Un libro: Prigioniera in Iran

18 novembre 2010

di Roxana Saberi

Ediz. Newton Compton – Pagg. 305 – € 14,90

La mattina del 31 gennaio 2009 quattro uomini fanno irruzione in casa di Roxana Saberi, brillante e coraggiosa giornalista americana di origini iraniane. La donna, in Iran per un’inchiesta, viene arrestata con l’accusa di spionaggio. Per undici giorni Roxana non può ricevere visite né fare telefonate, è completamente tagliata fuori dal mondo.

Dopo un processo lampo e a porte chiuse, definito “vergognoso” dai giornali di tutto il mondo, la reporter viene condannata a otto anni di reclusione, da scontarsi nel carcere di massima sicurezza di Evin, a Teheran. Solo a seguito delle numerose pressioni internazionali, in primo luogo di Amnesty International e di Human Rights Watch, la pena verrà sospesa in appello nel maggio del 2009.

Ora Roxana Saberi rompe il silenzio per descrivere al mondo la sua odissea e ripercorrere i momenti dell’arresto, della prigionia, del processo e del rilascio, intrecciando i suoi ricordi alle storie dei prigionieri con i quali ha diviso quei terribili giorni: donne, studenti, attivisti, ricercatori e accademici perseguitati dal regime iraniano.

http://www.ibs.it


PowerPoint, in Iran spezzano il braccio a un bambino. Come no.

5 marzo 2010

di Paolo Attivissimo
Ricevo parecchie segnalazioni di una presentazione Powerpoint, di nome “1ªQuelosepaelmundoentero.pps” (credo voglia dire “che lo sappia il mondo intero”), che mostra una sequenza impressionante: un bambino iraniano al quale viene stritolato pubblicamente un braccio sotto la ruota di un’auto perché, dice la presentazione, aveva fame e ha rubato del pane al mercato.

Non è vero: si tratta di una vecchia bufala che risale almeno al 2004. Fa leva sui pregiudizi per non farci notare alcuni dettagli che dovrebbero insospettirci. Per esempio, se devono spezzare il braccio al bambino, perché gli mettono premurosamente una coperta sotto l’arto da tranciare? E come mai il bambino si sdraia col braccio teso bell’e pronto, senza opporre resistenza?

La sequenza di fotografie mostra in realtà uno spettacolo di strada, come spiega il sito antibufala Snopes.com. La persona con il microfono è l’imbonitore, l’auto è probabilmente contrappesata e con le ruote sgonfie per non gravare sul braccio, e il ragazzino sa recitare per guadagnarsi la pagnotta. L’origine delle fotografie è il sito iraniano PeykeIran.

La prima comparsa di quest’appello nell’area italofona risale a febbraio 2006, come raccontato in questo mio articolo dell’epoca. La nuova versione è confezionata in Powerpoint e contiene i metadati di chi l’ha salvata per ultimo (tale Carmen Ruperez). Deve aver girato parecchio, perché altri metadati sono in francese: “Un enfant de 8 ans, attrapé sur un marché en Iran pour avoir volé du pain”.

Controllare la veridicità di un appello prima di decidere se inoltrarlo a tutti è particolarmente importante in casi come questo, perché certe immagini non fanno che alimentare gli stereotipi che facilitano la loro diffusione.

Fonte: http://attivissimo.blogspot.com


Internet for Peace: Shirin Ebadi

24 novembre 2009

Internet for Peace: Shirin Ebadi Foto: Wired Italia

di Raffaele Oriani* – Fonte: www.wired.it

Shirin Ebadi e l’Iran: l’avvocato dei diritti umani che da decenni sfrutta i codici per scalfire l’arroganza dei mullah, e l’onda di popolo che dal 12 giugno scorso cerca il mare aperto seguendo la corrente di internet. Incontriamo il premio Nobel a Palazzo Ducale, dove approfitta del World Venice Forum 2009 per ribadire le ragioni della tecno-rivolta di inizio estate. Nessuna retorica, poche parole, una firma convinta sul manifesto con cui Wired candida internet al Nobel per la pace 2010.

Non che le sfuggano i limiti dell’aspirante “collega”: «Internet può essere usata anche per favorire guerra e terrorismo, come dimostra l’opera di proselitismo dei talebani». Ma il passaparola della sollevazione di Teheran – che ha viaggiato anche al ritmo di 220mila tweet all’ora – è stato troppo impetuoso per lasciare anche il minimo dubbio sul fatto che «senza la Rete non sarebbe stato possibile. Non è un caso che ai primi processi contro i dimostranti il procuratore generale abbia accusato Google, Facebook e Twitter di complottare contro l’ordine costituito».

Shirin ebadi si considera una militante dei diritti umani. Non vuole parlare di politica, non è iscritta ad alcun partito, arriva a dire che le è indifferente chi sia il presidente del suo paese. Sembra accomodante, quasi deludente, ma siamo noi a essere duri di comprendonio. Perché senza cambiare tono di voce Ebadi affila i pensieri e ci dice che «a essere inaccettabile è la violenza sul popolo. Dopo le elezioni, un milione di persone ha sfilato a Teheran senza rompere un vetro. Ma mentre se ne tornavano a casa, il potere ha cominciato a sparare dai tetti».

Il risultato è il rotolo di nomi che Ebadi porta sottobraccio, e dispiega con cura per dare un’identità ai cinquecento ragazzi arrestati, torturati, ammazzati o dispersi dall’inizio della rivolta: «Quando sono esplosi i disordini io ero in Spagna per un convegno. Come tutti mi sono collegata a internet, ho cominciato a telefonare, a mandare mail, a consultare compulsivamente il sito di Bbc world». Da Teheran gli amici le chiedevano di andare all’Onu.

«Ed è quello che ho fatto: dopo pochi giorni ero a Ginevra a implorare l’Alto commissario per i diritti umani di richiamare all’ordine le autorità del mio paese». Con poca fortuna: il Segretario genera le dell’Onu Ban Ki Moon, invitato ufficialmente da Shirin a recarsi in Iran, preferisce non muoversi, e a Teheran restano solo centinaia di migliaia di ragazzi armati di banda larga e cellulare.

La rivoluzione del web ha permesso a migliaia di rancori solitari di diventare un’unica protesta corale: «Per noi Facebook è quello che erano le moschee per i rivoluzionari di trent’anni fa», sintetizza un ragazzo su Twitter. Certo, a qualche mese dai primi cortei la dittatura è ancora lì. Ma l’Iran sembra un altro paese. Agile, tenace, moderno: «I nostri giovani sono all’avanguardia da tempo», ci dice Shirin Ebadi con orgoglio venato di delusione. «In Occidente avete pregiudizi che fanno soffrire, perché scambiate il potere per il popolo, e l’aggressività di pochi per la voglia di pace, modernità e democrazia della maggioranza della gente».

Il web demolisce lo stereotipo del popolo appiattito sul fanatismo dei leader: «La Rete restituisce all’Iran l’immagine che merita nel mondo. Ce n’è bisogno, perché mentre i giovani di Teheran si ingegnano contro le censure del regime, a Parigi o Londra capita ancora di sentirmi chiedere se sono l’unica avvocato donna del mio paese». Per la cronaca: in Iran sono donne il 70 per cento degli studenti di legge.

Mezz’ora con Shirin Ebadi insegna che la pace è un lavoro, la giustizia una disciplina, e la lotta per affermarle un’agenda fitta di impegni e povera di soddisfazioni eclatanti. Tocca girare il mondo, smussare i luoghi comuni e offrire il proprio volto a una folla che ormai non nasconde più solo i capelli: «Il mese scorso all’aeroporto di Teheran hanno fermato una ragazza in arrivo da Parigi», racconta un’iraniana che studia a Ca’ Foscari. «Le hanno chiesto se avesse una pagina Facebook, lei ha negato ma controllando hanno trovato sia lei sia tutti i suoi amici. Da allora ritocchiamo le foto e sui social network ci firmiamo tutti “Iranì”».

Shirin Ebadi invece un nome ce l’ha. È scomodo, ingombrante e l’accompagnerà quando fra un paio di mesi tornerà in Iran: «Ma non ho paura, cosa potrebbero contestare a un avvocato che chiede solo il rispetto dei diritti?». Non parla dei rischi che corre, ma le fa rabbia che grandi gruppi occidentali aiutino il regime: «Anche le aziende dovrebbero rispettare i diritti umani. E allora perché Nokia ha fornito la tecnologia per identificare chi parla a un cellulare o manda una mail?». La vicenda è nota e sottolinea ancora una volta la duplicità della tecnologia. Sollecitato anche da numerosi articoli e da forti proteste (in Iran, oltre 12mila mail), il colosso finlandese ha confermato di aver fornito a Teheran – in joint venture con Siemens – il sistema Monitoring Center che permette di intercettare comunicazioni vocali da telefono cellulare o fisso.

Questa, per l’azienda, è la prassi internazionale: «Se vendi un network, vendi anche la possibilità di intercettarlo. Neppure i governi occidentali consentono di costruire reti sprovviste di questa funzionalità. E senza rete, in Iran non ci sarebbero stati i tweet». Nokia Siemens ha venduto il Monitoring Center in 150 paesi. Shirin Ebadi registra la precisazione ma ribatte che «non si può trattare allo stesso modo una democrazia e un sistema autoritario». Sono categorie commercialmente scorrette. Ma naturali per questa donna che a chi le chiede cosa sia la felicità risponde: «La democrazia».

La raggiungerà mai il suo popolo? «Il popolo raggiunge sempre quello che vuole». Shirin ci deve lasciare. In piazza San Marco la attendono le donne in nero che ricordano le vittime della rivolta. A loro sarà dedicato il suo prossimo tweet: stessa lotta, ancora internet. Anche per questo c’è la sua firma alla candidatura del web al Nobel per la pace del 2010.

Raffaele Oriani (roriani@ wired.it) ha scritto per noi di eolico e archivi della memoria.


Coelho racconta la fuga del medico che aiutò Neda

25 giugno 2009

Articolo aggiornato dopo la pubblicazioneLeggi i commenti

di PAULO COELHO e ARASH HEJAZI

Il mio miglior amico in Iran, un medico che mi ha mostrato la sua bellissima civiltà quando sono sta­to in visita a Teheran nel 2000, un uomo che ha combattuto una guer­ra nel nome della Repubblica isla­mica contro l’Iraq, che si è preso cu­ra dei soldati al fronte, che ha sem­pre difeso i veri diritti umani, lui è l’uomo che ha cercato di resuscita­re Neda colpita al cuore.

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Tarda sera di domenica, guardo il video di Neda. Mi sembra di ricono­scere Arash Hejazi ma preferisco non credere a ciò che vedo. Gli man­do un’email.

Domenica 21 giugno, ore 23
Caro Arash, ho bisogno di sapere dove sei, se le cose che vedo/leggo sono vere. So­lo dopo potrò prendere una posizio­ne io stesso — naturalmente seguen­do il tuo consiglio.
Con affetto
Paulo

Lunedì 22 giugno, ore 2,05
Carissimo Paulo, sono a Teheran. Il video dell’assas­sinio di Neda è stato girato da un mio amico e tu mi puoi riconoscere nelle immagini. Sono quello che cer­ca di salvarla, inutilmente. È morta tra le mie braccia. Scrivo con le lacri­me agli occhi. Ti prego di non divul­gare il mio nome. Ti contatterò pre­sto con maggiori dettagli.
Con affetto
Arash

A questo punto decido di inserire il video sul mio blog. Per il resto del­la giornata cerco di contattare Arash. A un certo punto, qualcuno ri­sponde al suo cellulare e si dice un «giornalista della Cnn ». Comincio a essere preoccupato.

Lunedì 22 giugno, ore 17,46
Caro Arash, finora, ancora nessuna notizia da te. Dopo la pubblicazione del video sul mio blog, sembra che si sia diffu­so in tutto il mondo, comprese cita­zioni sul New York Times, sul Guar­dian, National Review eccetera. Per­ciò ora la mia preoccupazione mag­giore è per te. Ti prego di rispondere a questa email dicendomi che stai be­ne, citando il nome della persona con cui abbiamo trascorso il Capo­danno del 2001, tanto per essere cer­to che sei tu a rispondere all’email. Non mi fido di questa persona della Cnn che risponde al tuo cellulare. Se non lo fai, potrei far sapere il tuo no­me alla stampa, così da proteggerti — la visibilità è l’unico espediente per stare sicuri, a questo punto. Lo so perché sono stato un prigioniero di coscienza. Se mi rispondi, a me­no di tue istruzioni diverse, smette­rò di assillarti, per il momento. La mia preoccupazione ora sei tu. E la tua famiglia.
Con affetto
Paulo
p.s. diversi amici hanno ricevuto in copia questo scritto

Martedì 23 giugno, ore 1,35
Carissimo Paulo, sto bene per ora. Non sono a casa mia. Non so della Cnn, il nome del­l’amico è Frederick. Con affetto Arash Martedì 23 giugno, ore 1,37 Carissimo Paulo, cercherò di lasciare il Paese do­mattina. Se non arrivo a Londra alle due del pomeriggio, significa che mi è capitato qualcosa. Fino ad allo­ra, aspetta. Mia moglie e mio figlio sono a (…). Il loro telefono: (…), la loro email (…). Ti prego di aspettare fino a domani. Se mi succede qual­cosa, ti prego di prenderti cura di mia moglie (…) e mio figlio (…). So­no là, soli, e non hanno nessun’al­tro al mondo. Con grande affetto, è un onore averti come amico
Arash

Un giornalista brasiliano, Luis Antonio Ryff, che aveva seguito la mia visita in Iran, riconosce Arash nel video e mi scrive per esserne cer­to. Glielo confermo, chiedendogli pe­rò di tenere segreto il nome. Ryff è d’accordo, nonostante si renda con­to che questo è uno scoop per lui. Vorrei ringraziarlo qui per la sua di­gnità.

Mercoledì 24 giugno, ore 13,55
Arash sbarca a Londra.
Fonte: www.corriere.it


Rivoluzione 2.0: Twitter rinvia la manutenzione per l’Iran

16 giugno 2009

Un articolo di Federica Cocco – http://www.wired.it

Da qualche giorno il blog ufficiale di Twitter aveva annunciato la necessità di effettuare un aggiornamento del network alle 9:45 am di oggi (ora americana) che avrebbe comportato l’arresto del sistema per 90 minuti. Ma a seguito di una valanga di proteste, contrassegnate dalla tag: #nomaintenance, gli amministratori hanno deciso di rinviare la manuntenzione per accomodare le necessità degli attivisti prodemocratici iraniani.

La decisione è stata annunciata a seguito di una negoziazione con NTT America, l’host del sito: “I nostri network partner NTT America hanno riconosciuto l’importanza di Twitter in quanto unico strumento di comunicazione presente in Iran”.

L’aggiornamento del sistema avrà luogo per 60 minuti a partire dall’1:30 della notte in Iran (23:30 ora Italiana), orario in cui i revoluzionari 2.0 potranno concentrarsi su un’altra forma di protesta: l’hacking dei siti governativi. In questo momento leader.ir, ahmadinejad.ir, e iribnews.ir sono inaccessibili.

Mentre Twitter rimane l’unico modo in cui le informazioni sugli avvenimenti delle strade di Tehran possono trapelare oltre i confini imposti dalle autorità, la cyber-rivoluzione sta prendendo forma, esattamente 30 anni dopo la prima rivoluzione Iraniana.

Intanto che le cyberautorità cercano di adattarsi bloccando l’uso dei telefoni cellulari e delle reti interurbane, nonché la maggior parte dei siti di opposizione.

Il popolo Twitter di tutto il mondo supporta la protesta facendo circolare informazioni quali i proxy che possono essere cambiati per avere accesso ai siti bloccati. Per esempio in questo momento il proxy da utilizzare è 148.233.239.24 Port:80. Mentre la tag #iranelection è stata bloccata in Iran, persistono #Iranians , #Tehran, e  #Iran9.


un film racconta il Paese degli ayatollah (ed i suoi conflitti) dal punto di vista delle donne

17 marzo 2009

Le iraniane stanno meglio oggi che al tempo dello scià, anche se ora a essere peggiore è la situazione generale, senza differenze di genere», osserva l’attrice Fatemeh Motamed Aria. Una via di mezzo tra Anna Magnani e  Monica Vitti, è lei la vera star del cinema iraniano. A proposito della rivoluzione del 1979 ricorda che militava «nella sinistra e, anche se economicamente stavamo bene, la situazione politica era tragica». Un anno dopo la fine della monarchia, Saddam Hussein invase l’Iran. La pellicola Gilaneh, che sarà proiettata il 5 marzo al Festival Calendidonna Rosa di Persia a Udine, è ambientata durante quella guerra.

Che significato ha per lei questo film?

«Durante la mia carriera ho interpretato centoquindici personaggi, ma in realtà si è sempre trattato dello stesso ruolo: una donna in gamba che si destreggia con le difficoltà della vita quotidiana. Detto questo, per me Gilaneh è importante perché in questa pellicola della regista Rakhshan Bani Etemad e di Mohsen Abdolvahab abbiamo affrontato per la prima volta i problemi delle donne in guerra. È la storia d’amore tra un uomo e una donna durante la guerra che ha devastato la nostra società, distruggendo intere famiglie»

Quale prezzo hanno pagato le iraniane?

«Danno la vita e portano sulle proprie spalle il peso maggiore della guerra. Insieme ai loro figli, ai loro mariti, ai loro padri, queste donne hanno perso le loro stesse vite. Ma la guerra ha danneggiato tutti, diffondendo nella società una fragilità e una tristezza senza pari. E l’incubo non è finito con il cessate il fuoco del 1988: gli anni che seguono un conflitto sono ben peggiori del periodo in cui si combatte»

Qual è il messaggio di Gilaneh?

«Non è un film sulla guerra ma sulla pace e sulla sua importanza per il mondo. Penso che questo messaggio sia giunto a destinazione perché durante le proiezioni, anche negli Stati Uniti, in sala ho visto diversi spettatori in lacrime»

Lei non disdegna il teatro e ha messo in scena uno spettacolo traendo spunto dai versi «Qualcuno che non assomiglia a nessuno», in cui la poetessa Forrugh Farrokhzad annuncia la venuta di qualcuno migliore di noi e, secondo alcuni, dell’Ayatollah Khomeini. Che importanza ha per lei questa donna ribelle, scomparsa nel 1967?
«Nella nostra cultura la poesia è fondamentale, anche nelle conversazioni quotidiane, e mi capita spesso di citare i suoi versi. Era un’anticonformista e per questo i suoi versi non trovano spazio nei testi scolastici, mentre le sue raccolte di poesie sono in vendita nelle librerie. Avevo messo in scena uno spettacolo su questa poetessa per raccogliere fondi per l’associazione caritatevole Mehrafarin, facendo leva sui versi in cui Forrugh Farrokhzad invitava a essere generosi. Era una donna coraggiosa, diceva tutto quello che le passava per la mente e per certi versi assomiglia alla vostra Alda Merini: seppe rompere ogni tabù del suo tempo e per questo motivo non è considerata un buon esempio, né in Iran né in altri Paesi conservatori»

Fonte: Vanity Fair


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