Camilla ha 23 anni e da circa 2 anni la sua vita è cambiata. Ha scoperto di avere un’intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica presente in molti cereali: avena, frumento, farro, kamut, orzo, segale, spelta e triticale. Se ne è accorta per caso, parlando con un’amica delle “ranocchie nello stomaco” che sentiva in particolare dopo aver bevuto un sorso di birra o dopo una pizza con gli amici o un piatto di pasta in famiglia.
“Sei celiaca”, le ha suggerito la ragazza, “come mio fratello!”. E così, quasi per caso, dopo 5 anni di dolori addominali e pasticche per curare una presunta colite che sarebbe stata la responsabile dei suoi crampi allo stomaco, finalmente per Camilla sono arrivati i controlli specifici: dosaggi sierologici AGA (anticorpi antigliadina di classe IgA e IgG), EMA (anticorpi antiendomisio di classe IgA) e infine una biopsia dell’intestino tenue con il prelievo di un frammento di tessuto e l’esame istologico per determinare l’atrofia dei villi intestinali. La diagnosi dell’amica era esatta: celiachia.
Da quel momento in poi una dieta priva di glutine condotta con rigore e un’educazione alimentare accorta, garantiscono a Camilla un perfetto stato di salute. Ma la pratica è più difficile di quanto possa sembrare. Non basta, infatti, eliminare pasta, biscotti, pizza e pane, che sono gli alimenti più comuni che contengono il glutine. L’agguato è ovunque: gelati, salumi, caramelle e molti altri cibi confezionati possono contenere la sostanza nociva per Camilla non solo come ingrediente, ma anche per contaminazione incrociata tra alimenti diversi o ambientale, ad esempio se la produzione avviene in ambienti dove si lavorano anche sfarinati.
La spesa quotidiana
Il certosino lavoro di Camilla inizia dalla spesa di tutti i giorni: con la cernita dei prodotti rigorosamente certificati dal ministero della Salute e inseriti nel prontuario, una pubblicazione edita con frequenza annuale dall’Aic, l’Associazione italiana celiachia, che raccoglie, a seguito di valutazione, anche quei prodotti che, seppur non pensati specificamente per una dieta particolare, risultano comunque idonei al consumo da parte del soggetto celiaco.
Con il libricino sempre in tasca Camilla sceglie fra le 400 aziende operanti in tutte le aree del mercato alimentare e fra più di 10mila prodotti. Ad aiutarla il marchio Spiga Sbarrata: di proprietà dell’Aic (registrato nel 1995), un disegno di fantasia richiamante una spiga di grano tagliata da un segmento che per qualunque consumatore celiaco è simbolo di identificazione immediata di sicurezza e idoneità alla propria dieta.
Una volta a casa c’è il problema della cucina, prima fonte di contaminazione. Nulla è affidato al caso: le pentole non vanno condivise con le altre persone di casa, il forno dove scaldare i pasti, le posate e, addirittura, gli scaffali personali dove riporre farina di riso, di mais o di grano saraceno, la pasta appositamente pensata per i celiaci e altri ingredienti, vanno posti al riparo da qualsiasi particella o polvere contaminata dal glutine. Camilla ha imparato a sue spese che le posate di metallo se opportunamente lavate possono anche essere utilizzate, ma è assolutamente vietato condividere mestoli o forchette in legno: assorbono il glutine e per questo sono potenzialmente pericolose. Ma tanta attenzione non basta, purtroppo: la contaminazione potrebbe avvenire anche tramite uno scambio salivare. Per questo, prima di baciarlo, chiede al suo fidanzato, la cortesia di lavarsi i denti, per avere la sicurezza che una tenerezza non abbia dolorose conseguenze per la sua salute.
Quando si cena fuori casa
La situazione si complica quando Camilla decide di mangiare fuori o di partire per un viaggio. Nel primo caso cerca meticolosamente sul sito dell’Aic i bar, i ristoranti o le gelaterie che hanno aderito al progetto Afc (Alimentazione fuori casa). Grazie a un corso base sulla celiachia, e sull’alimentazione senza glutine, infatti, gli esercenti acquisiscono conoscenze sull’aspetto medico della celiachia, su come riconoscere gli alimenti “permessi”, “vietati” e “a rischio” e sulle procedure per la preparazione di un prodotto idoneo al celiaco. Si impegnano quindi a garantire la non contaminazione da glutine dal processo di lavorazione fino al servizio a tavola della pietanza.
Tuttavia, i locali con ambienti sterilizzati e dedicati al cibo per celiaci sono ancora relativamente pochi sul territorio italiano: a tutto il 2008 erano solo 1.193 i ristoranti/pizzerie, 264 le gelaterie e 13 i bar/caffetterie. Il più delle volte Camilla si limita a ordinare un caffè o addirittura si porta il cibo da casa quando esce con gli amici, per non rinunciare al piacere di una cena fuori ma senza rischiare di sentirsi male. “Molto spesso ci si sente diversi”, confida. “E bisogna avere sempre mille accortezze, specie quando si va all’estero anche per un week end”. A Londra Camilla ha pianto, perché non aveva il prontuario con le marche londinesi con sé e aveva esaurito la scorta dei cibi che aveva portato da casa. Risultato: non ha mangiato per un giorno intero.
400mila interessati solo nel nostro paese
La celiachia, come detto, è un’intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica presente in avena, frumento, farro, kamut, orzo, segale, spelta e triticale. L’incidenza di questa intolleranza in Italia è stimata in un soggetto ogni 100/150 persone. I celiaci potenzialmente sarebbero almeno 400mila, ma ne sono stati diagnosticati a oggi circa 85mila. Ogni anno vengono effettuate 5mila nuove diagnosi e nascono 2.800 nuovi celiaci, con un incremento di circa il 10%.
I sintomi e le complicanze
Nel soggetto geneticamente predisposto l’introduzione di alimenti contenenti glutine, quali pasta, pane, biscotti, o anche tracce di farina ricavata da cereali vietati, determina una risposta immunitaria abnorme a livello dell’intestino, cui consegue un’infiammazione cronica con la scomparsa dei villi intestinali. Molto diverse possono essere quindi le manifestazioni cliniche della celiachia.
I sintomi intestinali sono comuni in bambini che ricevono la diagnosi di celiachia nei primi due anni di vita; i più frequenti sono: arresto della crescita, diarrea cronica, vomito, distensione addominale, debolezza muscolare, anoressia e irritabilità.
Tuttavia, con l’aumento dell’età di presentazione della malattia, e con l’ampio uso di test sierologici di screening, sono stati sempre più frequentemente riconosciuti sintomi che possono coinvolgere quasi tutti gli organi: osteoporosi, infertilità, aborti ripetuti, bassa statura nei ragazzi, anemia, ipoplasia dello smalto dentario, diabete, alopecia, epilessia con calcificazioni cerebrali e il linfoma intestinale.
La terapia
Per curare la celiachia occorre escludere dal proprio regime alimentare alcuni degli alimenti più comuni, quali pane, pasta, biscotti e pizza, ma anche eliminare le più piccole tracce di farina da ogni piatto. Questo implica un forte impegno di educazione alimentare. Infatti l’assunzione di glutine, anche in piccole dosi, può procurare seri danni.
La dieta senza glutine, condotta con rigore, è l’unica terapia che garantisce al celiaco un perfetto stato di salute. Un alimento si definisce “senza glutine” se ha un contenuto di glutine inferiore a 20 ppm (20 mg/kg). Tale limite, da sempre sostenuto da Aic e dal ministero della Salute italiano, è stato recentemente accolto anche dal Codex Alimentarius dell’Onu, la massima autorità mondiale in tema di sicurezza degli alimenti, e ribadito dalla Commissione europea, tramite il regolamento 41/2009.
Fonte: http://www.ermesconsumer.it