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L’arte deve disturbare oppure è arte di regime

«L’arte contemporanea, ormai da tempo, non è più interessata alla rappresentazione del reale o alla decorazione. Essa cerca di affrontare temi più complessi. Allora l’arte contemporanea, per essere tale, deve essere, per noi fruitori, un inciampo continuo. Deve disturbarci ininterrottamente. Deve essere tesa al nuovo. Deve avere la capacità di problematicizzare la nostra vita quotidiana. Insomma, deve saper turbarci. Altrimenti non sarebbe arte contemporanea. Ma arte di regime».

Sono parole di Danilo Eccher, da gennaio di quest’anno presidente della Fondazione Galleria Civica – Centro di ricerca sulla contemporaneità di Trento, che per nulla turbato dal coro di proteste che cittadini e politici stanno alzando in questi giorni nei confronti delle opere d’arte in corso di allestimento, per l’imminente vernissage dell’istituzione, risponde sul ruolo che una Galleria deve avere: «Una società matura come la nostra – spiega Eccher – deve accettare la sfida della contemporaneità. La sfida dei nuovi linguaggi. Altrimenti come potremmo capire i nuovi popoli e le altre culture con le quali andiamo e andremo a confrontarci? Ecco, il compito dell’arte contemporanea è proprio questo: sperimentare per capire, indagare per conoscere».
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Professor Eccher, facciamo un passo indietro. Con quale filosofia avete avviato questo nuovo corso della Galleria Civica?
«Questo avvio della Fondazione è estremamente rilevante. Coincide con i vent’anni dalla nascita della Galleria Civica cittadina. Si tratta quindi di un momento importante per raccogliere le esperienze e le ricerche effettuate in questi quattro lustri. Ma, soprattutto, per impostare un progetto a lunga scadenza teso a mantenere Trento al centro della sperimentazione e della ricerca dell’arte contemporanea. Trento ne ha bisogno. E in fondo, se lo merita».
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In continuità, quindi, con le (a volte molto criticate) gestioni precedenti.
«Fin dalla sua fondazione la Civica è stata pensata come uno strumento per “guardare” quello che accade nel mondo. Vent’anni fa la città fece una scelta molto coraggiosa. Ma altrettanto coraggiosa è stata la scelta, fatta lo scorso anno, di potenziare la Galleria trasformandola in Fondazione. Si tratta di una storia importante che ha generato dibattito e voglia di confrontarsi. Ha promosso i talenti del nostro territorio e ha portato qui quanto di meglio, in Europa, l’arte contemporanea potesse offrire».
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Cosa avete pensato per questo tanto atteso vernissage?
«L’inaugurazione della Civica, ormai imminente, vuole essere un vero e proprio manifesto d’intenzioni per quello che vogliamo fare nei prossimi anni. Così, ad esempio, gli eventi inaugurali saranno de-localizzati: abbiamo chiesto ospitalità ai musei della città che ci hanno accolto con molto entusiasmo. Abbiamo aperto un dialogo con le sedi universitarie. Abbiamo spolverato lo Spazio foyer dell’Auditorium Santa Chiara. E poi abbiamo “occupato” luoghi meno usuali come i giardini di piazza Dante. Questo sforzo deve essere letto come un omaggio alla città, al suo autorevole tessuto cittadino».
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Veniamo al dunque: cosa pensa delle polemiche di questi giorni, soprattutto indirizzate verso l’opera che Lara Favaretto sta allestendo in piazza Dante?
«Il fatto che una città reagisca nel dibattito culturale è un aspetto sempre positivo che non mi spaventa. Significa che è una città ricettiva, viva, che segue con attenzione i momenti di trasformazione e di modificazione. Nella sua storia ventennale la Civica ha registrato, periodicamente, momenti come questo. La Galleria mette in capo proposte stimolanti e la città reagisce. Questa è, da tutti i punti di vista, una ricchezza. Certo, queste reazioni positive non vanno confuse con reazioni di carattere estemporaneo che lasciano il tempo che trovano».
0 0 Galleria Civica 09 D T
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Eppure opposizioni e giornali stanno facendo festa.
«Le opposizioni e i giornali stanno facendo giustamente il loro lavoro. Le opposizioni hanno il dovere di controllare come utilizza i soldi pubblici chi è al governo. I giornali devono mettere in evidenza l’uso delle risorse comuni e l’impressione dei cittadini. Tutto questo fa parte di una società attenta e civile. Non accetto però che si entri nel merito dell’opera d’arte. Per fare questo occorre avere degli strumenti. O si diventa ridicoli».
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Qualcuno, invece, considera ridicolo sostenere che si tratta di soldi, 170 mila euro, ben spesi.
«Il finanziamento di tutta l’operazione è in linea con le previsioni della Fondazione».
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Senza fare i conti con i tempi di crisi.
«Ma è proprio nei momenti di crisi e di tensione che si deve reagire investendo nel pensiero e nella creatività. Tanto per fare un esempio: a Sarajevo, all’indomani della file della Guerra dei Balcani, una delle prime cose che venne fatta fu la riapertura (con ricostruzione) del Museo di arte contemporanea. Certamente in quella città umiliata dalla bombe e dall’odio, un museo non era la cosa più urgente. Eppure quello fu il segnale migliore che una società decisa a ricostruirsi e a rinascere, poteva dare. Pensare che nei momenti di crisi si debba colpire la cultura è una idea primitiva che non fa onore a una terra matura ed evoluta come il Trentino».
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Matura ed evoluta. Ma altresì attenta a come si spendono i soldi pubblici.
«E io dico: e per fortuna che questi investimenti sono fatti, in parte, con soldi pubblici. Quando il pubblico investe in cultura significa che la società è democratica. Nelle società totalitarie e in quelle aristocratiche gli investimenti pubblici non erano certo fatti in cultura».
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C’è già chi chiede «la testa» del direttore artistico Vilardi.
«Ripongo nel direttore artistico della Fondazione, Andrea Viliani, e nel suo staff, la massima fiducia. Stanno facendo un ottimo lavoro e ci stanno mettendo, come si usa dire, “l’anima”. Hanno dimostrato, in questi mesi, grande attenzione, volontà ed entusiasmo».
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Non negherà però, una difficoltà del pubblico nel comprendere il linguaggio dell’arte contemporanea.
«I linguaggi, proprio perché contemporanei, sono difficili. Questo accade in tutti i campi dalle scienze alle tecnologia. Il terreno della sperimentazione è un luogo complesso e difficile. Ma è lì che si nascondono i modelli che tra dieci, vent’anni verranno fatti propri dalla società».

Alessandro Franceschini – Fonte: www.ladige.it

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Questa voce è stata pubblicata il 6 ottobre 2009 da in Cultura - Arte - Musica, Leggo & Pubblico con tag , , , , , .
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