La campagna #sonodegno: sosteniamo il benessere di 10 milioni di maiali negli allevamenti

20 giugno 2013

Nei giorni scorsi sono andato a visitare un agriturismo di proprietà di alcuni parenti della Signora K e ad un certo punto ci hanno portati a vedere gli spazi destinati a galline, oche, conigli, ecc.

Da bravo carnivoro, anch’io scivolo su una certa ipocrisia ed ho fatto a meno di visitare gli animali, pensando tra le altre cose che magari me ne sarei trovato qualcuno nel piatto, di lì a qualche settimana.

Parlandone con Ro-K, infatti, entrambi siamo giunti alla conclusione che se avessimo una fattoria i nostri animali morirebbero di vecchiaia e probabilmente andremmo a comprare la carne altrove.

Questo non vuol dire però disinteressarsi della salute degli animali negli allevamenti, piccoli o grandi che siano e quindi cade a fagiolo il materiale inviatomi ieri dalla CIWF Italia a supporto della loro attuale campagna in difesa dei maiali negli allevamenti.

Ipocrisie e facili alibi a parte, in ogni caso cerchiamo sempre di evitare l’acquisto di carne che provenga dalla Grande distribuzione e/o da allevamenti dei quali sappiamo poco.

Ho avuto modo di vedere un documentario sugli allevamenti negli Usa e quindi niente carne che arrivi da lì, (cosa che è poi in netto contrasto con la politica del chilometro zero) così come di quella di animali nati nell’Est europeo e successivamente allevati e/o macellati in altri due o tre paesi.

Meglio mangiare meno carne e rivolgersi alla carne de La Granda (parlo a titolo personale ovviamente) oppure ad aziende agricole che fanno parte del circuito di Cortilia. Probabilmente la scelta migliore sarebbe quella di diventare vegetariani (o quasi), ma ancora non ce la facciamo.

Nella pagina principale di La Granda, citano Ippocrate: “Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo” ed io aggiungerei che perchè il cibo (in questo caso la carne) sia sano l’animale deve poter condurre una vita con i giusti spazi ed un’alimentazione sana, ovvero seguendo la filosfia delle 5 libertà, citata nell’articolo che segue:

°°°

PrintIn Italia i maiali soffrono e agli italiani importa. In Italia vengono allevati ogni anno oltre 10 milioni di suini, di cui oltre il 95% in allevamenti intensivi.

Dopo la pubblicazione della video-inchiesta shock di CIWF in allevamenti intensivi di suini in Italia, in tre settimane sono state raccolte oltre 46.000 firme con la petizione “No alla sofferenza di milioni di animali” tramite la piattaforma Change.org per chiedere alle autorità competenti il rispetto delle normative di protezione dei suini.

La video-inchiesta mostra infatti come in in tutti gli allevamenti italiani visitati la legislazione UE per la protezione dei suini, venga palesemente disattesa.

Le immagini raccolte da CIWF mostrano suini tutti con le code amputate, stipati in recinti sovraffollati, collocati a loro volta in edifici sudici, bui e privi di qualsiasi stimolo; suini costretti a vivere nella melma dei loro stessi escrementi; suini lasciati senza cure se malati o feriti; suini morti abbandonati negli angoli.

Sequence 012116(Ci sarebbero altre foto, ma non intendo scioccare nessuno; andate a vedere la video inchiesta.)

La video-inchiesta fa parte della nuova campagna di CIWF Italia Sonodegno (www.sonodegno.it),  che ha lo scopo informare i cittadini del nostro paese sulle condizioni di privazione in cui sono allevati i suini, ristabilire il rispetto della legge che li tutela e favorire un allevamento rispettoso di questi animali.

I suini sono animali intelligenti e curiosi e come tutti gli altri animali meritano una vita degna di essere vissuta, ispirata a quelle cinque libertà, pilastri fondamentali del benessere animale, che comprende sia il benessere fisico degli animali che quello psicologico.

Dichiara Annamaria Pisapia, Direttrice di CIWF Italia: “L’accoglienza così positiva avuta dalla nostra campagna Sonodegno parla chiaro: sono tanti gli italiani che amano o semplicemente rispettano gli animali e che non sono rimasti insensibili al nostro appello per aiutare milioni di animali intelligenti e curiosi, che oggi subiscono maltrattamenti di ogni genere, a vivere una vita degna. Invitiamo dunque ancora una volta i nostri concittadini ad aderire alla campagna Sonodegno e a firmare la petizione per porre fine alla sofferenza dei maiali italiani”.

CIWF Italia è la sede italiana di Compassion in World Farming, la maggiore organizzazione internazionale per il benessere degli animali da allevamento, fondata oltre 40 anni fa da un allevatore inglese che scelse di opporsi alla crescente intensivizzazione dei metodi di allevamento.

Nel panorama italiano, CIWF si contraddistingue per il proprio approccio, volto non solo a porre fine a tutte le pratiche crudeli utilizzate negli allevamenti intensivi, ma anche a promuovere  allo stesso tempo metodi di allevamento rispettosi del benessere degli animali.

CIWF (Compassion in World Farming) è oggi considerata la maggiore ONG internazionale che lavora esclusivamente per il benessere e la protezione degli animali da allevamento. Fu fondata oltre 40 anni fa da un allevatore inglese che scelse di opporsi alla crescente intensivizzazione dei metodi di allevamento. Da allora, CIWF svolge campagne per porre fine a tutte le pratiche crudeli utilizzate negli allevamenti intensivi, promuovendo allo stesso tempo metodi di allevamento rispettosi del benessere degli animali.

CIWF ha sede centrale di CIWF nel Regno Unito e uffici in Italia, Francia, Olanda, Polonia e Stati Uniti. Per maggiori informazioni consultare: www.ciwf.it e www.compassionsettorealimentare.it

La legislazione europea per la protezione dei suini (Dir. 2008/120/CE), recepita anche in Italia e  le cui norme più stringenti risalgono al 2001 (Dir 2001/93/CE), ha tra i suoi capisaldi l’obbligo di fornitura ai suini di materiali come la paglia per consentire loro di esplorare; il divieto di mozzare loro le code come operazioni sistematiche e l’obbligo di alloggiarli in locali forniti di una zona confortevole e pulita.

L’obbligo di trattare e curare immediatamente gli animali malati o feriti e quello di non trasportarli al macello sono invece sanciti da altre norme europee. Leggi dunque non rispettate in Italia, e purtroppo anche in molti paesi di Europa, come dimostrato da materiale video raccolto da CIWF in passato anche in altri stati membri, quali Olanda, Danimarca, Ungheria e Spagna.

Per vedere la Video-inchiesta campagna SONODEGNO.it (versione completa, 2:30 min)

Per vedere la Video-inchiesta campagna SONODEGNO.it (versione completa, 1:00 min)

Per vedere il Video benessere animale – le 5 libertà


Petizione: fermiamo la costruzione di un nuovo centro commerciale a Corbetta.

3 giugno 2013

petizione_bannerServe una firma, grazie – Petizione: fermiamo la costruzione di un nuovo centro commerciale a Corbetta.

Per firmare, clicca qui

Dal sito Parconaviglio.it, la spiegazione della vicenda:

Corbetta è un Comune di medie dimensioni della Provincia di Milano in cui risiedono circa 17.365 persone. Si caratterizza per la vicinanza con l’area tutelata dal Parco Lombardo della Valle del Ticino e per l’inserimento tra i territori protetti dal Parco Agricolo Sud Milano.

Il territorio agricolo è pari a 1101,22 ettari su un’area comunale di 1876,45 ettari. Dunque, la forte vocazione agricola di questo territorio, che si pone in contrasto con l’avanzata della metropoli milanese, è evidente.

Una vocazione minacciata dalla variante al Piano di Governo del Territorio (PGT) che l’attuale amministrazione propone allo scopo di creare un insediamento commerciale di grande distribuzione a carattere non alimentare. L’intervento è proposto in località Pobbia lungo la S.P. 11, una direttrice altamente congestionata dal traffico veicolare proveniente e diretto a Milano.

La necessità di questo intervento è giustificata dall’attuale sindaco di Corbetta dalla volontà di completare l’offerta commerciale di grandi strutture di vendita a carattere non alimentare che, secondo stime opinabili, vedono il Comune sotto dotato da questo punto di vista. Una considerazione miope che non rileva la presenza di un’offerta commerciale ampia e variegata proprio in prossimità del Comune di Corbetta.

Sono infatti solo 600 metri lineari quelli che separano il luogo dove è previsto l’insediamento e l’attuale Centro Commerciale Destriero sito nel comune di Vittuone. L’offerta commerciale di questo polo è così composta: 27.000 mq. di attività commerciale; 1 grande ipermercato; 5.500 mq. di galleria; 2.200 posti auto, di cui 1.600 coperti.

Appare evidente che la quantità e la varietà commerciale è più che mai assicurata anche senza altri interventi. Questa tesi è ulteriormente avvalorata dalla presenza di un altro centro commerciale distante 3,2 km, sito a Sedriano lungo la medesima strada provinciale, a 4 minuti in auto, e di recentissima costruzione.

Bisogna poi considerare che l’attuale crisi economica ha mutato lo scenario facendo perdere parte del potere di acquisto che era nelle mani delle famiglie.

Non si capisce in che modo gli interventi previsti dalla variante al PGT e fortemente voluti dall’attuale Sindaco possano riqualificare e aiutare le piccole imprese del commercio che sono inserite nel contesto urbano di Corbetta. Non si comprende neanche come sia possibile valorizzare e preservare l’ambiente naturale costruendo in un’area verde. Infine, non si capisce come sarà possibile migliorare la situazione viabilistica della S.P. 11 che attualmente risulta altamente congestionata per buona parte della giornata.


La lingua dei sordi non è riconosciuta (in Italia): firma la petizione

5 aprile 2013

Ricevo e pubblico (e firmo):

Noi sordi abbiamo una lingua senza voce. La nostra lingua, la Lingua dei Segni italiana (LIS), non è riconosciuta ufficialmente nel nostro Paese. Eppure la LIS rende possibile la comunicazione tra sordi e l’integrazione tra sordi e udenti.

 Chiediamo quindi al Parlamento italiano di riconoscere ufficialmente la LIS come già avviene in 44 paesi del mondo (tra i quali Iran, U.S.A., Cina, Spagna, Francia).

La convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, riconosceva la LIS promuovendone l’acquisizione e l’uso. Riteniamo che il mancato riconoscimento ufficiale della LIS da parte dell’Italia sia un’inadempienza all’avvenuta ratifica italiana di questa Convenzione.

Il riconoscimento della LIS come una vera e propria lingua garantirebbe la libertà di un sordo di scegliere come comunicare ed integrarsi: un effettivo e illimitato accesso all’informazione, alla comunicazione, alla cultura, all’educazione, ai servizi, alla vita sociale, lavorativa e perfino ricreativa; un’equa rappresentazione politica e giuridica, l’accesso all’istruzione… la dignità.

Siamo un gruppo di ragazzi, tutti sotto i trent’anni. Due cose ci uniscono: siamo sordi e ci siamo incontrati grazie ad una radio. Radio Kaos ItaLis è nata da un’idea che potrebbe sembrare paradossale: creare un progetto radiofonico per promuovere l’integrazione tra sordi e udenti. E ci siamo riusciti, dimostrando a noi stessi che le barriere all’integrazione possono essere superate.

Eppure ci è capitato di dover affrontare diversi problemi dovuti al non riconoscimento della LIS, come non avere la possibilità di poter spiegare al pronto soccorso i nostri problemi di salute o dover trascorrere anni a scuola senza un’assistente alla comunicazione.

Firma la petizione per chiedere a tutti i capigruppo della Camera dei Deputati e del Senato, al Presidente del Senato Pietro Grasso e al Presidente della Camera Laura Boldrini di impegnarsi affinchè la LIS venga finalmente riconosciuta come lingua ufficiale dal Parlamento italiano.

Chiediamo che finalmente venga riconosciuta la LIS in italia!

Grazie,

I ragazzi di Radio Kaos ItaLis via Change.org

 


Se la Robin tax la paghiamo noi: firma la petizione per il rimborso

11 febbraio 2013

Bollette di luce e gas gonfiate per recuperare quanto versato per la cosiddetta Robin tax. Così le imprese del settore energetico aggirano un esplicito divieto, a discapito dei consumatori.

Firma la petizione per richiedere il rimborso di quanto non dovuto.

L’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas ha segnalato al Parlamento che numerose imprese del settore energetico e petrolifero avrebbero trasferito negli ultimi anni sui consumatori l’addizionale sull’Ires (la cosiddetta “Robin tax”), addebitandola sulle bollette di luce e gas e sui carburanti.

Chiediamo al Governo e all’Authority di comunicare i nomi delle aziende coinvolte, l’entità degli addebiti scaricati sui consumatori e che venga predisposto il rimborso automatico per gli utenti.

Introdotta nel 2008, la cosiddetta Robin tax è mirata a colpire gli extra profitti di alcune tipologie di imprese. Si tratta, in sintesi, di un provvedimento attraverso il quale si cerca di sottrarre un po’ di utili alle aziende del settore dell’energia, in vista di una ridistribuzione. Aggirando il divieto di “traslazione”, secondo il rapporto dell’Autorità per l’Energia, molte imprese che pagano la Robin tax la scaricano poi sui consumatori.

Questo significa, al lato pratico, che le aziende (199 su 476) avrebbero recuperato la redditività sottratta dalla tassa aumentando il differenziale tra il prezzo d’acquisto e i prezzi di vendita. Lo svantaggio per i consumatori finali è quantificabile in 1,6 miliardi di euro, cifra che viene sistematicamente caricata sulle bollette di luce e gas e sui prezzi del carburante.

Fonte: Altroconsumo


Serve una firma contro la compagnia petrolifera che vuole trasformare la foresta pluviale in una zona di estrazione petrolifera

26 gennaio 2013

Nel cuore dell’Ecuador una potente compagnia petrolifera vuole trasformare la foresta pluviale più incontaminata al mondo in una zona di estrazione petrolifera. La tribù Kichwa dell’Isola di Sani sta coraggiosamente resistendo e ha appena chiesto il nostro aiuto per salvare la loro casa.

La loro comunità ha firmato un impegno a non svendere mai questa terra in cui si aggirano i giaguari e un singolo ettaro raccoglie più biodiversità di tutto il Nord America! Ma il governo dell’Ecuador ha intenzione di svenderla cedendo 4 milioni di ettari di Amazzonia ai grandi del petrolio.

Il Presidente Correa è ora in campagna elettorale e sta cercando di cavalcare la sua reputazione in materia di rispetto per l’ambiente e dei popoli indigeni. Se riusciremo a sollevare un polverone a livello globale, trasformando la salvaguardia dell’Amazzonia in tema elettorale, potremo fermare la corsa del petrolio.

Finora la comunità indigena ha resistito coraggiosamente ma gli uomini del petrolio potrebbero arrivare da un momento all’altro con i macchinari da trivellazione. La tribù Kichwa ha chiesto il nostro aiuto per salvare la loro Amazzonia.

Firma ora la petizione e condividila con tutti: se firmeranno 1 milione di persone, monteremo un caso mediatico mondiale che costringerà Correa a fare marcia indietro:

Dopo che la Texaco e altre compagnie petrolifere hanno inquinato le acque dell’Ecuador e hanno devastato irreversibilmente preziosi ecosistemi, Correa ha spinto il suo paese a diventare la prima nazione al mondo a riconoscere i diritti della “Madre Terra” nella sua costituzione.

Ha annunciato che l’Ecuador non è in vendita, e nel Parco Nazionale di Yasuni ha promosso un’iniziativa innovativa che prevede che altri governi diano un contributo monetario all’Ecuador per mantenere il petrolio nel sottosuolo e garantire così la sopravvivenza della foresta pluviale. Ma in questo momento il governo sta per cambiare completamente direzione svendendo il terreni del Parco.

È da non credersi perché la terra della tribù Kichwa è parzialmente nel Parco Nazionale di Yasuni. Ma è ancora più scioccante il piano generale di Correa: tra pochi giorni alcuni membri del governo cominceranno un tour mondiale per offrire a investitori stranieri il diritto di trivellare 4 milioni di ettari di foresta (una superficie più vasta dei Paesi Bassi!).

L’Ecuador, come qualsiasi paese, potrebbe sostenere che ha il diritto di trarre profitto dalle sue risorse nazionali, ma in realtà la sua stessa costituzione impone il rispetto dei diritti degli indigeni e delle sue incredibili foreste, che tra l’altro valgono milioni di euro l’anno di turismo.

Ulteriori informazioni:

Moriremo difendendo la nostra foresta (Giornalettismo)
http://www.giornalettismo.com/archives/708109/moriremo-difendendo-la-nostra-foresta/

Ecuador, petrolio vs. ambiente (Panorama)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ecuador-petrolio-vs-ambiente/2172837

Petrolio in Ecuador: la lotta di un popolo guerriero in difesa della foresta (Virgilio Green)
http://gogreen.virgilio.it/news/ambiente-energia/petrolio-ecuador-lotta-popolo-guerriero-difesa-foresta_8851.html

Presidenziali in Ecuador: lo scenario politico ad un mese dalle elezioni (Peacelink)
http://www.peacelink.it/latina/a/37553.html


Abiti tossici: il rapporto shock di Greenpeace

21 novembre 2012

un articolo che leggo su Rinnovabili e ben si abbina con quelli letti qualche mese fa circa le componenti tossiche presenti nell’abbigliamento, dove leggevo che:

La produzione di indumenti richiede l’uso di più di 700 sostanze chimiche. In alcuni casi si tratta di sostanze tossiche (per esempio il piombo e i suoi composti), in altri di allergizzanti (come molte tinture o il nichel), in altri cancerogene (come la formaldeide) o che interferiscono con il nostro apparato ormonale (come le acrilamine).

Naturalmente anche noi dobbiamo fare la nostra parte in questa battaglia contro i componenti chimici che assumiamo a nostra insaputa ;-) ovvero possiamo perdere 1 minuto per firmare la petizione online di Greenpeace (vedi sotto) ed imparare a scegliere ovvero leggere le etichette e comprare il prodotto e non il marchio.

(Senza contare che c’è gente che produce all’estero jeans che paga 25 € e li rivende qua a 250… loro girano sullo yacht … e voi glielo avete pagato… farsi furbi, no? ;-) )

Tutti pronti a commuoversi, tanto più sotto Natale, ed a fare un Sms soldiale, per poi continuare ad acquistare jeans prodotti sulla pelle dei lavoratori colpevolmente esposti a sostanze o trattamenti mortali, senza dimenticare poi che, in ogni caso, l’inquinamento viaggia nel mondo e non resta confinato nel luogo dove si versano sostanze nelle acque o si immettono fumi tossici…

Articoli correlati: Le cose che dovremmo sapere prima di comprare i jeans - La produzione delle scarpe sulla pelle dei lavoratori

Un libro: Made in Italy – il lato oscuro della moda

°°°

La maggior parte dei vestiti contiene sostanze pericolose per la salute umana. La denuncia arriva da Greenpeace che, in un nuovo sconcertante rapporto, “Toxic Threads – The Fashion Big Stich-Up”, sostiene l’utilizzo da parte dei produttori tessili di sostanze chimiche che, rilasciate nell’ambiente, sarebbero capaci di alterare il sistema ormonale dell’uomo e di provocare il cancro.

A risultare “contaminate” sarebbero infatti tantissime catene di moda, la maggior parte delle quali nemmeno poco famose (Benetton, Jack & Jones, Only, Vero Moda, Blažek, C & A, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H & M, Zara, Levi, Victoria’s Secret, Mango, Marks & Spencer, Metersbonwe, Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Vancl i brand analizzati).

Tra queste, la performance peggiore è stata registrata da Zara, nei cui abiti sarebbero stati rilevati alti tassi di composti nonilfenoloetossilati, ftalati tossici e un’ammina altamente cancerogena.

Presentato a Pechino nel corso di una sfilata di moda shock in pieno stile Greenpeace, il rapporto spiega come gli abiti contaminati contribuiscono all’inquinamento dei corsi d’acqua di tutto il mondo, non solo nella fase produttiva, ma anche durante tutti i lavaggi domestici.

Da qui la richiesta avanzata dall’associazione ambientalista di adottare con urgenza piani per l’eliminazione di tali sostanze dal settore; addirittura, nei confronti di Zara Greenpeace ha lanciato oggi una petizione a livello mondiale per convincere l’azienda a ripulire la filiera produttiva. «Vendendo prodotti contaminati da sostanze chimiche pericolose – ha spiegato il responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Asia orientale, Li Yifang – le marche più famose del fashion ci stanno trasformando in vittime inconsapevoli della moda che inquina».

Leggi anche questo articolo de Il Salvagente


Una donna ruba la speranza a milioni di altre

9 ottobre 2012

Una donna potente sta mettendo a rischio il futuro di milioni di altre. Ma se ci attiveremo subito potremo liberare la banca governata dal basso oggi esempio per il mondo intero.

La Grameen Bank ha dato la possibilità a milioni di donne di uscire dalla povertà, garantendo loro piccoli prestiti per comprare animali o attrezzature per cominciare a guadagnare denaro.

Ma l’invidioso Primo Ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha licenziato il suo fondatore e Premio Nobel Muhammad Yunus e ora vuole prendere il controllo della banca, così da silenziare il rivale politico. Questa espropriazione potrebbe segnare la fine della banca e distruggere la speranza di milioni di persone.

Hasina è stata coinvolta in una serie di scandali nel suo paese: se alla sua lista di preoccupazioni aggiungeremo anche un’enorme mobilitazione globale, la potremo convincere a tornare sui suoi passi. Non appena 1 milione di noi si unirà alla protesta, Avaaz lancerà una tempesta mediatica in Bangladesh e in tutto il mondo, costringendola a finire questo attacco vendicativo.

Firma ora la petizione

La Grameen Bank è molto diversa dai giganti di Wall street. Presta denaro a 8,4 milioni di persone, per lo più donne dei villaggi più poveri del Bangladesh, in modo che possano comprare beni come mucche o macchine da cucire e iniziare a guadagnare denaro.

Inoltre le donne che prendono in prestito il denaro sono anche quelle che governano la banca: non solo sono gli azionisti di maggioranza, ma ben 9 posti nel consiglio su 12 sono in mano a donne dei villaggi vestite con il tradizionale sari.

Ma il Primo Ministro Hasina vuole mettere fine alla Grameen Bank così come la conosciamo. Per prima cosa ha cancellato la posizione di Yunus come amministratore delegato della banca, e ora ha appena approvato una legge che permetterebbe al governo di scavalcare il consiglio eletto dalle persone per nominare direttamente il suo successore. Ora la paura è che il governo possa usare questo nuovo potere per manipolare i milioni di membri della banca per ottenerne i voti alle elezioni del prossimo anno.

La caduta della Grameen Bank sarebbe un disastro per il Bangladesh e per il movimento per il microcredito in generale che lavora per migliorare la vita delle persone in tutto il mondo. Firma la petizione urgente al Primo Ministro Hasina e ai suoi alleati internazionali e salviamo insieme la banca che sta rivoluzionando la guerra alla povertà.

I membri di Avaaz si sono mobilitanti moltissime volte per lottare contro le grandi ingiustizie e la corruzione. Oltre 2 milioni di persone hanno manifestato per far approvare la più forte legge anticorruzione della storia del Brasile, e mezzo milione di membri hanno aiutato a congelare i beni rubati dal dittatore egiziano Hosni Mubarak quando tentava di fuggire dall’Egitto.

E’ il momento che la forza dal basso dei cittadini si metta in azione in Bangladesh … e riconquisti la migliore banca del mondo.

Per ulteriori informazioni, clicca sui link qua sotto:

Donne al potere, il caso di Sheikh Hasina Premier del Bangladesh (Atlas)

Il Bangladesh caccia Yunus dalla sua banca (Sole 24 Ore)

Yunus preoccupato per la Grameen Bank (Borsa Italiana)

George Shultz e Madeleine Albright si uniscono all’ondata di preoccupazione per un esproprio da parte del Governo della Grameen Bank (MoneyLife) [EN]


Vogliamo i banchieri (colpevli) dietro le sbarre? Proviamoci…

13 luglio 2012

Spesso le petizioni online e/o raccolte di firme lasciano il tempo che trovano, tuttavia ho constatato che spesso gli amici di Avaaz riescono a muovere le acque a sufficienza per ottenere qualche risultato, per cui Ricevo, Pubblico ed ovviamente Firmo.

°°°

Alcune grandi banche sono al centro di un mega scandalo per aver truccato i tassi d’interesse mondiali, rubando milioni di euro ai cittadini sui loro mutui, prestiti d’onore e molto altro!

Noi finiremmo in carcere in un attimo, invece la Barclays dovrà soltanto pagare una multa che corrisponde a una minuscola parte dei suoi profitti! L’indignazione sta crescendo: è la nostra opportunità per mettere fine allo strapotere delle banche sulle nostre democrazie.

Il Commissario europeo per il mercato Michel Barnier ha alzato la testa contro la potente lobby delle banche e vuole promuovere una riforma che metterebbe dietro le sbarre i banchieri che commettono frodi come questa.

Se l’Ue facesse il primo passo, poi tutto il mondo potrebbe seguire. Ma le banche hanno alzato le barricate, e soltanto un’ondata di persone che si battono per il cambiamento può far passare queste riforme.

Se nel giro di 3 giorni saremo 1 milione di persone dalla parte di Barnier, questo appoggio gli darà la forza necessaria per smascherare la lobby delle banche e spingere i nostri governi a portare a casa la riforma.

Clicca QUI per firmare e i nostri numeri crescenti saranno rappresentati di fronte al Parlamento europeo dalla messa in scena di banchieri dietro le sbarre:

Ancora non si conosce la reale portata dello scandalo, ma quello che sappiamo è sconvolgente: sono coinvolte “diverse” fra le più importanti banche, e la manipolazione del tasso d’interesse Libor, il tasso sul quale si formano molti dei tassi d’interesse nel mondo, ha avuto conseguenze su centinaia di trilioni di dollari d’investimento. La Barclays da sola ha ammesso di aver commesso questa frode “centinaia” di volte.

Per troppo tempo ormai i nostri governi sono stati intimiditi da potenti banche che minacciavano di abbandonare il paese qualora fossero state adottate regole più stringenti. Per troppo tempo ormai le banche hanno manipolato i nostri mercati in loro favore, imbarcandosi in operazioni rischiose sicuri com’erano che se le cose fossero andate storte avrebbero costretto i governi a mettere a disposizione i nostri soldi pubblici.

Il sistema è truccato, e questo è un crimine. E’ arrivato il momento di mettere i criminali dietro le sbarre.

Cominciamo dall’Europa, e cominciamo ora:

http://www.avaaz.org/it/bankers_behind_bars_f/?bFJuLab&v=15971

Forse non c’è mai stato un momento nella storia moderna in cui le grandi banche non avessero un potere eccessivo di cui hanno abusato. Ma le nostre democrazie si stanno ribellando: lo abbiamo visto contro i tiranni in giro per il mondo, e insieme possiamo aiutare a mettere fine anche allo strapotere delle banche.

Più informazioni:

Scandalo Libor, Barnier: faremo regole più rigide per le banche (Il Sole 24 Ore)

Rabbia di Londra contro Barclays: ad lascia con “solo” 3 milioni di dollari (Wall street Italia)

Fare banca truccando le carte (La Repubblica)

Lo scandalo Barclays travolge la City (Il Giornale)

Il cuore marcio della finanza: lo scandalo sui tassi d’interesse sta per diventare mondiale [EN] (The Economist)

La riforma delle banche dopo lo scandalo Libor [EN] (Financial Times)

 


Rimborso Iva sulla tassa rifiuti: firma la petizione

4 luglio 2012

Rimborso Iva sulla tassa rifiuti: con la sentenza 3756 del 9 marzo 2012 la Corte di Cassazione ha stabilito nuovamente che la Tia (tassa rifiuti) è un tributo e come tale non è soggetto ad Iva.

Chiedere indietro i soldi con azioni individuale resta tuttavia un rebus.

Firma adesso la petizione per chiedere che sia possibile chiedere il rimborso tramite dichiarazione dei redditi.

Altroconsumo ha deciso portare al Governo un articolo di legge, sottoforma di emendamento al decreto fiscale, che stabilisca una volta per tutte la natura della Tia 1 e che quindi preveda l’immediata sospensione dell’applicazione dell’Iva da parte di chi ancora continua a riscuoterla e che stabilisca i modi con i quali procedere al rimborso di quanto indebitamente incassato in questi anni dallo Stato.

In che modo?

Con la possibilità di inserire nella dichiarazione dei redditi (730 e Unico), l’importo Iva pagata (da documentare, ovviamente) per chiedere il rimborso, anche dilazionato nei tempi e modi previsti per i crediti Irpef.

La Tia 1 (tariffa di igiene ambientale, in altre parole la tassa rifiuti) è un tributo, quindi non deve essere assogettata a Iva. Risale al 2009 la sentenza con la quale la Corte Costituzionale aveva prospettato ai contribuenti la possibilità di ottenere il rimborso di quanto indebitamenet pagato.

Sono seguiti anni di confusione, nei quali i Comuni sono andati avanti in ordine sparso nel concedere o no i rimborsi e nel continuare o no ad applicare l’Iva. Mentre diversi Giudici di pace e Commissioni tributarie si sono esprimevano in modo contraddittorio sulla questione, in risposta a ricorsi presentati dai singoli contribuenti.

 


Raccolta firme contro l’ipotesi di chiusura dell’Istituto di ricerca per gli alimenti e la nutrizione.

12 giugno 2012

Ovviamente ho già firmato… ;-) > Firma anche tu

°°°

Il Paese della dieta mediterranea intende fare a meno dell’Istituto che ha promosso nel mondo questo stile alimentare.

Da qualche settimana al Ministero delle Politiche Agricole si parla di soppressione o di accorpamento con altri Enti. Si tratta di una ristrutturazione che comprometterebbe l’identità e l’autonomia dell’Istituto.

Il programma prevede una riduzione ulteriore dei fondi che porterebbero all’esaurimento di quel poco di ricerca indipendente nel campo alimentare che si fa in Italia.

Come conciliare le dichiarazioni dei ministri della Salute e dell’Agricoltura quando nei loro discorsi sottolineano l’importanza della sicurezza e della corretta alimentazione, con il progetto di chiudere i battenti all’Inran?

La ricerca nell’ambito della nutrizione deve continuare a essere pubblica, e non può rispondere a logiche produttive o a interessi di parte.

Pensare di risparmiare chiudendo l’Istituto, oltre che eticamente inaccettabile, è un’operazione fallimentare, perché porterebbe all’aumento della spesa sanitaria nel medio termine.

Nei prossimi giorni a Roma si discuterà di questi temi. Forse si è già deciso che la ricerca nel campo alimentare non serve, che le scoperte e le novità del settore sono spazi riservati alle aziende private per elaborare nuovi prodotti non sempre salutari.

Invitiamo il ministro dell’Agricoltura Mario Catania  a esaminare con attenzione la questione e a mantenere in vita un istituto così importante per il nostro Paese, fornendo adeguate risorse per il rilancio dell’attività di ricerca.

Firma anche tu


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