Emilia: Imprese, mutui agevolati per favorire la ripresa

16 luglio 2012

Un’impresa delle aree colpite dal sisma può ottenere credito fino a 3 milioni e 125 mila euro, pagando su quel finanziamento – grazie all’intervento pubblico – un tasso di interesse indicativamente non superiore all’euribor.

È questo quanto emerso durante l’incontro, che si è tenuto a Bologna nella sede della Regione, con banche e consorzi fidiil quale ha consentito di superare letture parziali ed assumere un orientamento unitario per la completa applicazione dell’accordo, siglato nelle scorse settimane, con il sistema bancario regionale.

I soggetti finanziabili sono le Pmi, le grandi imprese ed i professionisti di tutti i settori dei Comuni terremotati: gli interventi relativi ai finanziamenti previsti devono essere conclusi entro due anni dall’ammissione al contributo.

Fonte


Il made in Italy fatto con i cinesi? Arrivano le condanne per gli imprenditori italiani…

12 luglio 2012

Finalmente una buona notizia.

A suo tempo avevo visto il servizio di Report con il quale si denunciava questa stortura che ha di fatto distrutto il comparto produttivo degli artigiani di qualità nel forlivese e non solo e, tutto sommato, era anche una frode nei confronti dei clienti.

Vero che il divano che ho in salotto è Made in Italy, ma vero anche che è stato prodotto  a costi irrisori (prezzi imposti e troppo bassi…)  da aziende cinesi che utilizza manodopera in nero, sottopagata e sfruttata e nel disprezzo delle norme di sicurezza; facile giocare senza regole, è evidente che anche a parità di qualità, l’artigiano italiano avrà costi maggiori.

Tralasciando per un attimo il discorso di etica commerciale nei confronti delle aziende italiane, va da sè che per il consumatore si sente truffato nello scoprire che le aziende gli vendevano divani ad 8000 €, (tipico il caso citato di un noto marchio francese) pagandoli in realtà pochissimo.

E’ stata una battaglia lunga e dura, portata avanti da due piccole imprenditrici,  Elena Ciocca e Manuela Amadori, contro tutto e tutti e, soprattutto, abbandonate da chi avrebbe dovuto sostenerle, in primis le associazioni di categoria, i sindacati, i colleghi.

Ma da noi funziona così…

E finalmente oggi leggo sul Corriere (cliccando sul link potete vedere anche un video) che:

Alla lettura della sentenza Elena Ciocca e Manuela Amadori hanno sciolto in un abbraccio la tensione accumulata negli ultimi quattro anni.

Lasciate sole dai colleghi intimoriti, dalle associazioni di categoria, dai noti marchi coinvolti, dai sindacati e dalle amministrazioni locali (risvegliati dall’indifferenza soltanto quando i riflettori della televisione si erano accesi e per costituirsi parte civile, il comune di Forlì in prima fila), da ieri sono le due artigiane del pregiato divano Made in Italy ad avere denunciato (e vinto) sul dilagante fenomeno della sostituzione delle imprese italiane con quelle più “economiche” gestite dai cinesi.

Nella storica sentenza pronunciata in tarda serata dal giudice Giorgio Di Giorgio è stata accolta la richiesta del sostituto procuratore Fabio Di Vizio di estendere anche ai committenti italiani le condanne per il reato di “rimozione e omissione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro” (art. 437 del codice penale) messe in atto dai terzisti cinesi.

Questo perché, secondo la Procura, gli Italiani ingerivano nell’organizzazione del lavoro e della produzione dei cinesi, così come era emerso dalle indagini condotte dalla Squadra Mobile di Forlì.

Ieri sono usciti dall’aula in otto con una condanna a un anno di reclusione con la sospensione della pena: quattro Cinesi e, questa la novità, anche quattro Italiani (Ezio Petrini, Franco Tartagni, Luciano Garoia e Silvano Billi, rispettivamente titolari della “Cosmosalotto”, “Treerre” e “Polaris”).

La pronuncia, se dovesse essere confermata in tutti i gradi di giudizio, rappresenterebbe un precedente giurisprudenziale che potrebbe porre fine all’ipocrisia che oggi consente a numerosi committenti italiani di scaricare sui loro terzisti cinesi la responsabilità di una pratica dalla quale traggono profitto. Il danno all’erario per il vorticoso accumulo di contante in nero e alle imprese oneste è dilagante ma la politica non sente l’urgenza di intervenire.


Fuga dalle auto potenti: il redditometro genera mostri

22 dicembre 2011

di Maurizio Caprino

Sarà per la stangata imposta dalla manovra, sarà per la bomba che ha ferito il direttore generale di Equitalia, sta di fatto che da dieci giorni la lotta all’evasione fiscale è tornata sulle prime pagine.

E via con i succulenti dati fatti trapelare dall’Anagrafe tributaria sui falsi poveri che risultano proprietari di beni di lusso, via con gli articoli sulle cose mirabolanti che possono fare i supercomputer del fisco eccetera.

Ma io, nel mio piccolo, ricevo lettere preoccupate di gente cui il commercialista consiglia di vendere la Mercedes del 2003 o di non acquistare la Porsche usata ormai a prezzo stracciato (causa superbollo e Ipt esosa, entrambi introdotti dalle manovre economiche 2011). Il tutto per non incappare nelle maglie del nuovo redditometro.

E allora mi viene il dubbio che si stiano bloccando i consumi (non solo le vendite di certe auto) in nome di una crociata infondata. Almeno in materia di auto. Vi spiego perché.

A guardare i dati forniti dall’Anagrafe tributaria al Sole-24 Ore, c’è da prendere i forconi: almeno un quarto di chi possiede auto “di lusso”, barche di fascia “media o alta” e aerei dichiara al fisco meno di 20mila euro annui. Non dubito che su barche e aerei il discorso possa filare. Ma sulle auto c’è da stare molto più attenti.

La distorsione sta nel fatto di considerare vetture di lusso tutte quelle con potenza superiore a 185 kW, come da nuovo superbollo. Questo è giusto nel caso degli esemplari nuovi e nemmeno sempre, come vi spiegavo prendendo come esempio il caso della Chevrolet Camaro.

Ma un’auto non è una casa: si svaluta nel tempo, fino ad arrivare a valore zero nel giro di 10-15 anni (dipende dal modello, dalle sue condizioni e dalla zona in cui si trova, perché i blocchi del traffico antismog hanno falcidiato le quotazioni in molte aree del Nord e del Centro). Le auto potenti si svalutano ancora di più: non solo perché costano molto in termini di manutenzione, assicurazione e carburanti, ma anche perché bollo e Ipt colpiscono la potenza.

Succede da sempre, ma in questi mesi, con le manovre economiche, la situazione è peggiorata: accise inasprite cinque volte, tariffe Ipt schizzate in alto anche per gli esemplari acquistati presso rivenditori, superbollo.

Infine, come abbiamo visto, c’è il redditometro. Il risultato è che ora pure i pochi modelli destinati davvero al collezionismo (e che quindi possono rivalutarsi nel tempo) stanno crollando: lo ha denunciato ieri l’articolo di Repubblica.it.

Il punto è che, tradizionalmente, il mercato delle auto potenti usate si basa prevalentemente su appassionati con redditi medi, che acquistano un usato “di lusso” al prezzo di una vettura nuova più “normale”, per poi fare sacrifici per l’acquisto e limitare l’utilizzo dell’auto tanto desiderata per risparmiare su manutenzione, carburante e assicurazione (da quando ci solo le polizze che si pagano in base ai giorni di effettiva circolazione).

Si può discutere sul fatto che siano persone che si fanno ammaliare da pubblicità e marketing o sul fatto che spendono soldi su modelli che a volte non sono allo stato dell’arte per quanto riguarda la sicurezza e che occorre saper guidare davvero per gustarsele davvero, ma queste sono altre storie (e comunque possedere un certo tipo di auto non è ancora un reato, nel nostro ordinamento).

Dunque, nessuno scandalo se l’Anagrafe tributaria fa vedere che il 57% dei proprietari di auto potenti denuncia un reddito compreso tra 20mila e 100mila euro. La conferma viene dal dato degli intestatari di vetture del genere che rientrano fra i ”veri” ricchi, quelli che dichiarano oltre 100mila euro: certo, sono appena il 12% del totale dei proprietari, ma in valore assoluto sono 72mila.

Un numero equivalente alle auto nuove dei due segmenti di mercato superiori (assumiamo che il lusso si concentri in essi) vendute in due anni e mezzo. I conti tornano, perché un ricco generalmente la vettura la cambia dopo un periodo del genere, quando la moda torna a solleticargli il portafogli (che è tanto gonfio da non curarsi di benzina, assicurazione a tempo pieno, bollo, superbollo e Ipt).

E’ in quel momento che la vettura va a ingrossare il gruppone centrale di quelle intestate a chi ha un reddito medio e che, con quotazioni così basse, finora si è potuto permettere la “follia” (in futuro, con le strette fiscali, non si sa: dipenderà anche da quanto si abbasseranno ancora le quotazioni). Semmai resta da indagare su quel 32% di proprietari (quasi 190mila persone) che dichiara un reddito compreso tra zero e 20mila euro. Ma non si può gridare allo scandalo indiscriminatamente.

Invece col redditometro che succede? Non si considera adeguatamente l’età della vettura: si dà per scontato che il valore del bene non tracolli, che le spese di esercizio non diminuiscano sensibilmente quando l’auto passa dalle mani del ricco a quelle del semplice appassionato. E si generano mostri, come le raccomandazioni dei commercialisti a disfarsi di queste vetture per non incappare nel redditometro.

Ora, il fisco dichiara di avere banche dati e buonsenso ( N.d.P.: :-D il buonsenso neanche sanno dove sta di casa) adeguati a scovare i veri evasori. Dimostri di averli davvero e di saperli utilizzare di conseguenza.

°°°

(Per chiarire: N.d.P. = Nota di Paoblog)

Il fisco “si sbatte” perchè ci sono gli incentivi, fatto questo che mi fa capire la ragione per la quale l’Agenzia delle Entrate “non recepisce” le sentenze a favore dei contribuenti onesti che nulla devono.

Loro la chiamano produttività, io lo chiamo accanimento... (fermo restando che è giustissimo perseguire con ogni mezzo i veri evasori.)

Partendo dal fatto che io pago le tasse ed ho un reddito normale, peraltro pesantemente intaccato dalla crisi perdurante, (come molti, ovvio) c’è da dire che il problema delle auto aziendali riguarda anche le “auto normali”, grazie anche alla Legge 14.09.2011 n. 148 che contiene una norma di interesse comune e molto penalizzante.

Viene altresì introdotta una spiacevole disposizione che consiste nel dover dichiarare entro il 31.03.2012 anche i beni che nel periodo di imposta 2011 sono stati utilizzati, anche se alienati, alla fine del suddetto periodo.

Quest’ultima disposizione dovrebbe essere adempiuta, come sopra specificato, entro il 31.03.2012 pena, in caso di inosservanza, l’applicazione della sanzione da € 258,00 ad € 2.065,00.

Quanto sopra “sembrerebbe studiato strumentalmente” per anticipare all’anno 2012 i controlli a campione di chi dà in godimento i beni ai soci o familiari, in quanto la normativa della tassazione di tali beni sarà in vigore dal 1° gennaio 2012.

Ed allora per quel che ci riguarda scatta la rottamazione per una vecchia Picasso del 2001 utilizzata poco, ma ormai c’era… tanto valeva usarla nel momento del bisogno, così come faceva un amico che ha intestato al padre il vecchio 206 del ’90, spendendo quasi 500 € di IPT & C..

Come commentava la mia commercialista: Se io utilizzo l’auto ai fini aziendali, ma loro mi concedono solo di scaricare il 40%,…l’altro 60? L’unica cosa che ho capito che qualsiasi cosa facciamo dobbiamo pagare, se giriamo di qua dobbiamo pagare, se giriamo di là pure.

Ed attenzione, queste non sono le lamentele di chi ha il Cayenne intestato all’azienda come autocarro…

E lo Stato vessa sempre i soliti noti, che si fa prima…


Libertà di impresa nel rispetto del consumatore

18 giugno 2010

Comunicato stampa dell’Unione Nazionale Consumatori

Roma, 18 giugno 2010 – “La libertà di impresa non può travalicare quella della sua controparte naturale e cioè quella del consumatore”. E’ quanto dichiara Massimiliano Dona, Segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC), commentando il dibattito in atto sulla modifica dell’art. 41 della Costituzione.

“Perché il nostro mercato sia competitivo anche a livello europeo ¬prosegue Dona, che è anche il rappresentante italiano nel Gruppo Consultivo Europeo (ECCG)- non si può trascurare la rilevanza del secondo comma dell’art. 41 Cost. secondo il quale la libertà di iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

“In controluce vi si possono leggere ¬ secondo Dona- i diritti dei consumatori le cui esistenze, al giorno d’oggi, non possono dirsi pienamente sicure, libere e dignitose: la crescente presenza sul mercato italiano di prodotti e servizi sempre meno rispettosi di alcune minime regole di sicurezza (anche a causa degli scarsi controlli operati dal nostro sistema di sorveglianza), il diffondersi di pratiche commerciali ingannevoli ed aggressive (certificato dai continui interventi dell’Autorità Antitrust), l’escalation di prezzi e tariffe, spesso ormai svincolati dai reali costi di produzione, sono inequivocabili segnali del decadimento dei valori indicati dal secondo comma dell’art. 41 della Costituzione”.

“Il consumatore -spiega Dona- non è mai nominato nella nostra Carta Costituzionale per il fatto che nel 1947 questi non era ancora un soggetto cui gli ordinamenti continentali riconoscevano autonoma considerazione, nonostante Adam Smith avesse dichiarato, già nel lontano 1776, che: ‘Il consumo è l’unico fine e l’unico proposito della produzione. E gli interessi del produttore debbono essere tenuti in conto, solo nella misura in cui servono a promuovere quelli del consumatore’ “.

“Del resto neppure i Trattati di Roma che diedero vita alla Comunità Economica Europea, pur citandolo incidentalmente, dedicavano al consumatore l’attenzione che oggi gli è invece riconosciuta nella moderna Unione Europea. Ma questa evoluzione-prosegue Dona- deve indicare che è giunto il momento di riformulare anche l’art. 41 della Costituzione italiana nella prospettiva di un espresso riconoscimento della figura del consumatore, quale titolare dei diritti fondamentali che già gli riconosce l’art. 2, comma 2, del Codice del consumo italiano (d.lgs 205/2006)”.

L’Unione Consumatori ha rivolto questa formale richiesta al Capo dello Stato, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del consiglio dei Ministri ed intende raccogliere intorno a questa richiesta la mobilitazione dei giuristi, degli economisti, di tutti gli operatori del mercato, dei colleghi delle organizzazioni di consumatori e, soprattutto, della gente comune. Sono proprio i cittadini, l’anello debole del mercato, i soggetti maggiormente esposti a quella che Massimiliano Dona ha in passato definito alla stregua di una vera e propria “segregazione di consumo”.

°°°

Paoblog: Mi chiedo francamente se questa liberalizzazione non configuri in taluni casi la possibilità di concorrenza sleale nei confronti di chi l’impresa l’ha aperta seguendo tutto l’iter previsto a suo tempo, costi inclusi e che, di fatto, dal primo minuto è stato sottoposto a verifiche da parte delle autorità competenti.

Verifiche dovute, sia chiaro, tuttavia in un Paese dove impera il lassismo e l’incapacità delle istituzioni,  mi chiedo se non ci sia la possibilità che qualcuno apra un’attività senza il rispetto delle regole, con prezzi alleggeriti dal peso economico causato dalla totale legalità, danneggiando in primis la concorrenza e con qualche rischio anche per il consumatore.  Tanto ora che lo controllano…, fa in tempo a chiudere baracca & burattini.

Trovo giusto alleggerire le procedure (ed i costi) per aprire un’attività, tuttavia sembra quasi che si voglia passare dall’eccessivo rigore alla totale superficialità.


La Cassazione condanna l’impresa per il colpo di sonno dell’autista

11 giugno 2010

di Maurizio Caprino

Se ne sono accorti in pochi, ma quella depositata martedì scorso dalla quarta sezione penale della Cassazione è una sentenza (la n. 21810/10) che dovrebbe mettere sull’avviso un bel po’ di imprese di autotrasporto: ritiene l’azienda corresponsabile di un incidente mortale causato sulla già pericolosa E45 (la disastrata superstrada Orte-Ravenna) da un camion rimasto fermo addirittura sulla corsia di sorpasso per un colpo di sonno dell’autista il 3 marzo 2000 (ah, i tempi della giustizia italiana!).

Il poveretto, come poi ha “raccontato” il cronotachigrafo, aveva trascorso le ultime 43 ore prima dell’incidente in gran parte alla guida, tranne una pausa di 5 ore e 40 minuti e poche altre di non più di tre quarti d’ora. Una palese violazione dei tempi di riposo obbligatori, per la quale il Codice della strada prevede in effetti sanzioni pure per le imprese. Ma questo è solo l’aspetto amministrativo della vicenda, che però ha anche un risvolto penale.

E di solito, non è facile arrivare a condanne penali anche per chi dirige le imprese, anche quando il buonsenso suggerisce che abbiano una loro parte di responsabilità: come in tutto il diritto penale, occorre dimostrare un “nesso di casualità” (cioè un legame stretto e certo) fra il comportamento illecito posto in essere e l’evento che costituisce il reato (in questo caso, l’incidente).

La Cassazione trova questo nesso nel fatto che l’autista (come risulta agli atti) effettuava i viaggi secondo le disposizioni ricevute dall’azienda. E tali disposizioni prevedevano che fosse coperto un percorso di 2.200 chilometri con una tabella di marcia tale da imporre 25 ore di guida inframmezzate solo da brevi riposi.

Secondo i giudici, ciò basta per configurare la responsabilità dell’impresa, consapevole che per rispettare la tabella di marcia ci sarebbe voluto un secondo autista, che invece non ha impiegato.

Fonte: http://mauriziocaprino.blog.ilsole24ore.com/


Cos’è un Parco Scientifico Tecnologico?

27 aprile 2010

di Claudio Vigolo

E un incubatore d’impresa?

La risposta sulle rive del lago …di Como

I Parchi Scientifici Tecnologici sono l’ambiente perfetto per far crescere le aziende dell’economia della conoscenza. Hanno lo scopo di aumentare la ricchezza della propria comunità, promuovendo la cultura dell’innovazione, la competitività delle aziende e lo sviluppo delle istituzioni basate sulla conoscenza.

Una di queste realtà sta per aprire i battenti a Lomazzo (CO), si chiama ComoNext. Che cosa sarà? Lo abbiamo chiesto a Paolo De Santis, presidente della Camera di Commercio di Como.
All’ing. Giorgio Carcano, presidente di ComoNext, abbiamo invece chiesto dettagli sul progetto “incubatore di impresa”.

Fonte: www.lifegate.it


Fastweb va sui quotidiani per ”sbugiardare” Telecom

17 novembre 2009

Al centro del contendere lo spot di Impresa semplice. L’ex monopolista: “Claim legittimo”.

Siamo ormai allo “scontro” tra compagnie telefoniche. La liberalizzazione del mercato della telefonia fissa porta a una maggior concorrenza, e anche a uno “guerra” pubblicitaria tra i vari operatori della telecomunicazione. Lo rende palese la pagina pubblicitaria acquistata da Fastweb su Il Giornale e su altri quotidiani per “sbugiardare” Telecom. Un pagina in cui campeggia a caratteri cubitali la scritta “Dire la verità non è Impresa semplice”. Insomma, il claim fa un gioco di parole su Impresa semplice, il comparto di Telecom Italia che fornisce assistenza ai clienti.

Lo spot sotto accusa

Immediatamente sotto Fastweb si spiega meglio: “Ciò che Telecom ha affermato in una sua recente pubblicità non è assolutamente vero. Viene dichiarato che Impresa semplice di Telecom Italia fornisce l’assistenza più veloce alle linee fisse telefoniche delle aziende entro 24 ore e che Fastweb la fornirebbe entro tre giorni”.

I dati dell’Agcom

E per supportare la sua affermazione Fastweb tira fuori dei dati dell’Autorità garante delle telecomunicazioni sui tempi d’intervento delle due compagnie. Dalla tabella pubblicata sulla pagina pubblicitaria risulta infatti che Fastweb nell’80% dei casi da assistenza entro 18 ore, mentre Telecom ci impiega 2 giorni e 16 ore, e che nel 95% dei casi Fastweb risolve i prioblemi in 32 ore, mentre Telecom in 6 giorni e 20 ore.

Fastweb: “Siamo noi i più veloci”

Per questo Fastweb dice che “i dati pubblicati sul sito dell’Agcom per il consuntivo 2008 e riassunti in questa pagina dimostrano che Fastweb fornisce l’assistenza tecnica ai clienti in tempi significativamente più rapidi di quelli che le attribuisce Telecom Italia e anche più rapidi di quelli vantati da Telecom Italia stessa”. E quindi conclude: “Tutti possono dire di essere i più veloci. L’importante è esserlo veramente”.

Telecom: “Lo spot è pienamente legittimo”

Per conto suo Telecom – che aveva già ricevuto nei giorni scorsi la diffida per la cessazione immediata della pubblicità da Fastweb, Wind, Vodafone, Tiscali e Tele2, perché il claim è accusato di essere denigratorio nei confronti degli operatori alternativi – risponde sostenendo che “lo spot è pienamente legittimo e rappresenta correttamente la qualità dell’assistenza Telecom Italia e garantisce a tutti i propri clienti aderenti a Impresa Semplice tempi di intervento che oggi sono i più rapidi sul mercato italiano”. ”Lo spot in questione – conclude comunque l’azienda in una nota – non è comunque più in onda come previsto da Telecom Italia già prima che i concorrenti manifestassero le loro lamentele”.

Fonte: www.ilsalvagente.it


Azienda legata ai boss nei lavori per l’Abruzzo

16 ottobre 2009

Sono quattro i centri della Dia che avevano segnalato «collegamenti tra la società e personaggi ricon­ducibili alla famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Rinzivil­lo ». Ma questo non ha impe­dito alla Igc, Impresa Genera­le Costruzioni di Gela, di otte­nere lavori per la ricostruzio­ne del dopo terremoto in Abruzzo, nel cantiere di Baz­zano.

E adesso un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia consegnato alla procura dell’Aquila denuncia l’infiltrazione delle cosche, sollecitando nuovi accerta­menti per scoprire in che mo­do la ditta sia riuscita ad aggi­rare le norme e ottenere gli in­carichi. Verifiche che sono state estese anche alle altre commesse ottenute dall’im­presa siciliana: la nuova me­tropolitana «M5» di Milano, la Tav tratta Parma-Reggio Emilia e due gallerie dell’auto­strada Catania-Siracusa.

Il sistema utilizzato non ap­pare neanche troppo sofistica­to visto che la Igc non ha par­tecipato alla gara principale, preferendo concentrarsi sui subappalti, come spesso acca­de quando le società sono ge­stite da persone che hanno precedenti penali specifici. Capofila per la costruzione delle nuove abitazioni a Baz­zano è la Edimal che si aggiu­dica lavori per 54.817 milioni di euro e affida alle ditte mi­nori opere per 21.754 milio­ni. Il 14 agosto l’azienda chie­de l’autorizzazione per delega­re alla Igc «l’esecuzione di la­vori specializzati di realizza­zione di muri di sostegno» per un totale di 159 mila e 300 euro. Il via libera dal Di­partimento della Protezione civile arriva l’11 settembre, ma nel frattempo la ditta ha già avviato l’attività, come è stato accertato dalla Dia.

«Il 9 settembre scorso, in ottemperanza ai due decreti firmati dal prefetto de L’Aqui­la — si legge nel rapporto tra­smesso ai magistrati — perso­nale procedeva all’’accesso’ presso il cantiere de L’Aquila – area C.a.s.e. (complessi anti­sismici sostenibili ecocompa­tibili) in località Bazzano. Si riscontrava che la ditta Igc, non presente al momento nel cantiere, aveva eseguito lavo­ri in subappalto nel predetto sito». Non solo.

«Il controllo sulle maestranze della ditta — scrivono gli investigatori della Dia — faceva emergere che tra gli operai impegnati nei lavori sul cantiere, tredici avevano precedenti di poli­zia ». Esattamente la metà di quanti erano stati assunti.

Nell’elenco consegnato alla procura spiccano due nomi: Gianluca Ferrigno e Emanue­le Lombardo. Il primo, 29 an­ni, originario di Gela, «è il ni­pote di Angelo Bernascono, uomo di fiducia della fami­glia Rinzivillo, arrestato nel­l’ambito dell’operazione «Co­bra » del 2002 e attualmente collaboratore di giustizia.

È stato assunto dalla ditta Igc con contratto a tempo inde­terminato e qualifica profes­sionale di assistente edile (ge­ometra) ». L’altro, 26 anni, an­che lui di Gela «è stato inda­gato dal tribunale dei minori di Caltanissetta per l’ipotesi di reato 416 bis. All’epoca dei fatti faceva parte dell’associa­zione mafiosa localmente de­nominata ‘Stidda’ unitamen­te ad altri. È stato assunto con contratto a tempo in­determinato e qualifica di muratore».

Più che i dipendenti, ad attirare l’attenzione della Dia e dunque a far partire l’indagine, sono stati però i curri­culum degli ammini­­stratori della ditta. Sono tre, tutti di Gela, e si so­no divisi il capitale in par­ti pressoché uguali: Ema­nuele Mondello, 50 anni, suo figlio Rocco e suo genero Nunzio Adesini. Il più anzia­no ha numerosi precedenti penali e «nel 2003 veniva con­trollato insieme a Giuseppe Tranchina e Emanuele Ema­nuello, ambedue pregiudicati e arrestati nell’operazione ‘Cobra’ per aver curato nel settore degli appalti pubblici gli interessi del clan Rinzivil­lo ».

Ancor più interessante il ruolo del figlio «che fino al 2004 è stato socio della socie­tà Immobiliare Orchidea, con sede a Lonate Pozzo­lo, in provincia di Vare­se. L’azienda è stata sottoposta nel 2006 a sequestro preventi­vo per ordine del tri­bunale di Caltanis­setta per aver messo in atto azioni tese a reperire, anche trami­te minacce, lavoro con il quale coprire i reali interessi come fal­se fatturazioni ad impren­ditori consenzienti o meno, garantendo agli stessi e all’or­ganizzazione mafiosa ingenti guadagni che servivano a fi­nanziare i detenuti e i loro fa­miliari come nel caso di Anto­nio Rinzivillo e della mo­glie ».

Adesso i magistrati dovran­no stabilire come sia possibi­le che la Igc abbia ottenuto la certificazione di idoneità. Pro­prio ieri la commissione par­lamentare Antimafia ha avvia­to le audizioni dei rappresen­tanti istituzionali per verifica­re il rispetto delle procedure. E il presidente Giuseppe Pisa­nu ha sottolineato la necessi­tà di effettuare «verifiche co­stanti su chi ha ottenuto i la­vori perché può accadere che dopo qualche mese l’impresa cambi tutto o in parte la titola­rità e che i titolari che suben­trano non abbiano l’idoneità dei precedenti».

La Igc è sem­pre rimasta intestata alle stes­se persone e nonostante que­sto ha potuto lavorare alla ri­costruzione. La revoca dell’au­torizzazione è arrivata soltan­to il 4 ottobre scorso, quando ormai i lavori erano termina­ti. Per questo adesso si sta va­lutando anche l’opportunità di lasciare l’appalto principa­le alla capofila Edimal, che ha consentito l’avvio dei lavori alle imprese collegate ben pri­ma del rilascio dei «nulla osta».

Fiorenza Sarzanini


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