Dal 2015, non più di 150 euro per l’rc auto: ma è una bufala

4 luglio 2014

AntiBufalaLeggo su Altroconsumo di questa bufala che non ho ancora visto, tuttavia concordo sul fatto che risparmiare si può, cambiando assicurazione; io quest’anno ho risparmiato più di 300 € ;-)

Magari ti sarà capitato di leggere su Facebook o su qualche sito di “informazione” in rete questa notizia:

La legge, approvata in commissione bilancio, obbliga le assicurazioni al rispetto del limite di 150 euro all’anno, già stabilito dalla legge n. 180/1978 (G.U. legge n. 990 del 24 dicembre 1969), che nessuna compagnia ha mai rispettato.

All’approvazione ha fatto seguito il commento di un grillino, il Senatore Ermes Maiolica: “Siamo stati accusati di non avere idee e proposte, questa è la dimostrazione che il nostro movimento ha le soluzioni per ridurre seriamente le spese dei cittadini, altro che gli 80 Euro di Renzi, noi non abbiamo paura di metterci contro le lobby. Comunque siamo grati al PD e alla Lega che su questa nostra proposta non hanno fatto ostruzionismo votandola all’unanimità“.

Peccato che la legge in questione (la 180 del 1978) sia la famosa legge “Basaglia” ovvero quella che si occupa dei “trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, che evidentemente c’entra un po’ poco con le rc auto. Inoltre, di questo fantomatico Senatore Ermes Maiolica non c’è traccia sul sito del Senato.

D’altronde, basta farsi un giro sui più accreditati siti che segnalano bufale, per accorgersi che si tratta di un finto nome che ricorre di frequente nelle varie segnalazioni.

Ma non disperare, anche se non esiste nessuna legge che obbliga le compagnie a far pagare il premio non più di 150 euro, risparmiare sulla tua attuale rc auto è possibile. Cambiare assicurazione spesso paga e per sapere quale fa al caso tuo e quale ti garantisce il risparmio più alto puoi usare il nostro calcolatore online.


L’Europa autorizza l’uso del caramello nella birra senza malto? In verità…

3 giugno 2014

AntiBufalain sintesi un articolo di Sara Rossi che leggo su Il Fatto Alimentare

La notizia corre in rete e rimbalza da un sito all’altro: l’Europa autorizza l’uso del caramello nella birra senza malto per simulare lo stesso colore scuro. 

Siamo di fronte all’ennesimo caso di bufala online che come altre trova centinaia di adepti.

L’UE in realtà ha esteso l’uso del caramello per alcune bevande al malto che si bevono solo in Inghilterra e in qualche rara località europea.

Il Caramello insieme a diversi altri additivi è sempre stato autorizzato e utilizzato nella birra in molti paesi stranieri.

La scelta italiana è diversa,  visto che 30 anni fa i produttori decisero che la birra made in Italy sarebbe stata prodotta senza additivi.

La confusione è in parte generata dalla legislazione europea sui requisiti della bevanda che,  non essendo precisa come quella italiana, lascia spazio ad alcuni sistemi di produzione che da noi non sono utilizzati.

 

 


La Corte Europea vieta i battesimi? Bufala, ma “certi” giornalisti abboccano

22 aprile 2014

AntiBufalaleggo su Il Disinformatico e neanche commento più :-(

“La Corte europea ci vieta di battezzare i nostri figli”, ha titolato Libero domenica scorsa in un articolo che riempiva oltre metà pagina e aveva anche gli onori della prima pagina (è anche online qui).

La Corte Europea dei Diritti Umani, spiega Libero, ha deliberato che il battesimo “lede la libertà di coscienza del neonato e si configura come una vera e propria violenza nei suoi confronti”.

Notizia drammatica, che ha spinto Libero a dedicare anche un approfondimento alla questione. Peccato che sia una colossale bufala, inventata dal sito satirico Corriere del Mattino/Giornale del Corriere e alla quale la giornalista di Libero Caterina Maniaci e i suoi responsabili di redazione hanno abboccato in pieno, ingannando i lettori del giornale.

E peccato che l’“approfondimento” sia copiato parola per parola dalla tanto disdegnata Wikipedia.

continua la lettura QUI


Antibufala: “Talking Angela” NON è un’app di pedofili

25 febbraio 2014

AntiBufalaLe bufale sono così tante che si fa fatica a stargli dietro e c’è da ringraziare Attivissimo per i suoi articoli sempre puntuali e, soprattutto, ben argomentati,cosa questa che dovrebbe favorire un percorso di ragionamento, piuttosto che l’abboccare in massa, ma a quanto pare non è così.

Spesso passo oltre, tuttavia trovo oltremodo irritante il fatto che ci sia chi diffonde allarmi falsi (a che scopo poi?) sfruttando un problema serio come la pedofilia, per cui ecco cosa scrive oggi Attivissimo:

Isteria in Rete per un’app, Talking Angela, accusata di essere gestita da un pedofilo. Secondo l’allarme che sta circolando, l’app sarebbe stata “rubata” da un pedofilo che la usa per ottenere informazioni dai bambini facendo loro delle domande.

Un’altra accusa è che il pedofilo entrerebbe nello smartphone attraverso quest’app e manderebbe dei virus. Ciliegina sulla torta, circola la diceria che se si ingrandiscono gli occhi della gattina si vede la casa e si scorge a volte anche il pedofilo in questione.

Si tratta di panzane assolute: l’allarme è totalmente fasullo. L’ho installata sul mio iPad per studiarla direttamente, ma Talking Angela è semplicemente un’app come tante che usa la telecamera per riconoscere le espressioni facciali dell’utente e guadagna convincendo gli utenti a fare acquisti in-app.

Se siete preoccupati per queste cose, imparate a usare le Restrizioni per non permettere l’installazione di app. Tutto qui.


Antibufala: la Marlboro non venderà le sigarette alla marijuana

28 gennaio 2014

AntiBufala

Solo pochi giorni fa raccontavo di mio padre che ha creduto a quanto letto su un noto quotidiano, circa l’illeggitimità del canone Rai, e su questa convinzione ha quindi basato una sua linea di pensiero ovviamente errata.

Questa non è una notizia, ma un invito a farsi qualche domanda (e magari a verificare) prima di prendere per oro colato quello che si legge sui quotidiano (online o di carta) oppure che si sente alla TV, soprattutto a certi TG (ogni riferimento a StudioAperto non è casuale).

Leggo infatti sul Blog di Paolo Attivissimo che: “La notizia che la Marlboro sta per introdurre le Marlboro M, dove M sta per marijuana, è una bufala diffusa dal sito di pseudonotizie Abril Uno. I dettagli sono su Snopes.com. Chi la ripubblica credendoci è un pollo, anche perché Abril Uno in spagnolo significa “primo aprile”.”

E quindi una volta di più, bufala a parte, si conferma la disinformazione fatta da chi invece dovrebbe fare informazione, come racconta Attivissimo: “Complimenti, quindi, per esempio a LiberoQuotidiano (che ha purgato la notizia, reperibile tuttora nella cache di Google) e a Diggita, Articolotre e Net1news (che insistono tuttora).”

Resta il fatto che per controllare l’attendibilità di una notizia, ad un utente normale bastano pochi minuti, ad esempio verificando per l’appunto sul sito della Philip Morris, come sottolinea Attivissimo:  se fosse vera, la notizia sarebbe probabilmente presente nei comunicati stampa della Philip Morris.


Antibufala: criminali identificabili dal riflesso negli occhi delle vittime

11 gennaio 2014

AntiBufalain sintesi un articolo di Paolo Attivissimo

Ha avuto notevole risonanza in molte testate giornalistiche e in generale in Rete la notizia di una ricerca scientifica condotta nel Regno Unito che, stando a come è stata descritta, permetterebbe di usare le “immagini riflesse negli occhi delle vittime fotografate” per “risalire ai volti e quindi alle identità dei pedofili, stupratori e degli autori di tutti quei crimini in cui la vittima viene fotografata dal suo assalitore” (Repubblica).

In realtà, se si va a leggere la ricerca originale invece dei suoi sunti giornalistici, si scopre che questa tecnica funziona soltanto in condizioni talmente particolari da essere attualmente poco realistiche.

Al momento non c’è da pensare che nelle foto caricate su Instagram o nei forum più sordidi della Rete si possano identificare le persone riflesse negli occhi del soggetto fotografato. Le scene di CSI continuano a essere pura fantasia ingannevole.

 

 

 


Smentita la “favola” di Coldiretti: il pomodoro cinese non arriva sugli scaffali dei supermercati

19 dicembre 2013

Le notizie inesatte, che siano bufale oppure Disinformazione allo stato puro, fanno solo danni. Particolarmente odioso però è quando vengono diffuse ad arte dagli addetti ai lavori. La tutela del prodotto di qualità la si fa con i fatti, sul campo, non scrivendo lucciole per lanterne.

* * *

un articolo di Valeria Nardi che leggo su Il Fatto Alimentare con un’interessante intervista a Antonio Ferraioli, (presidente dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali )

Una delle bufale più ricorrenti che gira in rete e su molti giornali accreditati riguarda il concentrato di pomodoro importato dalla Cina, che verrebbe imbottigliato in conserve vendute poi come prodotto made in Italy con tanto di bandiera italiana. Uno dei soggetti che ha aiutato a creare e a mantenere in vita la favola del pomodoro cinese è Coldiretti, riuscendo a confondere le idee ai cittadini e non solo a loro.

Le conserve e i sughi di pomodoro venduti nei supermercati sono tutti prodotti con materia prima  italiana e lavorati in aziende localizzate sul territorio?

I pelati, la polpa, la passata e i pomodorini in scatola che mangiamo tutti i giorni, e che i consumatori trovano sugli scaffali, sono italiani, di ottima qualità e ottenuti da “pomodoro fresco”.

Questo viene interamente prodotto in Italia, nel bacino del Nord (province di Piacenza e Parma) e in quello del Centro Sud (principalmente nella provincia di Foggia), e trasformato, a distanza di poche ore dalla raccolta, nel periodo che va da luglio a settembre. Le aziende di lavorazione si concentrano principalmente in Campania ed Emilia-Romagna.

Come avviene la produzione e cosa c’è scritto sulle etichette?

I pomodori pelati, i pomodorini e la polpa – per i quali è necessario lavorare la materia prima a distanza di poche ore dalla raccolta -  possono essere prodotti solo da pomodoro fresco. La passata potrebbe generare qualche dubbio, ma anche in questo caso è obbligatorio per legge (D.M. 17/02/2006) indicare l’origine della materia prima utilizzata, precisando la Regione o lo Stato in cui è avvenuta la coltivazione del pomodoro e, in ogni caso, può essere prodotta solo da pomodoro fresco (Decreto 23 Settembre 2005) .

In rete circola la bufala del “triplo concentrato” importato dalla Cina e venduto in Italia, magari mescolato con produzioni nazionali. Esiste davvero? Che ruolo ha nel mercato delle conserve?

Questo aspetto merita una maggiore attenzione. Come premessa è necessario sottolineare che, nel mercato interno, il consumo di concentrato di pomodoro è pari all’1,6% del mercato dei derivati del pomodoro (dati IRI). L’Italia importa concentrato di pomodoro (semilavorato) da altri paesi.

Nel 2012 la quantità di prodotto cinese si è ridotta di quasi 2/3 rispetto al 2011, con una tendenza a diminuire ulteriormente nei prossimi anni a causa di una serie di fattori legati alla crescita esponenziale degli impianti produttivi e della conoscenza delle aziende cinesi.

In ogni caso le importazioni, sia dalla Cina che dagli altri paesi, avvengono nella piena legalità. La merce che arriva in Italia è sottoposta a controlli qualitativi e quantitativi effettuati dalle Autorità Doganali, che possono essere documentali, fisici e analitici. A questi vanno aggiunti le verifiche realizzate dalle aziende presso i propri stabilimenti.

Non c’è alcuna possibilità di trarre in inganno il consumatore, in quanto non si possono ottenere da un semilavorato, quale il concentrato di pomodoro, prodotti con caratteristiche completamente diverse come, per esempio, il pelato o la polpa. Ci vorrebbe un vero e proprio miracolo per riportare alla forma iniziale il pomodoro una volta che è stato trasformato in concentrato! Sarebbe come trasformare il vino in uva!

Il concentrato di pomodoro è una commodity e arriva nel nostro paese attraverso un regime doganale favorevole definito TPA (traffico di perfezionamento attivo) o “temporanea importazione”. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata, in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo.

Quindi il concentrato cinese (al pari di quello californiano o di altri paesi extra UE) viene rilavorato in Italia e riesportato interamente verso mercati extracomunitari, prevalentemente nord e ovest dell’Africa e Medio Oriente.

La quantità di merce che entra in Italia è la stessa che esce (temporanea importazione per identità) e tutto il percorso viene documentato e sottoposto a controlli da parte della Guardia di Finanza, delle Dogane e delle autorità sanitarie. Questo vuol dire che in Italia non resta il concentrato, ma il valore aggiunto derivante dalla rilavorazione.

L’alternativa, all’eliminazione delle importazioni in TPA, sarebbe la fuoriuscita delle aziende italiane da questi mercati a vantaggio dei paesi concorrenti, in primo luogo la Cina stessa, con la conseguente perdita dell’occupazione (sia diretta che quella dell’indotto, scatolifici, imballaggi in genere, trasporti, attività portuale ecc.) e di risorse economiche che questa produzione di nicchia riesce a dare per la destagionalizzazione (cosa che peraltro sta già avvenendo, visto il calo delle importazioni).

Le conserve di pomodoro italiane in che percentuale sono esportate?

Più del 60% delle produzioni è destinato all’esportazione sia verso l’Europa (Germania, Francia, Regno Unito) sia verso gli altri Paesi (USA, Giappone, Australia).

La bandierina dell’Italia spesso presente sulle confezioni, sta a significare che la produzione è effettuata nel nostro paese o anche che i pomodori sono italiani?

Il pomodoro che arriva sugli scaffali dei nostri supermercati è tutto italiano, il tricolore che talvolta è presente sulle confezioni si rende necessario proprio perché c’è cattiva informazione e la presenza del simbolo dell’Italia rassicura il consumatore, anche se, per le ragioni espresse, non ce ne sarebbe bisogno.


Mozzarella di bufala campana: test in Germania. I valori di diossine e metalli pesanti 5 volte inferiori al max

17 dicembre 2013

Area_DOP_Mozzarella_CampanaSabato nel corso della trasmissione Ambiente Italia, su Rai 3, si è parlato anche delle analisi fatte fare in Germania sulle mozzarelle di bufala campane DOP, al fine di chiarire l’estraneità di questo prodotto alle contaminazioni nelle Terre dei Fuochi.

Come sottolineato dal Presidente di Coldiretti le aziende “non vituose” (eufemismo) danneggiano pesantemente quelle virtuose, cosa questa che ho sempre ribadito e che vale per tutti i settori produttivi.

Ho letto su Il Fatto Alimentare, in questo articolo di Roberto La Pira, che i livelli di diossina e metalli pesanti sono un quinto del limite massimo consentito.

Mi fa piacere e non ho ragioni per dubitare delle bontà delle analisi, ma per ora non torno sui miei passi, e quindi continuerò ad astenermi dall’acquisto delle mozzarelle di bufala campane; mi spiace per le aziende che lavorano al meglio, ma sono troppe le notizie di frodi o peggio che avvengono in determinate zone di produzione.

Leggo che secondo il Consorzio,  il timore che ruota intorno al prodotto è ingiustificato, visto l’altissimo numero di controlli che la mozzarella subisce ogni anno. Si consideri infatti che, mediamente, un caseificio del Consorzio subisce 200 controlli ogni anno.

Resta il fatto che nonostante questo si sono lette spesso di frodi operate in ambito DOP, dove per l’appunto il solo fatto di poter utilizzare questo marchio dovrebbe essere garanzia di tutela; se così non è, come faccio ad acquistare in totale fiducia?

Leggevo nel luglio 2012: ….sono stati sequestrati dai Nas di Cremona 2.300 prosciutti Dop (Parma, San Daniele e Modena)  in una quarantina di stabilimenti di stagionatura emiliani e friulani perchè provenienti da maiali nutriti con rifiuti speciali, cioè scarti dell’industria alimentare che dovevano essere smaltiti negli impianti di biogas.

Come detto tempo fa, nonostante avessi dato fiducia alle bufale campane nonostante i vari scandali degli ultimi tempi, la notizia circa il sequestro di 5200 bufale in 21 allevamenti nel casertano, ha dato il colpo di grazia alle mie buone intenzioni, per cui cambierò le mia abitudini d’acquisto orientandomi sulla mozzarella di bufala laziale; e speriamo in bene.

mozzarellabionNeanche a farlo apposta al super la mozzarella di bufala laziale è scomparsa dagli scaffali, per cui mi sono orientato sulla mozzarella Bio prodotta dal Caseificio Villa di Erbusco (BS), sperando ovviamente che le certificazioni di cui leggo sul sito del produttore siano attendibili.

A proposito di frodi & sofisticazioni alimentari: Il pesce - L’olio extravergineL’olio spagnolo e non soloCarne di cavallo non dichiarataLatte con aflatossine -

Guarda anche la puntata del 4 novembre di Mi Manda Rai 3


Torna su Facebook un vecchio (falso) allarme

16 dicembre 2013

leggo su Altroconsumo e sono sicuro del fatto che chi inoltra mail senza mai verificare l’attendibilità del contenuto…continuerà a farlo e gli altri continueranno a chiedersi come mai lo facciano ;-)

Gli allarmismi sui social network, si sa, hanno presa su tanti, troppi utenti. Un po’ per spirito di solidarietà e un po’ perché la loro condivisione è molto semplice, è sufficiente un click. Tutta questa facilità, però, favorisce la circolazione di notizie false che in rete si moltiplicano e si diffondono, anche a distanza di anni.

Come nel caso dell’allarme che ha ripreso a circolare su Facebook che mette in guardia i genitori da un gruppo ideato da alcuni pedofili, secondo quanto riportato, per raccogliere immagini di bambini.

Il messaggio che circola è questo “ATTENZIONE !!!! Non ti unire al gruppo attualmente su Facebook con il titolo “Diventare padre o la madre era il dono più grande della mia vita”. Si tratta di un gruppo di pedofili che cercano di accedere alle foto. Si prega di copiare e postare! Teniamo i bimbi al sicuro! (Ti prego di …perdere solo Un minuto per copia e incolla…)”.

Si tratta di un messaggio nato in lingua inglese, che qualcuno si è preso la briga di tradurre e diffondere. In italiano esisteva un gruppo analogo nel 2010 che, però, è stato disattivato.

La possibilità di accedere alle foto dipende esclusivamente dalle impostazioni sulla privacy scelte sul proprio profilo. Quindi l’ipotesi che gli amministratori di un gruppo, solo per la loro “qualifica”, siano in grado di accedere automaticamente alle foto degli utenti iscritti è priva di qualsiasi fondamento.


Autovelox automatici in città – Il polverone continua, più forte di prima

2 dicembre 2013

di Maurizio Caprino

Difficile sentire tante inesattezze messe insieme in meno di un quarto d’ora della trasmissione di Radio Montecarlo dedicata ai motori, il 9 novembre.

Parlavano dei box autovelox “finti” con toni duri e sicuri, che devono certo aver colpito lo sprovveduto ascoltatore, convincendolo che ci sia un clamoroso scandalo. Invece è una semplice bufala, che diventa clamorosa per i toni esagerati con cui viene sbandierata come vera.

Periodicamente questi box finiscono sotto gli strali di mezzi d’informazione (anche nazionali e di un certo prestigio, come Tg2 Rai, Tg5 Mediaset e “Il Giornale”) poco informati e di qualche associazione di consumatori in cerca di visibilità.

Si citano pezzi di due note ministeriali che vieterebbero questi box, si fa riferimento a non meglio precisati incidenti mortali di persone che vi sono finite contro, si denunciano clamorosi sprechi di denaro pubblico da parte dei Comuni che li hanno adottati e si allude a mazzette che sarebbero volate per adottarli.

E invece il ministero si è limitato a dire per due volte che quei box non si possono omologare perché non rientrano in alcuna categoria omologabile.

In sostanza, sono come una panchina o un qualsiasi altro oggetto di arredo urbano. E si possono utilizzare per metterci saltuariamente un autovelox (questo sì omologato).

Se poi si pensa che qualcuno che li urta possa farsi male nonostante il fatto che i box siano di plastica, li si deve mettere in posizione più defilata o piazzarci davanti un guard-rail o un attenuatore d’urto. Punto. Lo abbiamo già spiegato nei dettagli.

Il bello è che l’associazione di consumatori più infervorata pubblica anche la nota ministeriale. Quindi, chiunque abbia gli occhi, cinque minuti di tempo e una conoscenza accettabile della lingua italiana può capire che quella stessa associazione sbaglia.

Ma le bufale, noi giornalisti lo sappiamo, sono carsiche: riaffiorano periodicamente. Così eccoci qui a smentirle, di nuovo. E ad attirare l’attenzione su quello che potrebbe essere il vero problema di questi box: l’inutilità nel tempo.

Infatti, inizialmente questi nuovi elementi del paesaggio urbano creano deterrenza. Poi la gente capisce che nove volte su dieci l’autovelox dentro non c’è e che, se c’è, deve starci anche il vigile accanto.

Quindi torna a correre come se i box non ci fossero e a quel punto restano i soldi spesi per piazzare i box e l’ingombro a bordo di strade cittadine che spesso in Italia non hanno troppo spazio già di loro. Quindi i benefici potrebbero durare troppo poco.

Però questa critica non l’ho sentita fare a chi è salito in cattedra con toni da inquisizione.


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