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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Italiani, ma stranieri in patria, grazie a burocrazia e non solo…

pollice giùCerco di imparare dai miei errori e da quelli altrui ed infatti mi è chiaro, ad esempio, che non bisogna guidare e/o scrivere e cliccare su Invia quando si è arrabbiati.

Questo post avrebbe dovuto essere scritto agli inzi di aprile, dopo aver visto questo servizio di Mi Manda Rai 3 che spiega in poche parole quello che poi verrà affontato nel corso della  puntata, se non fosse che o mi sono arrabbiato a tal punto nel vedere cosa stanno passando parecchi nostri connazionali, da decidere di aspettare sino a che le riflessioni potessero essere lucide e razionali.

(Non ho avuto bisogno di tutto questo tempo per sbollire, ma le cosa da fare, che sia lavoro, famiglia o Blog, sono tante e qualcosa devo per forza di cose spostarlo nel tempo.)

Come spiegano nel riassunto della puntata, tutto nasce 60 anni fa:

“…al termine della Seconda Guerra mondiale, sotto la spinta della pulizia etnica delle milizie jugoslave e lo spettro delle foibe, furono moltissimi i profughi italiani provenienti dai territori della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Istria costretti a lasciare le loro case.

Sono passati moltissimi anni dalla loro fuga, ma tanti di quegli esuli combattono ancora con un sistema burocratico che continua a non riconoscergli tutti i diritti di cittadinanza a causa del mancato aggiornamento del sistema informatico di diversi Enti locali. Mi Manda RaiTre ha accolto il loro appello e ospita una delegazione di esuli giuliano-dalmati.”

Arena_di_Pola_Pict

Fonte: commons.wikimedia.org Autore: Utente “Presbite”

 

Dopo 60 anni queste persone, che hanno preferito abbandonare i luoghi dove sono nati, gli affetti, le proprietà, pur di restare Italiani, si trovano a dover combattere contro la burocrazia ottusa, contro l’ignoranza di impiegati e funzionari statali che non conoscono leggi e normative, comportandosi perciò in modo tale da ledere pesantemente i diritti di questi cittadini, costretti talvolta a dichiarare il falso, per poter usufruire di servizi a loro dovuti.

E gli aneddoti raccontati, spesso con le lacrime agli occhi, di vita quotidiana, di diritti negati, mi fanno pensare ad una sola parola:

vergogna

 

 

 

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