Diritto d’autore online: buone notizie dall’Europa

11 giugno 2012

leggo su Altroconsumo

Doveva essere il primo passo verso l’approvazione anche da parte dell’Europa del controverso Acta, l’accordo internazionale pensato per combattere la contraffazione e le violazioni di copyright in rete, ma diventato di fatto uno strumento che penalizza i diritti dei consumatori e le libertà fondamentali dei cittadini.

E invece in ben tre diverse commissioni del Parlamento Europeo il provvedimento è stato bocciato, e ora (fortunatamente) l’accordo rischia seriamente di essere rigettato definitivamente dalla UE.

Il trattato Acta infatti mette in serio rischio il diritto alla privacy richiedendo in sostanza ai providers di controllare i comportamenti online degli utenti e di rivelare i loro dati personali al di fuori di un procedimento giudiziario e sulla base di una semplice accusa di violazione senza necessità di prove consistenti. 

Acta pone anche in discussione il diritto al giusto processo, un diritto fondamentale sancito dalla Carta Europea dei Diritti Fondamentali, chiaramente riaffermato nella recente revisione del Pacchetto Telecom.

Per questa ragione, nei giorni scorsi avevamo indirizzato ai parlamentari italiani che siedono in queste tre Commissioni una lettera con la quale esprimevamo il nostro dissenso rispetto ad Acta e chiedevamo loro di respingere tale accordo internazionale che mira a rafforzare la tutela dei diritti di proprietà intellettuale a discapito dei diritti dei consumatori e delle libertà fondamentali dei cittadini

Se approvato il Trattato Acta aprirebbe la strada a possibili abusi da parte dei titolari dei diritti: chi detiene i diritti, infatti, avrebbe facoltà di chiedere la rimozione immediata di contenuti online che ritiene violino i diritti stessi, senza dover fornire una prova efficace e sostanziale dell’avvenuta violazione. Infine, i criteri stabiliti dall’Acta per la quantificazione del risarcimento dei danni non coincidono con il criterio di appropriatezza del danno all’effettivo pregiudizio sofferto.

Acta rischia in sostanza di erodere ogni eventuale residuo sostegno nel sentire comune ai diritti della proprietà intellettuale, mentre le sproporzionate misure repressive comportano il rischio di limitare l’accesso dei consumatori all’informazione e alla conoscenza senza portare alcun beneficio tangibile ad artisti e creatori di opere protette.

Un prossimo passaggio importante è previsto con il voto presso la Commissione sul Commercio Internazionale, previsto il 21 giugno, mentre il voto definitivo presso il Parlamento Europeo in sessione plenaria, dovrebbe tenersi entro luglio. Per come si sono messe le cose oggi, le probabilità che il Trattato Acta ha di essere approvato sono ormai fortunatamente molto scarse.


Wikipedia, WordPress e altri siti si auto-oscurano per protesta

18 gennaio 2012

leggo sul Blog di Paolo Attivissimo

Per ventiquattro ore, Wikipedia, WordPress, Reddit, BoingBoing e altri siti chiave di Internet saranno oscurati.

Lo scopo del blackout è attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla stupidità delle leggi SOPA e PIPA che gli Stati Uniti stanno valutando: secondo il parere di molti tecnici, queste leggi – concepite per contrastare la pirateria audiovisiva – sarebbero in realtà del tutto inefficaci e avrebbero invece effetti collaterali devastanti sulla libera circolazione del sapere e delle idee.

Non è un problema che riguarda solo gli Stati Uniti, perché gli effetti di queste leggi si sentirebbero in tutto il pianeta.

Già adesso un cittadino britannico, Richard O’Dwyer, “rischia l’estradizione negli USA per aver commesso presunte violazioni del diritto d’autore USA, nonostante viva nel Regno Unito e tutto quello che ha fatto sia avvenuto su server situati nel Regno Unito”, come segnala Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia.

Una casa cinematografica USA avrebbe il potere di far chiudere o togliere dai motori di ricerca qualunque sito accusato di ospitare qualunque contenuto che (a giudizio della casa cinematografica stessa) viola il diritto d’autore.

Secondo BoingBoing, per finire oscurati sarebbe sufficiente linkare un qualunque sito accusato di violazione del copyright. In altre parole, la semplice menzione dell’esistenza di Isohunt.com che state leggendo comporterebbe il blackout forzato.

Non si tratta di una protesta in difesa della pirateria, ma di richiesta di combattere la pirateria usando metodi che funzionano invece di provvedimenti dettati dal panico e dall’incompetenza tecnica.

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Cinema e pirateria, da che pulpito

29 giugno 2010

di Paolo Attivissimo (che non è Paoblog)

I commenti sono graditi, ma se vuoi contattare Paolo Attivissimo, è inutile che scrivi qui; clicca sul link in calce al post e troverai i riferimenti necessari.

Questa è la locandina (solo in Italia) di La Regina dei Castelli di Carta, tratto dal romanzo di Stieg Larsson, secondo il sito ufficiale del film. Locandina piuttosto recente: il film è uscito il 28 maggio scorso in Italia.

E questa è la locandina della Kaiser Creative per Fight Night, film del 2008:

Ho contattato la Kaiser Creative, che mi ha confermato che non sapevano di questa disinvolta citazione e che non è la prima volta che subiscono questo genere di furto.

Piccolo promemoria per chi spreca soldi con stupidi slogan antipirateria che vengono visti soltanto dagli acquirenti dei film regolari e con sistemi anticopia inutili e costosi: non guasterebbe guardare in casa propria e fare un po’ di pulizia prima di ergersi a paladini del diritto d’autore e salire sul pulpito.

Fonte: http://attivissimo.blogspot.com

Hai 2 minuti per firmare questa petizione? Grazie > http://www.firmiamo.it/sindrome-da-stanchezza-cronica-cfs


Pirateria e gestori dei media, adattarsi o perire

7 giugno 2010

J.K. Rowling, l’autrice della fantastilionaria saga di Harry Potter, ha avuto l’illuminazione: rifiutarsi di produrre una versione digitale legale dei suoi libri non ha impedito che i lettori se ne creassero una propria. Che scoperta.

Ieri sera sulla BBC è andata in onda una nuova, magnifica puntata di Doctor Who (Vincent and the Doctor). Neanche due ore più tardi, era già su Rapidshare, in qualità perfetta, da dove l’ho scaricata ad altissima velocità: ci ho messo meno della durata della puntata stessa. E me la sono vista insieme alla mia famiglia.

Sono impazzito e mi sto autodenunciando pubblicamente per pirateria? No. Qui al Maniero Digitale ricevo legalmente la BBC. Pago un canone a una società di telecomunicazioni (Cablecom) per poterlo fare, e il canone include anche i diritti d’autore: sto quindi scaricando un’opera che ho comunque il diritto di vedere.

E la legge svizzera (articolo 19 della Legge federale sul diritto d’autore e sui diritti di protezione affini) permette il download puro delle opere vincolate da copyright (ma non la loro condivisione indiscriminata).

Quindi scaricare Doctor Who da Rapidshare è legale, perché è un semplice scaricamento senza condivisione. A differenza di eMule e affini, dove chi scarica condivide.

Perché lo faccio? Perché per ragioni inconoscibili, da mesi il segnale della BBC via cavo fa schifo ed è spesso inguardabile….

Continua la lettura qui > Pirateria e gestori dei media, adattarsi o perire.


Francia: legge antipirateria fa aumentare la pirateria

4 aprile 2010

di Paolo Attivissimo (che non è Paoblog)

A fine 2009 in Francia è entrata in vigore la severissima legge denominata Hadopi, che prevede la disconnessione da Internet degli utenti che vengono colti ripetutamente a scaricare materiale vincolato dal diritto d’autore. Un deterrente apparentemente molto forte e persuasivo.

Ma uno studio condotto sotto l’egida dell’Università di Rennes e basato su un campione di 2000 utenti indica “un leggero aumento del numero di pirati su Internet”, pari al 3%, dopo l’introduzione di Hadopi. Come mai? Semplice: gli utenti hanno cambiato modo di procurarsi materiale pirata (film, musica, telefilm), scegliendo fonti non coperte dalla legge.

L’uso dei circuiti peer-to-peer, quelli presi di mira da Hadopi, è sceso del 15%, ma quello di siti di streaming (come Allostreaming e Megavideo), di siti di download (come Megaupload o Rapidshare), di VPN (reti private virtuali) e di forum chiusi, tutti non coperti dalla legge Hadopi, è aumentato nel contempo del 27%, più che compensando il calo del numero di utenti dei circuiti peer-to-peer.

Un altro dato ironico e interessante dello studio è che “la metà degli acquirenti di video/audio sulle piattaforme legali appartiene alla categoria dei pirati… la legge Hadopi, concepita per sostenere le industrie culturali, paradossalmente potrebbe eliminare il 27% degli acquirenti di video e musica su Internet tagliando la connessione Internet degli utenti peer-to-peer”. In altre parole, questi risultati sono un’ulteriore dimostrazione dell’abisso che c’è fra legislatore e realtà della Rete.

Fonte: http://attivissimo.blogspot.com


La pirateria è in calo, lo dicono gli Oscar

14 febbraio 2010

Controllare la vita (illegale) online dei film nominati agli Academy Awards è un curioso metodo di rilevazione ma si tratta comunque del più affidabile nonchè dell’unico possibile. La pirateria infatti è qualcosa di molto difficile da rilevare, studiare e sezionare. Solitamente ci si basa sui volumi di dati scambiati, ovvero quanto siano impegnate le reti e i protocolli.

Un’impennata di traffico fatto su protocollo Torrent è abbastanza indicativo di un aumento dei dati scambiati che, lo sappiamo bene, sono in gran parte pirata. Avere uno spaccato però di cosa si pirati e come non è possibile a meno di avere un campione sempre uguale nel tempo da mettere a confronto, cosa resa difficile dall’imprevedibile circolazione pirata (le classifiche dei film o dei dischi più scambiati online non corrispondono quasi mai alle classifiche di quelli più venduti).

L’unico che riesce ogni anno a fornire un indicatore valido dello stato della pirateria cinematografica è Waxy e il suo consueto Pirating the Oscars. Si tratta di un report fatto ogni sui film nominati agli Academy Awards, un numero di pellicole che non solo sono indicative delle cose più desiderate ma subiscono anche un’impennata piratesca nei giorni tra l’ufficializzazione della nomination e la consegna dei premi.

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MP3: arriva il successore?

27 gennaio 2010

Che sia giunto il momento di mandare in pensione il tanto amato formato MP3? Forse.

Giungono infatti notizie dell’imminente lancio di un nuovo formato che conterrà contenuti aggiuntivi, quali testi, aggiornamenti e immagini sull’artista. Nell’ultimo decennio, l’industria musicale è stata condannata dalla pirateria e dal diffondersi dell’accesso libero sia alla creazione, sia alla fruizione della Musica, per questo si cerca in ogni modo un modo alternativo per convincere i consumatori ad acquistare canzoni, invece di scaricarle senza pagare.

La nuova proposta è chiamata MusicDna e si tratta di una sorta di contenitore in cui il formato MP3 si unirà a contenuti multimediali addizionali. Le etichette musicali, le band e i distributori potranno inviare anche aggiornamenti al singolo file, annunciando novità, date concerti, interviste o proponendo contenuti dalle proprie pagine sui social network.

Ogni utente potrà decidere cosa ricevere, scaridando gli aggiornamenti ogni volta che sarà online. In questo modo, chiunque scaricasse MP3 in modo illegale, non potrà accedere a tutti i contenuti extra legati all’artista.

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Pirateria, ma quanti danni fai?

15 gennaio 2010

Un miliardo di euro. A tanto ammonterebbe il danno recato nel 2009 dalla pirateria ai mercati di cinema, musica ed editoria. La stima è del Centro Studi per la protezione dei diritti degli autori e della libertà di informazione, che definisce il file sharing un furto di opere cinematografiche, musicali ed editoriali. La soluzione? Chiudere tutto, senza eccezioni.

In effetti, va in questa direzione anche il nuovo capitolo del caso Pirate Bay, che ribalta la situazione e costringe a chiudere gli accessi dall’Italia al sito svedese. La Cassazione ha infatti annullato la sentenza del Tribunale del Riesame di Bergamo, che aveva a sua volta revocato il sequestro deciso in primo grado dal Tribunale della Libertà.

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E l’Oscar per il film più piratato va a…

9 gennaio 2010

Il 2009 resterà per sempre negli annali del cinema americano: per la prima volta infatti, la somma di tutti gli incassi ottenuti dai film proiettati nei cinema degli Stati Uniti ha superato i 10 miliardi di dollari. E stiamo parlando della vendita di meri biglietti, quindi niente diritti tv, web, noleggio, vendita di dvd e Blu Ray.

Un vero trionfo, ottenuto non solo grazie ai classici blockbuster ricchi di effetti speciali come Avatar, Harry Potter o Star Trek, ma al successo insperato di pellicole come Una notte da leoni, The Blind side, Twilight:New Moon e ovviamente Paranormal Activity, costato una manciata di dollari, che, a fronte di spese minime per la loro realizzazione, hanno incassato molto più di quanto fosse realistico immaginare.

Grande successo però, hanno ottenuto le stesse pellicole… su muli e torrenti.

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Artisti derubati dalla pirateria musicale

11 dicembre 2009

di Paolo Attivissimo

Per oltre vent’anni hanno piratato le canzoni degli artisti musicali più noti, da Beyonce a Bruce Springsteen passando per il grande jazzista Chet Baker, lucrando sul loro lavoro senza corrispondere un soldo dei diritti d’autore dovuti. La banda dei cospiratori ha già ammesso la propria colpevolezza, e in tribunale rischia una condanna che prevede un risarcimento minimo di 48 milioni di franchi (32 milioni di euro) ma potrebbe arrivare a 5,8 miliardi di franchi (3,8 miliardi di euro).

Posso farvi i nomi di questi pirati: Sony BMG, EMI Music, Universal Music e Warner Music, nelle rispettive filiali canadesi.

Sì, stavolta i ladri sono proprio le case discografiche, quelle che ci hanno rimbambito di slogan sul non rubare la musica altrui, quelle che hanno lucchettato le canzoni con i sistemi anticopia (DRM) e punito gli acquirenti onesti, quelle che non hanno esitato nel 2006 a infettare i computer dei clienti pur di difendere i propri diritti (usando un rootkit, installato dal sistema anticopia XCP).

In Canada, infatti, dalla fine degli anni Ottanta le case discografiche in questione hanno adottato la prassi di pubblicare, sfruttare e vendere brani musicali senza ottenere preventivamente la specifica licenza e autorizzazione del titolare dei diritti, e senza quindi pagare nulla all’artista, semplicemente promettendo di farlo in seguito. Sì, avete capito bene. Dichiaravano di non essere in grado di individuare il titolare, e i brani orfani venivano messi così in una pending list, una “lista dei sospesi”.

Se in alcuni casi era effettivamente difficile rintracciare i titolari dei diritti, asserire di non essere riusciti a individuare Chet Baker o Bruce Springsteen dopo vent’anni pare invece piuttosto surreale. La lista dei sospesi ha continuato a crescere disinvoltamente negli anni e ora include circa 300.000 canzoni di migliaia di artisti canadesi ed esteri, sui quali Sony, EMI, Universal e Warner hanno lucrato per oltre vent’anni senza corrispondere un soldo.

Ma nel 2008 gli eredi di Chet Baker hanno avviato una causa presso i tribunali dell’Ontario (potete leggerne gli atti), e gli altri artisti si sono associati all’azione legale, instaurando una class action. Le case discografiche stesse hanno già ammesso che la lista dei sospesi indica pagamenti inevasi che secondo loro ammontano ad almeno 50 milioni di dollari canadesi (48 milioni di franchi, 32 milioni di euro). C’è poco da cavillare: l’esistenza della lista di sospesi è di per sé un’ammissione del reato.

A questo importo si aggiungono i risarcimenti previsti dalla legge a carico di chi viola il diritto d’autore, che potrebbero arrivare a 20.000 dollari a canzone violata, per un totale di 6 miliardi di dollari canadesi (5,8 miliardi di franchi, 3,8 miliardi di euro). Cifre enormi, che ironicamente nascono dalle stesse regole usate dalle case discografiche per chiedere milioni di risarcimento dai privati cittadini colti a violare il diritto d’autore usando i circuiti peer to peer. Chi di spada ferisce…

Fonte: http://attivissimo.blogspot.com


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