Tutto incluso tranne… le trappole delle “chiamate senza limite”

16 maggio 2013

E-R“Solo la metà delle telefonate e dei messaggi che fai può essere verso numeri di altri gestori. Un po’ meno, se stai chiamando un cliente di Tre. In ogni caso, per ogni chiamata che fai verso numeri di altre compagnie devi riceverne almeno tre. Se sbagli i conti, paghi a consumo, oltre al canone fisso. Prima di decidere se e chi chiamare, quindi, verifica bene di quale compagnia è cliente il destinatario. E convincilo a venire con noi”.

Dovrebbe suonare così la pubblicità della tariffa di Tim, “Tutto compreso Unlimited”.

Certo, sarebbe un messaggio meno efficace, ma più sincero dell’attuale “Minuti e sms senza limiti verso tutti”.

Controllare il bilancio del proprio traffico telefonico come da istruzioni di Tim non è complicato. È impossibile. Il numero di telefono rimane lo stesso quando si cambia operatore. Chiamare un 338, per esempio, non garantisce di raggiungere un’utenza Tim. Ma chi sbaglia, chi non riesce a tenere il conto del delicato rapporto tra chiamate in entrata e in uscita verso altre compagnie, paga.

Il sovrapprezzo per chi sgarra, peraltro, include un giudizio poco gradevole: “Si presume un uso non conforme a buona fede”, scrive in buona fede la compagnia.

L’esempio della tariffa Tim è il caso più eclatante, ma non l’unico, di offerte in odore di ingannevolezza. Proposte all’apparenza complete, che in cambio di un canone fisso annunciano “Chiamate, messaggi e web senza limiti. Per sempre”. Ma che nascondono varie limitazioni al traffico, riferite alla tariffa “illimitata” meno cara, senza fornitura di uno smartphone, proposta da Wind, Vodafone e Tim.

A incuriosirsi sullo strano fenomeno delle tariffe senza limiti ma con troppe limitazioni è anche l’Antitrust, che il 24 aprile ha annunciato di avere avviato tre indagini distinte su Wind, Vodafone e Tim per verificare la presenza di eventuali pratiche commerciali scorrette.

Il Garante punta in particolare alle pubblicità “che presentano la navigazione internet ‘senza limiti’ e le condizioni di offerta valide ‘per sempre’”. Ma nel corso dei procedimenti sarà certamente in grado di appurare se lo strabismo tra lo spot e l’offerta reale riguarda anche il traffico (chiamate e sms).

Sulle limitazioni poste (in modo poco evidente) alla navigazione sul web tramite smartphone, l’Antitrust intende “verificare se le modalità con cui sono pubblicizzate le offerte siano compatibili con l’esistenza di eventuali riduzioni alla velocità di navigazione al raggiungimento di una soglia prefissata, di limiti rispetto ad alcune tipologie di traffico dati, come le applicazioni Voip ovvero alla navigazione web mediante altri supporti compresi i pc”.

Per intenderci, quello che prevede Vodafone nel caso di uso della sim come modem per connettere al web il pc (si paga la tariffa base giornaliera internet) o al superamento della soglia mensile di 1 Gb, oltre la quale si pagano anticipatamente 2 euro ogni 100 Mb.

I dettagli di alcune offerte prese in esame, li trovi QUI

Con i procedimenti avviati nei confronti degli operatori di telefonia mobile, l’Antitrust intende verificare anche la fondatezza delle promesse pubblicitarie per sempre. L’intenzione del Garante è appurare se queste “escludano realmente la facoltà delle società di poter modificare, con preavviso, le condizioni tariffarie applicate al consumatore, secondo quanto previsto dalle condizioni generali di contratto”.

L’approfondimento su questo aspetto riguarda soltanto le campagne pubblicitarie di Tim e Vodafone. A ben vedere, però, anche Wind – che nel confronto sembra la più trasparente – in qualche modo usa lo stesso linguaggio.

Lo fa abbinando alla tariffa il meccanismo Best Price, che prevede l’adeguamento automatico del canone ad eventuali riduzioni tariffarie sulla stessa offerta. Il verificarsi della promessa sembra improbabile, sia perché in controtendenza con le usanze attuali (solo i nuovi clienti hanno lo sconto), sia perché in un contesto così competitivo conviene lanciare nuove tariffe, invece di scontare quella esistente. Ma se lo dice la pubblicità.


Un libro: Trappola bianca

11 maggio 2012

di Jim Kelly

Giunti Editore – Pagg. 432 – € 12,90 (lo vendo ad € 6,00 spedizione inclusa)

Trama: Nella miglior tradizione del giallo classico, “Trappola bianca” si apre con un enigma apparentemente inspiegabile: il conducente di una delle nove automobili bloccate da una tempesta di neve in un’aspra località del Norfolk viene ucciso al volante da un misterioso assassino in grado di svanire senza lasciare la minima traccia. Nessuno degli altri guidatori ha visto né udito niente.

L’ispettore Shaw e il sergente Valentine – intrappolati a loro volta dalla tormenta dopo aver scoperto un cadavere trasportato dal mare sulla costa – si ritrovano a dover districare un caso di estrema difficoltà, destinato a mettere a dura prova non solo il loro rapporto professionale ma anche quello umano. Sarà la comparsa di un terzo cadavere a lasciar intuire agli investigatori che tutti i personaggi coinvolti nell’ingorgo hanno qualcosa da nascondere.

Letto da: Paolo

Opinione personale:  Ben raccontata e descritta l’atmosfera collegata al primo omicidio, interessanti i personaggi e nel complesso il libro mi è piaciuto anche se devo dire che la parte relativa ai fatti accaduti a Siberia Belt rendono la trama un pò complicata, piàù che altro perchè poco credibile; non posso scendere in dettagli che svelerebbero il meccanismo, ma resto dell’idea che chi ha organizzato il tutto abbia fatto il possibile per complicarsi la vita. In ogni caso visto mi è piaciuto, pur senza essere giudicato come la mia prima scelta.

Clicca QUI per scaricare un estratto del libro


La scelta intelligente di vendere lo stesso libro con due titoli diversi…

17 aprile 2012

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione

Io e Ro-K siamo forti lettori ed acquistiamo circa 50 libri all’anno, ragion per cui talvolta è facile fare confusione con le trame, ma sicuramente non con i titoli dei libri, tuttavia sabato scorso ci siamo scontrati con una scelta editoriale incomprensibile che ci ha spinti ad un acquisto sbagliato.

Mi riferisco nello specifico al romanzo La Trappola di Unni Liddell (€ 6,90)

Una volta arrivati a casa, infatti, siamo stati colti da un dubbio e ci siamo resi conto che il romanzo altro non era che La trappola di miele, acquistato lo scorso anno ad € 12,90 e (ri)messo in vendita per l’appunto con diversi titolo e copertina.

Fortunatamente scelta della Newton Compton ci ha fatto buttare dalla finestra solo € 6,90, tuttavia è oltremodo seccante un simile comportamento che trovo scorretto nei confronti del lettore.

Ho scritto alla Casa editrice per sapere se hanno una spiegazione logica da fornirmi.

E dopo poche ore è arrivata la spiegazione del fatto:

In effetti il romanzo La trappola è l’edizione economica de La Trappola di miele. Talvolta quando i libri cambiano edizione (da hardback a paperback) cambiano anche immagine di copertina e titolo, mantenendo più o meno invariata la quarta di copertina, quella in cui si annuncia la trama del romanzo per intenderci.

Resto dell’idea che sia una pratica illogica, perlomeno nei confronti del lettore, comunque sia la Newton Compton mi ha offerto l’invio di un libro omaggio per compensare il nostro disappunto.


Un libro: La trappola di miele

3 giugno 2011

di Unni Lindell

Ediz. Newton Compton – Pagg. 331 – € 12,90

Trama: È un caldo giorno di giugno, persino in Norvegia. Come ogni lunedì, il furgone che vende i gelati passa per il suo solito giro in un quartiere residenziale alla periferia di Oslo. In quel pomeriggio, mentre tutti i bambini si accalcano intorno al camioncino per comprarsi un cono, il piccolo Patrik Øye scompare improvvisamente nel nulla. L’ultima persona ad averlo visto è la vecchia signora che abita nella casa marrone in fondo alla strada. A distanza di una settimana, Elna Druzika, giovane immigrata lettone, viene investita da un’auto all’uscita dal lavoro. Dell’incidente si sa poco, solo che il corpo della ragazza presentava delle ferite precedenti all’impatto letale con una macchina di colore rosso. I due casi non sembrano avere alcun nesso, fino a quando la squadra investigativa capitanata da Cato Isaksen non scoprirà un particolare inquietante: Wiggo Nyman, l’autista del furgone dei gelati in servizio il giorno in cui è sparito Patrik, era anche il fidanzato di Elna. Spetterà all’ispettore e alla sua collega Marian Dahle appurare quali connessioni esistono tra le due vicende e quali terrificanti scenari si nascondono dietro l’apparente tranquillità della città scandinava.

Letto da: Signora K

Opinione personale: Un thriller inaspettato che non vi lascerà l’amaro in bocca. Questo è quello che trovate scritto in copertina. Sarà, ma dal mio punto di vista vi lascerà ben più che l’amaro in bocca…


Pec, rivoluzione o agguato?

18 maggio 2010

Una trappola a senso unico. Da un canto, incastra il cittadino a un indirizzo elettronico al quale recapitare ogni atto pubblico, incluse le cartelle pazze. Dall’altro, fornisce uno strumento di dubbia utilità pratica. Insomma, a pochi giorni dal suo debutto, la posta elettronica certificata “regalata” a tutti i cittadini dal governo italiano si fa sempre meno affascinante. Peggio, assume tratti inquietanti.

Secondo alcuni giuristi, la casella certificata non ha valore legale. In pratica, esibita come prova in giudizio potrebbe suscitare al massimo uno sberleffo. Un rischio di non poco conto, visto che lo strumento vale per ogni rapporto con la pubblica amministrazione: questioni fiscali, concorsi pubblici, permessi edilizi, tanto per citare alcuni dei capitoli più spinosi.

La materia non è sconosciuta al ministero della PA. Tanto che è allo studio una circolare per delineare e chiarire tutte le fattispecie. Una misura tampone. La soluzione vera, infatti, arriverà tra qualche mese. Ma stavolta non sarà gratuita.

Quale il valore legale?

Il punto debole del nuovo strumento sarebbe il fragile valore legale del contenuto del messaggio. La Pec, infatti, certifica con valore di prova opponibile a terzi sia l’invio che la consegna del messaggio. Cosa ci sia in questa “busta” virtuale, però, non sarebbe certificato con altrettanta validità.

“In base al Codice dell’amministrazione digitale (Cad), un messaggio inviato per posta certificata vale come una scrittura privata soltanto se firmato digitalmente; altrimenti rappresenta una prova scarsa”, spiega Guido Scorza, presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione. Il problema è che la certificazione usata da Poste Italiane non è una garanzia inattaccabile. “Si tratta della firma elettronica ‘avanzata’, una delle tre modalità previste dal Testo unico del 2000, ma abrogata nel 2005 dal Cad. In tribunale, potrebbe non valere nulla”.

A sollevare questi dubbi sulla certificazione del contenuto dei messaggi c’era già il ricorso alla Commissione europea avanzato un paio di anni fa dall’associazione Cittadini di Internet e Adiconsum. Tra le numerose questioni per le quali veniva chiesta un’autolesionistica procedura d’infrazione contro l’Italia, figura anche la materia della firma digitale abrogata.

Il tema è fumoso, da addetti ai lavori. Ma il ministero della Pubblica amministrazione l’ha messo ora all’ordine del giorno. I dubbi dei giuristi internettiani, però, non sono condivisi da tutti.

Per Vincenzo Gambetta, consulente di Assinform, l’associazione di settore della Confindustria, per esempio, sono questioni pretestuose. Secondo l’esperto, nello scambio di e-mail certificate ogni provider mette la sua “impronta”, che certifica l’invio e la consegna del messaggio, ma che garantisce anche l’integrità e l’immodificabilità del testo originale. “Nella ricevuta di consegna c’è l’impronta cifrata di quanto spedito. Davanti al giudice basta consegnarla al perito per decifrarla senza dubbi. Il meccanismo funziona”.

Altra questione, riconosce Gambetta, si pone per le comunicazioni che richiedono la sottoscrizione con firma digitale: “La Pec non ha valore di sottoscrizione. Se è preteso dal destinatario, si deve sottoscrivere l’impegno con la firma digitale qualificata”. E quando è richiesto dagli uffici pubblici? “Ogni PA deve mettere in linea nel proprio sito i modi per espletare le pratiche”.

La rivoluzione, insomma, può attendere. E presto potrà contare anche sullo strumento della firma digitale, uno dei servizi a pagamento che il concessionario Poste Italiane abbinerà al pacchetto base gratuito.

Il domicilio digitale

Se sul valore delle comunicazioni inviate dal cittadino regna il caos, su quelle spedite dagli uffici pubblici alle Pec degli utenti aleggia un’inquietante certezza. Chi ha aderito alla posta certificata ha automaticamente eletto in quella casella il proprio domicilio digitale. Suona elegante, ma può rivelarsi una trappola.

Qualche lettore attento l’ha intuito subito. Ci scrivono: “Il mese scorso stavo per richiedere la casella di posta certificata tramite il sito dell’Inps, ma mi sono fermato perché non sono riuscito a togliermi un dubbio. Per la precisione: sono un pensionato vicino ai 67 anni, attualmente vado su internet almeno 3 volte a settimana, faccio ordini, guardo siti di banca, faccio piccoli lavori di ricerca per una piccola casa editrice. Non ho nessuna difficoltà, ora, a vedere la posta elettronica, ma il giorno che non dovessi utilizzare più così spesso la rete, non è che la PA, visto che ho la casella di posta, potrebbe inviarmi una multa, una cartella delle tasse, una convocazione in un ufficio pubblico o in tribunale con questo mezzo e io risulterei ‘delinquente’ perché non ho ricevuto tale notifica?”.

Ben detto. Sugli automatismi di questa tagliola funzionano da freno soltanto le inadempienze delle amministrazioni, spesso ancora scollegate al sistema di posta certificata. Ma i presupposti ci sono tutti. La legge 2/10 (già decreto legge 185/08) all’articolo 16 bis precisa che l’invio di comunicazioni alla Pec del cittadino ha effetto equivalente, ove necessario, alla notificazione a mezzo posta.

“La ricezione di una comunicazione tramite posta certificata è come quella di una raccomandata, firmando per ricevuta consegna”, conferma Vincenzo Gambetta.

Se il postino bussa sempre due volte, insomma, la Pec arriva in silenzio. Una soluzione per essere sempre informati dell’arrivo di nuovi messaggi c’è. Chi non usa abitualmente la posta elettronica può contare sull’avviso multicanale. Si può scegliere se ricevere l’allarme tramite sms sul cellulare oppure persino tramite lettera di carta nella buca delle lettere: un po’ demodé in tempi di Pec, ma funzionale. C’è una sola condizione: pagare. Il comodo avviso, infatti, è tra i servizi a pagamento che Poste Italiane svilupperà nei prossimi mesi come “optional” rispetto a quelli base regalati dal governo. Sulle tariffe, come per la firma digitale, c’è ancora il buio assoluto.

L’ABC DELLA NUOVA CASELLA

Cos’è. Pec sta per posta elettronica certificata. È un sistema che consente di dialogare a distanza, come con la posta elettronica tradizionale, ma con il valore aggiunto di certificare l’invio e la consegna del messaggio, identificandone il mittente. La Pec è una modalità di spedizione equivalente alla posta raccomandata con ricevuta di ritorno. Una particolare casella di posta certificata, Cec Pac, è distribuita gratuitamente a tutti i cittadini italiani.

A che serve. Con la Cec Pac si può dialogare soltanto con gli uffici della pubblica amministrazione. Attivandola si elegge domicilio digitale nella casella elettronica. Gli indirizzi Pec della pubblica amministrazione sono elencati nel sito indicepa.it e paginepecpa.gov.it. Ogni ufficio pubblico deve anche indicare le modalità di espletamento delle pratiche.

Quanto costa. La Pec Pac distribuita da Poste Italiane per conto del governo è gratuita. Per ottenerla si deve eseguire la registrazione nel portale postacertificata.gov.it e, quando avvisati nell’e-mail tradizionale, recarsi in un ufficio postale per il completamento della registrazione. Nei prossimi mesi saranno disponibili nuovi servizi, a pagamento.

Fonte: http://consumatore.tgcom.it/


Occhio alla trappola: un PDF può diventare un worm

9 aprile 2010

di Paolo Attivissimo (che non è Paoblog)
Mi sa che è ora di riscrivere la regola 11 del mio piccolo dodecalogo. Non mi lamento: ha retto benino per quasi sette anni, che in informatica sono un’eternità. Ma il consiglio di usare PDF come formato di scambio sicuro di documenti sta diventando una trappola.

The Register segnala che Didier Stevens, ricercatore di sicurezza, ha dimostrato che è possibile annidare codice ostile eseguibile – un virus, insomma – all’interno di un documento PDF. Aprendo un documento del genere con Adobe Reader, normalmente compare una finestra di dialogo che chiede all’utente se vuole procedere, ma Stevens è riuscito a manipolarne il testo in modo che inganni buona parte degli utenti. Disabilitare Javascript è inutile e non è possibile rimediare aggiornando Reader, perché secondo Stevens non si tratta di una vulnerabilità, ma soltanto di un uso “creativo delle specifiche del linguaggio PDF”. Sono disponibili un video e un PDF dimostrativo.

Stevens ha già condiviso la propria scoperta con Adobe, nella speranza che venga trovata una soluzione. I programmi alternativi di lettura di documenti PDF non se la cavano meglio: fino a pochi giorni fa, Foxit Reader non visualizzava nessun avviso (il problema è stato corretto con la versione 3.2.1, rilasciata il primo d’aprile, secondo questa comunicazione).

Il problema è appunto che l’esecuzione di applicazioni e di Javascript e l’invio di dati a un URL (quindi, per esempio, a un sito Internet) fa parte delle specifiche del formato PDF (tabella 198 delle specifiche stesse, segnalata da F-Secure).

Jeremy Conway di NitroSecurity ha rincarato la dose, partendo dalla segnalazione di Stevens e dimostrando come sia possibile infettare un documento PDF in modo che infetti tutti gli altri PDF del computer e della rete locale (per esempio quella aziendale) in modo invisibile all’utente: un documento PDF diventa insomma un worm. Lo spiegone e il video sono qui su Sudosecure.net (nome quanto mai azzeccato, visto che questa magagna farà sudare di sicuro molti utenti).

Che fare? In attesa che i produttori di software di lettura dei documenti PDF trovino una soluzione, F-Secure consiglia di non aprire i documenti PDF sul proprio computer, ma di visualizzarli tramite servizi come Google Documenti: un’operazione automatizzabile mediante plug-in per i browser, come gPDF (usabile in Chrome, Opera, Firefox e Iron, che è una variante meno ficcanaso di Chrome/Chromium) per i documenti PDF che trovate online, oppure usando un programma di lettura di PDF poco diffuso, sulla base del principio che un programma poco conosciuto sarà oggetto di minore interesse da parte degli aggressori. Conway suggerisce invece l’uso di un programma di lettura minimalista, che non supporti le funzioni avanzate delle specifiche PDF.

Come dargli torto: l’errore di fondo è che l’evoluzione delle specifiche PDF ha snaturato il formato, che era nato per consentire la visualizzazione universale di documenti ma ora ha trasformato i documenti in file eseguibili. Sarò un informatico vecchio stile, ma non mi sembra eccessivo o retrogrado chiedere che un documento resti un documento e non si travesta da programma, visti i rischi che ne derivano. In altre parole, less is more: avere meno funzioni significa avere più sicurezza.

Fonte: http://attivissimo.blogspot.com


Ex finanziere scopre Bancomat-trappola

25 marzo 2010

Attenti ai Bancomat-trappola: voi pensate di prelevare tranquillamente i contanti, e non potete immaginare che nel frattempo tutti i vostri dati vengono memorizzati da un meccanismo elettronico nascosto nel congegno, in modo tale da permettere ai truffatori di clonare la carta e di prosciugarvi il conto corrente.

Un ex finanziere in pensione ha scoperto una di queste «trappole» in una banca di piazza Giovanni dalle Bande Nere: inserendo la sua carta Bancomat, ha notato una modifica sospetta alla fessura d’inserimento del tesserino e ha dato l’allarme.

Il secondo meccanismo elettronico sottoposto a sequestro è stato scoperto in una banca in via dei Missaglia: simile all’originale, presentava una sofisticata modifica adatta a leggere e clonare i dati contenuti nelle carte Bancomat, e una microcamera per filmare e memorizzare anche il codice Pin mentre il cliente della banca lo digitava.

I due apparecchi sono stati sottoposti a sequestro da parte del Comando provinciale della Guardia di Finanza, che ha sporto denuncia contro ignoti all’autorità giudiziaria per frode informatica. Le Fiamme gialle milanesi invitano i cittadini e gli istituti di credito a segnalare eventuali sospetti e anomalie rinvenute.

Fonte: http://milano.corriere.it


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