La UE condanna la Siria, ma si dimentica….

29 maggio 2012

Leggo che l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton, condanna «nel modo più forte questo atto efferato perpetrato dal regime siriano contro il suo stesso popolo nonostante l’accordo per il cessate il fuoco e la presenza degli osservatori Onu» e invita la comunità internazionale a continuare a «parlare a una sola voce per chiedere la fine dello spargimento di sangue e le dimissioni di Bashar Assad per consentire una transizione democratica».

Non ci piove, condanna morale giustissima, che però mi ha fatto venire in mente quanto ho letto nei giorni scorsi, protagonista sempre la Ashton, che nei giorni scorsi ha di fatto ignorato quanto sta ora accadendo in Etiopia (e non solo lì).

Come scrive Il Fatto Alimentare: “Omicidi, torture e minacce, incendi, deportazioni sono stati documentati da Human Rights Watch (HRW) e dallo Oakland Institute eppure per la Ministra degli esteri europea non c’è ragione di preoccuparsi, niente di dimostrato.”

Sono perfido tuttavia mi è balenato il pensiero che non condannando il furto delle terre (land grabbing) si tutelino di fatto le multinazionali, anche europee, che sono coinvolte in queste vicende.

Come sempre mi pare che morti e prevaricazioni siano considerate con due pesi e due misure, a seconda degli interessi (economici) in ballo…


Un libro: L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea

2 febbraio 2012

Il 29 gennaio, due giorni dopo Il giorno della Memoria, ricorreva il 70°anniversario della strage di migliaia di italiani residenti in Ucraina, da parte della polizia di Stalin.

E’ successo che sul Blog qualcuno si lamentasse dello spazio che ogni anno riservo al ricordo dell’Olocausto. Qualcuno avanza tesi di negazionismo che non voglio neanche commentare, qualcun altro si è stufato che si parli sempre dell’Olocausto e degli ebrei, dimenticando peraltro che non sono morti solo ebrei nei forni e nei lager.

A prescindere da ciò e dal fatto che secondo me il 27 Gennaio ha un significato che va oltre il genocidio consumatosi in quegli anni, resta il fatto che molti altri massacri tendono a passare sotto silenzio o, peggio, non sono neanche conosciuti dalla massa.

Io ad esempio non conoscevo la vicenda narrata in questo libro e della quale sono venuto a conoscenza tramite un articolo di Stefano Vergine, letto questa settimana su Vanity Fair.

Inizialmente avevo pensato di riassumere la vicenda partendo apppunto dall’articolo, ma avendo trovato in rete il libro scritto da Giulia Giacchetti Boico, nipote di deportati che da anni raccoglie materiale su quegli avvenimenti e Giulio Vignoli, professore di Diritto internazionale dell’università di Genova che da tempo si occupa delle minoranze italiane che vivono nell’Europa orientale, ritengo sia meglio affidarsi alle loro parole, tratte dal sito dell’Associazione Ucraina-Italia.

°°°

di Giulia Giachetti Boico e Giulio Vignoli

Settimo sigillo – Pagg. 90 – € 13,00 (lo puoi comprare QUI)

Tra il 1830 e il 1870 giunsero in Crimea, nel territorio di Kerc, città portuale che collega il Mar Nero e il Mar d’Azov, due flussi migratori dall’Italia attratti dal guadagno promesso da fertili terre. Si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia dediti principalmente all’agricoltura. Le difficoltà di comunicazione con l’Italia contribuirono a preservare in questi gruppi le tradizioni originarie. Dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, cominciò il calvario per i nostri connazionali.

La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerc la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e alcuni decisero di tornare in Italia.

Le autorità moscovite, inoltre, inviarono a Kerc esuli italiani antifascisti per fare propaganda marxista e chiudere la chiesa cattolica costruita dai primi emigranti nel 1840. Negli anni Trenta, come conseguenza delle purghe staliniane, la comunità dei nostri connazionali in Crimea (presenti oltre che a Kerc pure a Feodosia, Taganrog e in altre località) si ridusse ulteriormente. Molti italiani, accusati di essere spie fasciste vennero arrestati, fucilati o mandati in Siberia. La prima epurazione si ebbe nel 1933, una seconda più massiccia nel 1937.

Alla fine di gennaio 1942, con la liberazione da parte dell’Armata Rossa della Crimea occupata l’anno prima dalle truppe naziste, l’intera comunità italiana venne deportata in quanto popolazione dichiarata fascista. Il viaggio, che avvenne parte via mare e parte via terra, si concluse in Kazakistan. Una volta giunti a destinazione i deportati vennero collocati in baracche sperdute nella steppa con erbe e radici come nutrimento. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi.

Nel libro sono riportate parecchie testimonianze di sopravvissuti di quella odissea. Parecchi di loro furono obbligati alla schiavitù dalla Trudarmia, la cosiddetta “Armata del lavoro”, che si servì di uomini e donne sopra i 14 anni per lavori faticosi. Alla fine degli Cinquanta, con il processo di destalinizzazione, alcuni italiani deportati riuscirono a tornare a Kerc. I beni che erano stati loro confiscati non vennero restituiti.

Nel 1992 è sorta l’Associazione degli italiani di Crimea che si sta adoperando per far riottenere la cittadinanza italiana ai nostri connazionali. Si tratta di un iter burocratico alquanto complesso perché molti documenti personali sono andati dispersi durante le deportazioni o sono stati sequestrati a suo tempo delle autorità sovietiche.

Le autorità diplomatiche italiane, prima di concedere la cittadinanza, vogliono avere le prove che questi connazionali ne fossero stati in possesso prima di aver avuto quella sovietica.

La situazione è complicata inoltre dal comportamento del governo ucraino il quale, ancora oggi, seguita a non riconoscere le deportazioni affermando che manca la documentazione che le comprovi.

Attualmente in Crimea coloro che si dichiarano italiani sono all’incirca 300, concentrati principalmente a Kerc e a Simerfopoli. Si tratta di una comunità che pur avendo perso ogni legame mantiene viva la convinzione di essere italiana: alcune tradizioni, come le feste religiose, seguitano a essere rispettate e diversi componenti hanno ripreso a studiare la lingua italiana.

Questa comunità sta oggi conducendo una duplice battaglia. Da un lato vuole che l’Ucraina e la Crimea riconoscano ufficialmente la deportazione con tutte le conseguenze giuridiche relative.

Dall’altro sta facendo pressione affinché il nostro paese restituisca la cittadinanza agli italiani di Crimea e ai loro discendenti che la richiedono, sulla falsariga di quanto è stato fatto per i connazionali dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.


Un libro: Marzabotto, verità senza retorica

28 luglio 2009

Il massacro, cioè la storia della Guerra ai civili a Monte Sole  di Luca Baldissare e Paolo Pezzino – (Il Mulino, pp. 628, € 33).

Chi scende dall’Appennino verso Bologna sotto sera, troverà alla sua sinistra, sui viadotti della Gardeletta, una fetta di montagna di quel pur rado puntinato di verande e lampioncini che lucciola le altre zone poco sopra Sasso. Quell’ombra scura è Monte Sole, teatro nel 1944 di quello che un grande lavoro di Luca Baldissara e Paolo Pezzino chiama semplicemente Il massacro, cioè la storia della Guerra ai civili a Monte Sole (Il Mulino, pp. 628, € 33).

Un libro grande e severo sui fatti – ospiti inattesi in un Paese che ha spartito la sua storia fra la chiacchiera politologica e l’arzigogolismo storiografico, lasciando prive più generazioni di una conoscenza senza la quale la più santa delle memorie non può far altro cha afflosciarsi. I fatti che il rigore del lavoro storico mette in fila riguardano quello che la comune retorica civile chiama «eccidio di Marzabotto», settembre 1944, 1830 morti, martiri della Resistenza. Quella retorica, sulla quale incombe fino agli anni Ottanta l’onere di far diventare l’antifascismo di una minoranza disingannata la grammatica della impervia costruzione democratica, ha dovuto arrotondare i dati per potersi comunicare.

Così i centoquindici luoghi nei quali si sono consumate una scia di stragi sono diventati «Marzabotto»; le lunghissime e atroci giornate fra il 29 settembre e il 5-6 ottobre, una data per discorsi ufficiali; i 770 uccisi in un’azione militare pianificata di guerra terroristica sono stati annessi agli altri caduti durante la guerra e i bombardamenti; e quelle vite concrete, quelle comunità famigliari, spirituali, politiche trascolorano in una apologetica di cui Baldissara e Pezzino documentano il destino e il senso.

Infatti la liturgia civile del racconto del massacro consumato fra le valli del Setta e del Reno vive per decenni di una enfasi che alla lunga si rivela vulnerabile alla manipolazione ideologica fino – sarà così durante l’episcopato del cardinale Biffi – al tentativo di addebitare alla condotta partigiana in quell’angolo appenninico la responsabilità dei morti, vittime di uno scontro di ideologie totalitarie di cui i preti uccisi sarebbero le vittime, anzi, i martiri.

Enfasi civile erosa non dal caso: giacché, come spiega Baldissara, «a forza di svuotare di storicità l’esperienza antifascista e quella resistenziale, cioè di ottunderne le contraddizioni, rimuoverne i chiaroscuri, decontestualizzare le vicende, travasando nella realtà storica una rappresentazione sempre più artefatta di esse e di volta in volta funzionale al mutare dei contesti politici, dell’antifascismo e della Resistenza quali fenomeni e processi storicamente determinati restava ben poco».

A quelli che il lessico «storichese» chiama i «processi storicamente determinati» è dedicato viceversa il corpo del grande tomo: cioè alla ricostruzione puntualissima di quello che Dossetti definì un «delitto castale» compiuto da «sacrificatori» inseriti in una teologia idolatrica. E arrivati a pagina seicento, ci si rende conto della quantità di imprecisioni ed equivoci dei quali questa vicenda è stata vittima e volàno, a partire dalla memoria difensiva stesa dal comandante tedesco Walter Reder per il processo del 1951, che parlava di una azione militare, senza rendersi conto della atroce verità che quella espressione rivelava.

Col passo dello storico di razza Pezzino accumula pagina dopo pagina tutti i pezzi del puzzle: la geografia umana e naturale dei luoghi; le strategie di Reder che non scatena le SS in una azione di furore, ma pianifica la sua operazione sulla base dell’assioma che uccidendo tutti, spariscono i partigiani; i tedeschi in azione e sotto processo. Ampio spazio è dedicato alla brigata Stella Rossa del comandante Lupo, una organizzazione assai poco politicizzata, insofferente alla dirigenza del Cln, comandata da un montanaro vorace a tavola (da qui il nome, non da simbologie militari): fatta di persone del luogo, sulla cui condotta si incentreranno le polemiche quando gli automatismi sulla storia della Resistenza si incepperanno.

In realtà, mostra Pezzino, le modalità dei falliti tentativi di annientare la Stella Rossa con due operazioni della primavera, spiegano perché gli uomini di Monte Sole si siano subito dati alla macchia all’arrivo del 16° battaglione delle Waffen SS: convinti di essere i soli ricercati, pensano che anche questa volta gli inermi saranno salvi. Invece una truppa di giovani nazisti, dalle mostrine illeggibili, agisce con metodicità in un’opera di sterminio lunga, verrebbe da dire paziente, che si protrae per giorni.

Pezzino la porta sotto gli occhi del lettore casa per casa, fienile per fienile, nome per nome, smitizzando leggende ed evocando la sequenza di atrocità (e le puntiformi generosità) che a conti fatti lasceranno sul terreno 216 bambini e 554 adulti. Fra loro ci sono coloro che vengono legati e uccisi in sostanza su due piedi; ma anche quelli che vengono in un primo tempo salvati perché trovati incolumi o solo feriti sotto le montagne dei cadaveri, e che poi, messi a ricovero in altre case, verranno ritrovati e ammazzati nelle operazioni «conclusive» di questa strage che alla fine avrà bisogno di un colpevole, Reder, da accusare, da condannare, da liberare in una sequenza che è quella della memoria.

Accanto, coloro che si salvano per caso e devono scavare la fossa ai corpi resi ingombranti dalla rigidità o sfarinati dagli incendi che non li hanno cremati, ma solo cotti; o quelli che si salvano correndo giù fino a Bologna, credendo vivi o ammazzati i figli, i parenti, gli amici, e destinati a scoprire solo dopo molti mesi cosa era sopravvissuto di loro e di sé. E qualcosa del genere capita anche al lettore de Il massacro, catturato da una scrittura asciutta e severa, e inchiodato a quei fatti che bucano più dell’enfasi, e rendono capaci di leggere in una montagna di cui la storia sa far parlare il buio.

Una recensione di Alberto Melloni – http://www.corriere.it


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