«Abbandonò il suo equipaggiamento per indossare una tuta a pressione, un indumento aderentissimo che era poroso quel tanto che bastava a far passare il sudore. La temperatura si autoregolava e, grazie alle cuciture fi ttissime del tessuto, la sua pelle era protetta in modo da resistere nello spazio». Da La strada delle stelle di Jerry Pournelle e Larry Niven (1974).
L’idea di una tuta spaziale aderente, quasi una seconda pelle, la fantascienza l’aveva avuta prima di tutti. Soprattutto perché con un eroe intabarrato nelle classiche tute pressurizzate ci puoi fare ben poco. Si muove piano, goffamente e, parliamoci chiaro, in quanto a sex appeal è pari a zero.
Jane Fonda, nell’indimenticabile strip-tease all’inizio di Barbarella (1968), aveva capito che la cosa migliore da fare con una tutona spaziale tradizionale è togliersela. La tuta a pressione meccanica, qualcosa di simile a quella in queste pagine, compare per la prima volta in un romanzo di fantascienza all’inizio degli anni ’70. Non è un caso che a introdurla sia stato Jerry Pournelle (classe 1933), esperto di equipaggiamento militare e assai informato sull’avanzamento delle tecnologie della Nasa, oltre che scrittore di fantascienza e fantapolitica. Certo la sua idea di un capo spaziale che faccia traspirare è quasi comica se si pensa all’ambiente di Marte, tra temperature impossibili e raggi cosmici, ma l’intuizione di fondo c’era.
La strada che porta la nuova tuta (BioSuit) dal Marte di Pournelle colonizzato da perfide multinazionali a quello vero della missione del 2030 (anno più anno meno) inizia da molto lontano. E, come vedremo, passa anche dalle nostre parti.
Il punto di partenza sono stati gli studi di Arthur S. Iberall sulle LoNE (Lines of Non-Extension). La teoria di Iberall, un fisico dall’approccio interdisciplinare, era che la pressione interna della tuta spaziale poteva essere fornita da linee che uniscono i punti inestensibili del corpo, quei punti che rimangono fermi nonostante i movimenti. Collegando i punti con un rivestimento in tessuto si ottengono delle linee che mantengono costante la pressione all’interno della tuta. Correva l’anno 1947. Negli anni ’50 furono testati dei prototipi, ma la strada fu abbandonata. In teoria funzionava, ma in pratica non esisteva un tessuto abbastanza “intelligente” da modificarsi in modo tale da assecondare i movimenti lasciando sempre costante la pressione nelle linee di non estensione. Nel 1999 una giovane professoressa del Mit di Boston, Dava Newman, propone al Niac (l’istituto di ricerca e sviluppo di nuovi concept della Nasa) di proseguire gli studi sulla tuta partendo proprio da Iberall e dalle intuizioni di Paul Webb che, negli anni ’60, lavorava sul concetto di contropressione meccanica. Il sogno di Newman era quello di una tuta spaziale che liberasse l’astronauta e gli permettesse di muoversi e di fare, con il minor dispendio di energia possibile, tutte quelle operazioni che in gergo spaziale si chiamano Eva (Extra Vehicular Activities). «In breve», spiega la scienziata, «la BioSuit utilizza la contropressione meccanica, ovvero preme direttamente sulla pelle dell’astronauta in modo da mantenere costante la pressione, senza bisogno di pressurizzazioni a gas. Abbiamo brevettato anche il sistema matematico che sta dietro alle LoNE, l’intreccio di linee di non estensione».
La sfida lanciata dalla progettazione di un equipaggiamento del genere è anche, forse soprattutto, una sfida di design. E infatti per la BioSuit viene convocato un architetto di base a Cambridge nel Massachusetts, Guillermo Trotti, che ha alle spalle creazioni di strutture e rover lunari e una sua visione in fatto di esplorazione spaziale molto positiva: «Sono convinto che gli umani siano destinati ad abitare lo spazio», spiega. «L’industria spaziale diventerà una delle più importanti della Terra. È stata proprio Dava Newman a contattare il nostro studio, Trotti & Associates, e a coinvolgerci al momento di presentare il progetto alla Nasa nel 1999. Noi portavamo la nostra esperienza sul campo: sapevamo parecchie cose in fatto di resistenza in condizioni ambientali estreme e in più già da tempo ci interessavamo allo spazio».
Insomma, fino al 2005 la ricerca sulla BioSuit procede spedita: c’è il design e c’è il background scientifico ma le difficoltà non mancano. «La cosa più difficile», spiega Trotti, «era gestire le parti concave del corpo umano in modo che, nonostante i movimenti, la pressione rimanesse costante. Sapevamo che ci saremmo arrivati solo con una combinazione perfetta tra design e materiali innovativi». Ed è qui che la strada verso la conquista di Marte fa una deviazione in Italia. Più precisamente a Molvena, una frazione non lontano da Vicenza in cui si trova il reparto ricerca e sviluppo di Dainese, il marchio di abbigliamento motociclistico. Proprio a Molvena, nel cuore di una zona di antica tradizione conciaria, Lino Dainese aveva stabilito, nel 1972, la primissima sede della sua azienda sartoriale. La persona che materialmente, ma quasi per caso, fa da tramite tra il Mit e l’azienda veneta è Aldo Cibic, architetto e designer di fama mondiale, molto attivo negli anni ’80 con Memphis, gruppo di creativi fondato da Ettore Sottsass. Cibic, oltre che un archistar, è vicentino: parlando di spazio con Guillermo Trotti, decide di presentargli Lino Dainese. «Dainese ha raccolto la sfida senza esitazioni», ricorda Dava Newman. «Sono i migliori del mondo nel campo delle protezioni per sport estremi e con loro abbiamo realizzato il primo prototipo». Che è stato mostrato alla Wired Next Fest 2006 ed è tutt’oggi negli stabilimenti di Dainese nel vicentino.
Nel 2006, dunque, il teatro di quella sfida alla fisica e alla fisiologia che è la BioSuit si sposta a Molvena, dove l’ingegner David Manzardo è chiamato a tradurre in realtà i disegni del Mit e i rendering di Trotti. «Per il concept siamo partiti dai modelli su carta del Mit e abbiamo creato una prima tuta generica ma fatta su misura che abbiamo rimandato ai nostri partner. In America è stata indossata e sono stati tracciati i corretti passaggi delle linee di non estensione. Il Mit poi ci ha fornito i nuovi disegni che individuavano le linee primarie, più grosse, e quelle secondarie, più piccole.
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