I fumatori di tabacco trinciato sono meno tutelati

25 giugno 2010

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un articolo che ho letto su Il Portale dei Consumatori (ora E-R Consumatori)

Molti lettori di questo articolo arrivano da un Forum sull’argomento ed ho notato che, al solito, si interpreta il tutto con una valenza negativa nei confronti del trinciato, rispetto alla sigaretta normale. Ho letto infatti che si definisce questo come un articolo “contro il tabacco trinciato, mentre invece è sul tabacco trinciato“.

Come non fumatore potrei benissimo fregarmene della qualità del tabacco che vi fumate, ma il senso di questo post segue la mia solita filosofia ovvero che il consumatore informato FA la differenza. 

Leggendo senza pregiudizi si potrà notare che l’articolo tende ad evidenziare il fatto che le multinazionali spingano il trinciato con affermazioni spesso false e tendenziose, con ulteriore danno del consumatore.

Ad esempio, nell’articolo ad un certo punto si legge che:

Per le sigarette confezionate è fissato un limite massimo di presenza di nicotina, catrame e monossido di carbonio, e lo troviamo indicato sul pacchetto che acquistiamo.

Per queste stesse sostanze nel tabacco trinciato non è disposto alcun limite massimo, né tanto meno l’obbligo di darne segnalazione sulla confezione. 

Il che porta ad una domanda ovvia e che dovrebbero porsi anche i fumatori di tabacco trinciato: perchè sono meno tutelati rispetto ai fumatori di sigarette tradizionali?

°°°

Sono sempre di più, soprattutto tra i giovani, gli italiani che scelgono di fumare tabacco trinciato invece di comprare le tradizionali sigarette confezionate. Il motivo principale di questo passaggio a una scelta senz’altro più scomoda (bisogna infatti rollarsi la sigaretta da soli), è senz’altro la maggior economicità del trinciato. Una scelta che ha portato, secondo dati riportati dal ministero della Salute, a un aumento del 26% dei consumi nel 2009 e a un +139% dal 2004.

Il secondo motivo per cui molti passano al tabacco trinciato è la convinzione che faccia meno male delle normali sigarette. Convinzione supportata anche dal fatto che diversi produttori spingono il loro di tabacco trinciato inserendo sull’etichetta la parola “naturale” o la scritta “senza additivi”.

In Italia, ad esempio, è il caso di marche vendutissime, come Pueblo, Natural American Spirit, Origenes e Domingo Natural. Molti consumatori comprano dunque questo trinciato pensando che si tratti quasi di un tabacco biologico.

E già qui incorrono nel primo errore, perché se così fosse, nelle confezioni sarebbero riportate le informazioni sulla certificazione del procedimento che esclude fertilizzanti chimici.

Il Salvagente e Consumer hanno sottoposto il confronto tra sigarette e tabacco in busta a una serie di esperti del settore. Vincenzo Zagà, pneumologo all’Ausl di Bologna, premette: “Spesso il trinciato viene fumato senza filtro, in molti casi le sigarette fatte in casa sono più zeppe di nicotina di quelle comprate, dunque già da questo punto di vista, gli effetti  sono tutt’altro che minori”.

Poi aggiunge: “Il grosso delle sostanze tossiche delle sigarette non viene dal confezionamento in laboratorio, ma è già presente nella fase di coltivazione del tabacco, a causa dei fertilizzanti e del diserbante usato”.

Secondo Zagà, nel tabacco “naturale” è possibile che ci siano meno, o non ci siano affatto, additivi come la liquirizia o il mentolo. Ma il problema rimane: praticamente tutte le coltivazioni usano i polifosfati come fertilizzante.

“Questa sostanza – spiega lo specialista – quando viene bruciata a circa 960 gradi, che è proprio il calore sviluppato da una sigaretta accesa, si trasforma in polonio, sostanza radioattiva. Essendo in stato gassoso, questo viene inalato da chi fuma. E si deposita nell’apparato polmonare anche per 138 giorni”.

I giovani che hanno polmoni ancora abbastanza buoni riescono a eliminarlo facilmente. Ma nei casi di bronchite, l’operazione è più difficile. Una persona che fuma tutta la vita si troverà ad avere una intossicazione cronica da radioattività, tanto più grave quanto più grave è la sua patologia bronchiale.

Rincara la dose, puntando su un altro aspetto, Giuseppe Di Maria, della Società italiana di medicina respiratoria:

“Sono i prodotti della combustione presenti nel fumo (in particolare il catrame che si forma dalla combustione del tabacco, della cellulosa e di altri prodotti naturali) ad aggredire, quando inalati, i delicati elementi cellulari che tappezzano le nostre vie aeree.

Quindi quella delle ‘sigarette naturali’ prive di additivi e sostanze chimiche che sarebbero per questo meno nocive per la salute di chi le fuma è una colossale fandonia, priva di qualsiasi fondamento scientifico e inventata, seguendo il solito copione delle logiche del profitto, per raggirare i fumatori e i potenziali fumatori”.

Che il marketing funzioni lo dimostra anche la svolta delle multinazionali di sigarette verso il mercato “senza additivi”.

Clamoroso il caso della Camel, che aveva lanciato una nuova linea di sigarette chiamata Natural, salvo poi ritirarla dopo poco in fretta e furia e cambiarle il nome in Essential (forse spaventata dalle azioni legali legate al termine naturale). Lasciando però in bella vista lo slogan che recita: “foglie di tabacco così pregiate da non richiedere aromi aggiunti”.

Laura Carozzi, pneumologa dell’Ambulatorio per la cessazione del fumo dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa, non ha dubbi sul fatto che la questione degli aromi sia solo uno specchietto per le allodole:

“Secondo me non cambia molto tra tabacco naturale e non. L’Organizzazione mondiale della sanità riconosce il tabacco, in tutte le sue forme, come un grosso danno alla salute. Non a caso ha decretato che per le sigarette non ci si possa più esprimere con i termini ‘light’, o ‘ultralight’, perché non esistono sigarette leggere dal punto di vista della salute”.

Queste considerazioni spingono a fare una domanda logica. Per le sigarette confezionate è fissato un limite massimo di presenza di nicotina, catrame e monossido di carbonio, e lo troviamo indicato sul pacchetto che acquistiamo.

Per queste stesse sostanze nel tabacco trinciato non è disposto alcun limite massimo, né tanto meno l’obbligo di darne segnalazione sulla confezione. Perché mai, dato che i danni alla salute possono essere in entrambi i casi molto rilevanti?

Nicotina, catrame, monossido di carbonio. Al massimo qualche additivo per dare sapore al tabacco. In pochi tra gli accaniti fumatori italiani sanno che, oltre a questi elementi, ogni sigaretta che consumano aspirando con gusto contiene più di 4mila sostanze, di cui diverse decine sono cancerogene.

Per la precisione, sono 88 quelle classificate dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Ma sulle 4mila sostanze, e su quelle più pericolose in genere, in Italia ci sono pochissimi controlli e poche ricerche pubbliche. A queste mancanze i ministeri della Salute e dell’Economia e finanza potrebbero mettere rimedio da ben 7 anni, e senza spendere un soldo.

Basterebbe che varassero, congiuntamente, un decreto apposito. Eppure, e nonostante il cambio dei governi dal 2003 a oggi, un decreto simile non è ancora stato fatto.

Ma andiamo con ordine.

Spiega al Salvagente e a Consumer Piergiorgio Zuccaro, direttore dell’Osservatorio fumo alcol e droga dell’Istituto superiore di sanità:

“La ditta che produce le sigarette deve sempre fornire la lista di additivi utilizzati. In ogni caso non devono essere additivi che aumentano l’assorbimento della nicotina, come l’ammoniaca, perché aumenterebbero la dipendenza”.

Infatti, al contrario di quanto comunemente si pensa, la nicotina provoca dipendenza, ma non patologie cancerogene, di cui sono invece responsabili gli altri elementi presenti nella sigaretta, o quelli che si sprigionano con la combustione.

Il problema, secondo Zuccaro, è che “non esistono limiti per queste altre sostanze, perché non ci sono studi di misurazione adeguati in Italia”. E la responsabilità di questo è anche delle autorità italiane deputate a tutelare la nostra salute.

“La Ue nel 2001 ha autorizzato gli Stati membri a predisporre con decreto ulteriori analisi per le sigarette. In modo da capire quanti elementi contiene una sigaretta e che tipo di danni provocano. La direttiva europea 2001/37Ce permette agli Stati di avviare questa ricerca a spese delle multinazionali. Ma il ministero della Salute italiano dopo 7 anni non ha ancora provveduto”.

Tra l’altro, lo stesso decreto di recepimento della direttiva Ue, che contiene disposizioni in merito a vari argomenti relativi alla vendita del tabacco, esprime la facoltà di avviare maggiori controlli.

Ce lo spiega Vincenzo Masullo, l’avvocato che per il Codacons segue una class action avviata dall’associazione contro la British American Tobacco Italia:

“Il decreto 184 del 2003, che ha recepito la direttiva comunitaria, ha previsto oltre ai controlli sui livelli massimi di nicotina, monossido e catrame nelle sigarette, la possibilità che lo Stato, con decreto ministeriale dei dicasteri della Salute e dell’Economia, richieda ulteriori verifiche e controlli sull’induzione alla dipendenza e sulla nocività delle sostanze contenute nelle sigarette”.

Invece, nota il Codacons, “la situazione attuale in Italia è questa: il compito di dichiarare quanti e quali additivi ci sono, e se creano dipendenza o tossicità, è rimesso alla responsabilità degli stessi produttori. Figurarsi con che interesse potrebbero autodenunciarsi”.

Analisi più approfondite sulle sostanze contenute nelle sigarette vengono fatte già in altri paesi, come il Canada e l’Inghilterra.

Potrebbe dunque essere sufficiente approfittare dei risultati scientifici internazionali per capire quali tra le marche di tabacco vendute in Italia sono le più pericolose?

“No”, risponde Zuccaro dell’Ossfad, e spiega: “Gli studi non sono semplicemente trasferibili da uno Stato all’altro, perché la miscela di una marca di sigaretta venduta in una paese è diversa in un altro paese. Una Marlboro venduta in Italia è diversa da una Marlboro venduta in Canada”.

Ma qual è la situazione attuale dei controlli sulle sigarette che gli italiani fumano tutti i giorni? A giudicare dai dati disponibili sul sito dei Monopoli di Stato, dal punto di vista quantitativo è un disastro.

A parte il fatto che gli ultimi dati disponibili sui controlli sono molto vecchi – risalgono addirittura al 2006 – il numero dei controlli annuali indicati si ferma a 1.659. A fronte dei 75 miliardi di sigarette vendute nel nostro paese, secondo i dati dell’Ossfad.

Un’inezia, alla quale si potrebbe porre rimedio facilmente, anche in questo caso, come ci spiega Zuccaro: “Oggi i controlli sul tabacco possono essere fatti solo dal laboratorio dei Monopoli di Stato. Ma basterebbe un decreto per stabilire le caratteristiche necessarie per autorizzare anche altri laboratori pubblici o privati, adeguatamente controllati dal ministero”.

Avviene in altri paesi, ma non in Italia. Perché tanti ritardi?

I più maligni potrebbero pensare che parte della motivazione è dovuta a un preciso conflitto d’interessi. Dalla vendita di sigarette, tramite i Monopoli, lo Stato incassa ogni anno più di 2,3 miliardi di euro.

I Monopoli sono alle dipendenze del ministero dell’Economia, perennemente in cerca di soldi per ridurre il debito pubblico. Perché rendere la vita difficile a un settore che porta così tanti soldi?

Ma questa è solo una ipotesi, che oltretutto denoterebbe scarsa lungimiranza nell’amministrazione pubblica, visto che per i danni alla salute dovuti al tabagismo spende più di quanto ricavi dalla vendita delle sigarette.

Di sicuro c’è l’allarme del mondo scientifico: “Se non cominciamo a individuare quali sostanze sono contenute in una sigaretta come facciamo a sapere qual è quella più o meno tossica?”, dice Piergiorgio Zuccaro, che aggiunge: “Basterebbe studiare circa 50-60 sostanze individuate a livello internazionale per avere un quadro chiaro della tossicità. Oggi all’industria interessa solo fare un prodotto pensando al sapore. E il consumatore sceglie solo in base a quello e al prezzo. Ma un fumatore ha diritto di scegliere anche in base alla minore o maggiore tossicità della sigaretta”.

Tra le forme di pari opportunità, il vizio del fumo è forse quella meno positiva. Al di là di ogni giudizio, è questo il dato che più colpisce nel “Rapporto sul fumo in Italia 2010”, presentato recentemente dall’Osservatorio fumo alcol e droghe (Ossfad) dell’Istituto superiore di sanità.

Come mai prima, la differenza numerica tra fumatori e fumatrici in Italia si è ridotta. Sono infatti 5,2 milioni le italiane che fumano, contro i 5,9 milioni di uomini.

Fortunatamente, si registra anche una riduzione complessiva dei fumatori. Un buon risultato rispetto al 2009, quando si è registrato un aumento del numero di fumatori totali (23%) rispetto all’anno precedente, il 2008 (22%).

Complessivamente, dunque, sono 11,1 milioni gli italiani con il vizio del fumo, pari al 21,7% della popolazione (23,9% di uomini e 19,7% di donne). La regione che “fuma” di più è l’Abruzzo, con il 31,56% di fumatori, mentre la più virtuosa il Veneto con il 24,88%.

Tornando alla fumatrici, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità le donne costituiscono circa il 20% del totale dei fumatori nel mondo. Un dato in controtendenza rispetto al numero generale dei fumatori, che invece scende costantemente.

Secondo i dati, provenienti da 151 paesi, il 7% delle ragazze adolescenti fuma sigarette rispetto al 12% dei ragazzi adolescenti, e in alcuni paesi il numero di ragazze fumatrici è quasi pari a quello dei ragazzi.

In Italia la fascia d’età in cui si fuma di più è quella tra i 45 e i 64 anni. In media si comincia a fumare attorno ai 17 anni, con una tendenza ad abbassare la data d’ingresso nel mondo del tabacco. Nel 2003 la media d’età per la prima sigaretta era 17,7 anni. L’85,3% di chi ha il vizio ha dichiarato di aver iniziato a fumare tra i 15 e i 17 anni. Dato che conferma l’importanza della prevenzione e di un’adeguata informazione nei riguardi degli adolescenti.

Per i fumatori che intendono smettere l’Ossfad pubblica on line un elenco dei centri antifumo attivi in Italia con tutti i servizi disponibili e gli indirizzi per i cittadini. È attivo inoltre il telefono verde 800/554088 contro il fumo, un servizio nazionale anonimo e gratuito che svolge attività di consulenza.


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