Onda nera Lambro, indagati i «petrolieri»

8 febbraio 2011

Leggo oggi  sul Corriere. Se il tutto sarà confermato in sede processuale, devo proprio dire che all’idiozia, che sfocia poi in comportamenti illegali, non c’è limite.

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Non l’avvertimento della ‘ndrangheta, il sabotaggio della concorrenza, la vendetta di un dipendente. Ci sono due indagati nell’inchiesta sui veleni nel Lambro e nel Po, 2.600 tonnellate stimate di idrocarburi finite nella notte tra il 23 e il 24 febbraio scorso prima nell’affluente poi nel Grande Fiume.

Un disastro ambientale, per giorni in mondovisione, causato da uno sversamento nella Lombarda Petroli, a Villasanta.

Gli indagati sono Giuseppe e Rinaldo Tagliabue, 54 e 49 anni, gli stessi proprietari della società. I petrolieri.

L’accusa: sottrazione all’accertamento o al pagamento dell’accisa sugli oli minerali.

Ma attenzione: non è solo cosa di evasione. Partendo da qui si potrebbe chiudere il caso, con il reato di disastro ambientale. Senza dover andar lontano. Nel senso di luoghi e anche di persone…..

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Depenalizzata l’immissione di quasi tutte le sostanze inquinanti nei fiumi. Complimenti

6 maggio 2010

Adesso che il petrolio è versato, tutti si stracciano le vesti: mai più, mai più. Se la consapevolezza è vera, vediamo di evitare che possa risuccedere. Magari con uno stillicidio di azioni meno eclatanti, ma complessivamente non meno pericolose.

La gravissima vicenda Lambro dovrebbe ad esempio urgentemente riaccendere i riflettori su scelte recenti che, ciascuna per suo conto, rischiano di ridurre il contrasto contro le illegalità ambientali ad una diga di carta velina.

Molti non sanno che esclusi 18 inquinanti — tra i quali gli idrocarburi, l’arsenico, il cadmio, il cromo, il mercurio, i fenoli, i solventi organici azotati, alogenati e aromatici, i pesticidi fosforati, le sostanze dichiaratamente cancerogene — l’immissione di sostanze inquinanti nei fiumi e nei laghi è stata recentemente depenalizzata.

Il 2 febbraio 2010 la Camera ha infatti approvato in via definitiva (ma il testo non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) il disegno di legge sulla “disciplina sanzionatoria delle acque reflue“ che conserva il reato penale — sanzionato con l’arresto fino a 2 anni — per chi scarica nei corpi idrici i diciotto superinquinanti, mentre per tutti gli altri inquinanti il reato è sanzionato solo con una multa da 3 mila a 30 mila euro.

Poco più di un buffetto sulla guancia nel caso di inquinamento da sostanze come ftalati, ammine aromatiche, idrocarburi policiclici aromatici, ferro, manganese, alluminio, bario. La cosa, ribadiamo, non riguarda l’inquinamento del Lambro, perchè gli idroicarburi sono tra le 18 sostanze “superinquinanti”. Ma questo sposta di poco i termini della questione: per molti altri inquinanti basta pagare (poco) e si è autorizzati a scarcare quel che si vuole.

E’ giusto?

E’ morale?

Depenalizzata l’immissione di quasi tutte le sostanze inquinanti nei fiumi. Complimenti | Ecquo.


Caso Lambro: ora chi paga?

5 marzo 2010

Quali sono gli effetti sull’ambiente, sugli animali e sulla salute umana della “marea nera” che in questi giorni ha invaso il Lambro e il Po? E chi paga?

Roberto Denti, avvocato
Chi paga? L’autore o gli autori materiali del fatto, cioè chi ha “aperto i rubinetti”, rischiano 12 anni di prigione. Ma rischia anche il gestore dell’impianto, se non dimostrerà che le misure di sicurezza erano efficaci. A esigere i danni saranno chiamati prima il ministero dell’Ambiente, attraverso un’ordinanza amministrativa, e poi il tribunale, per tutte le parti che proveranno di essere state danneggiate. Danni, a oggi, incalcolabili. Ci spiega meglio l’avvocato Roberto Denti, di Como, esperto di diritto ambientale.

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Demetrio Pitea, docente università Milano Bicocca
Quanto ci metterà il Lambro a guarire? E come farà (con quali strumenti, naturali?). LifeGate Radio l’ha chiesto a uno dei maggiori esperti internazionali di contaminazione dei suoli, docente presso il Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e del Territorio dell’Università Milano Bicocca, scoprendo tra l’altro che i fiumi, come gli ecosistemi più complessi e vivi, a volte hanno capacità di reazione sorprendenti.

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Attilio Speciani, medico immunologo
Caso Lambro: mentre la cronaca di queste ore si concentra su dove sia arrivata la marea nera e come arrestarla, ci interroghiamo oggi su quali siano gli effetti sulla salute umana nel medio e lungo periodo. Ci interessa, in particolare, capire come aiutare il nostro organismo a difendersi da questo e altri tipi di inquinamento. Lo abbiamo chiesto al noto immunologo Attilio Speciani.

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Fabio Treves, musicista
Il “puma di Lambrate”, come reagirà? Sono giorni amari questi per Milano, che ha subito una grave ferita ambientale ad uno dei sui fiumi. Fabio Treves è nato e cresciuto a Milano, proprio nel quartiere che prende il nome dal fiume Lambro. Gli abbiamo chiesto il suo punto di vista su questa sporca vicenda.

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Massimo Soldarini, responsabile volontariato Lipu
Dopo lo sversamento di migliaia di tonnellate di idrocarburi nell’acqua, la macchia nera ha raggiunto il piacentino. Molte associazioni si stanno attivando per affrontare la situazione. Abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Soldarini, responsabile nazionale volontariato LIPU, per chiedergli cosa si sta facendo per limitare i danni e come comportarsi se si trova un animale rimasto coinvolto nel fiume di petrolio.

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Un fiume di petrolio sversato nel Lambro

24 febbraio 2010

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione

È arrivata quasi a Orio Litta, nel Basso Lodigiano, a otto chilometri a sud di Lodi, la macchia di petrolio fuoriuscita all’alba di martedì dai depositi della raffineria Lombarda Petroli di Villasanta, vicino a Monza. L’inquinamento sta avanzando verso la provincia pavese ed è ormai a pochi chilometri dal Po, che in questa zona è normalmente molto pulito.

L’incessante lavoro dei vigili del fuoco non riesce a fermare il gasolio e petrolio combustibile che ha passato anche la barriera di galleggianti, posta nel territorio di Sant’Angelo Lodigiano. I galleggianti dovrebbero arrivare fino a fondo fiume ma questo non accade, perché la forza dell’acqua lo impedisce.

Una parte della macchia viene aspirata e una nuova squadra dei vigili del fuoco di Lodi sta posando nuovi galleggianti. In acqua ci sono almeno 10 milioni di litri di olio combustibile e gasolio volutamente — sull’atto doloso i dubbi degli inquirenti sono minimi — buttati in acqua dalle cisterne della vecchia raffineria in disuso sulle rive monzesi.

Durante la notte, alla diga di San Zenone al Lambro (sbarramento realizzato negli anni ’30 per utilizzare le acque del Lambro nella centrale idroelettrica di Enel Green Power, società del Gruppo Enel per la produzione di energia da fonti rinnovabili) i tecnici della società hanno lavorato febbrilmente per contribuire a fermare l’onda inquinante. Lo sbarramento si è rivelato infatti determinante per bloccare in parte il defluire degli idrocarburi.

Appena scattato l’allarme, ancor prima che l’onda inquinante raggiungesse lo sbarramento, i tecnici hanno bloccato le due turbine della centrale e coordinato, d’intesa con le squadre di emergenza, il deflusso dell’acqua, utilizzando gli scarichi nella parte inferiore dello sbarramento stesso così da permettere il recupero dei materiali inquinanti presenti in superficie.

«Enel Green Power – si legge in una nota – continuerà ad assicurare tutta la collaborazione necessaria a Vigili del Fuoco, Protezione Civile ed Arpa per consentire le migliori condizioni e la totale sicurezza del lavoro delle squadre presenti presso l’impianto».

Continua la lettura qui: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_febbraio_24/avanza-gasolio-lambro-po-stato-emergenza-1602528799613.shtml


Salviamo il Parco della valle del Lambro!

16 febbraio 2010

Il Bene Comune Lombardia e la Lista Civica Per il Bene Comune Concorezzo aderiscono all’appello di BrianzaCentrale per salvare il parco Valle del Lambro.

Qui potete trovare ogni informazione http://brianzacentrale.blogspot.com/2010/02/si-moltiplicano-le-adesioni-per-salvare.html



Allarme Lambro: Milano salvi il suo fiume

3 dicembre 2009

Scendendo il Po a motore spento, spinti dalla corrente, sul barchino dei pescatori di pesce siluro, si ha l’impressione che, all’approssimarsi della foce del Lambro, sul lato sinistro, all’altezza di Orio Litta nel Lodigiano, il Grande fiume provi ribrezzo, anzi terrore. Scarta sulla destra, come se sentisse odore di morte. Quasi sapesse che lo sta per colpire uno dei fiumi più inquinati del mondo, 40 metri cubi di veleno al secondo, i due terzi degli scarichi civili e industriali della Lombardia, l’equivalente del liquame prodotto da undici milioni di abitanti.

Solo qualche attimo prima, nella luce tersa del tramonto autunnale, il Po sembra trasparente e ancora pervaso dell’odore muschiato delle valli – sullo sfondo i pioppi che fanno la guardia alla via Francigena: poi arriva il lento e tremendo impatto con la brodaglia grigiastra, bluastra, livida e fetida. Ma non è questione estetica: il Lambro inietta nel Po – e quindi nell’Adriatico – il 60 per cento di tutto l’azoto in arrivo dagli scarichi civili, il 40 per cento di tutti i metalli tossici come piombo e cadmio, il 20 per cento di rame e zinco, il 15 per cento di cromo nichel e arsenico. Un intruglio che impiega una ventina di chilometri prima d’essere assorbito; dicono che dall’alto si vede un pennacchio scuro dipanarsi sulla riva sinistra, dallo sversamento giù fino a Piacenza.

Orio Litta: è qui che è terminato il viaggio di Io donna (in collaborazione con Legambiente) lungo i 130 chilometri del Lambro, il fiume morto che attraversa la terra più prospera d’Italia e soprattutto Milano, la città dell’Expo 2015 dedicato all’alimentazione, allo sviluppo sostenibile e, appunto, all’acqua. Secondo Carlo Petrini, il visionario presidente di Slow Food, l’Expo avrà successo «solo se sapremo risanare il Lambro, simbolo del degrado ambientale ed etico italiano, e farne la nostra Tour Eiffel». Eppure Petrini la sa la storia. Era il 1975 quando Giorgio Ruffolo stanziò cinquemila miliardi per il risanamento del Lambro. «Tra due anni verrò a mangiare la trote, ci disse il ministro» ricorda Peppino Pisati, vicesindaco di Sant’Angelo Lodigiano, il comune delle prime proteste. Era sempre il 1973 quando il sindaco di Milano Aldo Aniasi insediò la prima commissione di esperti per il depuratore. Decenni buttati, miliardi di lire divorati, spartizione di appalti a suon di tangenti, gente in galera; fino ai giorni nostri con milioni di euro pagati in multe per violazione delle direttive europee… Nel frattempo il Tamigi diventava balneabile. Il Ruhr addirittura uno dei più pescosi della Germania. Solo da un lustro Milano ha tre depuratori, ma, nonostante accenni di miglioramento, il Lambro resta il Lambro, con il suo 53 per cento costituito da escrementi (che in estate può diventare l’80 per cento).

«Si può fare, non solo perché ce l’impone l’Unione europea» dice Petrini. «Vengo dal Piemonte dove hanno resuscitato la Bormida, quella dell’Acna di Cengio per intenderci. Gli ecosistemi si ripopolano. Bene punire le tante industrie e fabbrichette che non depurano, bene la nuova tecnologia degli impianti; ma non basta, bisogna assegnare pezzi di fiume alla responsabilità delle comunità locali. Se Milano e l’Italia perdono questa opportunità è finita».

Siamo partiti ovviamente da monte. Località Piano Rancio, appena sopra il Ghisallo, nel Comasco. Quasi mille metri. Dopo un’inerpicata tra abeti rossi e larici, tra due massi erratici vedi sgorgare la classica sorgente del classico fiume. Solo che quell’insegna in pietra, “Qui nasce il fiume Lambro”, a viaggio compiuto, sembra una lapide, l’annuncio di una vita effimera. Il tempo di osservarlo percorrere con sventatezza la Valassina in compagnia del martin pescatore, imboccare la valle di Erba tra i capannoni e le serre, che a Merone è già senza pesci (escluso il bionico cavedano, pescato e mangiato dagli extracomunitari) e a Monza non ti viene più di chiamarlo fiume, ma solo il Lambro, sinonimo di fogna a cielo aperto.

Giunto a San Maurizio, all’ombra delle colline artificiali fatte con le scorie della Falck, lo scarico del depuratore ne raddoppia la portata e il mondo a quel punto gli mostra il lato B: cominciano le favelas metropolitane. «Il Lambro è ormai vissuto come un problema, non come una risorsa» dice Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, la nostra guida: «L’ultima rilevazione dell’Arpa regionale indica che, grazie ai depuratori, lo stato ecologico generale fa timidi passi, ma i dati sulla contaminazione fecale mostrano le falle di un sistema di depuratori inadeguato, come a Monza». L’impresa è eroica: nell’imbuto del Lambro, che comprende anche il Seveso e l’Olona e quindi il Varesotto, convogliano scarichi biologici e industriali che neanche il Danubio ce la farebbe.

«E ci sono almeno sette-otto milioni di abitanti equivalenti “non trattati”» aggiunge Damiano: «Che cioè sversano non collegati ai depuratori. Bisogna recuperarli. E poi si deve ripristinare il più possibile il sistema idrico naturale, devastato dalla cementificazione; costruire una rete di parchi e piste ciclabili per riconsegnare al Lambro dignità di fiume. Milano diventerebbe una città auropea».

Parco Lambro è nato prima del Grande Avvelenamento. Offre ancora scorci alla Monet, basta turarsi il naso e lavorare di fotoshop alla vista di schiume inquietanti e grasse pantegane. Lungo il corso d’acqua niente mamme, bambini o cani. Ultimamente, forse sazi delle discariche, galleggiano centinaia di gabbiani. Quest’estate sono morte in un sol giorno venti anatre: botulino, ci dicono all’Istuto zooprofilattico di Milano. E pensare che le verze e le cicorie degli orti abusivi lungo le sponde vengono irrigati con quest’acqua. Che gusto avranno?

Alla Cascina Santa Brera, Melegnano, la signora Irene di Carpagna racconta che tre anni fa ha spigolato del mais raccolto da contadini a ridosso degli argini: «Era per le galline. Sono tutte morte in sette giorni. Forse una coincidenza, ma quest’acqua mi fa paura». Irene, che coltiva verdura biologica ben distante dal Lambro, cinque anni fa ha piantumato 12 mila alberi sui terreni golinari di sua proprietà: «Sono già alti quindici metri…».

Quella dell’irrigazione dei campi nel Basso Lambro è questione misteriosa: a Sant’Angelo Lodigiano e a San Colombano assicurano che è prassi generale. «Al Parco delle Carrettine c’è un pozzo riempito con le pompe che aspirano dal Lambro, quell’acqua è piena di salmonella» dice Pietro Domenichelli, agronomo in pensione di San Colombano. L’assessore regionale ai Servizi di pubblica utilità Massimo Buscemi replica che sono «fenomeni residuali».

«La verità è che del Lambro si sono stancati tutti, anche gli ambientalisti. C’è rassegnazione» taglia corto Pisati, vicesindaco di Sant’Angelo, il comune che è alla confluenza del Lambro vero e proprio con quello cosiddetto Meridionale, che dopo Milano raccoglie le acque di Seveso e Olona. Qui ogni estate ci sono ricoveri per malori causati dall’effetto aerosol al balzo in zona San Rocco. «Il sabato puzza di più, perché a Milano e in Brianza, senza paura di controlli, le fabbriche aprono le paratie. Se c’è piena poi viene giù di tutto, anche maiali morti. È una bomba».

Il senso di impotenza arriva anche dagli esempi positivi come quello di Cerro al Lambro, una bonifica che ha ripulito 110 mila tonnellate di melma acida scaricate abusivamente in trent’anni in una golena. «La bonifica dei terreni contaminati è possibile » dice il direttore dei lavori, l’ingegner Claudio Tedesi «ma il Lambro diventerà un fiume solo quando si puliranno i sedimenti del fondo, ben più pericolosi dei terreni, lì ci sono decenni di piombo, animine cancerogene… Chi si prende la responsabilità di toccare quella roba?».

E l’appello di Petrini, allora? «La Regione lo raccoglie» garantisce l’asserrore Buscemi: «Abbiamo siglato il Contratto di fiume per il Lambro, un tavolo con 50 soggetti, enti pubblici, associazioni. Entro i primi mesi del 2010 verrà stimata la spesa, si procederà alle gare d’appalto e per il 2011 garantiamo l’inizio dei lavori». Speriamo che non sia una promessa stile le trote di Giorgio Ruffolo.

Per vedere le foto > http://milano.corriere.it/gallery/milano/12-2009/lambro/1/lungo-lambro_0f3fd126-df7c-11de-9ac1-00144f02aabc.shtml#1

Marzio G. Mian, foto Marco A. Ferrandi

Fonte: www.corriere.it


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