Ponti propone peperoni, carciofi e pomodori in vasetti dove l’olio viene sostituito da addensanti.

22 maggio 2013

un articolo di Valeria Torrazza che leggo su Il Fatto Alimentare

Ponti, azienda leader nel settore delle verdure sott’olio e sottaceto, ha introdotto nell’assortimento una gamma di prodotti con poche calorie e senza olio cercando così di catturare  le simpatie dei consumatori più attenti alla linea.

Si tratta di Zero Olio, una linea di contorni vegetali che anziché essere sottolio, sono immersi in una salsa “più leggera”.  La gamma comprende quattro gusti: Peperoni Grigliati ai Profumi dell’Orto, Carciofi Pepe e Limone, Pomodori Essiccati ai Profumi dell’Orto e Funghi Prataioli Grigliati. La novità è che nella lista degli ingredienti non si trovano tracce di olio o di altri grassi.

La nuova formula utilizza  alcuni ingredienti non utilizzati nelle preparazioni casalinghe. Si tratta delle maltodestrine di mais e di patate oltre alla  gomma xantano.

Le maltodestrine sono ricavate  dagli amidi attraverso un processo di idrolisi, e vengono impiegate nell’industria alimentare come addensanti, fonti di energia e in sostituzione di alcuni grassi.

La gomma xantano (in etichetta in altri casi è indicata con la sigla E415) è una fibra alimentare con un elevato potere addensante. Viene usata anche per dare “collosità” alle farine senza glutine. Si tratta di un polisaccaride ottenuto tramite fermentazione batterica dell’amido di mais.

Questi nuovi elementi insieme all’aggiunta di aceto, zucchero, sale, spezie e aromi dovrebbero regalare più gusto rispetto ai classici prodotti light e “sostituire” l’olio.

Considerando i Carciofi Pepe e Limone il prezzo non è elevato (noi abbiamo trovato i vasetti a 3,95 euro a confezione).

Volendo fare un confronto di listino con i carciofini  tradizionali all’olio di girasole sempre firmati Ponti  emerge che la nuova linea Zero Olio costa 8 euro in meno al kg. (prezzi di Esselungaacasa.it).

L’ultima nota riguarda i pochi dati riportati nelle tabelle nutrizionali, dove mancano i valori relativi a zuccheri, fibre e sodio.


Per chi guida, le distrazioni dovute alle allergie primaverili possono incidere sulla sicurezza stradale

21 maggio 2013

in sintesi un articolo che leggo su SicurAuto e che, essendo un allergico DOC, mi riguarda da molto vicino, soprattutto considerando che sono fra quelli che spara raffiche di almeno 8 starnuti ed in quei momenti è come guidare ad occhi chiusi.

Per quanto riguarda l’abbinamento allergia+guida, va da sè che è necessaria la massima prudenza; utilizzo un antistaminico di seconda generazione che non mi causa sonnolenza, ed a questo proposito suggerisco di evitare il Fai da Te; l’allergia è un problema serio, che se mal curato può portare a complicazioni poco piacevoli.

Ad ogni tagliando (o perlomeno una volta all’anno) cambio il filtro antipolline scegliendo fra i migliori ed in auto utilizzo quasi sempre la funzione ricircolo in quanto riesco a percepire l’erba tagliata da alcuni chilometri di distanza e quando l’odore arriva nell’abitacolo, per me è la fine ;-) quindi è necessario prevenire.

Se siete fra quelli che utilizzano i deodoranti per auto, sappiate che vi esponete ad ambienti saturi di sostanze chimiche inutili se non dannose magari non nell’immediato (asmatici ed allergici esclusi), ma sicuramente nel lungo periodo, considerando che questo mix chimico non purifica affatto l’aria, anzi la peggiora.

Sicuramente ci sono persone che vivono pensando solo a se stesse, ed infatti non mi rivolgo a loro, tuttavia provate a pensare che cosa significhi, per un allergico (e siamo in tanti), salire in un’automobile corredata da alberelli o diffusori di dodoranti.

Considerando poi che l’allergia può provocare fastidi agli occhi, è fondamentale per me utilizzare gli occhiali da sole (un suggerimento per chi se usi occhiali da vista); resta il fatto che nella maggior parte dei casi l’arrivo degli starnuti è prevedibile ed allora metto in pratica un trucchetto per ritardarli in modo tale da poter ridurre la velocità (in autostrada) e/o portarmi sulla prima corsia, dove peraltro viaggio quasi sempre ;-) , mentre in città valuto se sia il caso di accostare o meno.

Per restare in tema, vi ricordo l’esistenza di Meteopolline.it dove ci si può iscrivere e ricevere via mail / sms le previsioni allergologiche  della vostra zona.

°°°

È risaputo che, appena esplode il caldo primaverile-estivo, per gli automobilisti allergici inizia una stagione critica.

Le allergie riducono le prestazioni degli automobilisti e le loro capacità di reazione: in particolare, starnutire quando si viaggia a una velocità di 100 km/h provoca una guida “cieca” per circa 30 metri.

Secondo una stima effettuata dall’AvD Tedesco, nel periodo primaverile il rischio di incidenti aumenta anche fino al 30%: un pericolo tanto reale quanto spesso sottovalutato o addirittura sconosciuto. 

Comunque va detto, a proposito della distrazione, che spesso si guida senza guardare la strada anche perché l’attenzione viene distolta dalla radio oppure dal celllulare o dal navigatore satellitare.

Al di là dei farmaci (attenzione, cautela, potrebbero indurre sonnolenza), la soluzione per limitare i sintomi dell’allergia sono i filtri abitacolo per la salute e la sicurezza degli automobilisti.

Obiettivo del filtro abitacolo è di ripulire l’aria che dall’esterno dell’auto, attraverso i condotti dell’impianto di riscaldamento o climatizzazione, entra nell’abitacolo e viene respirata dagli automobilisti.

I filtri abitacolo, se di buona qualità, sono anche in grado di trattenere una quota considerevole delle sostanze presenti nell’aria e che sono causa dell’insorgenza di allergie respiratorie, in particolare i pollini.


Micotossine: il pericolo per la salute c’è

21 maggio 2013

Altroconsumoun articolo che leggo su Altroconsumo, tuttavia suggerisco di integrare il tutto leggendo anche l’articolo (vedi anche i link presenti nel testo) di Dario Dongo e Roberto La Pira che ho letto sul Fatto Alimentare e che segnala anche la cattiva informazione in merito, grazie alla stampa ed all’inevitabile bufala che imperversa da anni circa il grano ammuffito della Barilla.

°°°

Le micotossine sono presenti in molti alimenti, soprattutto cereali, frutta secca, legumi, spezie, cacao, caffè, latte. Il loro impatto sulla salute dipende dalla quantità (in generale non provocano effetti negativi immediati, ma sul lungo periodo) e dal tipo di tossina.

Le più pericolose sono le alfatossine e tra queste la B1 contenuta principalmente nel latte, considerata cancerogena per il fegato. Altre provocano disturbi gastrointestinali o hanno tossicità neurologica, renale, sul sistema immunitario e riproduttivo.

Abbiamo portato in laboratorio alcuni campioni di alimenti a base di cereali, come pasta e pane, per ricercare sia le micotossine per le quali esistono limiti di legge, sia quelle non ancora regolamentate. Le analisi dimostrano che la presenza di queste sostanze nel cibo che acquistiamo è sottostimata. Per alcune micotossine che non hanno ancora un limite di legge, infatti, il rischio di superare la quantità giornaliera massima accettabile consumando alcuni dei cibi analizzati è un’eventualità concreta.

Le micotossine sono prodotte da alcune muffe che si sviluppano in campo su alcune piante, sia a causa di determinate condizioni climatiche, sia in seguito a stress cui sono sottoposte, come l’attacco di insetti e volatili. Sono quindi tossine naturali. Gli alimenti più esposti sono i cereali, come mais, frumento, orzo, segale e avena, ma anche spezie, frutta secca e caffè. Alcune micotossine, tra quelle più pericolose, possono entrare nella catena alimentare anche attraverso la carne suina, di pollo, uova, formaggio e latte.

Eliminare completamente questi contaminanti naturali è impossibile. Ma si può cercare di contenere l’esposizione della popolazione entro dosi tollerabili. Come? Prima di tutto obbligando il settore agricolo a migliorare le pratiche in campo e lo stoccaggio degli alimenti. In seguito, praticando numerosi controlli su tutta la filiera.

Per saperne di più.


La scritta “Bassa Acidità” a caratteri cubitali sulle bottiglie di olio extra vergine è scorretta e va tolta

20 maggio 2013

in sintesi un articolo di Alberto Grimelli che leggo su IlFattoAlimentare.it

Sugli scaffali dei supermercati si trovano spesso bottiglie di olio extra vergine di oliva con la scritta Bassa Acidità proposta a caratteri cubitali.

Si tratta di  una dizione vietata da un regolamento europeo e considerata “fuorviante per il consumatore” perchè, come scrivono in burocratese a Bruxelles, “fuori contesto induce erroneamente a creare una scala di qualità assoluta… in quanto questo criterio corrisponde ad un valore qualitativo unicamente nell’ambito delle altre caratteristiche dell’olio d’oliva considerato…”.

La norma vieta la presenza di questa scritta sull’etichetta, ma nonostante ciò gli esperti di marketing e pubblicità continuano a costruire  campagne promozionali basate proprio sulla bassa acidità per invogliare all’acquisto.

Nonostante la legge comunitaria abbia più di dieci anni di vita resistono sugli scaffali del supermercato  diverse bottiglie con la dicitura Bassa Acidità scritta in caratteri tipografici cubitali.

Alcune aziende hanno addirittura registrato loghi e marchi con all’interno la scritta Bassa Acidità. Uno stop è arrivato recentemente da un parere della Repressione Frodi, l’autorità del Ministero delle politiche agricole che si occupa di vigilare sulle contraffazioni e adulterazioni alimentari.

D’altronde valutare un olio solo sulla base dell’acidità è come basarsi sul solo grado alcolico per l’acquisto del vino.

Nessuno pensa che una bottiglia con grado alcolico 13 sia migliore di quella con grado alcolico 12,5. La scelta deve basarsi su altri fattori. Lo stesso dovrebbe valere per l’acidità dell’olio che, tanto per sfatare un altro mito, non si può avvertire in bocca.

La sensazione di piccante o di pungente che si avverte, specie nel prodotto di fresca spremitura, non dipende infatti dall’acidità. Un olio molto piccante non è necessariamente molto acido: contiene invece molti polifenoli, antiossidanti dall’alto valore salutistico. Sono infatti queste molecole a dare la sensazione di piccante, e anche di amaro, all’extra vergine.


La mancia al ristorante? Un obbligo in Spagna e un’offesa in Giappone

20 maggio 2013

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare, grazie al quale capisco di avere un pò di Dna giapponese ;-) in quanto anch’io reputo un mio dovere assolvere agli obblighi lavorativi (e/o di cittadino) al meglio delle mie possibilità; poi capita il meccanico come il cameriere che ti offrte un servizio che va oltre il dovuto ed allora ritengo giusto ringraziare a parole, ma anche con una mancia, quando possibile.

°°°

Quanto lasciare di mancia al ristorante? Per ripondere è bene sapere che la mancia al personale di un pubblico esercizio non è un’usanza solo italiana. Secondo una scuola di pensiero, il primordio sarebbe collocato all’epoca romana, un’altra fa risalire l’origine al tardo Medioevo e un’altra ancora all’Inghilterra del 1500.

Se sulle origini esistono versioni differenti, le mance sono accumunate dalla stessa motivazione, elargire  una somma in denaro per il servizio al tavolo anche se si registrano usanze e modalità differenti..

È quanto emerge da un focus a livello internazionale realizzato da Fipe, la federazione italiana pubblici esercizi aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia, con la collaborazione di Adapt e Hotrec Hospitality Europe in occasione di Tuttofood, la fiera  dell’alimentazione che si tiene a Milano

Il concetto di mancia in Europa si esplica in  quattro modalità diverse: c’è chi le considera servizio obbligatorio, chi mance gratuite, chi costo del servizio e chi le considera un sistema di accumulo organizzato da tutti i dipendenti che creano una sorta di fondo comune da redistribuire.

Nell’eseguire la comparazione sono stati presi in considerazione tre indicatori principali, cioè: normativa e prassi in vigore; modalità di distribuzione della mancia; trattamento della mancia.

Si scopre che per quanto riguarda il primo parametro (cioè la prassi da parte dei clienti), le nazioni più deregolamentate sono la Germania e la Svezia, mentre la Francia ha addirittura un importo preciso che è compreso in una forchetta fra 15 centesimi e 2,30 euro.

In Spagna vige il principio della percentuale sul conto finale proprio come negli Stati Uniti, paese in cui tale percentuale deve essere almeno pari al 15%. Più variegata è invece la situazione nel Regno Unito dove esiste un confine molto labile fra mancia e costo del servizio e spesso l’una si configura dove non è presente l’altro.

In Polonia si rischia di passare per grandi maleducati se non si dà la mancia mentre in Giappone avviene l’esatto opposto. Nel paese del Sol levante, offrire un buon servizio al cliente è considerato dai camerieri un dovere,


Parte della carne bovina italiana è trattato con ormoni e sostanze vietate.

17 maggio 2013

in sintesi un articolo di Valentina Murelli che leggo su Il Fatto Alimentare

Negli allevamenti italiani ed europei gli ormoni anabolizzanti per “gonfiare” i bovini da carne e rendere la carne più tenera sono vietati, ma diversi allevatori  non rispettano il divieto. Anche i controlli esistono (ogni Paese della Comunità europea attua un Piano nazionale dedicato alla sorveglianza e al monitoraggio di eventuali residui di sostanze chimiche illecite negli alimenti di origine animale) ma il sistema presenta alcune carenze.

In Italia si è deciso di fare di più e da qualche mese è attivo un nuovo Centro di referenza nazionale per le indagini biologiche sugli anabolizzanti animali, istituito dal Ministero della salute presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Tra i compiti principali del Centro, quello di mettere a punto nuovi metodi di analisi e di diagnosi di sostanze illecite nelle carni bovine.

«Per una lunga e consolidata tradizione, gli esami ufficiali che si eseguono oggi per individuare residui di anabolizzanti sono di tipo chimico» spiega Elena Bozzetta dell’Istituto zooprofilattico torinese, responsabile del nuovo Centro. Grazie all’uso di strumentazioni sofisticate, si riesce a individuare nel sangue o nelle urine di animali vivi la presenza di sostanze illecite e a caratterizzarle con precisione. In pratica, si dà un nome e cognome alla molecola che non dovrebbe esserci.

«I metodi chimici, però, hanno due limiti – chiarisce l’esperta – sono molto costosi e funzionano solo dopo un breve intervallo di tempo da quando è stata somministrata all’animale la sostanza vietata. Se sono trascorsi un paio di giorni dal trattamento, le analisi non sono più in grado di identificare l’illecito».

Per questo motivo Bozzetta con il suo gruppo di ricerca lavora da anni alla messa a punto di metodi alternativi, di tipo biologico. «Stiamo parlando di tre categorie principali di ormoni: i cortisonici, gli steroidi sessuali e i tireostatici, che agiscono in modo specifico su diversi organi bersaglio, cioè rispettivamente il timo, le ghiandole sessuali secondarie, come la prostata e le ghiandole bulbo-uretrali nel bovino maschio, e la tiroide.  Nel nostro laboratorio abbiamo raffinato e standardizzato un metodo istologico per analizzare questi organi».

Si tratta di prelevare campioni di organi al macello, allestire dei preparati da osservare al microscopio e verificare se nei tessuti ci sono alterazioni indicative di un trattamento collegabile ad un certa categoria di sostanze. «Il metodo – continua Bozzetta – non permette di identificare la singola molecola illecita coinvolta, ma evidenzia l’esistenza di un trattamento».

Oltre ai costi ridotti rispetto alle analisi chimiche, il grande vantaggio è la possibilità di individuare illeciti anche a distanza di tempo, addirittura a 2/3 mesi dalla somministrazione. Questo aspetto fa crescere inevitabilmente il numero di positività. «Se a livello europeo la media di casi positivi riscontrati con le analisi chimiche è dello 0,2% (ogni 1000 campioni analizzati, 2 risultano trattati con sostanze vietate), i monitoraggi eseguiti in Italia con metodo istologico fanno salire questo dato al 15%».

Al momento il risultato ottenuto con metodo istologico non ha valore ufficiale e legale. «È chiaro però che funziona da deterrente» afferma Bozzetta. «Da un lato, offre indicazioni in più per indirizzare i test chimici ufficiali e dall’altro lancia il segnale che qualcosa sta cambiando nel panorama dei controlli».

A fianco di una normativa che è ancora di un certo tipo, sta crescendo il consenso della comunità scientifica internazionale verso i nuovi metodi alternativi.

«È vero che le indagini biologiche non permettono di caratterizzare con sicurezza la molecola coinvolta, ma ci dicono che c’è stato un trattamento illecito e che l’animale è stato trattato con qualcosa che non doveva essere utilizzato. Per molti scienziati è più importante sapere questo, ai fini della tutela della sicurezza del consumatore, che conoscere  nome e  cognome della molecola».

Secondo Bozzetta serviranno almeno 5/6 anni perché questo cambiamento culturale porti a una modifica della normativa.

Nel frattempo, come dovrebbe reagire il consumatore sapendo che ben 15 campioni su 100 di carni avviate al macello non sono conformi alla legge?

In realtà non bisogna allarmarsi troppo: il semplice fatto di avere a disposizione questi dati significa che si sta lavorando – e seriamente – per tentare di risolvere il problema.

«È sempre bene rivolgersi a fornitori di fiducia, magari a produttori che si riescono a conoscere meglio, anche se la carne può costare un po’ di più» consiglia Bozzetta.

Stanno anche aumentando i fornitori e le catene di supermercati che chiedono a laboratori come quello dell’Istituto zooprofilattico piemontese di condurre indagini sugli animali commercializzati, a garanzia della loro sicurezza.

Intanto la ricerca continua: oltre al metodo istologico, per esempio, nel laboratorio di Torino si lavora anche alla messa a punto di altri strumenti di indagine di tipo biologico, e non solo. «Con il Politecnico di Torino abbiamo sviluppato a un metodo fisico per la determinazione nel siero del 17-beta estradiolo, uno steroide sessuale» racconta la responsabile del Centro di referenza.

«Si basa su una specie di bilancia che permette di discriminare con grande accuratezza l’ormone esogeno, fornito dall’esterno, da quello endogeno, presente naturalmente nell’organismo».

Ancora aperta, infine, la sfida sul fronte bovine da latte. Qui il problema principale è il trattamento con l’ormone della crescita somatotropina, una molecola che in grandi quantità è considerata tossica, ma della quale è molto difficile dimostrare la presenza e sulla quale è complicato fare ricerca. Noi, per esempio, non riusciamo neppure ad attivare dei progetti perché fatichiamo anche a reperirla sul mercato».


Tè Lipton: le nuove bustine di plastica sicure per la salute, ma non per l’ambiente

17 maggio 2013

il fattoun articolo decidamente interessante di Paola Emilia Cicerone che leggo su il Fatto Alimentare dal quale si evince che di rischi per la salute non ce ne sono, tuttavia l’impatto ambientale delle bustine è negativo, e quindi per quello che mi riguarda è sufficiente per evitare l’acquisto di questo prodotto.

Come già detto in altre occasioni, potremmo imparare anche noi a usare il nostro potere d’acquisto per spingere le aziende a fare la cosa giusta e/o a rispettare i nostri diritti.

Il tè confezionato in bustine di plastica può essere un pericolo per la salute?

A lanciare l’allarme è stato il blog americano Fooducate, secondo il quale le bustine a forma di piramide di tè (e tisane) presenti nella confezione di Lipton Pyramid, realizzate in materiale plastico, in seguito all’immersione in acqua bollente potrebbero rilasciare ftalati, sostanze chimiche plastificanti derivate dal petrolio, con possibili effetti cancerogeni.

Fooducate ha preso spunto dalle considerazioni della giornalista Taylor Orci, che ha riacceso il dibattito già in corso negli Usa sulle bustine da tè in materiale plastico e sui possibili rischi legati al loro uso.

Dato che i prodotti Lipton Pyramid sono in vendita anche in Italia, abbiamo deciso di fare qualche verifica. Finora, ad esprimersi in merito è stato solo Altroconsumo, che ha criticato Lipton Pyramid per il suo impatto ambientale.

Queste bustine – si legge nel documento dell’associazione di consumatori – hanno la forma di piramide, un aspetto lucido e una consistenza al tatto diversa da quella dei tradizionali involucri. Sono fatte in poliestere (materiale non biodegradabile) e per questo (…) contrariamente a tutti gli altri involucri di tè e tisane, non possono essere riciclate nella raccolta dell’umido”.

E per quanto riguarda la sicurezza?

Dall’azienda, interpellata, arrivano ovviamente notizie rassicuranti «La bustina di tè Pyramyd è fatta di PET – un materiale ampiamente utilizzato per la produzione di packaging alimentari», tra cui anche le buste per la cottura in acqua bollente.

L’equivoco nascerebbe dalla denominazione del materiale: «il nome chimico del PET è Polietilene Tereftalato, per questo motivo a volte è erroneamente considerato uno ftalato. Nonostante il suffisso, il PET non è uno ftalato» si legge nel comunicato dell’azienda.

Un dato confermato da Luca Foltran, esperto di materiali di contatto e collaboratore de Il Fatto Alimentare che spiega: «gli ftalati sono plastificanti utilizzati principalmente per rendere morbide e modellabili altri tipi di plastica, ma non sono usati nel PET, un materiale molto stabile e inerte approvato come sicuro per l’uso a contatto con alimenti e bevande da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, così come da altre agenzie di regolamentazione di tutto il mondo»

Significa che c’è qualcosa di sbagliato nei controlli effettuati negli Usa?

«Il problema – sottolinea  Maria Rosaria Milana, primo ricercatore dell’ISS – nasce forse dal fatto che molti ftalati di tipo “orto” (ossia gli ftalati propriamente detti, ndr) sono contaminanti ubiquitari dispersi nell’ambiente in modo tale che è difficile eliminarli totalmente». Se sono state riscontrate tracce durante le analisi fatte «avrebbero potuto venire dagli alimenti o dall’ambiente».

«Per essere in commercio – sottolinea Foltran – gli articoli devono obbligatoriamente essere ottenuti con plastica “di grado alimentare”, di purezza tale da poter essere impiegati a contatto con alimenti. Non voglio dire che questa bustina di plastica, come tutti gli altri prodotti di questo materiale, non presenti rischi in assoluto, ma si tratterebbe di rischi limitati se utilizzate in modo corretto».

Va quindi precisato che il rischio di disperdere sostanze cancerogene sembra essere un falso allarme, resta però il problema dello smaltimento. Lipton si dichiara interessata a migliorare la sostenibilità dei propri prodotti, ma ammette che allo stato attuale le bustine Pyramid non sono riciclabili.

Anche se secondo l’azienda “i materiali della bustina di tè non devono essere considerati un ostacolo allo smaltimento mediante compostaggio”.

Tutto sommato, forse, andrebbero meglio le tradizionali bustine. In conclusione però la scelta migliore, in termini di rapporto qualità-prezzo e anche di impatto ambientale, resta il tè sfuso.

 

 

 


Carrefour propone 4 burger biologici per vegetariani e vegani in versione gastronomica.

17 maggio 2013

il fattoun articolo di Valeria Torrazza che interesserà le amiche vegetariane Ele la Silente ;-) & Nadia

Sugli scaffali di Carrefour sono apparsi alcuni elementi del tutto nuovi che hanno in etichetta il marchio del supermercato.

La linea Biologica ha infatti aggiunto numerosi piatti pronti di gastronomia collocati nel banco frigorifero e quindi freschi che si aggiungono a prodotti declinati per le diverse occasioni  latte, bevande vegetali a base di soia, o avena o riso, fette biscottate, pasta …

La nuova proposta di piatti pronti di gastronomia comprende quattro tipi di burger, il tofu e il seitan. Tutti sono composti da ingredienti 100% vegetali  provenienti da agricoltura biologica.

Questa linea si fregia di essere anche interessante sul versante del prezzo tanto che nel sito si parla di “certificate anche nel prezzo e nel gusto!”. Il costo riportato  sul da cartellino (non in promozione) indica che una porzione costa 1,53 euro.

Stiamo però parlando però di una quantità piuttosto risicata, inferiore ai 100 grammi. Se ci si accontenta di una sola porzione  come pietanza, la spesa non è elevata. Nel caso del prodotto  a base di miglio e soia però l’apporto proteico non è paragonabile a quello della carne di manzo magra che ne contiene 19 grammi, mentre il burger biologico di  Carrefour ne ha solo 7.

È evidente che questi prodotti si rivolgono ai consumatori salutisti, attenti all’origine degli ingredienti, che oltre a scegliere biologico sono orientativamente vegetariani. Nel caso specifico siamo di fronte ad una pietanza  adatta anche ad una dieta vegana

>>> (per consultare le tabelle nutrizionali clicca sul link)


Allarmismo o vere frodi? Un lettore si interroga sulla disinformazione e le bufale che mettono in crisi i consumatori

15 maggio 2013

Non fatevi fuorviare dal titolo, ;-) non è che mi scrivo e mi rispondo da solo; in realtà questa pubblicata da Il Fatto Alimentare è la lettera che ho inviato a Roberto La Pira dopo aver letto il breve articolo sul libro in questione.

°°°

articolo-pomodori-cineseFacendo riferimento al suo articolo di tempo fa sui pomodori cinesi, in particolare, ricordavo questo passaggio “Le confezioni di pelati, le bottiglie di passata e di polpa vendute in Italia contengono il 100% di prodotto italiano, come scritto in etichetta.”

Capirà allora lo sconcerto che ho provato nel leggere alcuni estratti del libro “Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana”* recensito sul numero di maggio di Vanity Fair.

Tra le tante, questa dichiarazione, che afferma “Su 4 lattine di pelati, 3 sono italiani per finta: 100 milioni di tonnellate l’anno vengono importati dalla Cina, con tassi di muffa e scarti spesso oltre il limite.

A prescindere dalla diffusione di notizie false, quindi, che creano solo disinformazione, così facendo di fatto si innescano altri processi che ritengo deleteri per noi consumatori, tanto più per quelli che non sono informati a sufficienza.

Innanzitutto non si saprà più a chi credere, con il rischio che si tralasci del tutto l’intenzione di essere informati.

In seconda battuta, nel momento in cui un consumatore si convincerà del fatto che la maggior parte degli alimenti sono di cattiva qualità, senza che si possa opporre una qualsiasi resistenza e/o criterio di scelta, crollerà la fiducia nei prodotti e, al solito, scatterà la rassegnazione ovvero “adeguiamoci al peggio”, cosa questa nella quale siamo maestri.

Ed ecco che a quel punto ci potranno veramente vendere di tutto….

* Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana, Monti Mara e Ponzi Luca, 2013, 247 p., Newton Compton (collana Controcorrente) € 9,90

il fatto


Danone deve cambiare le pubblicità di Danaos e Danacol, stop ai richiami sulla salute.

15 maggio 2013

il fattoin sintesi un articolo di Valeria Nardi

Danone ha deciso di modificare le pubblicità di due prodotti: il primo è Danaos, lo yogurt con un elevato apporto di calcio e vitamina D, il secondo è Danacol, la bevanda a base di latte scremato fermentato addizionato di steroli vegetali, che favorisce una riduzione dei livelli di colesterolo nel sangue.

La notizia è stata resa nota ieri dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che nel mese di aprile aveva invitato l’azienda a “rimuovere i profili di possibile scorrettezza della comunicazione”. Il problema riguardava la strategia scelta da danone che in entrambi i casi si  basava su problemi di salute, osteoporosi e colesterolemia, e presentava i prodotto come necessarie soluzioni.

Nei prossimi spot dello yogurt Danaos sarà eliminato ogni riferimento alle patologie delle ossain ossequio al principio per cui non può operarsi un rimarcato richiamo a malattie/rischi sanitari per creare allarme al fine di presentare il prodotto come necessaria soluzione del problema.

Analogamente per la promozione di Danacol, l’Autorità auspica che scompaia ogni “generico riferimento – diretto e indiretto -  alla potenziale insorgenza del colesterolo, riformulando le affermazioni spese nello spot, nonché mitigando la rappresentata riduzione del colesterolo nello spot”.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 122 follower