27 marzo 2013

La vita non è stata generosa con Nella e il piccolo Robert, prigionieri di un’esistenza segnata dalla paura, col padre che entra ed esce continuamente di galera e la madre alcolizzata. E raccontare storie che infondano la speranza di un nuovo inizio è l’unico modo per sopravvivere senza impazzire.
Così, giorno dopo giorno, Nella racconta a Robert la vicenda di un bambino nato, come lui, in un paesino di mare della Svezia meridionale, timido e goffo come lui, che come lui deve affrontare, oltre all’assenza dei genitori, le angherie dei compagni di scuola, spietati carnefici della diversità. Angherie dalle quali, nella vita reale, solo Nella tenta di difenderlo, lei che, a sedici anni, deve occuparsi di tutto.
E se nella vita reale, a differenza del racconto, gli eventi sembrano procedere inesorabilmente verso il peggio, un giorno accade l’impensabile: l’incontro inatteso con l’uomo del mare sembra cambiare ogni cosa.
Tra lui e Nella nasce un’amicizia profonda, ma in un mondo segnato dalla violenza il segreto straordinario che li lega non potrà rimanere tale a lungo…
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8 febbraio 2013
in sintesi un articolo di Dario Dongo che leggo su Il Fatto Alimentare
Una data memorabile per la salvaguardia dell’eco-sistema marino, il 7 febbraio 2012.
Da una sponda del pianeta all’altra, il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza una drastica riforma della Common Fishery Policy mentre il Governo della Repubblica Popolare Cinese ha annunciato il proprio progetto sul medesimo tema. Una rotta comune, verso criteri e metodi di pesca sostenibili.
Greenpeace ha conquistato il cuore di chi “gira le rotelle del mondo”? Difficile a credersi, senza nulla togliere al lodevole impegno dell’Ong in questione.
Si direbbe piuttosto che la politica non abbia potuto continuare a ignorare l’evidenza scientifica di un mare asfittico, destinato entro breve al totale spopolamento in assenza di una presa di posizione efficace contro il suo iper-sfruttamento. È solo una questione economica, un intervento necessario a garantire la continuità di approvvigionamento delle risorse ittiche negli anni a venire. Lo hanno capito gli americani, i cinesi e finalmente pure gli europei, dopo aver messo a tacere i recalcitranti armatori spagnoli e francesi.
Il premier Wen Jiabao ha presieduto la riunione del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese (R.P.C.) ove sono state adottate le nuove linee guida che definiscono un sistema di regole atte a favorire la crescita dell’industria peschiera all’insegna della tutela ambientale.
Anche a Strasburgo la ragione ha finalmente prevalso. Dopo decenni di politiche localistiche, gestite rovinosamente dal Consiglio dei Ministri, l’Assemblea ha imposto un’inversione di rotta che muove dai monitoraggi scientifici sullo stato di salute delle riserve idriche del continente quali basi per considerare revisioni e ripartizioni delle quote di pesca.
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6 febbraio 2013
Il Comitato europeo sulla pesca ha già aderito a questo innovativo provvedimento. Ora tocca ai cittadini sostenerlo dandogli una grossa spinta.
Invia ora un messaggio urgente ai membri-chiave del Parlamento europeo: abbiamo solo 24 ore!
Clicca qui per firmare
Abbiamo già lottato e vinto per i nostri oceani. I membri di Avaaz sono stati l’ago della bilancia nella decisione da parte dei governi inglese e australiano di creare le due più estese aree marine protette del mondo. Abbiamo però ancora molta strada da fare e ora la nostra battaglia si svolge qui in Europa, una delle zone dove la pesca è più intensiva e dove si consuma la maggior quantità di pesce nel mondo. Assicuriamoci di vincere questa battaglia!
°°°
Questa settimana i deputati del Parlamento europeo discuteranno la politica comune della pesca. Il dibattito è previsto per oggi, mentre il voto si rimanda a domani. I problemi più urgenti sono l’eccessivo sfruttamento delle risorse e la disoccupazione dovuta alla crisi del settore nelle zone costiere.
La Commissione alla Pesca per ristabilire lo stock ittico ha intenzione di vietare la cattura di quantità di pesce superiore alla capacità riproduttiva. Gli Stati membri si dovranno impegnare a ridurre responsabilmente il numero di pescatori e vietare la pesca nel 10-20% delle acque territoriali, per permettere la ripopolazione.
Il grafico illustra in modo efficace qual è la situazione e quali sono i Paesi dove si pesca troppo e le aree degli oceani più sfruttate.

Fonte: Il Fatto Alimentare
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23 gennaio 2013
Leggo su Rinnovabili
Acque contaminate da carbone sversate in mare. E’ questa “l’ultima offesa all’ambiente”, così scrive il WWF, in ordine di tempo della centrale Enel a carbone di Brindisi.
A confermare quanto temuto dagli ambientalisti l’ARPA, che ha riscontrato la presenza di inquinanti in mare. Dopo il danneggiamento del territorio e l’inquinamento dell’aria ora anche le acque di Brindisi stanno subendo la presenza della centrale elettrica.
La causa del disastro sarebbe determinata dall’allagamento della trincea del nastro che trasporta il carbone, che ha causato uno sversamento di polveri di carbone che stanno inquinando anche il mare di fronte alla centrale.
Da subito le idrovore impiegate per lo svuotamento della trincea sono state bloccate per evitare di inquinare ulteriormente lo specchio d’acqua ma il danno è ormai fatto: l’acqua è contaminata dal carbone.
“Sia la parte organica che quella minerale delle polveri di carbone rappresentano un rischio per l’ambiente e per la salute; infatti, gli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) nella prima e i metalli come arsenico e mercurio nella seconda rendono queste polveri altamente inquinanti” si legge nel comunicato stampa diffuso dall’Associazione ambientalista.
Una volta in mare gli inquinanti si depositano sul fondo e in parte restano in sospensione entrando nella catena alimentare modificando flora e fauna che ne escono compromesse trasferendo all’uomo sostanze tossiche anche cancerogene, mutagene e teratogene che causano danni diretti alle specie marine, e poi arrivano sulle nostre tavole.
Oltre a questo le sostanze in sospensione possono oscurare la luce che non riuscendo a penetrare l’acqua indebolisce la flora causa un abbassamento dei livello di ossigeno.
Dopo queste affermazioni il WWF continua la battaglia contro le centrali a carbone ribadendo la necessità di piani di azione che tutelino l’ecosistema dall’errore umano.
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17 gennaio 2013
leggo su Rinnovabili
Non importa da quale parte del mondo arrivino, i rifiuti di plastica buttati in mare possono fare il giro del mondo finendo in uno qualsiasi dei cinque oceani.
A rivelarlo è un’indagine del Centre of Excellence for Climate System Science che ha dimostrato come, a livello mondiale, gli esseri umani abbiano immesso così tanta plastica nei mari che, anche se questa deleteria pratica venisse interrotta oggi, le gigantesche isole di spazzatura che si ritrovano nel Pacifico e nell’Atlantico continuerebbero a crescere per centinaia di anni.
Gli scienziati del Centro hanno esaminato come queste Garbage Patch, alcune delle dimensioni della Penisola Iberica, siano lo stretto risultato delle correnti oceaniche.
“Ci sono cinque patch noti negli oceani subtropicali tra ogni continente. Ognuno contiene così tanta plastica che se si dovesse trascinare una rete in queste zone si tirerebbero su più rifiuti che pesci”, ha spiegato l’autore Erik Van Sebille. “È interessante notare come la nostra ricerca suggerisca la formazione di un’isolar di spazzatura più piccola all’interno del Circolo Polare Artico, nel Mare di Barents, anche se non ci aspettiamo che appaia per altri 50 anni”.
“Questi rifiuti polimerici, anche di minuscole dimensioni, influenzano gli ecosistemi. - continua Sebille – Tuttavia, la plastica ha in qualche modo lo stesso ruolo del canarino della miniera di carbone: le sostanze chimiche tossiche, che sono molto più pericolose per l’ecologia, sono trasportate dalle correnti nello stesso modo e vengono effettivamente assorbite dalle particelle di plastica”.
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24 novembre 2012
Un pezzo di oceano grande quanto l’Europa Occidentale, nel quale non c’è spazio né per le esplorazioni petrolifere né per la pesca commerciale.
Il Ministro dell’Ambiente australiano, Tony Burke, ha annunciato la costruzione del più grande parco nazionale marino, un’area di oltre 2 miliardi di chilometri quadrati (888035 miglia quadrate) con la quale proteggere le aree più sensibili. Le nuove riserve si trovano tra il Perth Canyon, a Sud-Ovest di Kangaroo Island, e nella zona del Mare dei Coralli che circonda la Grande Barriera Corallina, nel Nord-Est. Se petrolio, gas e pesca commerciale saranno banditi, non sono al momento previste restrizioni per quanto riguarda il trasporto marino, il turismo o le immersioni.
Ma la decisione governativa non ha di certo incontrato i favori di chi con la pesca ci vive, anzi ha fatto infuriare sia i grossi commercianti, soprattutto quelli del Queensland settentrionale, sia i gruppi di pesca ricreativa.
Secondo quanto diffuso da Reuters, alle lamentele di discriminazione pervenute dai due gruppi di interesse gli uffici ministeriali avrebbero risposto spiegando che le riserve marine vanno a colpire solamente l’1% dell’area disponibile per la pesca commerciale; a ciò va ad aggiungersi anche il risarcimento di 100 milioni di dollari che i commercianti avrebbero ricevuto per compensare la perdita di accesso a queste aree.
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14 ottobre 2012
Biomimetica e robotica avanzata fanno fronte comune nella lotta all’inquinamento marino grazie al progetto europeo Shoa.
L’iniziativa, che rientra nell’ambito del Settimo programma quadro per ITC, ha come obiettivo quello di realizzare un efficiente strumento di monitoraggio della qualità delle acque marine, intelligente, autonomo ma soprattutto animal-friendly.
Per riuscire nello scopo i ricercatori hanno progettato e costruito uno speciale robot acquatico che monitora i livelli di ossigeno e la salinità e che, come dimensione e forma, ricorda da vicino quella dei tonni.

Lungo circa un metro e mezzo e dotato di un guscio di plastica gialla fosforescente per essere facilmente avvistato, il pesce robotizzato è stato “liberato” in questi mesi nelle acque del porto marittimo di Gijon, nella Spagna nordoccidentale, con l’obiettivo di seguire gli scarichi inquinanti delle navi.
I ricercatori hanno dotato ogni robofish di una serie di delicati sensori e di un sistema di elaborazione dati in grado di scambiare informazioni fra le varie unità. I pesci possono quindi mappare la loro posizione e il tragitto, prelevare campioni ed analizzarli, così come seguire le tracce chimiche per risalire alla fonte della contaminazione.
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9 ottobre 2012
Gli effetti del surriscaldamento globale si stanno ripercuotendo su uno dei più delicati e preziosi ecosistemi delle nostre acque. Parliamo della Great Barrier Reef, la più grande struttura corallina al mondo situata a largo della costa del Queensland, nell’Australia nord-orientale.
Gli ultimi 25 anni di cambiamenti climatici stanno facendo sentire i propri deleteri effetti sulla barriera di corallo. A denunciarlo il Center of Excellence for Coral Reef Studie australiano in uno studio che riporta l’evidenza di importanti cambiamenti nelle acque del luogo.
“Quando abbiamo analizzato i dati raccolti a partire dal 1985 abbiamo trovato le prove che la maggior parte delle regioni della Grande Barriera Corallina stanno mutando in modo significativo, soprattutto nella parte meridionale del reef”, ha spiegato Natalie Ban, autore principale dello studio.
Il rischio di sbiancamento per il corallo, segno tangibile della reazione a qualche forma di stress, aumenta all’aumentare delle temperature dell’acqua.
“Intorno a tutto il complesso abbiamo trovato che la temperatura dell’acqua aumentata in media di 0,2° un quarto di secolo, ma con particolari picchi in alcune zone. Per esempio, fuori Rockhampton l’acqua si è riscaldata di circa mezzo grado negli ultimi 25 anni.”
I cambiamenti climatici stanno inoltre alterando i modelli stagionali determinando in particolari zone un’estate precoce e più lunga e in altri stagioni estive e invernali semplicemente molto più calde estati.
“Tutto ciò influenza la vita di mare”, continua la ricercatrice. “La nostra speranza è che questa ricerca aiuti i paesi che si trovano nel Triangolo Del Corallo del Pacifico a gestire nel modo opportuno questo centro mondiale di biodiversità dei coralli, in questo difficile periodo”.
viaIl Clima sta sbiancando la Grande Barriera Corallina | Rinnovabili.
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19 settembre 2012
Tornare indietro e ricostruire le variazioni di carbonio avvenute 65 milioni di anni fa nel profondo dell’Oceano Pacifico ha fatto scoprire un graduale riscaldamento delle acque.
Per raggiungere i risultati richiesti, gli esperti hanno analizzato la percentuale di carbonati presenti nelle colonne d’acqua prese a campione, tenendo conto del fatto che tali sostanze si dissolvono di più quando la temperatura dell’acqua è più bassa (fenomeno conosciuto anche come lysocline) variabile anche a seconda della pressione e della concentrazione di anidride carbonica.
“Analizzando carbonati presenti nelle carote di sedimento raccolte sul fondo del Pacifico abbiamo visto l’evoluzione del lysocline. La dissoluzione dei carbonati aumenta man a mano che la temperatura dell’acqua diminuisce, il che ci permette di osservare le variazioni climatiche nel corso di milioni di anni”, ha dichiarato Oscar Romero, autore dello studio e ricercatore presso l’Istituto andaluso di Scienze della Terra.
Il lysocline del Pacifico ha subito importanti cambiamenti a lungo termine negli ultimi 65 milioni di anni. Secondo lo studio, infatti, durante il Cenozoico precoce (circa 55 milioni di anni fa) la profondità della compensazione del carbonato era pari ad una distanza compresa tra 3 e 3,5 km dalla superficie, contro i 4,6 chilometri in profondità di oggi.
Le carote di sedimento utilizzate in questo studio sono state estratte nel Pacifico equatoriale durante le spedizioni dell’Integrated Ocean Drilling Program.
“Questi sedimenti marini ci hanno permesso di ricostruire i cambiamenti di stato, la natura e la variabilità del ciclo globale del carbonio e il sistema climatico con un dettaglio non conosciuto al momento e riflettono il periodo di alta temperatura del Cenozoico, attraverso l’avvio delle glaciazioni polari più antiche fino ad oggi” ha aggiunto il ricercatore del CSIC.
viaOceano Pacifico: le acque profonde diventano sempre più calde | Rinnovabili.
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18 settembre 2012
La Sicilia si oppone alle trivellazioni off-shore. Le azioni per tutelare il mare del Canale di Sicilia sono tutte figlie dell’appello al Ministero dell’Ambiente nel quale Greenpeace ha cercato di coinvolgere tutti i sindaci siciliani. Cinquanta i Comuni coinvolti fino ad oggi, oltre 55.000 i cittadini ch lo stanno sostenendo e numerose le associazioni locali e di categoria.
Il mare non si sporca, anzi va tutelato con la creazione di aree protette. Proprio qualche giorno fa, infatti, il Consorzio di Ripopolamento ittico “Golfo di Siracusa” ha organizzato una protesta, patrocinata dalla Regione, che ha visto numerosi partecipanti salpare alla volta della Perla, la piattaforma che Eni Mediterranea Idrocarburi ha piazzato a circa 13 chilometri dalla costa.
L’obiettivo era ovviamente quello di manifestare la propria contrarietà alla corsa all’estrazione di petrolio che si sta verificando proprio di fronte a una delle isole più belle d’Italia.
Per la responsabile campagna mare di Greenpeace, Giorgia Monti, si tratta di un vero e proprio assedio che le nostre coste stanno subendo da parte dei petrolieri, al quale è necessario che i governi locali si oppongano con forza.
«Estrarre petrolio – ha commentato la Monti – conviene solo alle compagnie petrolifere che in Italia pagano tasse tra le più basse al mondo. A rimetterci i cittadini: l’estrazione di petrolio mette infatti a rischio le economie locali quali il turismo e la pesca. In un momento di crisi economica come questo, questa politica è inammissibile».
Stando ai dati diffusi da Greenpeace, ad oggi, oltre alle 29 richieste di ricerca di petrolio nell’area (di cui 11 autorizzate), il Governo ne avrebbe rimesse in gioco altre 8. Una situazione sulla quale il Ministero dell’Ambiente ancora non ha dato una risposta.
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