Nutella: arriva il formato gigante, ma ce n’era bisogno?

13 maggio 2013

Mentre a New York il sindaco cerca in tutti i modi di vietare la vendita delle maxi porzioni nei fast food,  a Milano Ferrero invade  la città con maxi manifesti che invitano a fare la scorta di Nutella comprando barattoli da 630 g,  825 g o da 1 kg.

Di fronte a queste campagne pubblicitarie risultano pressochè  inutili le iniziative per convincere i giovani a nutrirsi correttamente evitando snack dolci, salati e bibite zuccherate.

Purtroppo i barattoloni di Nutella in formato familiare, che  richiamano alla mente il bicchierone gigante di crema al cioccolato del  film di Nanni Moretti, avranno un buon successo.
L’aspetto assurdo della  vicenda è che Ferrero fino a pochi mesi fa proponeva  alle famiglie spot con Tata Lucia che dispensava consigli per una colazione intelligente ed equilibrata.
La formula era molto semplice: una fetta di pane ricoperta da 15 g di crema alle nocciole  (una porzione), un bicchiere di latte e frutta. Dopo la saggezza di Tata Lucia arrivano ora  i barattoloni da 1 chilo per tutta la famiglia, che non sono certo un invito alla moderazione e all’equilibrio.

Günther Karl Fuchs  il brillante blogger di Papille Vagabonde  in un post  si chiede:

“….quanti dobbiamo essere in famiglia per consumare  1 kg di nutella a colazione? …… Da una parte  Ferrero sostiene le  piccole porzioni dall’altro propone formati da 1 kg…..Se fossimo negli anni ’50 sarebbe “adescamento nutelloso”.
 
Il testo conclude con una riflessione Cercate di capire io ho 4 figli adolescenti se metto in tavola 1 kg di nutella, come posso spiegare a loro il significato della parola porzione? I barattoloni sono un invito implicito a consumare più Nutella, ma allora a che serve scrivere sull’etichetta la porzione ?”.
La tendenza ad esagerare con le dimensioni non è una novità per le aziende alimentari.
Coca Cola  propone con successo la bottiglia da 1,5 e da 2 litri, McDonald’s  raddoppia la grandezza  del panino e le calorie agli avventori disposti a spendere un euro in più, i  produttori di patatine hanno creato buste gigantesche  per non parlare dei bicchieroni stratosferici di pop corn serviti nei cinema.
Adesso anche Ferrero ha capito che la moderazione non è proprio la virtù delle aziende del cibo supercalorico e propone per la famiglia vasetti con 65 porzioni.
Complimenti.

Il menu (1100 calorie) consigliato per vedere un film nelle sale di Uci-Cinemas ad Arezzo

18 marzo 2013

in sintesi un articolo di Dario Dongo che leggo su Il Fatto Alimentare

Siamo andati a vedere Pinocchio, l’ultima opera di Enzo D’Alò. Non appena superate le casse, ci siamo avventurati nell’offerta alimentare di UCI-Cinemas di Arezzo. Oltre al servizio di vendita self-service di caramelle sfuse, che abbiamo già avuto modo di commentare, ridonda l’offerta di pop-corn, bevande zuccherate e varie golosità.

Vorrei ricordare come questa formula è stata messa sotto accusa negli Stati Uniti, a causa degli “snack” ipercalorici blanditi agli utenti. Troppe calorie, troppi zuccheri e grassi, troppo sale negli spuntini che assumono la connotazione di veri e propri pasti, ma sbilanciati dal punto di vista nutrizionale.

Scendiamo più nel dettaglio. “Per i più piccoli, UCI Cinemas pensa in Grande”. E cosa pensa di bello per i nostri bambini?

Percorsi educativi, cultura da abbinare allo spettacolo?

Proprio no, pensa a farli diventare grandi, anzi grossi e larghi. Con una “gamella” che contiene 65g di popcorn, mezzo litro di bevanda  e un ovetto Kinder Sorpresa, per un totale di circa 450 chilocalorie, e poco più di 120g di zuccheri.

Ricordiamo che il fabbisogno medio giornaliero di un bambino di 4-5 anni varia dalle 1200-1300 kcal., in relazione a sesso e attività fisica praticata.

ucicinemaPer gli spettatori adulti all’ingrasso viene offerto un menu classico da 1.100 chilocalorie composto da popcorn più un litro di bevanda, pari al 55% del fabbisogno medio giornaliero – “Guideline Daily Amount” – stabilito nel regolamento (UE) n. 1169/2011.

Per chi volesse proprio esagerare c’è anche il menu gigante composto da un bicchierone di  pop-corn da 250 g abbinato al solito litro di Coca-Cola.

Uno spassionato consiglio, al “Signor UCI”.

Se la logica é quella del profitto a ogni costo – come si direbbe anche dai 20-30 minuti di pubblicità che precedono ogni film – si lucri magari sulla frutta e le macedonie, l’acqua minerale e i succhi.


Chiacchiere di Carnevale fritte o al forno? Le calorie sono le stesse…

5 febbraio 2013

un articolo di Roberto La Pira che leggo su Il Fatto Alimentare

Comprare le chiacchiere  “cotte al forno” oppure quelle “fritte”?

E’ questo l’interrogativo di molti consumatori davanti alle confezioni esposte sugli scaffali del  supermercato. Nell’immaginario collettivo quelle al forno sono più leggere perchè contengono meno grassi e meno olio, ma non è  proprio  così.

Pochi lo sanno ma tutte le chiacchiere sono fritte. Solo dopo questa prima operazione alcune vengono passate al forno, per dare un gusto biscottato. Alla fine il sapore è diverso, ma il contenuto di calorie risulta pressoché identico.

Per rendersi conto basta leggere le diciture su alcune confezioni che indicano il doppio trattamento realizzato nel corso della cottura: “Chiacchiere: prodotto dolciario fritto e poi passato al forno.

Un  secondo aspetto poco considerato dagli acquirenti riguarda il tipo di grassi utilizzati per la frittura. Spesso si tratta di oli vegetali e di margarine vegetali ricavate da grassi poco conosciuti non sempre indicati  sull’etichetta.

In genere si tratta di olio di palma e altri oli tropicali sconsigliati dai nutrizionisti. Per rendersi conto della mediocre qualità basta ricordare che questi oli non sono venduti in bottiglia come avviene per  altri oli.

Carnevale viene una volta all’anno e, senza esagerare si possono mangiare chiacchiere e frittelle senza sensi di colpa, è però meglio scegliere quelle cotte in olio di oliva che però sono diventate una rarità. Nella dieta non esiste solo il problema del colesterolo, è importante valutare anche la qualità degli ingredienti e il tipo di olio adoperato.


“Slight”: la marmellata trentina con l’etichetta accattivante e tanti riferimenti alla leggerezza

24 gennaio 2013

un articolo di Valeria Torrazza che leggo su Il Fatto Alimentare

slight confettura Sugli scaffali di Carrefour abbiamo trovato una confettura accattivante con un  esplicito richiamo al mondo del cibo dietetico e alcune caratteristiche interessanti.

Il prodotto è Slight, che più della marca sembra una dichiarazione esplicita del proprio ruolo. Infatti al termine light viene anteposta una semplice S con 2 asterischi che rimandano a: Solo leggerezza”, “Solo con zuccheri provenienti dalla frutta”.

Si tratta di una confettura a ridotto contenuto calorico di fragole e rosa canina. Il minore apporto calorico è supportato dalla quantità di zuccheri, inferiore del 30% rispetto a quella di una confettura tradizionale con  il 58% di zuccheri.

Basta un rapido controllo alle confetture esposte sugli scaffali del supermercato  per vedere che  la quantità media di zuccheri di una confettura oscilla dal 46% al 62%.

Slight non riporta in etichetta il nome del produttore,  mentre c’è l’indicazione del distributore, Erberossi di Trento. Il luogo di produzione è la sede di Menz&Gasser un altro protagonista del mercato  che  offre nell’assortimento marmellate  tradizionali con il 59% di carboidrati.

La confezione ha un aspetto molto semplice e al tempo stesso chiaro: il vasetto è ricoperto da un film plastico bianco, le scritte e i disegni sono in prevalenza di colore nero e rosso. La parte frontale del vasetto riporta la dicitura “100% bellessere del Trentino”, che esplicita il luogo di provenienza e la finalità (il bel benessere?) del consumo.

slight confettura retro

Altre concessioni ad elementi di fantasia  sono  le scritte posizionate a fianco  di alcune finestre (vedi foto a sinistra) che lasciano vedere la quantità di confettura presente nel vasetto.

Le quattro scritte sono frasi che rimandano a quello che si dovrebbe provare mentre si assapora il prodotto.

Dall’alto in basso si legge: “Affonda il cucchiaio: inizia la scoperta”, seguita da “La sorpresa lascia senza parole”, e ancora “Ora non potrai più farne a meno”, per finire con “Compra subito un nuovo vaso e… scopri anche gli altri gusti della linea”.

La proposta è un  po’ naif , ma anche funzionale perchè permette di  controllare quanta confettura è rimasta.

Si tratta di un prodotto originale con una criticità: il prezzo che risulta superiore ai dieci euro al kg. Siamo di fronte a un listino decisamente  più alto rispetto alle confetture tradizionali, che si possono acquistare con meno di 4 euro/kg.

 


Kellogg’s Special K Biscuit Moments: il nuovo snack ha solo 98 calorie ma troppi ingredienti

21 gennaio 2013

un articolo di Valeria Torrazza che leggo su Il Fatto Alimentare

specialk momentBiscuit Moments Fragola è il nuovo nato nella famiglia degli snack per ritrovare o mantenersi in forma della linea Kellogg’s Special K.

L’assortimento della gamma di prodotti che dovrebbero appagare il desiderio di dolce senza intaccare una dieta a basso apporto calorico, continua a crescere.

Oltre a sette diversi gusti di cereali per la prima colazione, ci sono anche cinque tipi di barrette, due mini snack, e adesso anche questo nuovo biscotto: una “sfoglia con farcitura alla fragola e una leggera decorazione alla vaniglia”.

Sottile e dolce con la doppia consistenza del croccante fuori e morbido dentro. Ogni singola porzione, formata da due unità, apporta 98 calorie in 25 grammi.

Ma non erano solo 90 anche le calorie dello snack Choco Krave sempre della Kellogg’s, ma molto più ricco, perlomeno di promesse golose (cialda ripiena di cioccolato e nocciole)? Un punto percentuale in più di grassi ma uno in meno di zucchero e minor apporto di sale: ecco le differenze di Choco Krave.

Certo si tratta di un altro prodotto e di un altro sapore ma se siamo alla ricerca di uno snack con poche calorie possiamo allargare il nostro orizzonte anche al di là delle barrette di cereali.

L’abile strategia di marketing dell’azienda ha fatto sì che l’attrazione per la firma Special K non stia soltanto nel contenuto ma anche nella sua vestizione e soprattutto nell’immagine dietetica senza connotazioni troppo punitive.

La nota dolente dell’ultimo arrivato è forse una lista di ingredienti troppo lunga e complessa, per un prodotto che paradossalmente deve fornirci poche calorie. Soltanto per il ripieno al gusto di fragola (33%) si elencano 16 ingredienti tra i quali compare sì la fragola, sotto forma di concentrato, ma con una percentuale dell’1,5%.

Il prezzo in fase di lancio è relativamente contenuto: ciascuno snack costa circa 40 centesimi, vedremo come evolverà…

La lista degli ingredienti:  Farina di frumento, ripieno al gusto fragola (33%) [fruttosio, umettante (glicerolo), sciroppo di glucosio, destrosio, concentrato di purea di fragola (1,5%), olio vegetale idrogenato, agente gelificante (pectina), acido citrico, emulsionanti (lecitina di soia, E471), coloranti (antocianine, paprica), aroma, regolatore di acidità (citrato trisodico), acido malico, agente solidificante (tricalcio citrato)], zucchero, olio vegetale non idrogenato, nocciole (5.5%), latte scremato in polvere, maltodestrine, latte scremato in polvere, amido modificato, sciroppo di zucchero invertito, emulsionanti (lecitina di soia, E472e), siero di latte in polvere, agenti lievitanti (E500, E450a, E341a), sale, sciroppo di glucosio, carbonato di calcio, lattosio (da latte) aroma, antiossidante (E320)

Allergeni: Contiene latte, frumento e soia.


Cuochi in televisione: la FSA boccia le ricette e le quantità, troppe calorie e poche informazioni

2 gennaio 2013

un articolo di Agnese Codignola che leggo su Il Fatto Alimentare

I programmi televisivi di ricette impazzano sui canali televisivi non solo in Italia, tanto che si  ha quasi  la sensazione di essere arrivati a una vera saturazione.

Ma  fino a che punto questi programmi sono anche veicoli di corrette informazioni nutrizionali?

La domanda non è oziosa, dal momento che diversi studi hanno dimostrato che i cuochi in televisione influenzano il comportamento alimentare di una parte della popolazione e hanno quindi un ruolo nelle scelte e nella dieta delle persone.

Per capire quanto i piatti preparati in tv siano aderenti alle linee guida degli esperti e, soprattutto, a quelle dell’Organizzazione Mondiale della sanità e della UK Food Standards Agency (FSA), un gruppo di ricercatori della NHS Tees and Newcastle University ha analizzato il contenuto calorico e la composizione di 100 ricette, proposte da cinque famosissimi cuochi televisivi, molto popolari in Gran Bretagna.

Oltre a ciò il gruppo ha esaminato 100 confezioni di cibi pronti venduti dalle tre principali catene di supermercati inglesi,  riscontrando un risultato abbastanza desolante, come scrive il British Medical Journal, nel numero di Natale.

In generale, i pasti preconfezionati venduti nei supermercati battono in qualità quelle dei cuochi, e in ogni caso permettono di capire cosa si sta per mangiare attraverso la lettura delle etichette nutrizionali.

Considerando i dettami dell’OMS, il 18% dei cibi pronti rispetta i quantitativi consigliati di carboidrati, contro il 6% di quelli proposti in televisione; lo stesso vale per gli zuccheri semplici, dove le percentuali sono simili  rispettivamente 83 e 81%, mentre  per  quanto riguarda le fibre la  grande distribuzione batte la tv 56 a 14 (%).

Le ricette del piccolo schermo vincono solo per quanto riguarda il contenuto di sale, che nel 36% dei casi rispettano le indicazioni, contro il 4% degli alimenti precucinati (il dato potrebbe essere falsato perché non è stata quantificata la concentrazione di sale nei condimenti). Considerando il sistema dei  semafori utilizzato in Inghilterra per indicare la qualità nutrizionale dell’alimento, la luce risulta rossa per il 47% delle ricette televisive e verde per il 42% dei pasti pronti.

L’ultimo aspetto da considerare riguarda le calorie, le preparazioni televisive hanno un quantitativo più che doppio (604 rispetto alle 293 dei pasti precucinati), più proteine (37,5 grammi contro i 27,9 in media a porzione), più grassi in generale (27,1 contro 17,2), più grassi saturi (9,2 contro 6,8) e meno fibre (3,3 grammi contro i 6,5 dei pasti pronti). Nessuna delle due categorie, comunque, appare soddisfacente.

Alle star della cucina che imperversano sul piccolo schermo, gli autori suggeriscono  di  proporre piatti più sani e, perché no, cucinati anche con gli avanzi.

Quando poi – come accade quasi sempre – pubblicano libri di ricette, dovrebbero quantomeno indicare la composizione nutrizionale, dando così ai lettori un criterio di riferimento.

Ma si potrebbe anche andare anche oltre: la proposta è regolamentare le ricette proposte in tv selezionando  chiaramente piatti pronti studiati in collaborazione con esperti, con il giusto mix di componenti senza rinunciare al gusto.

 


Il nuovo tè Sant’Anna: ogni bicchierino contiene 11 grammi di zuccheri

24 dicembre 2012

un articolo di Francesca Avalle che leggo su Il Fatto Alimentare

Anche Sant’Anna, come numerose altre aziende dell’acqua minerale, ha deciso di lanciare il tè pronto fatto con l’omonima acqua.

I gusti proposti sono limone, pesca e the verde, disponibili in tre formati: la bottiglia da litro e mezzo, quella da mezzo litro e infine il “bicchiererino” da 200ml.

La scorsa estate è stata promozionata la novità della nuova bevanda, mentre nell’inverno la spinta pubblicitaria riguarda in particolare la versione monodose. È plausibile che il target siano i bambini che, anche in inverno mantengono un certo consumo di bevande zuccherate, in particolare considerando le merende a scuola e a casa.

La confezione, il bicchiere con cannuccia, ricorda l’Estathé della Ferrero, monopolista di questo particolare spaccato del mercato delle bevande a base di tè. Sant’Anna, già leader del mercato delle acque, con il nuovo prodotto si distingue per alcuni particolari: la cannuccia in un involucro che rimane attaccato al bicchierino (si evita così la dispersione nell’ambiente) e la copertura del bicchiere che si può aprire con facilità, per coloro che preferiscono bere da un normale bicchiere.

SanThé è a base di infuso di tè come il corrispettivo della Ferrero, ma il primo ingrediente che compare è l’acqua a differenza dell’Estathé che invece indica “infuso di tè (acqua, tè)”. In effetti la dicitura in etichetta dice: “Vero infuso di the al limone in acqua Sant’Anna”.

Da un punto di vista nutrizionale e calorico i due prodotti sono praticamente identici (il confronto è stato effettuato sulla bevanda al limone). C’è da dire che ogni bicchierino contiene 11 grammi di zuccheri, circa due zollette, per un apporto calorico sulle 100 kcal.

Il prezzo è attualmente più conveniente per SanThé: i quattro bicchieri – di cui uno in omaggio – hanno un costo indicativo uguale ai tre bicchieri di Estathé.


Più frutta e meno zucchero nelle bibite, consumatori e aziende divisi

29 novembre 2012

in sintesi un articolo che leggo su E-R Consumatori

Più o meno frutta nelle bibite analcoliche?

Non è solo un fatto di gusto, né di pura difesa dell’agricoltura italiana. È anche una questione di salute, sottolineano le associazioni dei consumatori. Per comprendere l’ultima svolta del ministro della Salute Renato Balduzzi  (e le polemiche che sta producendo nel mondo industriale) è necessario partire da un dato di fatto: l’aumento del numero dei bambini obesi.

Il sistema di sorveglianza in età infantile del ministero della Salute, Okkio alla Salute, stima in 1,1 milioni i bambini tra i 6 e gli 11 anni con problemi di eccesso ponderale nel nostro paese. Il 12% dell’intera popolazione infantile risulta addirittura obeso mentre il 24% è in sovrappeso: più di un bambino su tre, quindi, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età.

Scontate le conseguenze di questa situazione, non solo sulle vite di questi adulti di domani – chi è obeso da bambino lo sarà, con molta probabilità, anche da adulto – ma anche sulla sanità pubblica: che ci piaccia o no, il contenimento della spesa pubblica passa anche e soprattutto attraverso una seria prevenzione sanitaria.

Da quei numeri ha preso le mosse il decreto a firma del ministro Renato Balduzzi secondo cui le bevande analcoliche vendute con denominazioni di fantasia, il cui gusto e aroma fondamentale deriva dal loro contenuto di essenze di agrumi, o di paste aromatizzanti di agrumi, devono essere commercializzate con un contenuto di succo naturale non inferiore al 20%.

Puntuale la rivolta dei produttori di bevande.

“L’apporto calorico delle bibite, quando zuccherate, è ben inferiore a molti altri alimenti”, spiega Aurelio Ceresoli, presidente di Assobibe, sottolineando a necessità di “definire le cause dell’obesità infantile che, tuttavia, non sono ascrivibili a singoli prodotti o motivi”.

Secondo i produttori la norma è inutile: “L’offerta del mercato di bevande analcoliche già prevede diverse opzioni adeguate a chi ricerca più frutta, quali succhi 100%, spremute e nettari. Sfuggono i motivi e i benefici di eliminare prodotti con meno del 20%, presenti in tutti gli altri paesi. Questo limita la possibilità di offrire al consumatore soluzioni adeguate ai diversi gusti. E i prodotti con le nuove regole avranno caratteristiche e sapori diversi rispetto a quelli noti, con più calorie e conservanti”.

“I consumatori hanno tutto da guadagnare da questa norma, in termini salutistico-nutrizionali, di qualità del prodotto e di trasparenza”. È questo il commento di Silvia Biasotto, responsabile del dipartimento di Sicurezza alimentare del Movimento difesa del cittadino (Mdc), che non ha dubbi sugli effetti benefici della norma voluta dal ministro Balduzzi.

I motivi?

“ In primis la salute dei consumatori, piccoli e grandi, in termini di migliore qualità nutrizionale delle bevande. In pratica – spiega – nelle bevande analcoliche che riportano o richiamano un nome di frutta a succo ci sarà più frutta nel vero senso della parola. Berremo meno aromi e coloranti e assumeremo più frutta. Non dimentichiamo che spesso queste bibite sono consumate proprio dalle giovani generazioni che, da un lato, hanno una particolare necessità di frutta e verdura ricche di vitamine e, dall’altro, sono particolarmente colpite dal fenomeno obesità causato da cattive scelte alimentari e inattività fisica”.

Ma non solo.

“Dal punto di vista della qualità del prodotto queste bevande migliorerebbero notevolmente” dice Silvia Biasotto. “Spesso suggeriamo ai consumatori di controllare l’elenco degli ingredienti per fare acquisti consapevoli, diffidando dei prodotti troppo ricchi di coloranti e aromi, additivi spesso impiegati per nascondere scadenti materie prime. Con un aumento della presenza del succo naturale di frutta nelle bibite analcoliche, le bevande si caratterizzeranno sempre più in base alla materia prima e non a cocktail realizzati a tavolino per incontrare il gusto dei consumatori. Non si spiega perché, attualmente, un prodotto che richiama l’arancia debba contenere solo il 12% di arancia”.

 


Fast food: la svolta salutista non è mai avvenuta

22 novembre 2012

in sintesi un articolo di Agnese Codignola che leggo su Il Fatto Alimentare

Nei fast food i miglioramenti sono solo apparenti, la realtà è sempre la stessa: troppe calorie e zuccheri.

Il numero di pietanze offerte è raddoppiato, quello dei piatti più sani è cresciuto, l’attenzione di media e legislatori, è sempre alta, eppure nelle grandi catene di fast food americani negli ultimi 14 anni non è cambiato quasi nulla, dal punto di vista delle calorie. Anzi, insieme a cibi leggermente meno dannosi sono arrivate nuove bevande zuccherate e dolci, a riprova del fatto che i cambiamenti sono stati per lo più di facciata.

È disastroso il bilancio che ha tracciato Katherine Bauer, del dipartimento di salute pubblica alla Temple University di Philadelphia, sulle grandi catene di cibo pronto, perché mette in luce quanta ipocrisia ci sia in certe scelte evidentemente commerciali, e quanto sia ancora lunga la strada verso menu più accettabili.

Per quanto riguarda le calorie è leggermente diminuito il numero di quelle assunte con i contorni, scese in media da 264 a 219 (probabilmente a causa di modeste riduzioni della quantità per esempio di patatine fritte, o delle dimensioni della porzione media).

Sono aumentati i condimenti ipercalorici e i dessert: questo spiega perché, a parità di calorie medie per porzione, e nonostante l’introduzione di insalate e carni grigliate più che fritte, il bilancio finale non evidenzi miglioramenti. Nell’ultimo anno analizzato, il 2009-2010, i piatti principali fornivano in media 453 calorie e i contorni 263, in risalita rispetto agli anni precedenti.

«Si può anche ordinare un antipasto leggero, per esempio un’insalata - spiega la Bauer - ma se questa è condita con salse piene di grassi e zuccheri e magari mischiata a carne fritta, seguita da patatine fritte e bibita zuccherata il risultato finale è comunque pessimo».

La necessità di migliorare l’offerta dei fast food è stata messa in rilievo in numerosi studi e ribadita da un recente sondaggio secondo cui nel mese precedente l’80% degli intervistati aveva mangiato in uno di questi ristoranti almeno una volta e il 28% dichiarava di mangiare in un fast food da una a due volte a settimana.

Inoltre, i provvedimenti sembrano ancora più urgenti se si pensa che secondo diverse stime nei giorni feriali circa il 40% dei ragazzi americani si rivolge a questo tipo di locale per un pasto.

«Non vogliamo assolutamente concludere che bisogna evitare il fast food» sottolinea la ricercatrice, conscia del fatto che posizioni troppo rigide non sono utili ma rischiano solo di innescare una reazione di indifferenza.

«Piuttosto, vorremmo consigliare a tutti di pensare a ciò che stanno ordinando, a come il piatto è stato preparato e condito, al conteggio totale delle calorie del pasto e a scegliere dopo aver riflettuto. In questo senso, aiuterebbe molto se tutti i fast food riportassero il conteggio calorico, come ha iniziato a fare McDonald’s e come obbligano a fare la Pennsylvania e la città di New York. In assenza di un radicale cambiamento nell’offerta dei fast food - conclude la Bauer – possiamo cercare di intervenire sui clienti, facendo loro capire quante calorie in eccesso sono abituati ad assumere e quanto possa essere tutto sommato semplice ridurle».


Acqua Sangemini: pubblicità segnalata al Garante

21 novembre 2012

Quanto leggo mi ricorda quello che è successo al super la scorsa settimana; la Signora K, che ormai è stata plagiata, ;-) e si mette a leggere le etichette prima di mettere i prodotti nel carrello, mi faceva notare il claim pubblicitario riportato sulla confezione di non mi ricordo che

Se non fosse che venivano vantate peculiarità inesistenti ovvero l’assenza di cose già vietate dalla legge, per cui.. in pratica la stessa cosa che ha fatto Sangemini pubblicizzando un’acqua senza apporto di grassi e calorie.

Se non fosse che nessun acqua minerale li contiene… e visto che questo modo di fare pubblicità è espressamente vietato dalla legge, va da sè che è evidente la malafede dell’azienda.

leggo su Altroconsumo

“Ricca di calcio altamente assimilabile. Senza apporto di grassi e calorie”. È questo lo slogan pubblicitario dell’acqua minerale Sangemini, apparso in alcune stazioni della metropolitana milanese.

Peccato però che il confronto con il latte, cui la pubblicità si riferisce, non sia di così immediata comprensione. Inoltre, la frase “senza apporto di grassi e calorie” è del tutto inesatta. Nessun acqua minerale li contiene.

Le norme di legge che regolano l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità di alimenti vietano espressamente di “suggerire che il prodotto abbia caratteristiche particolari, quando tutti i prodotti alimentari analoghi possiedono caratteristiche identiche”.

Tradotto: tutte le acque minerali sono uguali. Per questi motivi abbiamo segnalato la pubblicità al garante della concorrenza e del mercato e all’istituto di autodisciplina pubblicitaria.

Sul sito web dell’azienda l’associazione con il latte diventa più esplicita, ma resta ugualmente sbagliata. Solo l’apporto di calcio, infatti, può essere eventualmente considerato equivalente nelle due bevande.

Gli altri nutrienti (proteine, zuccheri, vitamine) sono contenuti solo nel latte e la precisazione “per quantità di calcio apportato” non basta a far chiarezza.

Un particolare della pubblicità dell'acqua Sangemini Un particolare della pubblicità dell’acqua Sangemini

Sempre sul sito, viene sottolineata l’importanza che il calcio ha in determinati periodi di vita (crescita, gravidanza, allattamento, maturità). In uno degli spot, un bambino di 7-8 anni va in banca per bere un bicchiere d’acqua con lo scopo di “depositare del calcio”.

Per assumere la quantità di calcio necessaria alla sua crescita (1.000 mg/giorno), il bambino dovrebbe consumare ogni giorno ben 3 litri di acqua Sangemini, ossia 24 bicchieri. In gravidanza, allattamento e dopo i 50 anni di età la dose giornaliera sale a 3,6 litri, l’equivalente di 29 bicchieri.

Un'immagine che si trova nel sito web dell'azienda Un’immagine che si trova nel sito web dell’azienda

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