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Antitrust censura Vanity Fair per i finti articoli su McDonad’s e Pepsi

Se vogliamo farci capire meglio dai lettori di Vanity Fair, perchè scrivere “VANITY FAIR PROMOTION” oppure “ADVERTISEMENT”?

Non sarebbe stato meglio scrivere PROMOZIONE o PUBBLICITA’? La mia solita domanda torna d’attualità: perchè non comunicare in italiano con gli italiani?

un articolo di Roberto La Pira che leggo sul Il Fatto Alimentare

 

censura vanity fair pepsi ottobre 2013

L’Antitrust censura Vanity Fair il settimanale edito da Condé Nast per avere pubblicizzato i marchi McDonald’s e Pepsi in maniera poco trasparente. Per la precisione si è trattato di due publiredazionali a pagamento, cioè finti articoli che decantano solo virtù e pregi delle aziende. In altre parole sono pubblicità.

Per McDonald’s il servizio illustrava le colazioni che si possono ordinare al mattino, per Pepsi un servizio di quattro pagine intitolato “Il rap parla italiano” proponeva la fotocronaca di un concerto al Forum di Assago.

 Per i lettori è facile confondere queste pubblicità ambigue con un’intervista o un approfondimento vero, anche se delle scritte in caratteri tipografici minuscoli “VANITY PER MCDONALD’S” e “VANITY PER PEPSI” , posizionate ai margini delle pagine, dovrebbero aiutare a capire la vera natura dell’articolo.

 

censura vanity fair mcdonalds ottobre 2013

L’Antitrust ha censurato queste “pubblicità mascherate” e Condé Nast si è impegnata, d’ora in poi, a inserire negli articoli la scritta “VANITY FAIR PROMOTION” oppure “ADVERTISEMENT”.

In linea di principio la decisione è interessante perché l’abitudine dei giornali a scrivere finti articoli a pagamento è molto diffusa, per contro l’inserimento di due parole inglese per fare capire al lettore che in realtà sta leggendo una pubblicità, oltre che del tutto insufficiente, desta qualche perplessità.

 Forse andava detto qualcosa in più sulle dimensioni delle scritte e anche sulla modalità di impaginazione. Solo in questo modo è possibile rendere immediatamente distinguibile il vero articolo da questa sottospecie di pubblicità a pagamento che molti direttori propongono a dispetto di ogni norma deontologica.

 

 

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