Il Governo vuole sostenere le imprese. Con il ritorno del Sistri?

14 giugno 2013

A giorni alterni il Governo (poco importa se Letta, Monti oppure uno di quelli precendenti) annuncia di voler sostenere il mondo del lavoro, dei giovani, delle imprese.

Al di là del carico fiscale, racconto spesso dei problemi delle aziende, che siano di costi burocratici (esempio: spendere 95 € per cambiare un indirizzo nel computer) e/o obblighi di legge, anche giusti, ma strutturati sulle grandi aziende che hanno risorse economiche e di personale ben diverse.

Ricordiamoci poi che se soffocate le aziende, già in sofferenza per la crisi, per la mancanza di liquidità, per i pagamenti in ritardo (e senza nessuna tutela in tal senso…) alla fine chiudono e creano altri disoccupati, il che comporterà un pesantissimo costo sociale oltre che a livello personale delle parti in causa, che siano piccoli imprenditori oppure dipendenti.

Siamo tutti nella stessa barca, solo che mentre noi cerchiamo di tappare la falle, loro ci buttano dentro acqua a secchiate.

Ieri ho ricevuto l’ennesima conferma che ad ogni annuncio del Governo, corrisponde una mazzata (invisibile alla massa) che complicherà ulteriormente la sopravvivenza delle aziende, caricandole di ennesimi obblighi e costi;parlo nello specifico del rientro del Sistri, cacciato dalla porta e rientrato dalla finestra, al solito.

L’intera vicenda la puoi approfondire in questo post (e correlati) , tuttavia ti basta sapere che a metà aprile 2013 i giornali scrivevano:

La guardia di finanza di Napoli ha eseguito 22 provvedimenti di custodia cautelare emessi dal gip di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sul Sistri,

Ci sarà un perchè se sono scattate le manette…

Il commento finale, in questo caso, lo lascio a Piero Ciampi (quando ci vuole, ci vuole…)

Ecco la comunicazione ricevuta ieri dall’associazione di categoria:

Nonostante tutte le critiche, le obiezioni e le voci contrarie venute da più parti, in particolare da quasi tutte le Associazioni imprenditoriali e moltissime imprese, il Ministero dell’Ambiente ha deciso di ripristinare il Sistri a partire dal 1° ottobre 2013.

Questa decisione, che la CNA ha giustamente definito “sconcertante”, è stata resa ufficiale con il DM 20 marzo 2013, pubblicato nella GU del 19 aprile scorso.

  In sintesi il Sistri ridiventerà operativo dal 1° ottobre 2013 per i produttori iniziali di rifiuti pericolosi con più di dieci dipendenti e per i gestori di rifiuti, dal 3 marzo 2014 per tutti gli altri soggetti obbligati.

I soggetti attualmente già iscritti dovranno verificare “l’attualità dei dati e delle informazioni trasmessi” provvedendo al loro aggiornamento e riallineamento.

I soggetti del primo gruppo di iscrizione dovranno “riallinearsi” nel periodo compreso tra il 30 aprile ed il 30 settembre 2013;

I soggetti del secondo gruppo nel periodo compreso tra il 30 settembre 2013 e il 28 febbraio 2014.

Chi non si è ancora iscritto lo dovrà fare entro la data di inizio dell’operatività prevista per il proprio gruppo. Infine è previsto il doppio regime con registro e formulario, per 30 giorni dall’inizio dell’operatività.

Il contributo per le imprese già iscritte alla data del 30 aprile 2013 è sospeso per il 2013.


Ecco un esempio pratico del fatto che lo Stato siamo Noi.

15 aprile 2013

Ricevo (da persona conosciuta ed affidabile) e pubblico

Da parecchi mesi sto affrontando una situazione per conto della mia famiglia nella quale mi sento ingiustamente attaccata dall’Agenzia delle Entrate che agisce basandosi su presunzioni ingiustificate, o giustificate da falsità in contrasto con fatti e prove che dimostrano una realtà completamente diversa; fatti e prove ignorate da un giudice di primo grado, fatti e prove che dimostrano che quanto dichiarato dall’Agenzia delle Entrate si basa su presunzioni alterate da errori, superficialità o, peggio ancora, forse è solo un modo per far “cassa” sulla pelle di un contribuente onesto, ignorando completamente i suoi diritti.

Resta il fatto che la situazione sta mettendo a dura prova la mia famiglia sia finanziariamente, sia moralmente e fisicamente, e quindi ritengo logico arrivare alla convinzione che lo Stato non sia al servizio del cittadino, ma che sia contro il cittadino; una situazione che mi porta a pensare che un dipendente statale (forse perché non pagato in maniera consona o forse perché non controllato) non sia in grado di dare un corretto servizio al cittadino.

Quanto accaduto nei giorni scorsi, però, mi ha portato a rivalutare il tutto; forse non si tratta solo dello Stato, forse non si tratta di un giudice superficiale (e perdonatemi se uso la lettera iniziale minuscola, ho le mie buone ragioni e le ho anche espresse letteralmente in sede di appello  e me ne prendo la  responsabilità visto le prove che ho in possesso), forse non si tratta dell’Italia, forse non si tratta di Equitalia (dove ho comunque trovato anche persone disponibili).

Forse si tratta delle singole persone.

Posso essere i politici che dovrebbero dare il buon esempio visto che sono loro a gestire lo Stato (cosa che non fanno), oppure i cittadini che evadono milioni, ma sono nel redditometro e quindi inattaccabili; di certo non sono quei poveretti  che magari sgarrano per sopravvivere , ma in ogni caso non sta a me giudicare.

Mi permetto, tuttavia, di esprimere un giudizio personale, ma motivato, su una persona e mi piacerebbe trovare nel mio Stato tante persone come Lei. Sono pronta ad attaccare chiunque lo meriti, ma penso che così le aziende funzionano quando ci sono persone che funzionano, anche lo Stato ed i suoi uffici funzionino quando ci sono persone che funzionano.

Pochi giorni fa ho avuto a che fare per una pratica di un mio cliente con una dipendente dell’Agenzia delle Entrate. Gentilissima, (come del resto ogni volta che si trova una persona competente), esaustiva e tempestiva. Ha recepito immediatamente il problema, trovata la soluzione e mi ha inviato un fax con la comunicazione di sgravio.

Successivamente avevo comunicato un mio problema tecnico in merito alla ricezione del fax. Fin qui tutto nella norma. Problema comunque risolto visto che dopo due minuti ho ricevuto lo sgravio. Nel pomeriggio questa Signora (e concedetemi la lettera maiuscola) mi ha contattata telefonicamente per appurarsi che avessi che avessi ricevuto il fax.

Dite che è tutto normale?

NO! Non è normale che un dipendente statale  si preoccupi di questo, non è normale che un dipendente statale sia al servizio di un cittadino, non è normale trovare questa estrema disponibilità, gentilezza, competenza e, se volete,  risparmio per lo stato (visto che la competenza e la tempestività fanno risparmiare denaro in termini di tempo).

Sono rimasta senza parole e VORREI TANTO che lo Stato fosse fatto di persone così, a partire dai politici, a partire dai cittadini, a partire da ognuno di NOI.

Al termine di questa lettera-sfogo, concedetemi di esprimere un ringraziamento ed i miei complimenti alla signora Noemi Mazza (del call center di Cagliari) che ha dimostrato che lavorare in modo efficiente e con cortesia, è fattibile.

Lettera firmata


Un libro: Armi, un affare di Stato

12 novembre 2012

C’è un business internazionale che continua a macinare miliardi. La Grecia sull’orlo del default è il paese in Europa che spende di più per la difesa. L’Italia è il quinto produttore mondiale di armi, che esporta in tutto il pianeta.

Simboli del made in Italy, anche in questo settore, sono la corruzione e gli scandali, soprattutto quelli legati a Finmeccanica. Soldi, soldi, soldi. È fondamentale provare a guardare il mondo attraverso questo business che arricchisce una lobby internazionale potentissima.

Un mercato cresciuto del 50 per cento negli ultimi dieci anni. Questo libro percorre per la prima volta la filiera delle armi raccontandone affari, interessi e ritorni economici. Con nomi e cognomi di politici, manager e imprenditori.


Recepita ed approvata la Direttiva UE sui pagamenti. Ed io mi sento “preso per il C…”

21 settembre 2012

Ieri ho letto sul Corriere che:

La Commissione Attività produttive della Camera ha approvato all’unanimità un disegno di legge bipartisan che impone che i pagamenti tra imprese avvengano entro 30 giorni, recependo così la direttiva Ue del 2011.

Come dicevo nel titolo, mi sento preso per il culo (scusate, ma ci vuole) due volte.

Chi mi leggge abitualmente avrà ben presenti i miei post sul mancato rispetto dei pagamenti, dell’assenza totale dello Stato a tutela di chi incappa nei mancati pagamenti e soprattutto della totale inosservanza di qualsiasi direttiva, norma o legge in proposito.

Le Condizioni di vendita che applichiamo (in teoria) in azienda, fanno riferimento al Dlgs. 231/2002 che attua la Direttiva 2000/35/Ce.

Senza dimenticare il decreto legislativo n. 11 del 27.1.2010, che ha attuato in Italia la Direttiva europea sui Servizi di Pagamento (PSD).

Notato gli anni? 2000 e 2002.

E già a fine anni ’90 c’era la cosiddetta Legge sulla Subfornitura che imponeva pagamenti entro 60 giorni solari, fermo restando che la solita clausola “salvo accordo fra le parti” lasciava spazio alle prevaricazioni del più forte che di fatto ti dice: o accetti il pagamento che dico io oppure non ti passo l’ordine.

Sicuramente vero che se tutti noi facessimo un muro compatto verso clausole vessatorie & prepotenze varie, saremmo a posto, ma quello che canta fuori dal coro c’è sempre ed anche i più irriducibili talvolta devono cedere.

Sono parecchi i clienti con i quali abbiamo interrotto i rapporti perchè volevano pagare a 120 giorni, fine mese, il che significa che imponendo la consegna nei primissimi giorni del mese, il pagamento reale arriva in teoria a 150 giorni ovvero 5 mesi!

Se non fosse che poi i pagamenti sono a rimessa diretta ed allora tutto è teoria, perchè ti pagano quando vogliono loro.

Ci sono però aziende che pagano a 180 giorni. 6 mesi! Se non fosse che tu i dipendenti li paghi tutti i mesi, paghi l’Iva (e tasse) anche su fatture che non hai incassato, paghi affitti, materiali e via dicendo…

Ma non voglio annoiare i vecchi lettori. Gli altri possono andare a leggere i post cliccando i link disseminati in questo post e capire come gira veramente il mercato del lavoro in Italia, senza dimenticare che i problemi non sono solo nostri, ma si scaricano sui dipendenti di aziende sane che si trovano in crisi per mancanza di liquidità e sull’aumento del costo del lavoro che incide sul prezzo finale per il consumatore.

Dico in Italia, perchè con l’estero (Spagna esclusa per quel che mi riguarda) si lavora meglio. Gli austriaci mi pagano a 30 gioni data fattura, con francesi e  tedeschi si lavora a 60 giorni d.f. (e talvolta, bontà loro, anticipano addirittura) sino ad arrivare al tedesco che paga a 7 giorni.

Il problema non è quindi la Direttiva in sè, ma il fatto che da noi vale meno di una moneta da 3 €

Una chicca aggiuntiva che ho tenuto per ultima, perchè come azienda non mi interessa, dato che non lavoro per lo Stato, ma che contribuisce a farmi girare le balle come cittadino:

Da questo vincolo sono escluse le aziende che hanno crediti verso la Pubblica Amministrazione.


Sisma, se lo Stato non paga

2 giugno 2012

Dalle prime stime, il doppio sisma che ha colpito l’Emilia Romagna avrebbe provocato danni per oltre 5 miliardi di euro e una raffica di indagati. Per far fronte all’emergenza, il Consiglio dei ministri ne ha già stanziati 2,5: 1 miliardo all’anno per i prossimi due dalla spending review e 500 milioni di euro dalle accise. Ma di qui a qualche mese, in caso di ulteriori scosse, potrebbe decidere di non sborsare più un euro.

Secondo il decreto legge di riordino della Protezione civile, approvato in Consiglio dei ministri il 30 aprile e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 16 maggio, infatti, lo Stato non sarà più obbligato a risarcire i danni ai cittadini in caso di terremoto, alluvione o catastrofe naturale.

Il provvedimento attende ancora la conversione parlamentare e soprattutto un regolamento attuativo che dovrà essere emanato entro 90 giorni a partire dal 17 maggio.

Ma riaccende i riflettori su un problema di cui si dibatte da anni: quello dell’assicurazione privata in caso di calamità, necessaria nel caso in cui lo Stato non fosse più in grado di fare fronte alle spese.

Se venisse introdotto il principio della deresponsabilizzazione statale di fronte alla ricostruzione dei beni privati a seguito di un cataclisma, si creerebbe un vuoto di protezione su cui si fionderebbero le assicurazioni private con un sistema di polizze «volontarie» sulle calamità naturali che però, alla fine, potrebbe diventare obbligatorio per tutti i cittadini italiani in nome dell’uguaglianza di condizioni tra chi vive in zone più o meno a rischio (sismico, idrogeologico o entrambi).

Le compagnie assicurative, infatti, non potrebbero certo praticare le stesse tariffe agli abitanti dell’Aquila e di Roma. E potrebbero addirittura non stipulare affatto polizze nelle aree considerate difficili (come già accade già, fuori dalla legge, per l’Rc Auto).

Dunque, paradossalemente, a pagare per proteggersi sarebbero (facoltativamente) solo i cittadini che non ne hanno bisogno, mentre chi abita nelle zone più fragili resterebbe senza copertura. La conseguenza per ovviare alle sperequazioni? Un’assicurazione obbligatoria per tutti con un costo che, secondo gli esperti, potrebbe aggirarsi intorno ai 100 euro ad abitazione. Ed ecco servita la nuova tassa sulle calamità.

viaSisma, se lo Stato non paga – ECONOMIA.


Punta Perotti, storia di un ecomostro

18 maggio 2012

Avrei voluto sintetizzare di più, quanto letto nell’articolo di Rinnovabili, tuttavia si sarebbe poi perso il filo logico (se esiste) della vicenda che alla fine ci vede nuovamente Cornuti & Mazziati, visto che in ogni caso i 49 milioni di € li paghiamo noi, per colpe altrui, ovvero di chi ha scritto una legge lacunosa a tutela dell’ambiente il che ha dato il via a questa situazione che, spero, non diventi poi un punto d’appiglio per la costruzione di altri ecomostri:

L’Italia dovrà versare oltre 49 milioni di euro in totale alle tre società che hanno fatto ricorso contro la confisca di Punta Perotti.

Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo aggiungendo che “lo Stato italiano si deve astenere dal domandare ai ricorrenti di rimborsare i costi della demolizione degli immobili e i costi per la riqualificazione dei terreni”.

Si tratta dell’ennesimo episodio della lunga vicenda dell’ecomostro di Bari. Vicenda iniziata quando nel 1992 le tre società ricorrenti, proprietarie di terreni sulla costa di Bari in località Punta Perotti, ottennero dal Consiglio comunale di Bari l’approvazione di due piani di lottizzazione dalle stesse presentati, alla quale seguì la conclusione di convenzioni di lottizzazione con il Comune di Bari, il rilascio dei permessi di costruire e l’avvio dei lavori di costruzione.

Nel 1996 fu aperto un procedimento penale per lottizzazione abusiva che si concluse con il rinvio a giudizio dei legali rappresentati delle società coinvolte e con la successiva assoluzione degli stessi nei diversi gradi di giudizio.

In primo grado si sostenne l’illiceità della costruzione degli immobili in quanto non conformi alla c.d. Legge Galasso (l. n. 431 del 1985), che vietava di rilasciare permessi di costruire riguardanti i siti di interesse naturale, tra i quali rientravano le zone costiere.

Tuttavia gli imputati furono assolti sia perché l’amministrazione locale aveva rilasciato i permessi di costruire, sia, soprattutto, perché la normativa regionale, sotto il profilo del coordinamento con la c.d. legge Galasso, risultava lacunosa, individuando così uno di quei pochi casi di “ignoranza scusabile”.

Il giudice dell’appello ha poi riconosciuto la legalità del rilascio dei permessi di costruire e della procedura di adozione ed approvazione delle convenzioni di lottizzazione.

Sulla vicenda si pronunciò infine la Corte di Cassazione la quale cassò senza rinvio la decisione della Corte d’Appello riconoscendo l’illegalità dei piani di lottizzazione e dei permessi di costruire sul rilievo che i terreni interessati erano soggetti ad un divieto assoluto di costruire oltre che ad un vincolo paesaggistico imposto dalla legge.

Successivamente i proprietari si sono rivolti alla Corte europea ed hanno sostenuto, in particolare, che la confisca subita è incompatibile con l’articolo 7 della Convenzione che sancisce che i cittadini dei Paesi membri della Convenzione non possono essere condannati per un fatto non previamente previsto come reato dal diritto vigente, ovvero non possano essere assoggettati a pene più gravi di quelle applicabili al momento della commissione del fatto.

La Corte europea ha accolto la doglianza sulla base delle seguenti motivazioni. In base all’art. 7 della Convenzione, la legge deve definire chiaramente i reati e le pene che li reprimono.

Nel caso di Punta Perotti, la Corte di Strasburgo, sottolineando il fatto che, secondo la Corte di Cassazione, gli imputati hanno commesso un errore inevitabile e scusabile nell’interpretazione delle norme violate, ha riconosciuto che le condizioni di accessibilità e prevedibilità della legge, non sono state soddisfatte.

Parallelamente, la Corte si è occupata della natura giuridica della confisca che per un consolidato orientamento della giurisprudenza nazionale costituisce sanzione amministrativa che il giudice penale deve disporre allorché accerti la sussistenza di una lottizzazione abusiva, in funzione di supplenza rispetto alla pubblica amministrazione.

La Corte di Strasburgo ha ritenuto che la confisca sia una pena, sicché la giurisdizione italiana prevedendone l’applicazione al di fuori di ipotesi di responsabilità penale incorre nell’infrazione dell’art. 7 della Convenzione.

La Corte ha affermato inoltre che vi è stata un’ingerenza arbitrario nel diritto al rispetto dei beni dei soggetti ricorrenti con conseguente violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1

Con la sentenza di ieri, la Corte Europea dei diritti dell’uomo, sulla base dell’art. 41 della Convenzione ha riconosciuto il diritto al risarcimento dei ricorrenti, i quali nonostante la revoca della confisca non hanno goduto degli immobili costruiti perché demoliti e dei terreni ove è sorta o sta sorgendo un’area verde.

È una sentenza che senza smentire il clamore scaturito dai precedenti eventi, fa discutere.

La demolizione delle costruzioni è stata il simbolo della lotta agli abusi edilizi e agli ecomostri, ma le conseguenze che ne sono derivate non sono di poco conto. La causa di tutto è una normativa non chiara che la Corte di Strasburgo non ha potuto non riconoscere.


Per una piccola azienda, la vera impresa è sopravvivere… (allo Stato)/2

22 dicembre 2011

Pochi mesi fa ho pubblicato un post con lo stesso titolo, che di fatto necessita di ulteriori aggiornamenti ai quali dedico questo spazio aggiuntivo, per maggior chiarezza di lettura.

In ogni caso i problemi per chi lavora onestamente, nella massima trasparenza e paga le tasse, sono molti, troppi e non tutti collegati alla fame di soldi ed all’inefficienza dello Stato. Per ulteriori post, suggerisco di consultare la categoria Il mondo del lavoro.

Resta il fatto, l’ho constatato più volte personalmente, che chi non è un addetto ai lavori neanche si immagina il nostro mondo. Oggi al Tg hanno fatto vedere un’azienda in crisi che è stata rilevata dai dipendenti, che con impegno la stanno portando fuori dalle difficoltà; tra gli altri ha parlato un ex-sindacalista ora “operaio e consigliere di amministrazione” che ha affermato di aver conosciuto problematiche che non conosceva… appunto.

Come già detto non sono in discussione la totalità di norme e vincoli, perchè la sicurezza sul lavoro è importante, ad esempio, tuttavia ci vorrebbero norme strutturate in maniera diversa a seconda dell’ambito lavorativo ed anche del momento specifico, di forte crisi economica e stagnazione del mercato che causano a tutte le aziende una mancanza cronica di liquidità.

Nel luglio 2000 abbiamo presentato l’ennesima domanda di autorizzazione emissione fumi che nel nostro caso altro non è che l’emissione in atmosfera dei fumi di saldatura. Nel 2000 le operazioni di saldatura erano significative nel ciclo produttivo, ma per una serie di ragioni negli ultimi anni si sono ridotte drasticamente al punto che nel 2005 abbiamo goduto dell’esenzione dall’analisi biennale delle emissioni, perchè le stesse non erano significative ed infatti sono diminuite in media del 75%.

Ora nonostante le emissioni siano sempre al di sotto del limiteprevisto per l’obbligo di analisi dei fumi, siamo obbligati a presentare una nuova domanda di autorizzazione emissione fumi.

Ci sta che dopo 10 anni una debba rinnovare l’autorizzazione, tuttavia la gestione della pratica da parte di uno studio tecnico costa 480 € ai quali aggiungere 150 € per il pagamento del bollettino alla Provincia, poi l’onnipresente marca da bollo da € 14,62.

Entro 90 giorni dalla domanda di autorizzazione deve essere presentata l’analisi dei fumi (la stessa dalla quale sono esentato per basse emissioni); nella logica già esposta prima, diciamo che ci sta,  ripresentare le analisi al momento della nuova domanda se non fosse che sono richieste almeno 3 analisi per ogni punto di emissione (e meno male che noi abbiamo un solo punto) cosa questa che comporta una spesa di 640 €.

Una nota dello studio tecnico mi informa che l’azienda, per ragioni economiche o di tipologia di processo, può decidere di ridurre le analisi a 2 oppure ad 1, fermo restando che gli enti preposti al controllo potrebbero richiedere eventuali integrazioni.

Siamo alle prese con una mancanza cronica di liquidità causata soprattutto dal drastico calo del fatturato abbinato però ad un incremento delle spese fuori da ogni logica. Va da sè che mi prendo il rischio e faccio fare una sola analisi ad € 340.

Alla fine dei giochi questa domanda di autorizzazione per l’emissione di fumi in quantità limitate, ci costerà circa 1000 €.

°°°

Parlando con la persona che segue la pratica è emerso che l’emissione fumi include anche quelli generati da operazioni di torneria, foratura, ecc., a prescindere da quante se ne facciano ovvero se dichiaro di fare queste lavorazioni, fosse anche solo per 1 ora all’anno, sarei costretto ad applicare punti di aspirazione su ogni macchina, con costi quantificabili in alcune migliaia di €, oltre alle analisi per ogni punto di emissione.

Va da sè che su questi presupposti conviene rottamare le macchine e fare il minimo lavoro possibile all’interno dell’azienda; va da sè che politiche di questo genere siano suicide, in quanto le piccole produzioni sono sempre più difficili da fare e nonostante la crisi ci si scontra sempre con il minimo quantitativo che proprio minimo non è…

Il discorso è sempre lo stesso, mi sta bene che vi sia una regolamentazione, ma non che la stessa vada a colpire in maniera indiscriminata le aziende mettendo sullo stesso piano chi fa una certa lavorazione in maniera saltuaria e chi la fa quotidianamente.

Verrebbe da chiedersi se non sarebbe necessaria un’autorizzazione emissione fumi (tossici) in atmosfera per i fumatori;-)

Comunque sia, conosco una persona che aveva un piccolo laboratorio artigianale di articoli in ceramica, votava Rifondazione e protestava contro il carico fiscale… al punto che ha chiuso l’attività, ufficialmente, e lavorava in nero … scaricando senza nessuna autorizzazione nell’atmosfera i fumi del forno dove cuoce la ceramica … inquinava, senza controllo, e non dovendo sottostare alle spese di cui sopra, faceva di fatto concorrenza sleale verso chi, dovendo pagare i vari balzelli, non poteva certo lavorare ai suoi costi .. ops, ovviamente evadeva le tasse … ;-) e per non negarsi niente affittava in nero anche un appartamento …

°°°

Per gli spostamenti di materiale è presente in azienda un carrello elevatore (muletto) che lavora lo stretto necessario ovvero ha lavorato 1750 ore in 16 anni, pari a meno di 10 ore al mese. La crisi attuale ha causato un’ulteriore riduzione delle ore lavorate che infatti da metà settembre a metà dicembre sono pari a 4 ore.

Come già detto la sicurezza è importante, per cui è giusto che un carrello che solleva e trasporti carichi pesanti, sia sottoposto a controlli ed eventuali interventi di manutenzione, tuttavia così come le autovetture devono fare la revisione ogni 2 anni, anche se percorrono decine di migliaia di km., non capisco perchè tale principio non possa essere applicato ai muletti.

Sarebbe il caso di fissare delle regole che tengano conto dell’utilizzo del carrello, ad esempio un controllo approfondito 1 volta all’anno a prescindere ed una serie di controlli standard ogni 250 ore (un numero a caso…).

Invece, che il carrello abbia lavorato o meno,  attualmente sono previsti controlli trimestrali di catene e forche ed un controllo annuale dello stato di funzionamento del carrello (manutenzione ordinaria).

Ed ecco altri 264 € buttati via…

°°°

segue … appena ho tempo, che di cose da dire, ce ne sono…

(Non è ironico il fatto che l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non si applichi ai lavoratori della Cgil? Leggi il Blog dei lavoratori licenziati dalla CGIL )


Un libro: Lo Stato siamo noi

3 dicembre 2011

Gli scritti e i discorsi di Piero Calamandrei qui pubblicati coprono un arco temporale che va dal 1946 al 1956. La maggior parte dei testi raccolti sono ripresi da «Il Ponte», rivista fondata dallo stesso Calamandrei nel 1945, nel clima difficile del secondo dopoguerra, per difendere e indirizzare la nascente democrazia contro tutte quelle forze, politiche e non, che contrastavano il passaggio verso un’Italia diversa.

Progetto di Calamandrei è quello di «defascistizzare gli italiani»; fondare una nuova, forte, coinvolgente religione civile capace di trovare nel senso dello Stato il suo valore essenziale e riscoprire l’importanza della cittadinanza attiva.

Oltre ai testi de «Il Ponte», riportiamo vari discorsi, tra cui il Discorso ai giovani sulla Costituzione (1955), il discorso tenuto durante la votazione per l’ingresso dell’Italia nel Patto atlantico (1949), in cui l’Autore argomenta le ragioni del suo convinto No, e ancora l’arringa in difesa di Danilo Dolci, che Calamandrei difese nel processo intentatogli per manifestazione sediziosa e turbamento dell’ordine pubblico.
Ancora, Scuola e democrazia (1956) e Appunti sul professionismo parlamentare (1956) sono tratti rispettivamente da una raccolta postuma di scritti di Giovanni Ferretti e dalla rivista «Critica sociale».

I testi qui raccolti sono preceduti da un’introduzione di Giovanni De Luna.

Fonte: Il Libraio


Il Comune che impone ciò che il ministero non vuole

16 ottobre 2011

di Maurizio Caprino

Non si può dire che a Lercara Friddi siano conformisti in tema di controllo della velocità. Hanno sul proprio territorio un pezzo della Palermo-Agrigento e su quello, come tanti altri Comuni, hanno deciso di piazzare una postazione fissa.

Ma, al momento di scegliere l’apparecchio, ci hanno tenuto a che non fosse “vessatorio” e per questo non hanno fatto un bando normale.

Poi, quando inviano il verbale ai trasgressori, specificano in neretto che è obbligatorio indicare il nome del conducente anche quando si fa ricorso: l’esatto contrario di quanto ha scritto e ribadito negli ultimi mesi il ministero dell’Interno (Scarica Circolare pendenza ricorsi    Scarica Circolare omissione in pendenza di ricorso).

Il mondo è bello perché è vario.


Prova tu a non pagare il dovuto allo Stato…

12 ottobre 2011

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione

Se l’Agenzia delle Entrate si impunta e pretende delle somme non dovute, ti devi sbattere come un dannato, spendere soldi e vedere che la Giustizia non è uguale per tutti, visto che poi l’Agenzia non rispetta neanche le sentenze della Commissione Tributaria…

Se l’Inps ti accredita, per loro errore, una somma non dovuta, cerca poi di sanzionarti per l’errore…

In compenso ti trovi a pagare l’Iva sulle Imposte, sia per la Tarsu che per le bollette gas

Dopo questa premessa necessaria per rammentare come vanno le cose, ecco il testo inviato nei giorni scorsi all’Ufficio Paghe:

facendo riferimento alla sua mail del 14 maggio 2010 nella quale ci diceva che: “…le invio la ricevuta di protocollo dell’INPS. L’ente le rimborsera’ la somma di euro 638,00 sul vostro conto corrente bancario della quota relativa ai co.co.pro pagati in piu’. Vogliate cortesemente verificare se il bonifico avviene PROSSIMAMENTE a buon fine e se ciò non dovesse avvenire di segnalarcelo.” vi informiamo che da parte dell’Inps non vi è stato ancor nesssun rimborso.

Notato le date? Nel maggio 2010 mi informavano che l’Inps avrebbe provveduto al rimborso di soldi pagati in eccesso….

Ed infatti l’altro ieri ovvero nel marzo 2011 è arrivata la risposta:

Per il rimborso siamo ancora al punto di partenza in quanto l’Inps ha delle grosse difficoltà sulla partita dei co.co.pro. Vi chiedo di tenere monitorato il versamento per eventuali continui solleciti.

La prossima volta che lo Stato mi chiede dei soldi, proverò a dirgli che abbiamo delle difficoltà nel gestire la pratica ;-)


°°°

Aggiornamento del 12 ottobre 2011 ovvero 19 mesi dopo che l’Inps ha protocollato la pratica di rimborso:

Purtroppo mi duole comunicarle che l’Inps per i Co.Co.Pro ha archivi da sistemare di molti anni addietro; si tratta ancora di pazientare e di tenere il tutto monitorato. Appena sarà possibile  sollecitiamo ancora.



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