Per chi guida, le distrazioni dovute alle allergie primaverili possono incidere sulla sicurezza stradale

21 maggio 2013

in sintesi un articolo che leggo su SicurAuto e che, essendo un allergico DOC, mi riguarda da molto vicino, soprattutto considerando che sono fra quelli che spara raffiche di almeno 8 starnuti ed in quei momenti è come guidare ad occhi chiusi.

Per quanto riguarda l’abbinamento allergia+guida, va da sè che è necessaria la massima prudenza; utilizzo un antistaminico di seconda generazione che non mi causa sonnolenza, ed a questo proposito suggerisco di evitare il Fai da Te; l’allergia è un problema serio, che se mal curato può portare a complicazioni poco piacevoli.

Ad ogni tagliando (o perlomeno una volta all’anno) cambio il filtro antipolline scegliendo fra i migliori ed in auto utilizzo quasi sempre la funzione ricircolo in quanto riesco a percepire l’erba tagliata da alcuni chilometri di distanza e quando l’odore arriva nell’abitacolo, per me è la fine ;-) quindi è necessario prevenire.

Se siete fra quelli che utilizzano i deodoranti per auto, sappiate che vi esponete ad ambienti saturi di sostanze chimiche inutili se non dannose magari non nell’immediato (asmatici ed allergici esclusi), ma sicuramente nel lungo periodo, considerando che questo mix chimico non purifica affatto l’aria, anzi la peggiora.

Sicuramente ci sono persone che vivono pensando solo a se stesse, ed infatti non mi rivolgo a loro, tuttavia provate a pensare che cosa significhi, per un allergico (e siamo in tanti), salire in un’automobile corredata da alberelli o diffusori di dodoranti.

Considerando poi che l’allergia può provocare fastidi agli occhi, è fondamentale per me utilizzare gli occhiali da sole (un suggerimento per chi se usi occhiali da vista); resta il fatto che nella maggior parte dei casi l’arrivo degli starnuti è prevedibile ed allora metto in pratica un trucchetto per ritardarli in modo tale da poter ridurre la velocità (in autostrada) e/o portarmi sulla prima corsia, dove peraltro viaggio quasi sempre ;-) , mentre in città valuto se sia il caso di accostare o meno.

Per restare in tema, vi ricordo l’esistenza di Meteopolline.it dove ci si può iscrivere e ricevere via mail / sms le previsioni allergologiche  della vostra zona.

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È risaputo che, appena esplode il caldo primaverile-estivo, per gli automobilisti allergici inizia una stagione critica.

Le allergie riducono le prestazioni degli automobilisti e le loro capacità di reazione: in particolare, starnutire quando si viaggia a una velocità di 100 km/h provoca una guida “cieca” per circa 30 metri.

Secondo una stima effettuata dall’AvD Tedesco, nel periodo primaverile il rischio di incidenti aumenta anche fino al 30%: un pericolo tanto reale quanto spesso sottovalutato o addirittura sconosciuto. 

Comunque va detto, a proposito della distrazione, che spesso si guida senza guardare la strada anche perché l’attenzione viene distolta dalla radio oppure dal celllulare o dal navigatore satellitare.

Al di là dei farmaci (attenzione, cautela, potrebbero indurre sonnolenza), la soluzione per limitare i sintomi dell’allergia sono i filtri abitacolo per la salute e la sicurezza degli automobilisti.

Obiettivo del filtro abitacolo è di ripulire l’aria che dall’esterno dell’auto, attraverso i condotti dell’impianto di riscaldamento o climatizzazione, entra nell’abitacolo e viene respirata dagli automobilisti.

I filtri abitacolo, se di buona qualità, sono anche in grado di trattenere una quota considerevole delle sostanze presenti nell’aria e che sono causa dell’insorgenza di allergie respiratorie, in particolare i pollini.


Micotossine: il pericolo per la salute c’è

21 maggio 2013

Altroconsumoun articolo che leggo su Altroconsumo, tuttavia suggerisco di integrare il tutto leggendo anche l’articolo (vedi anche i link presenti nel testo) di Dario Dongo e Roberto La Pira che ho letto sul Fatto Alimentare e che segnala anche la cattiva informazione in merito, grazie alla stampa ed all’inevitabile bufala che imperversa da anni circa il grano ammuffito della Barilla.

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Le micotossine sono presenti in molti alimenti, soprattutto cereali, frutta secca, legumi, spezie, cacao, caffè, latte. Il loro impatto sulla salute dipende dalla quantità (in generale non provocano effetti negativi immediati, ma sul lungo periodo) e dal tipo di tossina.

Le più pericolose sono le alfatossine e tra queste la B1 contenuta principalmente nel latte, considerata cancerogena per il fegato. Altre provocano disturbi gastrointestinali o hanno tossicità neurologica, renale, sul sistema immunitario e riproduttivo.

Abbiamo portato in laboratorio alcuni campioni di alimenti a base di cereali, come pasta e pane, per ricercare sia le micotossine per le quali esistono limiti di legge, sia quelle non ancora regolamentate. Le analisi dimostrano che la presenza di queste sostanze nel cibo che acquistiamo è sottostimata. Per alcune micotossine che non hanno ancora un limite di legge, infatti, il rischio di superare la quantità giornaliera massima accettabile consumando alcuni dei cibi analizzati è un’eventualità concreta.

Le micotossine sono prodotte da alcune muffe che si sviluppano in campo su alcune piante, sia a causa di determinate condizioni climatiche, sia in seguito a stress cui sono sottoposte, come l’attacco di insetti e volatili. Sono quindi tossine naturali. Gli alimenti più esposti sono i cereali, come mais, frumento, orzo, segale e avena, ma anche spezie, frutta secca e caffè. Alcune micotossine, tra quelle più pericolose, possono entrare nella catena alimentare anche attraverso la carne suina, di pollo, uova, formaggio e latte.

Eliminare completamente questi contaminanti naturali è impossibile. Ma si può cercare di contenere l’esposizione della popolazione entro dosi tollerabili. Come? Prima di tutto obbligando il settore agricolo a migliorare le pratiche in campo e lo stoccaggio degli alimenti. In seguito, praticando numerosi controlli su tutta la filiera.

Per saperne di più.


Tè Lipton: le nuove bustine di plastica sicure per la salute, ma non per l’ambiente

17 maggio 2013

il fattoun articolo decidamente interessante di Paola Emilia Cicerone che leggo su il Fatto Alimentare dal quale si evince che di rischi per la salute non ce ne sono, tuttavia l’impatto ambientale delle bustine è negativo, e quindi per quello che mi riguarda è sufficiente per evitare l’acquisto di questo prodotto.

Come già detto in altre occasioni, potremmo imparare anche noi a usare il nostro potere d’acquisto per spingere le aziende a fare la cosa giusta e/o a rispettare i nostri diritti.

Il tè confezionato in bustine di plastica può essere un pericolo per la salute?

A lanciare l’allarme è stato il blog americano Fooducate, secondo il quale le bustine a forma di piramide di tè (e tisane) presenti nella confezione di Lipton Pyramid, realizzate in materiale plastico, in seguito all’immersione in acqua bollente potrebbero rilasciare ftalati, sostanze chimiche plastificanti derivate dal petrolio, con possibili effetti cancerogeni.

Fooducate ha preso spunto dalle considerazioni della giornalista Taylor Orci, che ha riacceso il dibattito già in corso negli Usa sulle bustine da tè in materiale plastico e sui possibili rischi legati al loro uso.

Dato che i prodotti Lipton Pyramid sono in vendita anche in Italia, abbiamo deciso di fare qualche verifica. Finora, ad esprimersi in merito è stato solo Altroconsumo, che ha criticato Lipton Pyramid per il suo impatto ambientale.

Queste bustine – si legge nel documento dell’associazione di consumatori – hanno la forma di piramide, un aspetto lucido e una consistenza al tatto diversa da quella dei tradizionali involucri. Sono fatte in poliestere (materiale non biodegradabile) e per questo (…) contrariamente a tutti gli altri involucri di tè e tisane, non possono essere riciclate nella raccolta dell’umido”.

E per quanto riguarda la sicurezza?

Dall’azienda, interpellata, arrivano ovviamente notizie rassicuranti «La bustina di tè Pyramyd è fatta di PET – un materiale ampiamente utilizzato per la produzione di packaging alimentari», tra cui anche le buste per la cottura in acqua bollente.

L’equivoco nascerebbe dalla denominazione del materiale: «il nome chimico del PET è Polietilene Tereftalato, per questo motivo a volte è erroneamente considerato uno ftalato. Nonostante il suffisso, il PET non è uno ftalato» si legge nel comunicato dell’azienda.

Un dato confermato da Luca Foltran, esperto di materiali di contatto e collaboratore de Il Fatto Alimentare che spiega: «gli ftalati sono plastificanti utilizzati principalmente per rendere morbide e modellabili altri tipi di plastica, ma non sono usati nel PET, un materiale molto stabile e inerte approvato come sicuro per l’uso a contatto con alimenti e bevande da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, così come da altre agenzie di regolamentazione di tutto il mondo»

Significa che c’è qualcosa di sbagliato nei controlli effettuati negli Usa?

«Il problema – sottolinea  Maria Rosaria Milana, primo ricercatore dell’ISS – nasce forse dal fatto che molti ftalati di tipo “orto” (ossia gli ftalati propriamente detti, ndr) sono contaminanti ubiquitari dispersi nell’ambiente in modo tale che è difficile eliminarli totalmente». Se sono state riscontrate tracce durante le analisi fatte «avrebbero potuto venire dagli alimenti o dall’ambiente».

«Per essere in commercio – sottolinea Foltran – gli articoli devono obbligatoriamente essere ottenuti con plastica “di grado alimentare”, di purezza tale da poter essere impiegati a contatto con alimenti. Non voglio dire che questa bustina di plastica, come tutti gli altri prodotti di questo materiale, non presenti rischi in assoluto, ma si tratterebbe di rischi limitati se utilizzate in modo corretto».

Va quindi precisato che il rischio di disperdere sostanze cancerogene sembra essere un falso allarme, resta però il problema dello smaltimento. Lipton si dichiara interessata a migliorare la sostenibilità dei propri prodotti, ma ammette che allo stato attuale le bustine Pyramid non sono riciclabili.

Anche se secondo l’azienda “i materiali della bustina di tè non devono essere considerati un ostacolo allo smaltimento mediante compostaggio”.

Tutto sommato, forse, andrebbero meglio le tradizionali bustine. In conclusione però la scelta migliore, in termini di rapporto qualità-prezzo e anche di impatto ambientale, resta il tè sfuso.

 

 

 


Carrefour propone 4 burger biologici per vegetariani e vegani in versione gastronomica.

17 maggio 2013

il fattoun articolo di Valeria Torrazza che interesserà le amiche vegetariane Ele la Silente ;-) & Nadia

Sugli scaffali di Carrefour sono apparsi alcuni elementi del tutto nuovi che hanno in etichetta il marchio del supermercato.

La linea Biologica ha infatti aggiunto numerosi piatti pronti di gastronomia collocati nel banco frigorifero e quindi freschi che si aggiungono a prodotti declinati per le diverse occasioni  latte, bevande vegetali a base di soia, o avena o riso, fette biscottate, pasta …

La nuova proposta di piatti pronti di gastronomia comprende quattro tipi di burger, il tofu e il seitan. Tutti sono composti da ingredienti 100% vegetali  provenienti da agricoltura biologica.

Questa linea si fregia di essere anche interessante sul versante del prezzo tanto che nel sito si parla di “certificate anche nel prezzo e nel gusto!”. Il costo riportato  sul da cartellino (non in promozione) indica che una porzione costa 1,53 euro.

Stiamo però parlando però di una quantità piuttosto risicata, inferiore ai 100 grammi. Se ci si accontenta di una sola porzione  come pietanza, la spesa non è elevata. Nel caso del prodotto  a base di miglio e soia però l’apporto proteico non è paragonabile a quello della carne di manzo magra che ne contiene 19 grammi, mentre il burger biologico di  Carrefour ne ha solo 7.

È evidente che questi prodotti si rivolgono ai consumatori salutisti, attenti all’origine degli ingredienti, che oltre a scegliere biologico sono orientativamente vegetariani. Nel caso specifico siamo di fronte ad una pietanza  adatta anche ad una dieta vegana

>>> (per consultare le tabelle nutrizionali clicca sul link)


Allarmismo o vere frodi? Un lettore si interroga sulla disinformazione e le bufale che mettono in crisi i consumatori

15 maggio 2013

Non fatevi fuorviare dal titolo, ;-) non è che mi scrivo e mi rispondo da solo; in realtà questa pubblicata da Il Fatto Alimentare è la lettera che ho inviato a Roberto La Pira dopo aver letto il breve articolo sul libro in questione.

°°°

articolo-pomodori-cineseFacendo riferimento al suo articolo di tempo fa sui pomodori cinesi, in particolare, ricordavo questo passaggio “Le confezioni di pelati, le bottiglie di passata e di polpa vendute in Italia contengono il 100% di prodotto italiano, come scritto in etichetta.”

Capirà allora lo sconcerto che ho provato nel leggere alcuni estratti del libro “Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana”* recensito sul numero di maggio di Vanity Fair.

Tra le tante, questa dichiarazione, che afferma “Su 4 lattine di pelati, 3 sono italiani per finta: 100 milioni di tonnellate l’anno vengono importati dalla Cina, con tassi di muffa e scarti spesso oltre il limite.

A prescindere dalla diffusione di notizie false, quindi, che creano solo disinformazione, così facendo di fatto si innescano altri processi che ritengo deleteri per noi consumatori, tanto più per quelli che non sono informati a sufficienza.

Innanzitutto non si saprà più a chi credere, con il rischio che si tralasci del tutto l’intenzione di essere informati.

In seconda battuta, nel momento in cui un consumatore si convincerà del fatto che la maggior parte degli alimenti sono di cattiva qualità, senza che si possa opporre una qualsiasi resistenza e/o criterio di scelta, crollerà la fiducia nei prodotti e, al solito, scatterà la rassegnazione ovvero “adeguiamoci al peggio”, cosa questa nella quale siamo maestri.

Ed ecco che a quel punto ci potranno veramente vendere di tutto….

* Cibo criminale. Il nuovo business della mafia italiana, Monti Mara e Ponzi Luca, 2013, 247 p., Newton Compton (collana Controcorrente) € 9,90

il fatto


Un altro gesto concreto per ricordare il Metallaro

14 maggio 2013

A seguito della prematura scomparsa del Metallaro, è stato istintivo per noi Amici del Blog fare qualcosa di concreto in sua memoria;  ma Antonio oltre che un grande amico era veramente una persona speciale e non mi ha stupito che anche altri si siano mossi in tal senso, così come mi ha segnalato ieri Spugna.

In questo caso a muoversi in prima persona è l’Associazione 0-18 di cui il Metallaro era socio.

P.S. Ieri Poppea che ha visto dell’iniziativa sul Gruppo facebook, mi ha detto se dobbiamo contribuire fai un fischio! 

Avendo già organizzato la donazione alla Vidas, alla quale hanno partecipato quasi tutti, chi conosceva personalmente il Metallaro e chi l’aveva conosciuto solo tramite le mie parole,  e ben conoscendo le difficoltà economiche/lavorative di molti, non dico niente a nessuno. Se qualcuno vuole contribuire, lo faccia. :-)

0-18Qualcuno disse: “Ricordati non piangere quando muore un tuo amico, ma quando lo avrai dimenticato, perchè sarà allora che lo avrai perso veramente.”

Non corri questo rischio, Metallaro, sei nei cuori di tutti quelli che ti hanno conosciuto e ci resterai, stimolandoci ad essere migliori.

Ciao Metallaro, ciao Amico….

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0-18

L’associazione Zero-Diciotto, chi sono, cosa fanno

0-18 onlus si costituisce senza scopo di lucro e con la particolarità di perseguire il fine della solidarietà sociale, umana, civile, culturale, sportiva, ludica, della salute, di promozione, crescita, sviluppo umano, civile e quanto di inerente al sostentamento ed al miglioramento della vita e dello sviluppo della persona, sino al raggiungimento della maggiore età, con il limite massimo di anni 18 compiuti, in italia e nel mondo attraverso una serie di interventi ed iniziative.

Là dove c’è un bambino che ha bisogno di aiuto o famiglie che hanno a carico e/o in affido figli minorenni, favoriamo l’inserimento nel mondo scolastico, lavorativo e sociale, senza pregiudizi di razza, religione e/o politici.

0-18 dialoga anche con associazioni, enti, comuni che a loro volta segnalano quelle situazioni più nascoste e spesso più complesse.


Combattere la violenza domestica? Volendo, si può fare

13 maggio 2013

Ieri leggevo un articolo nel quale si spiegava che in Gran Bretagna sono riusciti a ridurre la violenza domestica del 64%.

Questo risultato è il frutto di un progetto chiamato EDV (il cui acronimo, tradotto, significa Eliminazione della violenza domestica) che funziona; a creare l’EDV sono state, ovviamente vien da dire, due donne:  Simonetta Agnello Hornby, un’avvocato (e scrittrice) e Patricia Scotland,  la Ministra della Giustizia.

Interessante leggere che l’EDV sbarcherà in Italia il 30 maggio ed il libro Il male che si deve raccontare, sostenuto dalla Fondazione Feltrinelli ed i cui proventi saranno destinati all’associazione, ne sarà il manifesto.

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9788807491504Con un programma semplice ed efficace, che ha coinvolto le donne potenzialmente esposte a violenza e le aziende in cui lavorano, la Global Foundation for the Elimination of  Domestic Violence (EDV) creata da Patricia Scotland ha contribuito a contenere sensibilmente il fenomeno della violenza domestica in Inghilterra.

Questo piccolo libro ha lo specifico obiettivo di creare una Edv italiana per applicarne il metodo nel nostro paese. Simonetta Agnello Hornby ha scritto racconti che, attraverso vicende affioranti dalla sua memoria e ancor più attraverso casi affrontati in veste di avvocato, danno una vividissima e articolata rappresentazione del segreto che a volte si nasconde dentro le pareti domestiche.

Con la sapienza narrativa che le è propria, evoca l’esibizione del teatro della violenza in Sicilia, i silenzi comprati da un marito abusante, il dolore dei figli abusati, la complicità fra vittima e carnefice.

Marina Calloni, docente alla Bicocca, traduce la consapevolezza secondo la quale viviamo in città in cui “si uccidono le donne” in una visione sintetica e in una stringente serie di dati.

Il male che si deve raccontare è insieme un atto di denuncia e uno strumento a disposizione delle associazioni che, anche in Italia, lottano da tempo contro questa violenza, offrendo aiuto, mezzi e protezione alle vittime. I proventi di questo libro contribuiscono alla creazione della sezione italiana di EDV.

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Nel nostro paese è pratica comune chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi, ed infatti sempre più spesso le denunce delle vittime di molestie e persecuzioni (chiamalo stalking se ti va...) non portano mai a decisioni rapide e risolutive che tutelino le vittime, sino a farle uccidere o, secondo l’ultima moda,  sfregiare con l’acido.

L’EDV intende spezzare la lentezza del sistema, infatti tutto si basa sulla velocità d’intervento. La prima cosa da fare, infatti, è allontanare la vittima da casa, cosa questa che normalmente non succede, per mancanza di fondi, ma anche per la lentezza della macchina burocratica.

Con il sistema EDV c’è una persona (tutor) che segue la vittima per 3 mesi, a partire dalla denuncia, e che collabora alla coordinazione delle varie parti in causa, riducendo in maniera netta i tempi d’intervento.

Questavelcoità è supportata anche dalla classificazione dei casi, ispirandosi a quanto accade al Pronto Soccorso con i codici che assegnano le priorità; ed infatti il sistema EDV classifica il rischio (Altissimo, Alto, Medio) in modo tale daevitare che, in certi casi, un ritardo d’intervento di sole 24 ore possa comportare la perdita di una vita.

Per quanto riguarda il costo, del sistema, ecco che comes empreprevenire e/o intervenire nei giusti tempi comporta un risparmio anzichè una spesa; volendo fare un semplice calcolo economica della violenza domestica, nel 2008 in Gran Bretagna spendevano 3,86 miliardi di sterline, tra ore di lavoro perse, giustizia e servizi sociali. Nel 2003 il solo costo nazionale delle ore lavorative perse era pari a 2,7 miliardi e nel 2010 è sceso ad 1,9.

Questo sistema funziona in gran Bretagna e funziona in Spagna…saràlo stesso anche da noi? Speriamo…

E speriamo anche che sia il modo per far si che quello che si vede nel filmato che segue sia solo un ricordo; il ricordo di persone violente, certo, ma anche dell’omertà di tanti altri.

Il video è una candid camera, ma non c’è nulla da ridere, bisogna solo vergognarsi di essere concittadini di certa gente.

Al solito, come spesso capita sul web, il titolo “candid camera agghiacciante” sembra essere destinato ad attirare le persone sbagliate, i guardoni del dolore, tipo quelli che si fanno fotografare a Cogne, ad Avetrana, oppure davanti al relitto della Costa Concordia.

Al posto di Agghiacciante, avrei preferito un Vergonoso. Comunque ritengo che ognuno di noi possa ritagliarsi, nel corso della giornata, 7 minuti e 51 secondi per la visione integrale.


Nutella: arriva il formato gigante, ma ce n’era bisogno?

13 maggio 2013

Mentre a New York il sindaco cerca in tutti i modi di vietare la vendita delle maxi porzioni nei fast food,  a Milano Ferrero invade  la città con maxi manifesti che invitano a fare la scorta di Nutella comprando barattoli da 630 g,  825 g o da 1 kg.

Di fronte a queste campagne pubblicitarie risultano pressochè  inutili le iniziative per convincere i giovani a nutrirsi correttamente evitando snack dolci, salati e bibite zuccherate.

Purtroppo i barattoloni di Nutella in formato familiare, che  richiamano alla mente il bicchierone gigante di crema al cioccolato del  film di Nanni Moretti, avranno un buon successo.
L’aspetto assurdo della  vicenda è che Ferrero fino a pochi mesi fa proponeva  alle famiglie spot con Tata Lucia che dispensava consigli per una colazione intelligente ed equilibrata.
La formula era molto semplice: una fetta di pane ricoperta da 15 g di crema alle nocciole  (una porzione), un bicchiere di latte e frutta. Dopo la saggezza di Tata Lucia arrivano ora  i barattoloni da 1 chilo per tutta la famiglia, che non sono certo un invito alla moderazione e all’equilibrio.

Günther Karl Fuchs  il brillante blogger di Papille Vagabonde  in un post  si chiede:

“….quanti dobbiamo essere in famiglia per consumare  1 kg di nutella a colazione? …… Da una parte  Ferrero sostiene le  piccole porzioni dall’altro propone formati da 1 kg…..Se fossimo negli anni ’50 sarebbe “adescamento nutelloso”.
 
Il testo conclude con una riflessione Cercate di capire io ho 4 figli adolescenti se metto in tavola 1 kg di nutella, come posso spiegare a loro il significato della parola porzione? I barattoloni sono un invito implicito a consumare più Nutella, ma allora a che serve scrivere sull’etichetta la porzione ?”.
La tendenza ad esagerare con le dimensioni non è una novità per le aziende alimentari.
Coca Cola  propone con successo la bottiglia da 1,5 e da 2 litri, McDonald’s  raddoppia la grandezza  del panino e le calorie agli avventori disposti a spendere un euro in più, i  produttori di patatine hanno creato buste gigantesche  per non parlare dei bicchieroni stratosferici di pop corn serviti nei cinema.
Adesso anche Ferrero ha capito che la moderazione non è proprio la virtù delle aziende del cibo supercalorico e propone per la famiglia vasetti con 65 porzioni.
Complimenti.

Calabria: un virus (ma non solo) blocca l’export negli Usa dei salumi Dop

13 maggio 2013

In sintesi un articolo che leggo su Lettera43 e del quale consiglio la lettura integrale

Dopo 15 anni gli Usa hanno riaperto all’importazione di salumi, un comparto in cui la Calabria vanta strepitose eccellenze.

Dopo tre lustri di chiusura ermetica, l’Animal and plants inspection service (Aphis) – l’Authority statunitense per la sicurezza di piante e animali – ha ora riammesso l’importazione di salumi esteri negli Stati Uniti: i produttori calabresi erano già pronti a festeggiare. Ma sono destinati a restare ancora al palo.

Colpa di alcuni cavilli burocratici. Ma non solo. La denuncia è arrivata da Coldiretti e dal suo presidente regionale Pietro Molinaro, che ora vorrebbe vedere dimissioni a valanga.

La Calabria infatti non è ufficialmente riconosciuta indenne dalla Malattia vescicolare suina (Mvs). Si tratta di una patologia non trasmissibile all’uomo, ma contagiosissima per i maiali (per consumo di carni infette, per esempio) e che ne impone l’abbattimento.

Le ansie per la Mvs in Calabria risalgono a 11 anni fa. L’allarme fu però ribadito nel 2007 anche per Abruzzo e Campania, «regioni che non possono essere considerate Mvs-free», si legge sul sito web dell’Aphis.

Tuttavia, Coldiretti ha fatto notare che da anni è stato «chiesto alle autorità sanitarie regionali di lavorare per avere l’accreditamento»: tutto inutile.

Peccato, però, che un paio di settimane fa, la Mvs sia rispuntata in quattro suini nella stalla di un commerciante in contrada Cusemi di Portigliola. E proprio questo avrebbe compromesso un iter «in dirittura d’arrivo», sostengono alla Regione: per ottenere l’accreditamento per Mvs non devono presentarsi focolai infettivi per due anni e il caso nel piccolo centro della Locride s’è registrato poco prima che il biennio terminasse.

Dice il veterinario Francesco Corigliano, dell’ex Agenzia per i servizi in agricoltura della Regione Calabria: Anche la Regione purtroppo è molto indietro: di concerto con il ministero, sarebbero stati sufficienti sette-otto mesi per ottenere l’accreditamento», si è sfogato con Lettera43.it.

Altri ancora, all’Asp di Cosenza, prima confermano le presunte lentezze burocratiche della Regione e poi chiedono l’anonimato.

Di sicuro, i produttori calabresi di salumi si sentono beffati. La Mvs, in Calabria, esiste solo sulla carta; avevano chiesto alla politica di ovviare per tempo a questa ‘falla’ e sono stati ignorati; e per responsabilità non loro, hanno perso una preziosa occasione.


Un libro: EcoLogica La vita a basso impatto ambientale alla portata di tutt

11 maggio 2013

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Recensione tratta da: IlFattoAlimentare.it

L’attenzione all’ambiente nasce dai piccoli gesti che compiamo ogni giorno. Lo spiega  questa guida  scritta da Johann Rossi Mason in collaborazione con Paola Emilia Cicerone, giornalista scientifica (e collaboratrice de Il Fatto Alimentare)  che ha curato il capitolo dedicato alla salute,  e Sonia Minnitti che ha scritto quello sul turismo.

«Abbiamo voluto proporre una guida semplice, rivolta a persone che si dividono tra famiglia e lavoro ma al tempo stesso vogliono fare qualcosa per migliorare il loro impatto sul pianeta», spiega Rossi Mason. Cominciando dalla spesa: «comprare è un atto politico che può  essere determinante nel cambiare le politiche e  i comportamenti delle aziende» spiegano le autrici in un capitolo dedicato a come comprare -  e mangiare – meglio rispettando l’ambiente e  gli animali.

Per quanto riguarda l’alimentazione, EcoLogica propone  la dieta mediterranea, «quella vera riconosciuta dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità: una dieta povera fatta di verdura e frutta, cereali preferibilmente integrali, olio di oliva,  un po’ di proteine variando tra pesce, formaggio, uova, legumi e un po’ di carne».

Abbondare in frutta e verdura e scegliere  alimenti freschi, di stagione,  e quando possibile biologici non serve solo a prevenire molte malattie, spiegano le autrici,  ma limita l’impatto ambientale di ciò che mangiamo.

Quello del cibo è un tema trasversale di tutto il libro, dai suggerimenti per lo smaltimento dei rifiuti domestici  ai consigli per feste e pranzi di nozze, al capitolo dedicato alla  bellezza con ricette di maschere e impacchi letteralmente commestibili. Un libro denso di suggerimenti per rivoluzionarsi la vita.

O per cambiarla un po’ per volta,  accorgendosi che  spesso  vivere in armonia con il pianeta vuol dire anche vivere meglio.


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