Crazystorebay: al via l’azione collettiva

3 maggio 2013

leggo su Il Blog del Consumatore

La novità è che, finalmente, il sito di vendita online crazystorebay.com è stato sequestrato dai Carabinieri per ordine della Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

Il sito, già segnalato da Striscia la notizia e da questo blog, era stato recentemente sanzionato anche dall’Antitrust con una multa da 50mila euro per pratiche commerciali scorrette, consistenti in mancata consegna di merce ordinata, vendita di merce non disponibile ed errate informazioni ai consumatori.

Cosa può fare chi ha ordinato la merce e ancora non l’ha ricevuta?

La società attuale proprietaria del sito, la Cooperativa 3DR di Pimonte (NA), risulta ancora in attività e quindi la prima cosa da fare è inviare una diffida, intimando la consegna della merce o, in mancanza, la restituzione del prezzo pagato.

La Casa del Consumatore, viste le numerosissime segnalazioni ricevute, ha deciso di lanciare un’iniziativa collettiva per ottenere la consegna dei prodotti o, in mancanza, la restituzione dei soldi pagati.

Ecco come aderire:

1) compilate e scaricate il modello di diffida: il costo è di euro 2,99 e comprende la quota associativa alla Casa del Consumatore;

2) una volta compilati, la scheda di adesione e la diffida vanno firmati e inviati (via fax al n. 02 76392450 o via mail a info@casadelconsumatore.it) alla Casa del Consumatore, che provvede per voi all’invio della diffida alla Cooperativa 3DR con posta elettronica certificata;

3) trascorsi 15 giorni, se non avrete ricevuto conferma della spedizione della merce o del rimborso dei soldi pagati, potrete aderire all’azione collettiva per ottenere tutti con un’unica azione la condanna della società al pagamento delle somme che vi sono dovute.

Per informazioni potete contattare la Casa del Consumatore allo 02 76316809.


Operazione contro i prestanome: quando lo Stato gioca a fare lo Stato

23 aprile 2013

di Maurizio Caprino

Oggi sui giornali campeggia Ghost Car, la prima operazione organizzata a tappeto su tutto il territorio nazionale contro i prestanome che s’intestano veicoli coprendo malviventi (nel 5% dei casi si arriva alla criminalità organizzata) ed evasori di Rc auto, bollo e pedaggi autostradali.

Su www.ilsole24ore.com trovate tutte le cifre (interessanti i dati divisi per regione), mentre sulle pagine di Norme e tributi del Sole 24 Ore spiego i dettagli tecnico-giuridici della questione. Che dire di più? In realtà ce n’è, perché questa è una vicenda emblematica.

Infatti, che il marcio ci fosse era noto da molti anni agli addetti ai lavori. Magari non a tutti e non completamente. Magari ora la crisi ha esasperato certi fenomeni. Però si sapeva e abbiamo dovuto aspettare decenni prima che le intestazioni fittizie fossero espressamente vietate dal Codice della strada (con la riforma del 2010), con un emendamento infilato senza nemmeno troppi clamori quando invece avrebbero dovuto suonare le fanfare.

Sì, in questo Paese quasi ci si vergogna quando si combatte il malaffare. Soprattutto quello diffuso.

Poi però succede l’imprevisto. Ci si sarebbe potuti trincerare dietro i formalismi, perché l’articolo 94-bis del Codice della strada prevede che per punire le intestazioni fittizie e radiare d’ufficio dal Pra i veicoli dei prestanome vadano emanati decreti ministeriali attuativi (complicati da fare, se bisogna considerare tutti i possibili cavilli invocabili dai furboni di turno).

In fondo, sinora un’altra radiazione d’ufficio (quella prevista da vent’anni per chi non paga il bollo per tre anni) si è fatta una volta sola (nel 1999) perché nel frattempo il federalismo ha portato alle Regioni le competenze sul bollo e la severità è svanita d’incanto (complici anche le difficoltà tecniche di applicazione dei controlli, per una burocrazia sgangherata come quella italiana).

Dunque, che cosa è successo ora di tanto sovversivo da far applicare le norme contro le intestazioni fittizie ad “appena” tre anni dalla loro introduzione?

Probabilmente, è stata una questione personale. Perché dallo scorso autunno la Polizia stradale è diretta da Vittorio Rizzi. Uno che con le multe non ha mai avuto a che fare, ma con le investigazioni sì.

E per questo si è accorto tante volte che dietro un reato, anche grave, ci può essere un veicolo intestato a un prestanome. Così Rizzi ha spinto sull’applicazione dell’articolo 94-bis.

Così, per una volta, è successo che lo Stato ha giocato a fare lo Stato. Ora speriamo che i cavilli non vanifichino tutto.


Se scrivi: “Pesticidi nei prodotti bio” sbagli il titolo e fai danni

11 aprile 2013

Sempre più spesso tocco con mano il fatto che molti leggono il titolo di un articolo e su quello si formano l’opinione; se aggiugiamo poi il fatto che la metà degli italiani non è in grado di capire appieno quel che legge, come attesta la recente indagine dell’Ocse, ecco che diventa fondamentale che i giornalisti usino al meglio le parole, in modo da farsi capire da più persone possibili.

Oggi la mia attenzione è stata catturata dal titolo di un articolo de Il Salvagente: Pesticidi nei prodotti bio, sequestrate 1500 tonnellate.

Il titolo è fin troppo chiaro, se non fosse che la notizia restituisce una verità ben diversa, visto che si tratta di alimenti provenienti da Ucraina con false certificazione biologiche e da altri dall’India contaminati da pesticidi.

Da due notizie, un titolo, e per di più errato e fuorviante. Complimenti.

Le bufale e/o notizie errate me le aspetto da una certa stampa nazionale, abituata a diffondere bufale alimentari, come raccontato a suo tempo da Roberto La Pira per il Fatto Alimentare, non certo da un sito che deve informare i consumatori.

Ecco la dimostrazione che titolare in maniera corretta è possibile; leggo su Sicurezza Alimentare: Falsi bio: maxi sequestro della G.d.F.

 


Shampoo alla formaldeide: maxi sequestro in tutta Italia

11 aprile 2013

leggo questo articolo su Il Salvagente

e come al solito mi faccio (inutilmente) alcune domande: innanzitutto perchè non fare i nomi delle aziende e dei prodotti in modo da permettere ai consumatori di sospendere l’uso di prodotti potenzialmente pericolosi come questi e, in seconda battuta, se 16 mesi di indagini non sono troppi per accertare la presenza di formaldeide ed agire poi di conseguenza.

Comunque sia, ecco cosa racconta il Salvagente:

Maxi operazione della guardia di Finanza di Brescia. Il nucleo di polizia tributaria ha denunciato 21 persone e sequestrato 50mila prodotti cosmetici per capelli contenenti formaldeide, una sostanza chimica nota per i suoi effetti liscianti, ma tossica e in grado di favorire malattie come la sclerosi e diverse forme tumorali.

In seguito all’operazione la Procura di Brescia  ha chiesto l’immediato ritiro dei prodotti su tutto il territorio nazionale e il rinvio a giudizio per cinque rappresentanti legali delle società coinvolte, con sedi a Napoli, Casalecchio di Reno (Bologna), Ciampino (Roma) e Montescudaio (Pisa).  Il giro di affari si aggira intorno ai 150 milioni di euro.

Le indagini, si spiega in una nota, sono iniziate nel novembre del 2010. Sotto la direzione dei pm Sandro Raimondi e Paolo Savio l’inchiesta “ha interessato tutto il territorio nazionale e ha riguardato l’illecita importazione (soprattutto dal Brasile), distribuzione e applicazione di prodotti cosmetici per capelli, particolarmente diffusi negli ultimi anni per le loro durature proprietà liscianti”.

“L’attenzione dei militari – si legge nel comunicato - è stata inizialmente destata da fatti di cronaca che avevano registrato il ricovero di alcune donne dopo che si erano sottoposte al trattamento di lisciatura dei capelli in alcuni saloni di parrucchiere”.

I prodotti sequestrati – si spiega – sono stati sottoposti ad analisi chimiche secondo le modalità previste dalla normativa comunitaria di riferimento, recepita anche dallo Stato italiano, che limita in maniera tassativa il contenuto di formaldeide sui prodotti cosmetici a un massimo di 0,2 per cento di concentrazione.

L’esito delle analisi chimiche ha evidenziato la presenza di ben 23 prodotti aventi una concentrazione di formaldeide oltre la soglia consentita e, in alcuni casi, è stato superato in modo considerevole il limite dello 0,2 per cento raggiungendo concentrazioni fino a 35 volte il limite stesso.

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Mafia: confisca record in Sicilia da 1,3 miliardi. Diciamola tutta, però…

3 aprile 2013

Ho sentito alla radio di questo sequestro record di beni per un totale di 1,3 miliardi di € da parte della Dia nei confronti Vito Nicastri, imprenditore leader nel settore della produzione di energia fotovoltaica ed eolica, dietro al quale ci sarebbe nientemeno che Matteo Messina Denaro.

Capiamoci sono felice di questo sequestro, tuttavia proprio ieri ho letto un articolo su Lettera43 che spiega l’inefficacia di questi sequestri a causa della lentezza della burocrazia che di fatto mette fuori mercato queste aziende, facendo perdere il loro valore e, non ultimo, permette ai boss di riprendersele.

mafia_non_esiste

Copio alcuni passaggi dell’articolo di Lettera43 del quale ovviamente suggerisco la lettura integrale:

Nove su 10, fra le 1.663 aziende confiscate alla mafia e gestite da cooperative sociali nel rispetto delle regole, sono finite in liquidazione. Hanno, cioè, dichiarato fallimento perché incapaci di competere sul mercato e di resistere alle minacce e ai ricatti dei boss.

«Tra il sequestro di un’impresa mafiosa e la sua confisca trascorre un lasso di tempo che in media è di otto anni: quale azienda, ferma per tanto tempo, non finirebbe fuori mercato?».

Una storia che ben racconta con quanta facilità l’imprenditore mafioso riesca a riappropriarsi o a distruggere la sua ex impresa è quella di Riela Trasporti, fiorente insediamento di Catania organico al clan del boss Nitto Santapaola e gestito dai fratelli Lorenzo e Francesco Riela.

Confiscata dallo Stato e affidata all’associazione Libera, nel 1999 l’azienda vantava un fatturato da 30 milioni di euro, 250 dipendenti in organico, un parco di 200 camion veloci e fiammanti.

I Riela nel 2007 riuscirono a costituire un consorzio, il Setra, che in poche settimane assorbì gran parte dei dipendenti dell’azienda confiscata. Grazie a una politica assai spinta di prezzi al ribasso, il Consorzio fece incetta di commesse e nel giro di pochi anni costrinse in ginocchio la Riela legalizzata fornendo a essa materiali a prezzo ultra-salato e diventando suo creditore per quasi 7 milioni di euro.

Chi firmò a nome della Riela quei contratti-capestro con il consorzio? L’interrogativo è rimasto senza risposta nella stanze della procura. I magistrati, però, non si sono mai arresi. E hanno sequestrato il consorzio Riela. Il tribunale della libertà lo ha dissequestrato, il pubblico ministero l’ha avuta vinta in Cassazione.

Nel frattempo, tuttavia, restavano da pagare i 7 milioni di debiti che la Riela aveva accumulato nei confronti del Consorzio. l risultato però è stato l’inizio delle procedure per la messa in liquidazione dell’impresa di trasporti legalizzata.

Le cronache raccontano anche che una notte di giugno 2012 è andato a fuoco un terreno di sei ettari sequestrato ai fratelli Riela. E così, addio anche a 2 mila piante di arance e a 100 ulivi affidati a una coop.

Ha spiegato Mario Di Marco, direttore amministrativo Riela: «Chiudere l’azienda è stata una sconfitta dello Stato, che avrebbe potuto aiutarci garantendo qualche commessa pubblica. Per lavorare in piena legalità, nel settore dei trasporti in Sicilia, dovevamo mantenere prezzi superiori del 40% rispetto ai concorrenti: una follia, che azzera qualsiasi competitività, ammazza gli onesti e lascia campo libero ai fuorilegge».


Brindisi, maxi sequestro di alimenti scaduti

22 marzo 2013

Quasi 1.500 chilogrammi di derrate alimentari conservate in celle di stoccaggio di uno stabilimento di Brindisi sono state sequestrate perché scadute oppure trovate con data di preferibile scadenza superata.

Si tratta di succhi di limone, pomodori disidratato e basi per focaccia surgelate.

Il sequestro è stato compiuto da uomini del Corpo forestale dello Stato e da funzionari dell’Ispettorato repressione frodi di Bari.

Fonte


Occhiali 3D sotto inchiesta: si valuta il sequestro

28 febbraio 2013

leggo su Il Salvagente

Occhialini 3D indossati nei cinema sotto accusa.  Non tutti, certo, ma quelli di una ditta giapponese. Una delle quattro aziende al mondo che li produce – e che in Italia ha un mercato non indifferente – utilizzerebbe materiali non a norma. Il nome non è stato ancora reso noto, di certo al momento si sa solo che non è la Sony.

Sulla vicenda ora la procura di Roma ha aperto un’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Pietro Pollari.

Tutto nasce da un esposto dell’associazione dei consumatori Codacons, che ha denunciato la pericolosità delle lenti e il loro utilizzo improprio.  Gli occhialini farebbero male agli occhi, sono portatori di batteri e virus, costruiti con materiali non idonei.

Nel 2010 il ministero della Salute intervenne con alcune direttive, sconsigliando ad esempio l’utilizzo degli occhialini sotto i 6 anni di età e stabilendo che i prodotti fossero in confezioni monouso per evitare la trasmissione di infezioni batteriche e virali. Tre ditte su quattro hanno accolto le direttive, mentre la quarta è ora sotto inchiesta.

 


Ikea blocca le polpette con carne di cavallo

25 febbraio 2013

lo scandalo si allarga infatti leggo su Il Salvagente

La carne di cavallo è finita anche nelle polpette Ikea. Ispettori del ministero della Salute Ceco hanno trovato il Dna equino anche nelle celebri polpette vendute nei megastore della Repubblica Ceca. L’Istituto veterinario di Stato ha notificato le rilevazioni al sistema di allerta europeo, e ubito dopo Ikea ha deciso di sospendere la vendita di polpette di carne in 14 paesi europei, Italia compresa.

e non volendo negarci nulla, dopo le Lasagne sequestrate nei giorni scorsi nel bolognese, leggo di un altro sequestro, quasta volta nel Veneto:

Nuove confezioni di lasagne pronte, questa volta “Lasagne all’Emiliana” prodotte da una ditta di Sommacampagna (in Veneto), e vendute in un supermercato di Verona, sono risultate positive alla analisi sul Dna equino.

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Sigarette elettroniche, maxi sequestro ad Ancona

5 febbraio 2013

leggo su Il Salvagente

Continuano in tutta Italia i sequestri di sigarette elettroniche o loro componenti. I finanzieri di Ancona hanno sequestrato ieri 448 articoli fra sigarette elettroniche e relativi accessori, in quanto risultati privi dei dati identificativi del produttore e dell’importatore e di indicazioni in lingua italiana. Il sequestro è avvenuto nell’ambito di un’operazione in materia di sicurezza dei prodotti e tutela del consumatore.

La merce fuorilegge era all’interno di due negozi ad Ancona e Senigallia. I titolari degli esercizi commerciali dovranno corrispondere una sanzione amministrativa fino ad un massimo di 25.823 euro prevista dall’articolo 12 del Codice del Consumo.

La contraffazione e soprattutto al vendita di e-cig e accessori senza indicazioni sul reale contenuto di questi prodotti è un problema ormai molto diffuso.

Le problematiche relative alle sigarette elettroniche si riferiscono all’assenza della marchiatura CE che garantisce la qualità costruttiva della stesse, mentre le irregolarità riscontrate sulle etichette dei liquidi concernono i “consigli di prudenza” obbligatori, spesso mancanti, le “frasi di rischio” necessarie e non riportate, le dimensioni dei “pittogrammi di pericolo”, normalmente risultate inferiori a quelle prescritte dalla normativa vigente.

 


Agenzia debiti dichiarata fallita e messa sotto inchiesta

10 dicembre 2012

leggo su Altroconsumo

La Procura di Milano ha messo sotto inchiesta la società Agenzia debiti, la società che prometteva sul suo sito agli indebitati di “riuscire legalmente a posticipare, rateizzare, diminuire o annullare i debiti”.

Assieme all’agenzia, è stato messo sotto inchiesta anche il suo amministratore di fatto, titolare di una società cui era stata appaltata la gestione del call center, cioè il vero fulcro del sistema operativo della Agenzia debiti.

Le contestazioni effettuate dalla Procura di Milano sono molto gravi: associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, riciclaggio. La società Agenzia debiti è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Milano lo scorso 14 novembre.

Le cambiali ancora in essere a favore di questa società, firmate per consulenze sulla propria situazione debitoria, a quanto risulta a oggi sono state poste sotto sequestro da parte della Guardia di Finanza e non verranno riscosse.

Il consiglio per chi le ha sottoscritte è di presentare immediata denuncia all’autorità di polizia. I consumatori coinvolti (e raggirati) potranno poi anche costituirsi parte civile nel procedimento penale che si aprirà nei confronti dei responsabili di questa vicenda.

Articolo correlato: Le promesse (a peso d’oro) delle agenzie di debito


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