’uso di occhiali, mascherine e guanti necessari per la protezione degli operatori, che sarebbero esposti a vapori irritanti.

 


Cromo esavalente trovato nell’acqua di Brescia: che fare?

10 aprile 2014

attenzioneVisto quanto visto e letto a suo tempo, non c’è da stupirsi per questo articolo che leggo su Altroconsumo.

D’altro canto se inquini il territorio con le industrie e se poi la criminalità ci mette del suo seppellendo rifiuti tossici sotto l’autostrada

* * *

L’allarme per la presenza di una particolare variante di cromo (esavalente), una sostanza cancerogena, nell’acqua di Brescia è scattato quasi un anno fa, ma è tornato alla ribalta di recente, non solo perché le cronache ci riportano nuovi casi di inquinamento dell’acqua potabile in Italia, ma anche perché da pochissimo l’autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha dichiarato che l’esposizione al cromo in alimenti e acqua non è rischiosa per la salute: ma, se questo è vero per gli adulti, non lo è altrettanto quando si parla di bambini.

L’autorità, infatti, precisa che la stessa quantità di cromo, se negli adulti potrebbe non essere pericolosa, incide maggiormente nei più piccoli a causa del loro ridotto peso corporeo. Nessun rischio, invece, per l’acqua utilizzata per cucinare e per igiene personale.

Ma Brescia non è l’unica città a risentire dell’inquinamento industriale che contamina aria, acqua e suolo. Tutti i grandi agglomerati urbani della pianura padana hanno dei punti critici e il cromo esavalente è certamente presente anche in altre città come, ad esempio, Milano e Torino.

Quanto all’installazione di filtri domestici per il trattamento dell’acqua fai attenzione, non tutti i prodotti sono efficaci nella rimozione di questo metallo e altri problemi possono sommarsi a quelli della presenza del cromo.

Le autorità locali sono state inizialmente caute e rassicuranti verso la cittadinanza, ribadendo più volte che l’acqua è potabile e rispetta i limiti per le acque destinate al consumo umano.

L’Istituto Superiore di Sanità, da noi informalmente interpellato, ci ha risposto che “al momento non ci sono dati che indicano che il valore di 50 microgrammi per litro previsto per il cromo totale nelle acque destinate al consumo umano non sia adeguatamente protettivo per la salute umana” e prometteva che avrebbe tenuto conto di eventuali nuove evidenze scientifiche e raccomandazioni internazionali.

Anche se le risposte delle autorità sanitarie nazionali e degli operatori locali sono rassicuranti, nuove valutazioni sono necessarie alla luce di quanto emerso nell’opinione Efsa. Non possiamo accettare che una frazione di cittadini bresciani, di cui fanno parte anche dei bambini, sia esposto al pericolo del cromo esavalente.

Abbiamo analizzato l’acqua di casa di un nostro socio di Brescia. Il Cromo esavalente era presente, a Maggio 2013, in 10,9 microgrammi per litro, pari alla concentrazione di cromo totale, tanto che gli abbiamo sconsigliato di utilizzare l’acqua di rubinetto per scopi potabili.

La legge che definisce quando l’acqua è potabile e che pone una quantità massima di 50 microgrammi per litro per la presenza del cromo, va rivista. Deve essere, infatti, previsto un limite specifico per il solo cromo esavalente, che è poi la specie più diffusa nelle acque.

Nelle scuole non deve essere somministrata acqua di acquedotto se contenente cromo esavalente, ma solo acqua in bottiglia o di acquedotto in cui si è accertata l’assenza di cromo esavalente.

Infine, la concentrazione di cromo esavalente nell’acqua di Brescia va monitorata con attenzione e comunicata correttamente alla popolazione. Comune, A2A ciclo idrico S.p.a. e Asl possono scegliere le modalità che ritengono più efficaci e corrette, ma la comunicazione ai cittadini deve essere puntuale, tempestiva e il più capillare possibile.

(Articolo pubblicato in sintesi; per la lettura integrale clicca sul link in apertura)

 

 


Ritirato lotto di acqua minerale naturale Coop sorgente Monte Cimone

10 aprile 2014

Schermata-2014-04-09-alle-17.32.20In seguito ad alcuni episodi di  malessere accusati da cittadini dopo avere bevuto acqua minerale naturale Coop sorgente Monte Cimone,  acquistata presso il negozio Coop di Montevarchi, la catena di supermercati ha ritirato subito le bottiglie dagli scaffali di tutti i punti vendita che hanno ricevuto il lotto.

La notizia è stata diffusa anche come allerta sul sito Coop per avvisare i clienti.

Secondo quanto riferito da Valdarnopost.it le persone che hanno accusato malori e si sono rivolte al pronto soccorso sono quattro e dopo le prime cure sono state dimesse.

Il prodotto ritirato è un lotto di acqua minerale naturale Coop sorgente Monte Cimone da 1,5 litri, lotto  40902- scadenza giugno 2015 .

I consumatori che hanno acquistato sono invitati a non utilizzarlo e a restituirlo al punto vendita per la sostituzione o il rimborso della confezione.

Per informazioni, chiamare il Numero Verde 800 805 580

Aggiornamento del 19.04.2014: Un comunicato ufficiale non c’è, visto che le analisi della catena di supermercati e dell’Asl sono ancora in corso. Fonti attendibili però ci confermano che è trattato di un incidente che ha avuto luogo lungo la linea di produzione. Il motivo è da ricercare nella valvola difettosa di un recipiente contenente disinfettante che, a causa del cattivo funzionamento, avrebbe provocato lo sversamento di parte del liquido nella linea di imbottigliamento.

L’incidente non è presumibilmente durato tanto o comunque ha coinvolto poche persone perché, quando i primi consumatori hanno segnalato il problema e alcuni si sono rivolti al pronto soccorso, il lotto è stato immediatamente rimosso dagli scaffali ed è stato diffuso l’annuncio sul sito.

Fonte: Il Fatto Alimentare


Frutti di bosco surgelati: l’epidemia di Epatite A continua…

7 aprile 2014

attenzioneSabato mentre facevamo la spesa al supermercato facevo notare alla Signora K come fosse sceso il silenzio sulla vicenda dell’epidemia di Epatite A collegata al consumo di frutti di bosco surgelati.

Secondo lei (ottimista) probabilmente la situazione si era risolta, ma leggendo quotidianamente il Fatto Alimentare, e contattando La Pira quando ho dei dubbi, so bene che la situazione non solo non si è risolta, anzi si complica, perchè a fronte di un’epidemia che continua, da parte del Ministero (e lasciamo perdere stampa e tv) c’è un silenzio che non mi tranquillizza affatto.

Ed oggi leggo su Il Fatto Alimentare questo articolo di Roberto La Pira  che conferma il mio sentire; come scritto tempo fa mi è capitato di andare in un ristorante e vedere sul menù il gelato con frutti di bosco; alla mia domanda se fossero freschi o surgelati il ristoratore mi aveva risposto: surgelati.

E quindi la domanda sorge spontanea: era al corrente del problema oppure no?

Propendo per la seconda ipotesi ed allora se neanche gli addetti ai lavori sono informati della pericolosità collegata al consumo dei frutti di bosco surgelati, figuriamoci i normali consumatori…

* * *

Ogni 2 giorni 5 persone vengono ricoverate in ospedale per epatite A causata dall’ingestione di alimenti contenenti frutti di bosco surgelati o congelati. È quanto emerge dall’ultima relazione del Ministero della salute sull’epidemia che da 14 mesi ha riguardato l’Italia. I numeri non lasciano spazio a dubbi, le persone colpite dal gennaio 2013 alla fine di febbraio di quest’anno sono state 1.463.

Considerando che nel periodo precedente (novembre 2011 – dicembre 2012) erano 360, basta fare una sottrazione per rendersi conto che le vittime sono circa 1.100. La cifra è comunque sottostimata visto che molti cittadini colpiti da epatite A sfuggono al calcolo delle Asl. La regione con il maggior numero di casi è la Lombardia è 358, seguita da Emilia Romagna (154), Toscana (142) e Lazio (121), mentre in Sicilia sono solo 3.

Siamo di fronte a un’epidemia classificata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare come “internazionale”, che ha coinvolto oltre a 4 paesi del Nord Europa dove si sono registrati 71 casi (Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia) anche Irlanda e Francia con altri 16 episodi tutti associati all’ingestione di frutti di bosco.

La nota positiva del documento riguarda il dimezzamento dei casi in Italia nell’ultimo quadrimestre, ormai assestati a quota 40, anche se l’emergenza non si può certo considerare finita. 

A fronte di questa situazione il Ministero ha identificato 15 lotti di frutti di bosco contaminati ritirati dal mercato. Viene spontaneo chiedersi perché non siano stati presi analoghi provvedimenti a carico di altri 44 lotti fortemente sospettati di contenere il virus.

locandina-ministero-epatite-frutti-bosco-dic-2013C’è un altro elemento difficile da capire, come mai non sono stati richiamati lotti di aziende che producono dolci o torte con frutti di bosco surgelati, distribuiti a ristoranti, pizzerie e altri esercizi commerciali?

L’aspetto sconvolgente di questa storia è che la stragrande maggioranza delle persone continua a mangiare tranquillamente frutti di bosco (more, ribes rosso, mirtillo e lamponi) presenti nelle torte, nei pasticcini e nei gelati, ignara del rischio di ammalarsi.

Il discorso non riguarda solo i consumi domestici ma soprattutto i dolci consumati in ristoranti, pizzerie e altri esercizi commerciali.

La gestione dell’epidemia da parte del Ministero della salute è stata disastrosa e del tutto inefficiente.

Di fronte ad un problema serio dove bisognava vietare per alcuni mesi la vendita di frutti di bosco surgelati, Beatrice Lorenzin ha pensato bene di pubblicare un appello in rete dopo 10 mesi!

L’esito è stato che il 90% dei cittadini ha ignorato e continua a ignorare il problema.

Un medico neolaureato in medicina specializzato in malattie infettive avrebbe saputo gestire meglio la situazione sia nei confronti della comunicazione ai cittadini sia sul fronte della produzione industriale.

L’unica cosa da fare era decretare la sospensione della vendita dei frutti di bosco congelati e surgelati per qualche mese, come hanno fatto diverse catene di supermercati che da 6-8 mesi hanno tolto dai banchi freezer l’intero l’assortimento rendendosi conto della gravità della vicenda.

La situazione resta ancora fuori controllo tanto che il Ministero della salute “non esclude l’eventualità che altri mix di frutti di bosco surgelati/congelati contaminati, diversi da quelli oggetto di allerta possano essere presenti sul mercato”. Per questo le autorità raccomandano di consumare i frutti di bosco congelati/surgelati solo cotti, facendoli bollire (portandoli a 100°C) per almeno 2 minuti, non impiegare i frutti di bosco crudi per guarnire i piatti (ad esempio la superficie di una crostata, semifreddi, yogurt ecc., lavare accuratamente i contenitori e gli utensili usati per maneggiare i frutti di bosco scongelati”.

Se sul fronte della prevenzione la macchina sanitaria italiana ha dimostrato una disastrosa fragilità e una totale inesperienza, anche il sistema di tracciabilità europeo ha evidenziato debolezza e criticità.

Dopo un anno di ricerche e di analisi la task force messa a punto al Ministero della salute per individuare l’origine dell’epidemia non ha sortito risultati. Gli esperti sembrano escludere l’ipotesi che sia stato un singolo ingrediente ad avere originato la contaminazione. Si pensa a un gruppo di produttori di una stessa area geografica, e a una successiva contaminazione nei centri di lavorazione o di smistamento della filiera distributiva.

Il nostro invito è di non consumare frutti di bosco. Lo abbiamo scritto quasi un anno fa e lo ripetiamo. Chiediamo al ministro Beatrice Lorenzin di affrontare con maggior coraggio questa situazione ormai fuori controllo, per tutelare la salute dei cittadini.

Per sapere quali sono i sintomi dell’epatite A , come si cura e cosa fare consigliamo di leggere la nota redatta dal Ministero della salute, da cui abbiamo tratto questo paragrafo sull’incubazione e sulla durata della malattia.

L’epatite A, dopo un periodo di incubazione di 15-45 giorni dall’infezione, si manifesta con la comparsa di inappetenza, malessere generale, febbre e nausea. Dopo qualche giorno compare l’ittero, cioè la presenza di colorito giallognolo della pelle e delle sclere (la parte bianca dell’occhio) e delle mucose, dovuto alla aumentata concentrazione di bilirubina nel sangue a causa della diminuita funzionalità del fegato.

La malattia ha generalmente un’evoluzione benigna, dura dalle 2 alle 10 settimane, e dopo la guarigione conferisce un’immunità permanente. Non cronicizza mai.

 


Ritirate le caramelle Fini Boom Vapire Gum per quantità eccessiva del colorante E 133 Blu brillante

4 aprile 2014

attenzioneIl 31 marzo è iniziato in tutta Italia il ritiro delle caramelle per bambini Fini Boom Vampire Mouth Painter con bubble gum. Secondo un controllo effettuato dai Nas di Brescia contengono una quantità eccessiva del colorante E 133 meglio noto con il nome di blu brillante Fcf.

Secondo informazioni raccolte da Il Fatto Alimentare l’esito delle analisi realizzate su due campioni dall’Istituto sperimentale zooprofilattico di Brescia, evidenzia una quantità di colorante variabile da 454,4 a 493,2 mg/kg a fronte di un limite massimo di 300 mg/kg.

 I lotti ritirati e richiamati dal commercio sono due: 7980-H  e 8037-H, e il termine minimo di conservazione è il mese di febbraio 2016. Le caramelle sono state distribuite a partire dalla metà di febbraio dalla Casa del dolce di Bologna, che importa in esclusiva il prodotto dalla società spagnola Fini Golosinas situata a Molina de Segura (Murcia).

“Le caramelle sono distribuite in tutta Italia“, ha dichiarato a Il Fatto Alimentare  Casa del dolce – precisando che dopo avere ricevuto la notizia dai Nas, si è subito provveduto ad avvisare i 280 distributori, che comprendono sia bar e piccoli negozi, sia grossisti che a loro volta vendono ad decine di  piccoli esercizi, invitando tutti a ritirare le confezioni di caramelle dagli scaffali. La norma prevede in questi casi l’esposizione di un cartello per informare la clientela.

allerta-caramelle-vampire-finiSecondo gli esperti che abbiamo interpellato pur trattandosi di un colorante di sintesi è altrettanto vero che viene metabolizzato poco dall’organismo.

Uno studio condotto in diversi paesi europei nel 2010 (Expochi) finalizzato a valutare la presenza e il consumo di coloranti nei prodotti alimentari assunti dai bambini di età compresa tra 1 e 14 anni, non vede il blu brillante nell’elenco delle sostanze che hanno destato preoccupazioni,  anche perchè non risulta molto utilizzato.

Ciò detto è vero che la dose gionaliera massima (Mpa) è stata ridotta recentemente a 300 mg/kg. Il consiglio è scegliere caramelle con colori opachi o comunque smorti con pochi coloranti, anche se sono difficili da  trovare.

Un’accurata descrizione tossicologica del colorante è stata redatta dall’Efsa nel novembre 2010.

Fonte: Il Fatto Alimentare


È proprio sicuro utilizzare l’alluminio in cucina? Va bene usarlo per conservare il cibo?

26 marzo 2014

alluminioin sintesi un interessante articolo di Luca Foltran che leggo su Il Fatto Alimentare

L’alluminio è un materiale attualmente molto impiegato nel settore alimentare: si va dalla cottura fino ad arrivare alla conservazione dell’alimento stesso attraverso vaschette e fogli.

Le vaschette in alluminio spesso sono rivestite internamente da uno strato di vernice che isola dal contatto diretto con le pietanze: di fatto, in questo caso, non è più l’alluminio ad entrare in contatto diretto con il cibo ma lo strato polimerico.

È stato dimostrato che fogli e vaschette di alluminio non sono potenzialmente dannosi per la salute e possono essere utilizzati per conservare cibi, ma sono necessarie regole precise affinché non vi sia migrazione del metallo nell’alimento.

Un ampio lavoro sperimentale, ha permesso di delineare alcune raccomandazioni da seguire per utilizzare in modo sicuro l’alluminio in cucina. 

In particolare la temperatura è fondamentale per la migrazione: una conservazione intorno a 5°C (in frigorifero) limita il passaggio di alluminio nell’alimento anche a 10 giorni di distanza, indipendentemente dalla tipologia del cibo conservato.

Pertanto la risposta al dubbio da vari lettori, che chiedevano se fosse sicuro conservare cibi grassi in fogli di alluminio, la risposta è sì, purchè siano rispettate le buone pratiche di conservazione ovvero mantenere l’alimento a temperature refrigerate.

Le condizioni ammesse dalla legge per recipienti e fogli in alluminio sono le seguenti:

- contatto breve: tempi inferiori alle 24 ore in qualunque condizione di temperatura,
- contatto prolungato: tempi superiori alle 24 ore a temperatura refrigerata,
- contatto prolungato: tempi superiori alle 24 ore a temperatura ambiente limitatamente agli alimenti con basso potere estrattivo (come caffè, spezie ed erbe, zucchero, cereali, paste alimentari non fresche, prodotti della panetteria, legumi e frutta secca, ortaggi essiccati).

Nella legge italiana si specifica che devono essere evitati i contatti prolungati a temperatura ambiente, o comunque non refrigerata, con alimenti acidi o troppo salati visto che l’ acidità e l’eccesso di sale favoriscono il passaggio del metallo nell’alimento.

La legge introduce inoltre un obbligo di etichettatura per prodotti in alluminio, sui quali deve essere indicato:

- non idoneo al contatto con alimenti fortemente acidi o fortemente salati
- destinato al contatto con alimenti a temperature refrigerate
- destinato al contatto con alimenti a temperature non refrigerate per tempi non superiori alle 24 ore
- destinato al contatto con gli alimenti a basso potere estrattivo a temperature ambiente anche per tempi superiori alle 24 ore.

Un’ultima nota riguarda la tossicità dell’alluminio: l’alluminio è tossico per il sistema nervoso centrale, come altri metalli pesanti, nel caso in cui l’organismo non sia in grado di espellerlo, ad esempio in caso di gravi malattie renali. È meno velenoso, ma molto più persistente dei più noti mercurio, cadmio, piombo.

 


Allerta botulino per una zuppa di legumi “Terra & Vita”, prodotta da Zerbinati. Scatta il ritiro immediato.

25 marzo 2014

attenzione

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione

E’ allerta botulino per una ”Zuppa di Legumi & Cereali” con il marchio Terra & Vita prodotta dalla società Zerbinati Srl per conto di Buona Terra.

Il lotto sospettato di essere contaminato è il numero B0803A, mentre la data di scadenza sulla confezione indica il 26/03/14.

Si tratta di una zuppa pronta in un contenitore di plastica arancione; ne sono stati venduti 13.400 pezzi in diversi supermercati e punti vendita.

La società precisa che tutti i supermercati e i punti vendita hanno ricevuto un avviso urgente dove si invita a ritirare immediatamente il prodotto dagli scaffali, ma ha anche dichiarato che le 13.400 confezioni sono già state vendute: praticamente tutte visto che scadono domani. 

Questo vuol dire che tutti i supermercati e i punti vendita hanno ricevuto un’avviso urgente che invita a ritirare immediatamente il prodotto dagli scaffali dei negozi dovuto a allerta botulino.

La società Terra& Vita ha messo un annuncio anche sul sito internet. La notizia è stata rilanciata anche sul sito del Ministero della salute in cui si precisa che la tossina botulinica è stata trovata in una confezione aperta analizzata in seguito al ricovero in ospedale di una persona.

La tossina botulinica di tipo B è stata riscontrata sui residui della zuppa consumata da un uomo il 19 marzo scorso ora ricoverato in un ospedale di Padova in condizioni critiche. Le analisi sono state condotte dai laboratori dell’istituto Zooprofilattico delle Venezie.

Una cosa è però certa, il vasetto di zuppa che ha mangiato la persona ricoverata in ospedale è stato acquistato all’Ipermercato Rossetto situato all’interno del centro commerciale Le centurie di San Giorgio delle Pertiche in provincia di Padova. Il gruppo Rossetto per avvisare la clientela ha appeso cartelli in tutti i 30 punti vendita che avevano in assortimento le confezioni di zuppa.

Tutti i consumatori eventualmente in possesso della zuppa non devono assolutamente consumarlo ma restiuirlo alle Asl o al punto vendita.

Qualcuno ci ha chiesto come mai, se la zuppa è stata acquistata da migliaia di persone, solo una è stata colpita da botulino. La vicenda non è così strana – spiegano gli esperti – ci sono stati altri casi simili.

È possibile perché il botulino può anche essere presente in una conserva vegetale che non è stata sottoposta agli adeguati trattamenti per eliminare il batterio e non dare fastidio. Se però si creano le condizioni ideali per la germinazione, il batterio sviluppa la tossina e in questo caso bastano quantità veramente minime per mettere in pericolo di vita la persona. Questo evento può accadere anche solo in una confezione.

Fonte: Il Fatto Alimentare


L’epidemia dimenticata: 800 le persone colpite da epatite A per i frutti di bosco…

21 marzo 2014

sicurezza-alimentareUn mese fa avevo chiesto a La Pira a che punto fosse l’emergenza Epatite A & Frutti di bosco surgelati, per capire se lasciare il tutto in evidenza sul Blog o meno e la risposta era stata, per forza di cose, vaga ovvero il Ministero non rilasciava informazioni, cosa confermata da quanto si legge oggi.

un articolo di Roberto La Pira e Luca Bucchini che leggo su Il Fatto Alimentare – Tutti i post sulla vicenda li trovi QUI – Guarda anche la puntata del 4 novembre di Mi Manda Rai 3

Il 2013 sarà ricordato come l’anno dell’epidemia di epatite A causata dai frutti di bosco surgelati contaminati. In pochi mesi il virus ha colpito oltre 800 persone in Italia e numerose all’estero.

Le aziende coinvolte sono state una decina, 15 i lotti ritirati dagli scaffali. Le aziende coinvolte in teoria avrebbero dovuto esporre nei supermercati migliaia di cartelli per avvisare i consumatori.

Di fronte a questa emergenza il Ministero della salute nel mese di dicembre – 9 mesi dopo i primi casi – ha diffuso un avviso rivolto alla cittadinanza invitando a non consumare i frutti di bosco surgelati senza cuocerli prima del consumo.

Per rendersi conto di quanto sia critica la situazione basta dire catene di supermercati come Esselunga, Coop e Conad da mesi hanno interrotto la vendita di frutti di bosco surgelati.

Il Fatto Alimentare ha seguito con attenzione l’intera vicenda pubblicando i nomi dei prodotti ritirati e, quando siamo riusciti ad averli, l’elenco dei punti vendita coinvolti.

Tutto si è però fermato all’inizio di novembre 2013, quando si è verificato una sorta di black out. Da allora non ci sono più stati aggiornamenti da parte delle autorità sanitarie sull’andamento dell’epidemia e la stima delle persone colpite è rimasto fermo al mese di settembre. Sono passati 5 mesi e in questo periodo abbiamo chiesto numerose volte alle autorità sanitarie notizie, ma senza successo.

Molti interrogativi restano irrisolti.

Qual è la situazione attuale? Si è riusciti a conoscere la causa della contaminazione e l’origine dei frutti di bosco che presentavano il virus?

La scelta di richiamare solo i lotti con la contaminazione confermata è stata sufficiente a fermare l’epidemia?

I consumatori hanno davvero buttato via le confezioni infette? L’informazione è stata sufficiente? E i frutti di bosco utilizzati da gelaterie, ristoranti e pasticcerie sono stati davvero restituiti al fornitore e distrutti?

Ieri abbiamo ricevuto una comunicazione dal Ministero della salute in cui si dice che dall’11 novembre 2013 non sono più state rilevate partite di frutti di bosco contaminate dal virus dell’epatite A.

L’avviso si conclude senza chiarire quante persone siano state colpite e precisando che la task force, istituita per l’emergenza, fornirà nuovi dati quando avrà finito gli accertamenti.

Qualche cosa però non convince visto che il 3 dicembre 2013 è scattata l’ennesima allerta (numero 2013.1602) a carico di una partita di frutti di bosco distribuita in Italia ritirata poi dal mercato. L’altro elemento che desta perplessità è l’assenza di notizie sull’epidemia in corso.

Il Ministero non dice se è finita, se continua, se le persone ammalate sono aumentate o diminuite. Come mai le informazioni sulla vicenda sanitaria peggiore degli ultimi anni, con almeno 800 persone e una decina di aziende coinvolte, da cinque mesi non arrivano più?

Aspettiamo fiduciosi notizie dal Ministero, ricordando che circa in un caso su 100 di epatite A può esserci necessità di trapianto di fegato e anche il rischio di morte.

Questo silenzio assordante non è proprio di buon auspicio e comunque risulta difficile da comprendere sia dai nostri partner europei sia da qualsiasi esperto di sicurezza alimentare.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 169 follower