La mancia al ristorante? Un obbligo in Spagna e un’offesa in Giappone

20 maggio 2013

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare, grazie al quale capisco di avere un pò di Dna giapponese ;-) in quanto anch’io reputo un mio dovere assolvere agli obblighi lavorativi (e/o di cittadino) al meglio delle mie possibilità; poi capita il meccanico come il cameriere che ti offrte un servizio che va oltre il dovuto ed allora ritengo giusto ringraziare a parole, ma anche con una mancia, quando possibile.

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Quanto lasciare di mancia al ristorante? Per ripondere è bene sapere che la mancia al personale di un pubblico esercizio non è un’usanza solo italiana. Secondo una scuola di pensiero, il primordio sarebbe collocato all’epoca romana, un’altra fa risalire l’origine al tardo Medioevo e un’altra ancora all’Inghilterra del 1500.

Se sulle origini esistono versioni differenti, le mance sono accumunate dalla stessa motivazione, elargire  una somma in denaro per il servizio al tavolo anche se si registrano usanze e modalità differenti..

È quanto emerge da un focus a livello internazionale realizzato da Fipe, la federazione italiana pubblici esercizi aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia, con la collaborazione di Adapt e Hotrec Hospitality Europe in occasione di Tuttofood, la fiera  dell’alimentazione che si tiene a Milano

Il concetto di mancia in Europa si esplica in  quattro modalità diverse: c’è chi le considera servizio obbligatorio, chi mance gratuite, chi costo del servizio e chi le considera un sistema di accumulo organizzato da tutti i dipendenti che creano una sorta di fondo comune da redistribuire.

Nell’eseguire la comparazione sono stati presi in considerazione tre indicatori principali, cioè: normativa e prassi in vigore; modalità di distribuzione della mancia; trattamento della mancia.

Si scopre che per quanto riguarda il primo parametro (cioè la prassi da parte dei clienti), le nazioni più deregolamentate sono la Germania e la Svezia, mentre la Francia ha addirittura un importo preciso che è compreso in una forchetta fra 15 centesimi e 2,30 euro.

In Spagna vige il principio della percentuale sul conto finale proprio come negli Stati Uniti, paese in cui tale percentuale deve essere almeno pari al 15%. Più variegata è invece la situazione nel Regno Unito dove esiste un confine molto labile fra mancia e costo del servizio e spesso l’una si configura dove non è presente l’altro.

In Polonia si rischia di passare per grandi maleducati se non si dà la mancia mentre in Giappone avviene l’esatto opposto. Nel paese del Sol levante, offrire un buon servizio al cliente è considerato dai camerieri un dovere,


Qualche ristorante visitato negli ultimi giorni…

30 aprile 2013

Nei giorni scorsi, mentre eravamo in Trentino, abbiamo visitato alcuni ristoranti in merito ai quali scrivo poche righe, dato che non ho elementi sufficienti per fare una recensione completa come invece faccio di solito.

A Torbole, il 25 aprile, abbiamo pranzato al ristorante La Terrazza, (via Benaco, 24 Tel. 0464-506083 – sito web) -posto sul lungo lago, nelle vicinanze del parco giochi. Non avevamo prenotato e siamo stati fortunati a trovare  un tavolo libero, in quanto era tutto prenotato, infatti dopo di noi hanno dovuto mandare via almeno una dozzina di persone.

La terrazza dispone di circa 60 posti ed è disponibile un’altra sala interna che però non ho visto. In sala il servizio è in mano a tre donne più una ragazza che probabilmente sta imparando il mestiere, delegata solo a piccoli compiti, guidata al meglio dalla ragazza che ci ha seguiti al meglio, con competenza. Non è un dettaglio importante, tuttavia trovo che fosse una ragazza estremamente affascinante con modi leggeri e raffinati.

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Il menù non è molto lungo (meglio), e la specialità è il pesce di lago, tuttavia anche un carnivoro come me non ha avuto difficoltà. La Signora K, ovviamente, ha preso il misto di pesce di lago, (23 €) un piatto sicuramente abbondante in quantità e giudicato abbastanza buono.

Io ho preso degli gnocchi con taleggio e speck che giudico normali (€ 8,50) ed a seguire delle scaloppine con porcini e tartufi (€ 16,00), anche queste buone, ma senza picchi che te le facciano ricordare nel tempo, se mi capite. A seguire un ottimo gelato fatto in casa, alla cannella (€ 6,00). A completare il tutto acqua naturale,un flute di Prosecco e due caffè. Il coperto è di € 2,00/testa. Il conto totale èstato di € 66,00.

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Sempre a Torbole, il 27 aprile, abbiamo pranzato a Villa Cian (via SarcaVecchio, 21 – Tel. 0464 505254 – sito web), un locale su due livelli, con vetrate che danno sul lago; purtroppo causa la pessima giornata, con pioggia torrenziale, ha fatto si che ci fossero pochi tavoli occupati, per cui non posso valutare almeglio il servizio in una giornata di normale traffico; per quel che abbiamo potuto vedere, il personale è efficiente e gentile.

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Abbiamo inziato con un piatto unico di salumi e formaggi, con mostarda di cipolle, su un letto di insalata, e completato con della focaccia calda (€ 13,50) che abbiamo diviso, poi la Signora K ha proseguito con un fritto misto giudicato molto buono (€ 16) ed in quantità abbondante; io ho preso invece degli straccetti di manzo con insalata (€ 14,00), secondo me si becca un mediocre, la carne era poca e molto dura. A completare il tutto, acqua, un flute di Prosecco e due caffè, piùil coperto, € 1,00/testa,per un totale di € 53,70.

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Il 26 aprile ci siamo recati in Alto Adige, a Merano, e qui abbiamo pranzato sulla bella terrazza del Saxifraga (Passeggiata Lungo Passirio – Tel. 366-7002240 – sito web); il locale è molto curato, il servizio è sicuramente buono, con personale che ovviamente ha il tedesco come prima lingua, ma in ogni caso non vi sono problemi di sorta a parlare italiano.

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Fra i tre locali di cui parlo in questo post è quello che ci ha soddisfatto di più ed infatti nel caso si riuscisse ad andare qualche giorno in vacanza a Merano, in agosto, lo abbiamo nominato quale locale a cui fare riferimento.

Io ho preso dapprima una mozzarellina di bufala, molto buona, con speck trentino, con pomodori, (€ 12,90) che ho diviso con la Signora K che ha poi completato il pranzo con dell’agnello (non ricordo i dettagli) giudicato buono (€ 18,50); io ho proseguito con un tris di canederli (€ 9,90) decisamente gustosi ed abbondanti.

In chiusura Ro-K ha preso un affogato al caffè (€ 3,00) ed io un’ottima mousse al latticello, con insalata di agrumi, (€ 7,90) servita in un vasetto di vetro su letto di ghiaccio e decorazioni con menta fresca. Bello e buono. Completa il tutto due birre, una media ed una piccola, ed un caffè. Niente coperto. Il totale è stato di € 62,70.


Lo scopre anche la Stradale che al ristorante manca la tracciabilità della carne

24 febbraio 2013

di Maurizio Caprino

Secondo voi, lo scandalo della carne di cavallo “abusivamente” messa nelle lasagne preconfezionate è solo un’eccezione o è la normalità?

Guardando la foto qua sotto, relativa ad un carico intercettato dalla Polizia stradale sull’A10, nei pressi di Savona,  si direbbe che è solo uno dei tanti sotterfugi di chi risparmia o fa profitti sulla nostra pelle.

Qui è importante notare che la scoperta di questo carico è stata casuale, ma non troppo: se vi sembra che spesso la Stradale o altri corpi di polizia non facciano nulla per fermare chi viola il Codice della strada, a volte è perché in qual momento il compito degli agenti è un altro.

Come, appunto, controllare i mezzi pesanti e i loro carichi.

Considerando che la Stradale ultimamente sta anche facendo controlli sistematici sul trasporto degli animali vivi, c’è da chiedersi se abbiano abbastanza tempo per punire le infrazioni al Codice della strada.

Ma, d’altra parte, la sorveglianza dei corpi specializzati (tipo Guardia di finanza e Noe Carabinieri) non può essere capillare, soprattutto in autostrada. Viceversa, Gdf e – soprattutto – Carabinieri spesso vigilano sulla violazioni stradali.

Il comunicato: Erano circa  le 22:00 di giovedì quando una pattuglia della Polizia Stradale di Genova  Sampierdarena ha intercettato al casello di Savona (Genova – Savona è infatti  uno degli itinerari autostradali pattugliati dagli agenti genovesi) un furgone  frigorifero.

Il conducente, un autista cinquantenne dipendente del  salumificio proprietario del mezzo e del carico, aveva una certa fretta perché  doveva effettuare delle consegne a diversi supermercati del ponente genovese.  Era partito dalla sede della ditta, vicino Cuneo, da circa un’ora e le  temperature previste per quel tipo di trasporto erano rispettate.

Ma un controllo accurato prevede anche  l’ispezione del vano carico e dopo alcune titubanze alternate ad un sincero  imbarazzo l’autista spalancava il portellone posteriore agli agenti già con le  torce luminose in mano.

Lo “spettacolo” che si parava davanti era sconcertante: il carico, stivato in maniera approssimativa, con quarti in parte  appesi ed in parte appoggiati su casse e su confezioni di plastica e cartone,  era pressoché totalmente privo delle marcature di provenienza e controllo che  consentono di risalire la filiera “allevatore – macello – manifattura – prodotto finito”.

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Molti tagli erano buttati lì alla rinfusa ed alcuni addirittura già lacerati e le stesse scatole non erano certo integre ma squarciate o sfondate.

L’interno del furgone appariva come un grosso frullatore dove erano stati buttati alla rinfusa pezzi di carne suina e scatole, il tutto con buona pace delle regole per questo tipo di trasporti che vietano ciò proprio per evitare contaminazioni e garantire pulizia ed integrità.

Venivano  ovviamente interessati i medici del servizio veterinario della ASL di Savona che  rimanevano anche loro sbigottiti di fronte a quel, mai espressione fu più appropriata, macello!

L’esito vedeva la Polizia Stradale affibbiare  all’autista una multa di circa 1000 Euro per le irregolari condizioni di  trasporto ed i medici della ASL sequestrare le carni non timbrate e quelle mal conservate che, almeno stavolta, non finiranno sulle nostre tavole.


Tonno rosso: per evitare l’estinzione della specie bisogna bloccarne il consumo

22 febbraio 2013

un articolo di Fabio Di Todaro che leggo su Il Fatto Alimentare

I consumatori hanno il coltello dalla parte del manico: più di ogni attività di controllo, per tutelare il tonno rosso (Thunnus thynnus, detto anche pinna blu) sono fondamentali le scelte compiute nei mercati e nei ristoranti di lusso.

Per questo sushi, sashimi, tartare e tagliate della pregiata specie sono pietanze da rispedire al mittente.

«Per una ragione etica dovremmo sempre chiedere la natura e l’origine del prodotto: così potremo scegliere se accettarlo o meno», spiega Giuseppe Notarbartolo Di Sciara, docente di biologia ed ecologia marina all’università di Milano. «Di fronte a chi ci offre un piatto di tonno rosso, non dovremmo porci troppi dubbi: va sempre rifiutato».

La specie, nonostante un lieve miglioramento rispetto agli scorsi anni, non vive una condizione ottimale. Il business fiorito attorno ai suoi piatti ha inferto un colpo quasi letale. Basti pensare che una multinazionale come la Mitsubishi detiene il controllo sul 60% del pescato nell’Atlantico e che nel 2010 in Giappone, dove finisce il 90% del tonno rosso che poi entra in commercio, è stato venduto l’esemplare più caro di sempre: 177mila dollari per un pesce di 233 chilogrammi, circa 760 dollari al chilo.

Di fronte a un tale volume di affari, i piani di gestione adottati dall’International commission for the conservation of the Atlantic Tunas (Iccat) non hanno tutelato i pregiati tonni pinna blu, arrivando addirittura nel 2010 ad essere accusato dall’Economist di cospirazione internazionale per razziare tutto il tonno rosso in circolazione.

L’istantanea del momento, però, è meno negativa rispetto alle precedenti stagioni. La presa d’atto ha convinto l’Iccat a ritoccare di poco all’insù la quantità totale massima che è possibile pescare nelle acque mondiali nel 2013: da 12900 a 13500 tonnellate.

«La situazione è migliorata da quando l’Iccat ha dato ascolto al proprio comitato scientifico e all’Unione Europea», precisa Marco Costantini, responsabile del programma mare del Wwf Italia. «Però il timore che si possa avere l’estinzione della specie rimane fondato. Servono regole precise e una costante attività di controllo per evitare la pesca illegale».

Il nostro Paese, in realtà, è tra i più attenti alla tutela. Nel 2010 il Ministero delle Politiche Agricole vietò la pesca con una moratoria e da quel momento in poi la flotta volante (d’impatto maggiore rispetto alle due tonnare fisse ancora in funzione) è stata drasticamente ridotta: da 60 a 13, fino a 9 unità che quest’anno potranno pescare al massimo 1950 tonnellate.

Ma l’affare, nonostante le contromisure, è ancora ghiotto e i traffici illegali per portare il tonno in Giappone sono frequenti (vedi Report Wwf). Da qui il sospetto che il tetto indicato dall’Iccat sia difficile da controllare.

Pesca illegale e pesca sportivaper cui c’è il limite di un esemplare di massimo 30 chili per natante rappresentano le variabili su cui tenere le luci puntate.

Gli allevamenti, veri impianti di stoccaggio deputati all’ingrasso della specie, hanno inferto un altro colpo all’ecologia marina.

Adesso il tonno rosso si può acquistare in ogni stagione, a un prezzo inferiore rispetto a quello del pescato. È per questo che nei ristoranti Nobu lo si trova nel menu, seppur con l’avviso: “State mangiando un pesce in via di estinzione”.

Una contromisura che non favorisce la presa di coscienza da parte dei clienti. I giapponesi si difendono dietro lo scudo della cultura alimentare. Nulla, però, che giustifichi la messa a rischio del tonno rosso.


Branzini e orate al ristorante: pescati in mare o di allevamento? Il menu non lo dice, ma …

8 febbraio 2013

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

La maggior parte di branzini (spigole) e orate servite al ristorante sono di allevamento e spesso provengono dall’estero. La legge non obbliga a scriverlo sul menu, ma alla domanda precisa del cliente il gestore deve fornire una risposta altrettanto precisa.

La necessità di utilizzare sempre di più pesce cresciuto in vasca è correlata alla scarsità di pescato nel mar Mediterraneo e più in generale altrove. La causa, riconosciuta a livello internazionale e dalla Fao, è l’eccesso di catture: la pesca ha raggiunto livelli insostenibili superando in alcune aree i limiti consentiti.

In Italia il pesce catturato rappresenta solo il 30% del totale. Per noi il Fish Dependance Day, ovvero il giorno in cui finisce il consumo di pescato nostrano e comincia quello d’importato, si colloca intorno al 21 aprile.

Per questi motivi aumenta progressivamente  l’importanza dell’acquacoltura che attualmente fornisce la metà del pesce consumato nel mondo, con buone probabilità di arrivare all’85% nel 2050. Nonostante l’orientamento favorevole della UE e le richieste del mercato, l’allevamento di pesci e crostacei in Italia stenta a decollare.

Le specie allevate più apprezzate dagli italiani sono orate, branzini, rombi, salmone, trote, trote salmonate, ombrine, ricciola, anguille e gamberi. All’elenco occorre aggiungere anche alcune specie di tonni, sogliole, carpe, cernie, pesci gatto, tilapie e il famoso  pangasio.

Numerosi sono i vantaggi  dell’acquacoltura, tra cui la garanzia di una fornitura continua a prezzo costante rispetto al prodotto pescato e la tracciabilità del prodotto dalla nascita al consumo.

Quanto alla qualità del pesce allevato, va detto che dipende dalle condizioni climatiche, dalla qualità delle acque, dai sistemi di crescita (intensivo o estensivo) e soprattutto dalla qualità del mangime.

I pesci di allevamento sono in genere più grassi di quelli pescati. A giudizio di Elena Orban, responsabile del settore Prodotti Ittici dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN), la percentuale di grasso per il branzino allevato in vasca varia dal 5 all’8%, mentre per il selvatico oscilla dal 2 al 4%. Nelle orate cresciute  in vasca la percentuale di grasso oscilla dal 6 al 9%, in quelle pescate dal 2 al 6%.

Ci sono branzini e orate provenienti da Grecia, Turchia e Tunisia, cresciuti in gabbie troppo affollate e allevati con mangimi mediocri; si tratta di pesci che arrivano a pesare 450/550 g dopo 18-22 mesi. Il risultato è un prodotto con il doppio e anche il triplo di grassi rispetto al pesce selvatico e con un sapore diverso.

Alcune catene di supermercati come Coop ed Esselunga propongono orate e branzini di filiera (facilmente distinguibili perché riportano il marchio dell’insegna sull’etichetta), provenienti da allevamenti italiani situati a Orbetello dove la crescita è controllata e si rispettano disciplinari di produzione. In questi allevamenti l’affollamento è minore e il mangime è composto unicamente da farine e olio di pesce, oltre a proteine di origine vegetale senza OGM.

Per arrivare alla pezzatura di  450/550 g ci vogliono 2-3 mesi in più rispetto agli allevamenti greci e turchi; inoltre, il risultato finale è diverso: il contenuto di grasso e il sapore di orate e branzini risulta più simile al pesce catturato in mare. Il prezzo, però, lievita: se il branzino di allevamento greco di taglia standard costa 7-8 €/ kg, quello di filiera cresciuto in modo controllato oscilla tra 10 e 14 €/ kg, mentre il selvatico, quando lo si trova, si attesta sui 20-25 €/kg.

La trasmissione svizzera A bon entendeur ha presentato pochi giorni fa l’esito delle analisi realizzate in laboratorio su orate e i branzini di allevamento, venduti nei supermercati locali.

Gli analisti hanno confrontato il tenore di grasso dei pesci allevati con quello degli esemplari catturati in mare: la presenza di grassi nei primi è quasi doppia. Nel caso dei branzini, in particolare, si passa dal 3,6% di grasso negli esemplari pescati al 6,6% dei pesci allevati; nel caso delle orate si passa dal 5,4% al 9,4%.

La ragione principale di questa notevole differenza risiede soprattutto nel tipo di mangime somministrato. A tal proposito, è interessante rilevare come la presenza di grassi nei branzini venduti da Coop, tutti allevati in modo controllato in base ai disciplinari previsti, sia del 3%, e nelle orate del 3,4%: si tratta di valori molto vicini a quelli del pesce catturato in mare.


L’entrecôte del Roadhouse Grill: una grossa e grassa delusione

1 febbraio 2013

un articolo di Dario Dongo che leggo su Il Fatto Alimentare

Questa sera a cena al Roadhouse Grill, uno dei feudi dell’impero Cremonini, in quel di Testaccio, Roma.

La “location” è consona al locale che si trova a pochi passi dagli antichi macelli dove un tempo si lavoravano le carni dell’intero Lazio.

Il menu è illustrato bene, testi e immagini. Si prova allora il “top di gamma”: un’entrecôte da 500 grammi “made in the USA”, per la bellezza di 24,90 euro, 50mila delle vecchie lire.

E come sarà?

Proprio come nella foto, il vecchio West ha perduto il proprio charme: della fumante bistecca raffigurata in pubblicità rimangono parecchi scarti, un’aspettativa delusa.

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Non ha proprio nulla da invidiare alle carni nostrane questa entrecôte a stelle e strisce, e sarà pure scongelata probabilmente.

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Il vino, poi. Si ordina una mezza bottiglia di “Le Maestrelle Toscana IGT” (7,90 euro, pari a 15mila antiche lire), l’unica “mezza” disponibile di vino rosso.

Il prezzo e il suggestivo marchio – del quale s’è perduta traccia, in etichetta – avrebbero fatto sperare in qualcosa di meglio del vino della casa. Altra delusione, questo “Rosso imbottigliato in esclusiva per Roadhouse Grill, Toscana 2011, IGP”, imbottigliato oltretutto da un’azienda del Ternano.

La prossima volta, altro che griglierie tex-mex. Forse è meglio girare l’angolo e puntare sul sicuro, con l’impareggiabile carbonara del Perilli.


Ristoranti Aperti: tutti a mangiare in Emilia

25 gennaio 2013

Il maggio scorso l’Emilia Romagna è stata colpita da un terremoto. E’ subito arrivata la prima fase, quella del tamponare l’emergenza e di portare la solidarietà. Ora, è tempo della fase due, il ritorno alla normalità ed alla produttività. E questo vala anche per la ristorazione e la gastronomia locale.

In tale ottica s’inserisce Ristoranti Aperti: voluta dall’associazione Cheftochef e dal maestro Massimo Bottura, vuole spingere i cittadini a visitare (ed a mangiare) i locali della regione colpita.

Per usare le parole della conferenza stampa, “In queste situazioni siamo tutti uguali, dobbiamo metterci a disposizione gli uni degli altri. E’ questo che ha fatto grande l’Emilia”.

Perciò, ecco l’iniziativa, che valorizza “Quello che è radicato nel nostro territorio, dal distretto del pesce in Romagna”.

Ristoranti Aperti si articola in due fasi.

La prima, è iniziata da poco: i ristoranti che aderiscono propongono piatti della tradizione regionale, la cui materia prima arriva dai produttori colpiti dal sisma.

La seconda fase va dal 20 al 29 maggio: per ricordare la seconda scossa, sarà tempo degli eventi speciali.

Ma la vera specialità è il rapporto tra cliente (desideroso di gusto) e il ristoratore, voglioso di accogliere.

O, per usare le parole di Alessio Malaguti, della Trattoria la Rosa dal 1908 di Sant’Agostino: “Vi invitiamo a venire almeno una volta nei ristoranti colpiti. Dove c’è’ accoglienza, c’è’ voglia di ricostruire”.

PROGRAMMA della manifestazione

Fonte: Newsfood


Al ristorante: con 30 centesimi il piatto è servito. Vuoto

16 gennaio 2013

in sintesi un articolo che ho letto su Dissapore

Per quel che mi riguarda, da frequentatore di ristoranti, non sono certo che sia una politica accettabile e neanche giustificata dalla spiegazione del proprietario, sennò non si capisce a che cosa serva (sempre che serva) la voce Coperto; non è calzante il riferimento alla cosiddetta Doggy Bag che effettivamente è un costo aggiuntivo che uno può addebitare o meno, faccia lui…

vero che alcune settimane fa ero a pranzo dall’amico Gigi che mi ha preparato del bollito in una confezione da asporto in modo da farlo assaggiare alla Signora K ed ho pagato il costo del piatto, ma non il contenitore…

nel contempo trovo anche esagerata la “denuncia” al Codacons…

se gli addetti ai lavori del Blog (Gigi & Madamin) mi diranno la loro opinione, la metterò nei commenti

°°°

Muoio dalla voglia di raccontarvi una storia piuttosto eccentrica accaduta in provincia di Trento, in una nota trattoria di Rovereto, si chiama Christian, e raccontata su Mixer in un articolo a firma di Stefano Zerbi.

Una giovane coppia si reca a cena nella trattoria della città alpina. Dopo aver mangiato primi e secondi, decide di ordinare un solo dolce con la richiesta di un piatto vuoto per consentire l’assaggio ad entrambi. Al momento del conto, leggendo le diverse voci dello scontrino, scopre che è gli è stato addebitato l’utilizzo del piatto vuoto. Esatto: “Piatto vuoto = 0.30 centesimi”.

Esterrefatti, e di certo non per l’entità della spesa, chiamano il cameriere e chiedono spiegazioni. Interviene il proprietario che così chiarisce la questione: “Il piatto vuoto si paga perché noi le stoviglie le paghiamo“.

Più tardi spiegherà: “Alcuni clienti scelgono pietanze diverse e chiedono piatti per dividere le porzioni: noi portiamo il piatto pulito, diamo le posate e il tovagliolo. Ma è la prima volta che qualcuno protesta per i 30 centesimi di spesa che gli addebitiamo. Capita anche che qualche cliente chieda di portarsi a casa il resto della portata, per esempio con il tiramisù, e gli portiamo una vaschetta di plastica, l’americana Doggy bag per intenderci. Ma la facciamo pagare: 50 centesimi. E nessuno ha mai protestato”.

I due saldano il conto senza discutere e poco dopo denunciano l’accaduto al Codacons. Pagare il piatto vuoto? Andiamo ragazzi, non sarà troppo?

Okay, c’è la crisi ed è un fatto che molti italiani stanno tagliando drasticamente le spese superflue, tipo cenare fuori. Ed è anche un fatto che molti ristoratori faticano ad andare avanti, a pagare gli stipendi, a mantenere un’offerta ampia e di qualità.

Giuro, capisco tutte le difficoltà, ma far pagare un piatto vuoto è in effetti la soluzione?

Non sarà forse un modo per perdere clienti pur di racimolare qualche spicciolo?


Buono il kebab, ma di che carne si tratta?

12 dicembre 2012

un articolo di Anissia Becerra che leggo su Il Fatto Alimentare

La carne del Kebab in alcuni punti vendita di Roma contiene anche maiale. E’ quanto emerge da uno studio realizzato su 44 esercizi nella capitale che evidenzia anche altre irregolarità  di minor rilievo in almeno in 9 esercizi.

La decisione di esaminare il tipo di carne utilizzata nello spiedo di kebab posizionato in bella vista in questi tipici fast-food arabeggianti,  è stata presa da Bianca Maria Varcasia, tecnologa alimentare dell’Istituto Zooprofilattico di Toscana e Lazio, incuriosita dai risultati di alcune indagini svolte in Europa.  Dai dati della letteratura la situazione negli altri Paesi non risulta proprio entusiasmante.

Nel biennio tra il 2008 e il 2009 in Inghilterra i ricercatori hanno rivelato che «più del 50% dei döner kebab contiene carne diversa da pollo o vitello […] tra cui quella di pecora o maiale».

Per la precisione va detto che in Italia è più diffuso il döner kebab (in turco) o shawarma (in arabo) a base di carne di vitello, pollo e tacchino tagliata a fettine, condita con spezie e aromi e impilata su uno spiedo verticale rotante.

Lo studio italiano è stato realizzato a Roma su 44 campioni di kebab, prelevati dai Servizi Veterinari delle ASL di competenza presso alcuni negozi nel periodo 2010-2011, e analizzati dal Laboratorio di Biotecnologie applicate alla Sicurezza Alimentare dell’Istituto Zooprofilattico.

Il gruppo di esperti – composto da a Bianca Maria Varcasia, Paola De Santis responsabile del laboratorio, Stefano Bilei, responsabile della Direzione Operativa Controllo Alimenti, nonchè da tutto lo staff del laboratorio – ha dunque analizzato i campioni, processandoli con la tecnologia “microarray” (GeneTop Meat™ kit, LifeLine Lab, Italia).

Questa metodologia consente di rilevare e distinguere la presenza di carni avicole (pollo e tacchino), da altri tipi (bovine, suine, ovine, caprine, bufaline ed equine) e di evidenziare l’eventuale frode commerciale. Il metodo permette di identificare anche la presenza di altre carni meno diffuse in Italia eventualmente aggiunte in modo fraudolento.

Lo studio italiano è stato realizzato su 44 campioni di kebab, prelevati dai Servizi Veterinari delle ASL di competenza presso alcuni negozi nel territorio di Roma nel periodo 2010-2011, e analizzati dal Laboratorio di Biotecnologie applicate alla sicurezza alimentare dell’Istituto Zooprofilattico.

Che cosa è risultato? 

33 campioni di kebab sono risultati preparati con carne di pollo, tacchino e vitello, in conformità a quanto dichiarato in etichetta e riportato nella letteratura scientifica.

Negli altri 11 campioni  mancava l’etichetta oppure le dichiarazioni non corrispondevano a quanto riscontrato in laboratorio (in 9 kebab è stata trovata carne bovina non dichiarata).

In realtà l’aspetto più rilevante riguarda la presenza di carne suina in 2 kebab.

Siamo di fronte ad una frode commerciale e in parte sanitaria, perchè la presenza di carne suina non dichiarata può rappresentare un pericolo per chi soffre di allergie alimentari.

C’è poi un aspetto etico da considerare, la presenza di carne di maiale lede il diritto di scelta di musulmani ed ebrei ai quali il consumo di questa carne è espressamente vietato.


Continua la campagna “Imbrocchiamola”

26 ottobre 2012

in sintesi un articolo di Luca Foltran che leggo su Il Fatto Alimentare

Il tema dell’acqua del rubinetto servita nei ristoranti, già ampiamente trattato da Il fatto alimentare, si è concretizzato nell’iniziativa “L’abbiamo imbroccata a cui hanno aderito ben 126 locali in Lombardia tra ristoranti, agriturismi, circoli Arci, Acli, bar e rifugi alpini.

La proposta consiste nel servire acqua di rubinetto invece di quella in bottiglia.

Nei locali che propongono questo sistema, le brocche sono corredate di etichette che riportano i valori dell’acqua di rete del Comune di appartenenza.

La proposta ha permesso in un anno di risparmiare 1.500.000 bottiglie di plastica e oltre 100 tonnellate di anidride carbonica, considerando i costi “ambientali”, legati alla produzione, al trasporto e allo smaltimento di bottiglie e nella valorizzazione dell’acqua di rete come potenziale risorsa di qualità.

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