Un libro: Prigioniera in Iran

18 novembre 2010

di Roxana Saberi

Ediz. Newton Compton – Pagg. 305 – € 14,90

La mattina del 31 gennaio 2009 quattro uomini fanno irruzione in casa di Roxana Saberi, brillante e coraggiosa giornalista americana di origini iraniane. La donna, in Iran per un’inchiesta, viene arrestata con l’accusa di spionaggio. Per undici giorni Roxana non può ricevere visite né fare telefonate, è completamente tagliata fuori dal mondo.

Dopo un processo lampo e a porte chiuse, definito “vergognoso” dai giornali di tutto il mondo, la reporter viene condannata a otto anni di reclusione, da scontarsi nel carcere di massima sicurezza di Evin, a Teheran. Solo a seguito delle numerose pressioni internazionali, in primo luogo di Amnesty International e di Human Rights Watch, la pena verrà sospesa in appello nel maggio del 2009.

Ora Roxana Saberi rompe il silenzio per descrivere al mondo la sua odissea e ripercorrere i momenti dell’arresto, della prigionia, del processo e del rilascio, intrecciando i suoi ricordi alle storie dei prigionieri con i quali ha diviso quei terribili giorni: donne, studenti, attivisti, ricercatori e accademici perseguitati dal regime iraniano.

http://www.ibs.it


Stuxnet è un virus militare contro l’Iran?

25 settembre 2010

di Paolo Attivissimo (che non è Paoblog)

Avevo parlato del virus Stuxnet a luglio, quando era stato segnalato come un pericolo un po’ bizzarro per gli utenti Windows perché ne sfruttava una vulnerabilità (oggi rattoppata) per raggiungere il suo vero bersaglio, che era costituito dai sistemi di controllo di processi industriali denominati genericamente SCADA.

Ora nuove indagini sembrano indicare che sia molto più di un virus atipico: sarebbe addirittura un’arma informatica concepita per colpire un bersaglio militare ben preciso facendone andare in tilt gli apparati di controllo. C’è chi fa il nome della centrale nucleare iraniana di Bushehr, vista da molti come una potenziale fabbrica di armi atomiche.

Indubbiamente le analisi del virus pubblicate da Symantec indicano che non si tratta del solito virus fabbricato da un ragazzino arrabbiato o dal crimine organizzato in cerca di soldi facili. Usa un metodo d’infezione nuovo e originale che non richiede l’interazione dell’utente: basta che venga visualizzata la sua icona su un sistema Windows non aggiornato.

Sfrutta ben quattro vulnerabilità prima sconosciute. È un rootkit, capace non solo di rendersi invisibile non solo a Windows, in modo classico, ma anche di sfruttare i programmi Windows usati per programmare i sistemi di controllo industriale (PLC) per iniettarsi in questi sistemi e rendersi invisibile anche lì. È, in altre parole, il primo rootkit per PLC, secondo Virus Bulletin.

Come se non bastasse, contiene inoltre 70 blocchi cifrati che rimpiazzano alcune funzioni fondamentali di questi sistemi, come il confronto di date e orari di file, ed è capace di…

Continua la lettura qui > Stuxnet è un virus militare contro l’Iran?.


PowerPoint, in Iran spezzano il braccio a un bambino. Come no.

5 marzo 2010

di Paolo Attivissimo
Ricevo parecchie segnalazioni di una presentazione Powerpoint, di nome “1ªQuelosepaelmundoentero.pps” (credo voglia dire “che lo sappia il mondo intero”), che mostra una sequenza impressionante: un bambino iraniano al quale viene stritolato pubblicamente un braccio sotto la ruota di un’auto perché, dice la presentazione, aveva fame e ha rubato del pane al mercato.

Non è vero: si tratta di una vecchia bufala che risale almeno al 2004. Fa leva sui pregiudizi per non farci notare alcuni dettagli che dovrebbero insospettirci. Per esempio, se devono spezzare il braccio al bambino, perché gli mettono premurosamente una coperta sotto l’arto da tranciare? E come mai il bambino si sdraia col braccio teso bell’e pronto, senza opporre resistenza?

La sequenza di fotografie mostra in realtà uno spettacolo di strada, come spiega il sito antibufala Snopes.com. La persona con il microfono è l’imbonitore, l’auto è probabilmente contrappesata e con le ruote sgonfie per non gravare sul braccio, e il ragazzino sa recitare per guadagnarsi la pagnotta. L’origine delle fotografie è il sito iraniano PeykeIran.

La prima comparsa di quest’appello nell’area italofona risale a febbraio 2006, come raccontato in questo mio articolo dell’epoca. La nuova versione è confezionata in Powerpoint e contiene i metadati di chi l’ha salvata per ultimo (tale Carmen Ruperez). Deve aver girato parecchio, perché altri metadati sono in francese: “Un enfant de 8 ans, attrapé sur un marché en Iran pour avoir volé du pain”.

Controllare la veridicità di un appello prima di decidere se inoltrarlo a tutti è particolarmente importante in casi come questo, perché certe immagini non fanno che alimentare gli stereotipi che facilitano la loro diffusione.

Fonte: http://attivissimo.blogspot.com


Internet for Peace: Shirin Ebadi

24 novembre 2009

Internet for Peace: Shirin Ebadi Foto: Wired Italia

di Raffaele Oriani* – Fonte: www.wired.it

Shirin Ebadi e l’Iran: l’avvocato dei diritti umani che da decenni sfrutta i codici per scalfire l’arroganza dei mullah, e l’onda di popolo che dal 12 giugno scorso cerca il mare aperto seguendo la corrente di internet. Incontriamo il premio Nobel a Palazzo Ducale, dove approfitta del World Venice Forum 2009 per ribadire le ragioni della tecno-rivolta di inizio estate. Nessuna retorica, poche parole, una firma convinta sul manifesto con cui Wired candida internet al Nobel per la pace 2010.

Non che le sfuggano i limiti dell’aspirante “collega”: «Internet può essere usata anche per favorire guerra e terrorismo, come dimostra l’opera di proselitismo dei talebani». Ma il passaparola della sollevazione di Teheran – che ha viaggiato anche al ritmo di 220mila tweet all’ora – è stato troppo impetuoso per lasciare anche il minimo dubbio sul fatto che «senza la Rete non sarebbe stato possibile. Non è un caso che ai primi processi contro i dimostranti il procuratore generale abbia accusato Google, Facebook e Twitter di complottare contro l’ordine costituito».

Shirin ebadi si considera una militante dei diritti umani. Non vuole parlare di politica, non è iscritta ad alcun partito, arriva a dire che le è indifferente chi sia il presidente del suo paese. Sembra accomodante, quasi deludente, ma siamo noi a essere duri di comprendonio. Perché senza cambiare tono di voce Ebadi affila i pensieri e ci dice che «a essere inaccettabile è la violenza sul popolo. Dopo le elezioni, un milione di persone ha sfilato a Teheran senza rompere un vetro. Ma mentre se ne tornavano a casa, il potere ha cominciato a sparare dai tetti».

Il risultato è il rotolo di nomi che Ebadi porta sottobraccio, e dispiega con cura per dare un’identità ai cinquecento ragazzi arrestati, torturati, ammazzati o dispersi dall’inizio della rivolta: «Quando sono esplosi i disordini io ero in Spagna per un convegno. Come tutti mi sono collegata a internet, ho cominciato a telefonare, a mandare mail, a consultare compulsivamente il sito di Bbc world». Da Teheran gli amici le chiedevano di andare all’Onu.

«Ed è quello che ho fatto: dopo pochi giorni ero a Ginevra a implorare l’Alto commissario per i diritti umani di richiamare all’ordine le autorità del mio paese». Con poca fortuna: il Segretario genera le dell’Onu Ban Ki Moon, invitato ufficialmente da Shirin a recarsi in Iran, preferisce non muoversi, e a Teheran restano solo centinaia di migliaia di ragazzi armati di banda larga e cellulare.

La rivoluzione del web ha permesso a migliaia di rancori solitari di diventare un’unica protesta corale: «Per noi Facebook è quello che erano le moschee per i rivoluzionari di trent’anni fa», sintetizza un ragazzo su Twitter. Certo, a qualche mese dai primi cortei la dittatura è ancora lì. Ma l’Iran sembra un altro paese. Agile, tenace, moderno: «I nostri giovani sono all’avanguardia da tempo», ci dice Shirin Ebadi con orgoglio venato di delusione. «In Occidente avete pregiudizi che fanno soffrire, perché scambiate il potere per il popolo, e l’aggressività di pochi per la voglia di pace, modernità e democrazia della maggioranza della gente».

Il web demolisce lo stereotipo del popolo appiattito sul fanatismo dei leader: «La Rete restituisce all’Iran l’immagine che merita nel mondo. Ce n’è bisogno, perché mentre i giovani di Teheran si ingegnano contro le censure del regime, a Parigi o Londra capita ancora di sentirmi chiedere se sono l’unica avvocato donna del mio paese». Per la cronaca: in Iran sono donne il 70 per cento degli studenti di legge.

Mezz’ora con Shirin Ebadi insegna che la pace è un lavoro, la giustizia una disciplina, e la lotta per affermarle un’agenda fitta di impegni e povera di soddisfazioni eclatanti. Tocca girare il mondo, smussare i luoghi comuni e offrire il proprio volto a una folla che ormai non nasconde più solo i capelli: «Il mese scorso all’aeroporto di Teheran hanno fermato una ragazza in arrivo da Parigi», racconta un’iraniana che studia a Ca’ Foscari. «Le hanno chiesto se avesse una pagina Facebook, lei ha negato ma controllando hanno trovato sia lei sia tutti i suoi amici. Da allora ritocchiamo le foto e sui social network ci firmiamo tutti “Iranì”».

Shirin Ebadi invece un nome ce l’ha. È scomodo, ingombrante e l’accompagnerà quando fra un paio di mesi tornerà in Iran: «Ma non ho paura, cosa potrebbero contestare a un avvocato che chiede solo il rispetto dei diritti?». Non parla dei rischi che corre, ma le fa rabbia che grandi gruppi occidentali aiutino il regime: «Anche le aziende dovrebbero rispettare i diritti umani. E allora perché Nokia ha fornito la tecnologia per identificare chi parla a un cellulare o manda una mail?». La vicenda è nota e sottolinea ancora una volta la duplicità della tecnologia. Sollecitato anche da numerosi articoli e da forti proteste (in Iran, oltre 12mila mail), il colosso finlandese ha confermato di aver fornito a Teheran – in joint venture con Siemens – il sistema Monitoring Center che permette di intercettare comunicazioni vocali da telefono cellulare o fisso.

Questa, per l’azienda, è la prassi internazionale: «Se vendi un network, vendi anche la possibilità di intercettarlo. Neppure i governi occidentali consentono di costruire reti sprovviste di questa funzionalità. E senza rete, in Iran non ci sarebbero stati i tweet». Nokia Siemens ha venduto il Monitoring Center in 150 paesi. Shirin Ebadi registra la precisazione ma ribatte che «non si può trattare allo stesso modo una democrazia e un sistema autoritario». Sono categorie commercialmente scorrette. Ma naturali per questa donna che a chi le chiede cosa sia la felicità risponde: «La democrazia».

La raggiungerà mai il suo popolo? «Il popolo raggiunge sempre quello che vuole». Shirin ci deve lasciare. In piazza San Marco la attendono le donne in nero che ricordano le vittime della rivolta. A loro sarà dedicato il suo prossimo tweet: stessa lotta, ancora internet. Anche per questo c’è la sua firma alla candidatura del web al Nobel per la pace del 2010.

Raffaele Oriani (roriani@ wired.it) ha scritto per noi di eolico e archivi della memoria.


Dal rapporto dell’Onu: In Iran altri siti nucleari segreti

18 novembre 2009

L’Iran ha altri siti nucleari segreti? L’osservatorio atomico delle Nazioni Uniti avanza timori che i mullah potrebbero averli e tenerli nascosti. L’Iran è stata così scaltra nel tener nascosto il suo impianto di arricchimento, svelato solo di recente, che gli osservatori internazionali pensano che sia più che possibile che ne abbia degli altri disseminati nel Paese.

Courtesy di Arms Control Wonk, il blog di Jeffrey Lewis – direttore del Nuclear Strategy and Nonproliferation Initiative presso la New America Foundation – abbiamo dato un’occhiata all’ultimo rapporto sul nucleare iraniano stilato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA).

Continua a leggere “Dal rapporto dell’Onu: In Iran altri siti nucleari segreti”


Google Maps rintraccia le proteste in Iran

26 giugno 2009

Google Maps rintraccia le proteste in Iran

Mentre le proteste in Iran giungono alla loro seconda settimana, un utente di Google che si fa chiamare Xárene Eskandar ha cominciato a seguire le attività su una mappa di Google, registrando gli eventi come vengono riportati ogni giorno.

L’ultima mappa di mercoledì rintraccia gli eventi ora per ora e mostra i movimenti dei van e degli elicotteri militari delle forze speciali mentre avanzano verso i protestatori, oltre ai luoghi in cui i protestatori hanno riportato l’uso di armi da fuoco.

Le mappe sono molto simili a quelle create l’anno scorso per fare il crowdsourcing delle infromazioni ricevute dai “citizen journalists“, (o giornalisti civili) sulla violenza avvenuta in Kenya a seguito delle controverse elezioni. Nel caso del Kenya, un attivista ha sviluppato un software chiamato Ushahidi (“testimone” in Swahili) che ha permesso di contribuire a tutti con informazioni, email e sms. Queste informazioni potevano essere coordinate da un amministratore che mandava una segnalazione istantanea ai protestatori e agli altri citizen journalist e postava i dati su  Google Maps. Il software è disponibile a tutti online.

Per quanto riguarda le proteste in Iran, nonostante siano cominciate come espressione di dissenso per i risultati delle elezioni, sembra che si siano presto trasnformate in in un movimento di massa a favore di riforme per i diritti civili, simboleggiate dalle iconiche immagini di Neda Agha Soltan, la giovane donna che è stata uccisa sabato da un cecchino del governo mentre osservava la protesta.

Prima che morisse, gli ultimi orribili istanti di vita di Soltan sono stati catturati in video da due cellulari, e ci è voluto poco perché si difondessero per la rete. Un altro video mostra Soltan a fianco ad un uomo che è stato identificato come il suo insegnante di musica (indossa un maglietta a righe), pochi secondi prima che venisse uccisa. Secondo quanto riportato dalle news pare che fossero rimasti chiusi nella macchina a causa del traffico e che fossero usciti solo per prendere un po’ d’aria e osservare la protesta.

Secondo molti la morte di Soltan ha dato inizio ad un movimento inarrestabile. Il suo volto è comparso in molti poster per le strade di Tehran.

Fonte: www.wired.it


Coelho racconta la fuga del medico che aiutò Neda

25 giugno 2009

Articolo aggiornato dopo la pubblicazioneLeggi i commenti

di PAULO COELHO e ARASH HEJAZI

Il mio miglior amico in Iran, un medico che mi ha mostrato la sua bellissima civiltà quando sono sta­to in visita a Teheran nel 2000, un uomo che ha combattuto una guer­ra nel nome della Repubblica isla­mica contro l’Iraq, che si è preso cu­ra dei soldati al fronte, che ha sem­pre difeso i veri diritti umani, lui è l’uomo che ha cercato di resuscita­re Neda colpita al cuore.

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Tarda sera di domenica, guardo il video di Neda. Mi sembra di ricono­scere Arash Hejazi ma preferisco non credere a ciò che vedo. Gli man­do un’email.

Domenica 21 giugno, ore 23
Caro Arash, ho bisogno di sapere dove sei, se le cose che vedo/leggo sono vere. So­lo dopo potrò prendere una posizio­ne io stesso — naturalmente seguen­do il tuo consiglio.
Con affetto
Paulo

Lunedì 22 giugno, ore 2,05
Carissimo Paulo, sono a Teheran. Il video dell’assas­sinio di Neda è stato girato da un mio amico e tu mi puoi riconoscere nelle immagini. Sono quello che cer­ca di salvarla, inutilmente. È morta tra le mie braccia. Scrivo con le lacri­me agli occhi. Ti prego di non divul­gare il mio nome. Ti contatterò pre­sto con maggiori dettagli.
Con affetto
Arash

A questo punto decido di inserire il video sul mio blog. Per il resto del­la giornata cerco di contattare Arash. A un certo punto, qualcuno ri­sponde al suo cellulare e si dice un «giornalista della Cnn ». Comincio a essere preoccupato.

Lunedì 22 giugno, ore 17,46
Caro Arash, finora, ancora nessuna notizia da te. Dopo la pubblicazione del video sul mio blog, sembra che si sia diffu­so in tutto il mondo, comprese cita­zioni sul New York Times, sul Guar­dian, National Review eccetera. Per­ciò ora la mia preoccupazione mag­giore è per te. Ti prego di rispondere a questa email dicendomi che stai be­ne, citando il nome della persona con cui abbiamo trascorso il Capo­danno del 2001, tanto per essere cer­to che sei tu a rispondere all’email. Non mi fido di questa persona della Cnn che risponde al tuo cellulare. Se non lo fai, potrei far sapere il tuo no­me alla stampa, così da proteggerti — la visibilità è l’unico espediente per stare sicuri, a questo punto. Lo so perché sono stato un prigioniero di coscienza. Se mi rispondi, a me­no di tue istruzioni diverse, smette­rò di assillarti, per il momento. La mia preoccupazione ora sei tu. E la tua famiglia.
Con affetto
Paulo
p.s. diversi amici hanno ricevuto in copia questo scritto

Martedì 23 giugno, ore 1,35
Carissimo Paulo, sto bene per ora. Non sono a casa mia. Non so della Cnn, il nome del­l’amico è Frederick. Con affetto Arash Martedì 23 giugno, ore 1,37 Carissimo Paulo, cercherò di lasciare il Paese do­mattina. Se non arrivo a Londra alle due del pomeriggio, significa che mi è capitato qualcosa. Fino ad allo­ra, aspetta. Mia moglie e mio figlio sono a (…). Il loro telefono: (…), la loro email (…). Ti prego di aspettare fino a domani. Se mi succede qual­cosa, ti prego di prenderti cura di mia moglie (…) e mio figlio (…). So­no là, soli, e non hanno nessun’al­tro al mondo. Con grande affetto, è un onore averti come amico
Arash

Un giornalista brasiliano, Luis Antonio Ryff, che aveva seguito la mia visita in Iran, riconosce Arash nel video e mi scrive per esserne cer­to. Glielo confermo, chiedendogli pe­rò di tenere segreto il nome. Ryff è d’accordo, nonostante si renda con­to che questo è uno scoop per lui. Vorrei ringraziarlo qui per la sua di­gnità.

Mercoledì 24 giugno, ore 13,55
Arash sbarca a Londra.
Fonte: www.corriere.it


Nokia e Siemens aiutano il governo iraniano a spiare gli utenti

23 giugno 2009

Di Kim Zetter – http://www.wired.it

Secondo un articolo un po’ ambiguo del Wall Street Journal, l’Iran ha adottato misure stile CIA e ha installato nel suo network di comunicazione nazionale una tecnologia che permette di spiare le attività e la corrispondenza online – tra cui il contenuto delle email e delle telefonate Voice over IP – degli utenti.

Il Network Nokia Siemens – una joint venture tra la compagnia tedesca Siemens e la finlandese Nokia – ha installato l’attrezzatura di monitoraggio nel telecom network controllato dal governo iraniano – Telecommunication Infrastructure Co. – l’anno scorso, ma le autorità hanno cominciato a sfruttare tutte le sue potenzialità solo di recente, come reazione alle proteste scatenatesi dopo le elezioni presidenziali.

La tecnologia permette allo stato di condurre delle ispezioni deep packet, che setacciano i dati che passano attraverso il network e cercano delle particolari parole chiave nel contenuto delle email e delle trasmissioni vocali. Secondo il Journal, pare che l’Iran stia conducendo queste ispezioni su tutto il paese da un singolo “choke point” (passaggio obbligato).

Si dice “pare” perché nonostante il Journal affermi che Nokia Siemens ha installato il dispositivo e che ci sono prove che il paese stia conducendo le ispezioni “deep packet”, il quotidiano afferma anche che “non era possibile determinare se la tecnologia installata da Nokia Siemens Networks era specificamente usata per le ispezioni deep packet”.

Nonostante il Journal avesse già pubblicato in passato dei dubbi articoli su storie di “spionaggio”, in quest’occasione ci troviamo d’accordo con loro.

È già stato riportato in passato che l’Iran stesse bloccando l’accesso di qualche sito web ai suoi cittadini mentre i manifestanti stavano protestando nelle strade e in internet per contestare i risultati delle recenti elezioni presidenziali.

Ma delle fonti hanno informato il Journal che le azioni del governo non si limitavano più alla censura ma erano diventate delle vere e proprie attività di spionaggio. Hanno affermato che le ispezioni Deep-packet, che decompone e ricompone i dati in via di transito, potrebbero essere responsabili delle attività del network in Iran, che si è infatti rallentato a un decimo della sua normale velocità.  Il rallentamento potrebbe esser stato provocato da un’ispezione in un solo punto, piuttosto che in numerosi punti netowork, come pare faccia la Cina.

Un dépliant che promuove l’attrezzatura venduta all’Iran afferma che la tecnologia permette “il monitoraggio e l’intercettazione di tutti i tipi di communicazione vocali e di dati, su tutti i network”.

Un portavoce di Nokia Siemens Networks ha difeso la vendita dell’attrezzatura all’Iran spiegando che la compagnia forniva la tecnologia con l’idea che sarebbe stata utilizzata legalmente, per combattere il terrorismo, la pornografia minorile, il traffico di droga e altre attività criminali. Tuttavia, gli stessi strumenti utilizzati per il mantenimento dell’ordine, possono facilmente essere usati per spiare.

“Se vendi network, di conseguenza stai anche vendendo la capacità di intercettare ogi tipo di comunicazione che li attraversa”, ha detto il portavoce al Journal.

Ha aggiunto che la compagnia “può ovviamente scegliere se stilare un accordo con un paese o meno” ma d’altra parte: “noi crediamo che dare alla gente – dovunque si trovi – la possibilità di comunicare è preferibile a privarli della possibilità di essere ascoltati”. A marzo, la compagnia ha venduto la sua tecnologia di monitoraggio ad un una società d’investimento tedesca.


Rivoluzione 2.0: Twitter rinvia la manutenzione per l’Iran

16 giugno 2009

Un articolo di Federica Cocco – http://www.wired.it

Da qualche giorno il blog ufficiale di Twitter aveva annunciato la necessità di effettuare un aggiornamento del network alle 9:45 am di oggi (ora americana) che avrebbe comportato l’arresto del sistema per 90 minuti. Ma a seguito di una valanga di proteste, contrassegnate dalla tag: #nomaintenance, gli amministratori hanno deciso di rinviare la manuntenzione per accomodare le necessità degli attivisti prodemocratici iraniani.

La decisione è stata annunciata a seguito di una negoziazione con NTT America, l’host del sito: “I nostri network partner NTT America hanno riconosciuto l’importanza di Twitter in quanto unico strumento di comunicazione presente in Iran”.

L’aggiornamento del sistema avrà luogo per 60 minuti a partire dall’1:30 della notte in Iran (23:30 ora Italiana), orario in cui i revoluzionari 2.0 potranno concentrarsi su un’altra forma di protesta: l’hacking dei siti governativi. In questo momento leader.ir, ahmadinejad.ir, e iribnews.ir sono inaccessibili.

Mentre Twitter rimane l’unico modo in cui le informazioni sugli avvenimenti delle strade di Tehran possono trapelare oltre i confini imposti dalle autorità, la cyber-rivoluzione sta prendendo forma, esattamente 30 anni dopo la prima rivoluzione Iraniana.

Intanto che le cyberautorità cercano di adattarsi bloccando l’uso dei telefoni cellulari e delle reti interurbane, nonché la maggior parte dei siti di opposizione.

Il popolo Twitter di tutto il mondo supporta la protesta facendo circolare informazioni quali i proxy che possono essere cambiati per avere accesso ai siti bloccati. Per esempio in questo momento il proxy da utilizzare è 148.233.239.24 Port:80. Mentre la tag #iranelection è stata bloccata in Iran, persistono #Iranians , #Tehran, e  #Iran9.


A Teheran la protesta è anche digitale

15 giugno 2009

Un articolo di Nathan Hodge – http://www.wired.it

Il popolo iraniano sta protestando nelle strade delle principali città contro la ri-elezione del Presidente Mahmoud Ahmadinejad. Intanto i rivali di Ahmadinejad hanno denunciato la frode elettorale e appellato l’intervento dell’Ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo dell’Iran. Tuttavi Khamenei ha fatto ieri un’apparizione nella televisione di stato congratulando Ahmadinejad per la sua vittoria.

A quanto pare le autorità hanno bloccato gli sms, uno strumento fondamentale di organizzazione per gli oppositori come Mir Hossein Mousavi. La notizia del blocco del servizio è stata riportata su Twitter poche ore prima dell’apertura dei seggi.

Game over? Per ora no. Gli iraniani hanno organizzato delle proteste a Tehran, e alcuni protestanti hanno utilizzato i social media per postare video e aggiornamenti. Ecco un video postato di recente su YouTube: http://www.wired.it/news/archivio/2009-06/15/iran.aspx


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