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Perchè paesi diversi con inflazione diversa non possono usare la stessa moneta

ricevo da Il Principe Brutto, un lettore affezionato del Blog, e pubblico

pensieri parole

Mi scuso da subito per la lunghezza, peraltro necessaria: alcune cose si possono semplificare, ma solo fino ad un certo punto.

Nel post Finlandia, la ‘Grecia scandinava’ che minaccia l’euro ho commentato en passant che per nazioni con inflazioni diverse, usare la stessa moneta è un non-senso economico ed un suicidio (per tutte le nazioni tranne quella con l’inflazione più bassa).

Vorrei espandere un pochino il commento, perchè mi rendo conto che potrebbe non essere così evidente.

Cominciamo con una premessa: ogni paese ha un tasso di inflazione corrispondente alla piena occupazione. O, se volete, un tasso di disoccupazione al di sotto del quale l’inflazione comincia ad aumentare.

Per ciascun paese, questo tasso è diverso, e le ragioni di questo fatto non ci interessano in questo momento. Quello che ci interessa è la relazione tra disoccupazione e inflazione.

Se la disoccupazione scende al di sotto della soglia definita sopra, l’inflazione comincia a salire. Altrimenti detto, per portare l’inflazione al di sotto del valore che corrisponde alla piena occupazione, occorre aumentare la disoccupazione

Nota > > >  chi è interessato alla teoria, puo’ partire cercando riferimenti alla Curva di Phillips, e al NAIRU. Un articolo abbastanza divulgativo, pur con molti aspetti tecnici, si trova sul blog di Alberto Bagnai

Tutto chiaro fin qui?

Disoccupazione alta/ inflazione bassa, e disoccupazione bassa/inflazione alta.

Bene, andiamo avanti e facciamo un esempio di come differenti tassi di inflazione entrano in gioco nel caso di una moneta comune. Immaginate di avere due paesi, Spagna e Germania.

Supponiamo che in Spagna il tasso di inflazione “tipico”, corrispondente ad una piena occupazione o quasi, sia del 3%. Lo stesso tasso, per la Germania, è del 2%.

Supponiamo inoltre Spagna produca acciaio di media qualità a 100 peseta al Kg. La Germania produce acciaio di alta qualità a 130 Marchi a tonnellata.

Entrambi i prodotti hanno il loro posto sul mercato ed il loro clienti.

Viene introdotto l’Euro, e la situazione, almeno nell’immediato, non cambia: chi si accontenta di acciaio di media qualità lo compra a 100 Euro a tonnellata in Spagna. Chi lo vuole di alta qualità lo compra in Germania a 130 Euro a tonnellata.

La differenza di prezzo, del 30%, compensa la differenza di qualita’ ed orienta la scelta di chi compra.

Cosa succede però dopo dieci anni?

Dopo dieci anni, al 3% all’anno di inflazione, l’acciaio spagnolo costa 134 euro a tonnellata. Quello tedesco, al 2% all’anno di inflazione, costa 158 Euro a tonnellata. La differenza di prezzo si è ridotta sia in termini assoluti (da 30 a 24 euro) che relativi (dal 30% al 18%).

E questo, si badi, senza che nient’altro sia cambiato. L’acciaio spagnolo non è peggiore di prima, quello tedesco non è migliore. Eppure, l’acciaio spagnolo è diventato meno competitivo, cioè è rincarato di più di quello tedesco, e questo semplicemente per effetto dell’inflazione.

Nota >>> Questo dovrebbe porre fine alle illusioni di chi dice che l’Euro funziona, ma dovevano entrare con un cambio inferiore. Con un cambio inferiore il meccanismo inflattivo richiede più tempo, ma il risultato finale è lo stesso.

Il risultato è che a poco a poco, l’acciaio spagnolo viene messo fuori mercato, con un meccanismo inesorabile, fino a che le acciaierie spagnole devono chiudere, lasciando il mercato a quelle tedesche.

Oltre a perdere le proprie fabbriche di acciaio, la Spagna sarà costretta ad importare acciaio dalla Germania, andando in deficit della bilancia commerciale.

Questo meccanismo è alla base della crisi nell’eurozona: le industrie nazionali sono diventate non competitive a causa di inflazioni diverse, il che ha orientato gli acquisti verso merci importate; merci che venivano pagate con soldi presi a prestito dal produttore delle merci stesse.

In soldoni: le banche tedesce prestano soldi alle banche spagnole, che li prestano poi ai consumatori spagnoli per finanziare l’acquisto di merci tedesche.

Merci che una volta erano troppo care, ma che dall’introduzione dell’euro in poi sono diventate meno care a causa del meccanismo inflattivo descritto sopra (un corollario di quanto sopra è che questa è una crisi di debito PRIVATO, non pubblico, cosa che peraltro ha pacificamente riconosciuto anche la BCE, per bocca del suo vice-presidente).

C’è qualcosa che la Spagna può fare per non perdere le proprie acciaierie e riequilibrare la bilancia commerciale?

Se rimane dentro l’Euro, la Spagna non può fare altro che abbassare la propria inflazione, fino a renderla minore di quella tedesca.

Ma per fare questo, come abbiamo detto all’inizio, occorre alzare la disoccupazione, e pagare meno chi lavora.

Il che è quello che è avvenuto, sia in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Grecia, e dovrà avvenire anche in Finlandia.

Euro e austerità sono inscindibili; uno porta l’altra, senza alcuno sconto, come anche i finnici, che una volta volevano pignorare il Partenone, stanno scoprendo (e che in molti avevano facilmente previsto, come per esempio il solito Bagnai.

E’ ora giunto il momento di rispondere alla domanda fatidica: ma gli USA come fanno?

Gli USA dispongono di un governo unico, e di un budget federale che aiuta i vari stati dell’unione a superare i momenti di crisi.

Secondo alcuni studi, quando il PIL di uno stato scende di un dollaro, il sistema di tassazione federale porta ad una riduzione delle tasse dell’ordine di 34 cents, a cui si aggiungono aiuti per circa 6 cents.

Quindi, quasi la metà della riduzione nelle entrate degli abitanti di uno stato in crisi viene assorbita dalla fiscalità a livello federale (vale a dire, gli stati più ricchi aiutano quelli più poveri).

Inoltre, intervengono anche i consueti meccanismi di aggiustamento interno, vale a dire i movimenti di migrazione, chiaramente facilitata dal fatto che in tutti gli USA si parla una sola lingua e c’è una situazione culturale omogenea.

Faccio notare che sussidi di stato e migrazione interna sono gli strumenti che hanno tenuto insieme l’Italia dall’unificazione in poi, quando alle regioni meridionali, più arretrate, fu imposto l’uso della moneta degli unificatori del nord.

Un esempio più recente è l’unificazione delle due Germanie (il libro da leggere è Anschluss, di Vladimiro Giacchè).

Giacchè2

Niente di tutto questo esiste nell’eurozona. Non c’è alcun budget federale per aiutare i paesi in difficoltà, ed anche ci fosse, non si potrebbe usare perchè gli aiuti di stato sono proibiti.

A questo punto salta sempre su qualcuno che invoca come soluzione la creazione degli Stati Uniti d’Europa, ad immagine e somiglianza di quelli d’America.

Tralasciando per un attimo le difficoltà di creare una entità politica unica tra paesi che non parlano la stessa lingua ed hanno culture completamente diverse, creare gli USE vorrebbe dire istituire un budget federale, cioè un meccanismo per consentire (obbligare) i paesi più ricchi ad aiutare quelli più poveri.

Chiaramente, Germania Belgio ed Olanda sarebbero contributori netti di questo schema, e gli altri paesi sarebbero sovvenzionati, in misura più o meno grande.

Parliamo di cifre?

Jacques Sapir ha macinato alcuni numeri piuttosto credibili, e trovate una traduzione del suo lavoro qui.

Vi riporto la conclusione:

un sistema di aiuti federali sul modello di quelli degli USA costrebbe alla Germania una cifra dell’ordine dell’8% all’anno del suo PIL, e questo per i prossimi dieci anni.

E direi che sulla possibilità di far accettare ai tedeschi un sistema del genere non serve alcun commento.

5 commenti su “Perchè paesi diversi con inflazione diversa non possono usare la stessa moneta

  1. £@
    20 novembre 2015

    Visto e capito. Grazie.

    Innanzituto i miei più vivi complimenti per la facilità con cui hai spiegato concetti complessi e per la sintetica che ti ha permesso in poche parole di spiegare concetti lunghi.

    Comunque, in parte non concordo… seppur capisca i concetti.
    Non vedo perchè due Stati dell UE (Spagna e Germania) seppur con inflazioni differenti debbano per forza cannibalizzarsi a vicenda.
    Io penso che nel caso dell’esempio si possa arrivare ad un punto di equilibrio, dove la Spagna seppur con un inflazione del +1% confronto alla Germania, visto che nel tempo continua a perdere fetta di mercato, inizierà a ridurre progressivamente la sua produzione (e le acciaierie = più disoccupati) anche se prima ci sarà un eccesso di produzione il che abbasserà i prezzi di vendita del metallo spagnolo.

    Questi 2 elementi, secondo me, dovrebbero bastare… il numero minore di fabriche per il lungo periodo, e l’ecceso di offerta per l’immediato.
    Dunque non credo che si prefiguri il risultato dell’esempio, ma che entrando in causa altri meccanismi, il sistema si regoli per un equilibrio.

    Il tutto, ovviamente se non è drogato da fattori esterni… vedi in Italia l’eccesso di produttori di latte, causati dagli euro-incentivi che nelgi anno 2000 strapagaveno il latte perchè in EU pochi Stati riuscivano a coprire la propria quota(*)… e pertanto gli aiuti esterni veniano contemplati e strapagati. Oggi invece no.

    (*) a proposito di quote europee, questo è un altro discorso… ma credo c’entri.
    Io non le condivido, non vedo perchè obbligare tutti gli Stati UE ad avere una produzione che copra la propria quota, infischiandosene del mercato… cosi’ chiha un eccesso di produzione interna deve esportarla fuori UE, mentre chi non la produce,DEVE inizare a farlo… senza contare la qaulità e il prezzo del prodotto, che magari chi lo fà da secoli, magari ha delel eccellenze che chi inizia ora non ha.

    • IlPrincipeBrutto
      20 novembre 2015

      > Non vedo perchè due Stati dell UE (Spagna e Germania) seppur con inflazioni differenti debbano per forza cannibalizzarsi a vicenda.
      .
      Lei non lo vede, ma mi pare che la realta’ sia evidente. Mi spiace che la realta’ non si accordi con la sua intuizione.
      .
      >> Questi 2 elementi, secondo me, dovrebbero bastare… il numero minore di fabriche per il lungo periodo, e l’ecceso di offerta per l’immediato.
      .
      Quindi, piu’ disoccupazione nel lungo periodo, perche’ ci sono meno fabbriche, e operai pagati di meno nel breve, per abbassare i prezzi. Mi scusi, in cosa differisce questo scenario dalle conclusioni che ho presentato? In cosa differisce dalla realta’ attuale, in Spagna come in Italia?
      .
      sicuri si diventa, Ride Safe.

      • £@
        1 dicembre 2015

        Seppur con molto ritardo ci tengo a risponderLe. E mi scuso per il tempo passato.

        Allora…
        Il “Io non vedo perchè …debbano per forza cannibbalizzarsi a vicenda”.
        Intendo dire, che i due Stati (dell’ esempio) seppur in concorrenza per l’acciaio non vedo perchè una volta trovato il “punto di pareggio” dove uno Stato produce #X quantità e l’altro produce #Y quantità ed entrambi i valori sono diversi da quanto producevano nel periodo pre-euro.. il resto dei lavoratori non possano trovare un impiego (e di conseguenza le aziende si riconvertirebbero) per produrre altro, dove la produzione interna ha una domanda opposta a quella dell’acciaio.

        O mi vuole spiegare Lei come farebbe la Germania (sempre nell’esempio) a produrre più acciao, senza aprire nuove fabbriche e senza assumenre nuovo personale… che seppur in parte ex-disoccupato da qualche parte arriverà.. no?

        Perchè sia chiaro è giusto vedere la cosa dal punto di vista “negativo” della Spagna, ma anche la Germania (che sempre nell’esempio) è in una situazione di vantaggio non avrà mica la bacchetta magica che per magia copre la domanda europea di acciao, anzi. Anche questo Stato dovrà fare i conti con problemi e bilanci economici, dei quali io non ne conosco i retroscena.. ma una cosa la so’. Anche quando un azienda và meglio del solito ci sono problemi, e non solo quando và peggio del solito.

        Poi…
        il “il numero minore di fabriche per il lungo periodo, e l’ecceso di offerta per l’immediato.” non sono automaticamente disoccupazione il primo e una riduzione degli stipendi il secondo…
        Ci sono un infinità di sistemi per assorbire l’eccesso di offerta, o l’eccesso di produzione e tutti li avrà visti anche Lei nella sua realtà quotidiana, e che siano applicati a 4 carote non vuol dire che per una macro-economia non possano veni utilizzati i principi guida (opportunamente corretti).
        -Ad esempio… nel lungo periodo dell’esempio la Spagna potrebbe riconvertire le fabbriche che non vendono acciaio ad altre attività industriali, che nel frattempo (magari) hanno registrato un aumento della domanda. Oppure posso cambiare completamente settore e tipologia di Azienda, seppur rimanendo con gli stessi operai.. bastano corsi di formazione.. e una fabbrica d’acciao puo’ diventare una centrale di reciclaggio dell’alluminio (che tra l’altro usa achesso un altoforno).
        – Nel breve periodo invece… di “toccare” gli stipendi le fabbriche potrebbero per esempio aumentare la domanda interna con grandi opere (stipo vedi il ponte di Rande) o visto che si parla di acciaio, fare ferrovie… no?

        Ed ora la parte che secondo me Lei ha volutamente ignorato… la Germania, che seppur in vantaggio nei confronti della Spagna, come affronta i nuovi ordini di acciaio che prima erano coperti dalla produzione spagnola?
        Secondo me li affronta in 3 fasi…
        1) immediato: aumenta per quanto possibile la produzione interna, con straordinari e turni forzati a ciclo continuo (ma non può durare a lungo)… e cosa fai tra 1 e 2(*)?
        2) breve periodo: installazione di nuove linee di produzione ed assunzione di nuovi operai… i quali però vanno costruiti e istruiti e specializzati.
        3) nel lungo periodo aprendo nuove fabbriche.
        Ma nei punti 1,2 e 3 c’è un problema che di fondo che non è stato contemplato… ovvero i lavoratori da dove vengono? Chi gli paga la preparazione? e le loro necessità personali (pranzo e alloggio) come le copri?

        Semplice… li prendi da altri settori.. che hanno meno produttività cosi’ 1 operaio non produce più 20euro/h ma 50 perchè il “nuovo acciaio” ha questi guadagni.

        (*) Il problema semi-immediato chec’è tra la fase 1 e la 2 non è da poco, perchè i cicli a ritmo forzato non possono durare a lungo, e quando finiscono la produzione si riduce fino all’attivazione delle nuove linee. Ma in loro attesa cosa puo’ fare la Germania? Niente !!! Anzi no.. ridurre la domanda, rifiutando gli ordini, rendendo meno competitivo il prodotto aumentandone il prezzo.

        Poi pero’ che un MA grande “come un grattacielo”… io non son un esperto, anzi di queste cose ne capisco ma non ne ho una conoscenza scolastica o professionale, ma solo per “lettura personale”… e pertanto se perfino IO arrivo a soluzioni alternative, non vedo perchè non ci possanoarrivare gli economisti che dirigono i fili… tranne SE (anche questo enorme) ci sono interessi in gioco.
        Vedi ad esempio, la sua frase “le banche tedesce prestano soldi alle banche spagnole, che li prestano poi ai consumatori spagnoli per finanziare l’acquisto di merci tedesche” il che vuol dire che se chi gestisce l’economia spagnola o europea ha degli interessi nelle banche tedesce puo’ non fare nulla per attivare i meccanismi (che ho elencato) per aiutare la Spagna… ma come disse il grande economista Marx… la disoccupazione la si supera spendendo soldi.

  2. Lorenzo
    20 novembre 2015

    Da profano dico i miei due cents, senza pretesa di innescare un dibattito economico (non ne sono in grado):

    – a mio avviso è importante capire quali sono le cause di certi tassi di inflazione, più alti o più bassi a seconda dello Stato. Perché non sempre occupazione e inflazione sono direttamente proporzionali (v. Italia negli anni ’80 e in generale tanti Stati con politiche economiche simili);

    – appunto perché le cause dell’inflazione non sono sempre le stesse, è possibile (anzi, auspicabile) che nel corso del tempo un Paese con inflazione mediamente più alta sia indotto ad abbassarla con politiche adeguate – senza per forza essere costretto ad aumentare il numero di disoccupati – cercando di livellare la media e farla oscillare entro valori piuttosto vicini;

    – il modello non prevede che vi siano altri Stati all’interno della comunità con moneta unica, ognuno specializzato in una gamma di prodotti non identica a quella degli altri; in altre parole, non ci sono solo due Paesi che producono solo acciaio. E non prevede nemmeno Stati terzi alla comunità, con cui comprare e vendere.

    – infine, mi pare un po’ semplicistico dire che la crisi dell’Eurozona è dovuta solo a queste dinamiche, visto il ruolo fondamentale che ha giocato la crisi di debito pubblico e la conseguente sfiducia dei mercati (paradossalmente, ma inevitabilmente, gli stessi che hanno chiamato in causa lo sforzo finanziario statale)

    • IlPrincipeBrutto
      20 novembre 2015

      > visto il ruolo fondamentale che ha giocato la crisi di debito pubblico
      .
      l’origine della crisi e’ nell’eccesso di debito privato verso creditori esteri. Ci sono dati, nell’intervento del vicepresidente BCE che ho linkato, perche’ si continua ad affermare una inesattezza cosi’ macroscopica, perche’ si continua a non voler guardare i dati?

      Il debito pubblico degli stati coinvolti ha cominciato a crescere dopo; quando i consumatori hanno cominciato a ripagare i propri debiti (o semplicemente a non ripagarli proprio), l’attivita’ economica e’ diminuita di conseguenza. A farsi carico di tenerla in piedi (cosi’ come a ripianare i bilanci delle banche) e’ intervenuto lo Stato. Il debito nato privato e’ cosi’ diventato pubblico, e da li’ e’ partita la favola che si trattasse di una crisi di debito pubblico.
      .
      Aggiungo: se il debito pubblico ha un ruolo fondamentale, come mai la crisi ha colpito paesi come la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, che avevano debiti pubblici ben al di sotto dei famori parametri di Maastricht, ed in almeno un caso in discesa?
      .
      sicuri si diventa, Ride Safe

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