Coop ha ritirato in Trentino, 5 lotti di “fior di biscotti Cuori di Mais”

25 febbraio 2014

Coop ha ritirato dagli scaffali di  11 supermercati del Trentino Alto Adige, cinque lotti di “fior di biscotti CUORI DI MAIS” con mela e carota, confezionati dall’azienda biologica Fior di Loto.

I biscotti   potrebbero contenere tracce di latte non indicate in etichetta. Il problema interessa solo le persone intolleranti alle proteine  del latte che ignorando la presenza dell’ingrediente potrebbero avere problemi.

 

I biscotti sono confezionati in buste da 250 g con codice a barre 8016323073142. I lotti ritirati hanno come termine minimo dio conservazione queste date:  24/07/2014 ,  16/09/2014,  17/10/2014, 19/11/2014,  09/12/ 2014.

Coop invita i consumatori  intolleranti al latte a riconsegnare le confezioni al punto vendita per il rimborso. Per ulteriori informazioni rivolgersi al numero 011 4018511.

Fonte: Il Fatto Alimentare (clicca sul link per leggere l’elenco dei supermercati)


Ogm: contaminate in Friuli fino al 10% le colture di mais convenzionali

11 ottobre 2013

ogmI campi di mais convenzionale in provincia di Pordenone limitrofi alle coltivazioni di mais Ogm Mon810 risultano gia’ contaminati fino al 10% dal dna transgenico. E’ pertanto indispensabile un intervento di sequestro e messa in sicurezza dei raccolti prima che il danno divenga irreversibile“.

A sostenerlo è Loredana De Petris, senatrice di Sel e capogruppo del misto, in relazione ai dati, resi noti dal Corpo forestale dello Stato e dall’istituto Zooprofilattico, sul livello di contaminazione gia’ riscontrato nelle coltivazioni di mais nell’area del comune di Vivaro, in provincia di Pordenone.

E’ una ulteriore conferma - dichiara la senatrice - della pericolosita’ dei semi modificati e del rischio che ne deriva per l’agricoltura italiana, nonche’ del colpevole ritardo della Regione Friuli nel fronteggiare sul posto l’emergenza” .

Abbiamo gia’ chiesto e ribadiamo oggi un intervento urgente, in via sostitutiva, da parte del Ministro dell’ambiente, del Ministro della salute e del Ministro per le politiche agricole, per prevenire un ulteriore danno ambientale e assicurare l’adozione di misure coerenti con il vigente divieto di coltivazione del Mon810, istituito con il decreto interministeriale del luglio scorso“.

Fonte: Sicurezza Alimentare


Dopo 10 anni molti insetti diventano resistenti e il vantaggio di usare semi Ogm si riduce

27 giugno 2013

ogmin sintesi un articolo di Agnese Codignola che leggo su Il Fatto Alimentare

Dal 1996, anno delle prime autorizzazioni, a oggi, nel mondo circa 400 milioni di ettari sono stati coltivati con mais e cotone geneticamente modificato per produrre la tossina batterica del Bacillus thuringiensis (Bt).

La tossina del Bt causa la morte di molti parassiti animali ed è innocua per l’ambiente e per l’uomo, come conferma la nebulizzazione della stessa avvenuta per molti anni in tutto il mondo.

Fin dall’inizio, infatti, molti gruppi ambientalisti e ricercatori del settore hanno avanzato pesanti dubbi sui possibili effetti a carico dell’ambiente e, in particolare, sulla concreta possibilità dello sviluppo di specifiche resistenze tra i parassiti, che avrebbero reso inutile l’impiego di queste sementi ogm.

Ora un gruppo di ricercatori francesi del Center for Agricultural Research for Development (CIRAD), guidato da Yves Carrière ha voluto verificare la situazione.

L’analisi ha preso in considerazione 77 studi riguardanti 13 diverse specie di parassiti presenti in otto paesi dei cinque continenti. Il risultato non è  affatto rassicurante, perché la comparsa della resistenza si vede abbastanza chiaramente: se nel 2005 le specie resistenti alla tossina del Bt era una, cinque anni dopo se ne contavano cinque.

Delle cinque specie resistenti, tre sono state identificate negli Stati Uniti, dove gli agricoltori hanno ormai piantato a mais e cotone ogm su circa la metà del terreno coltivabile; l’emergere della resistenza ha seguito le leggi dell’evoluzione e si è manifestato seguendo appieno le previsioni.

E’ necessario che il campo contenga  zone cosiddette rifugio, cioè prive di piante geneticamente modificate, dove gli insetti possono nutrirsi senza sviluppare resistenza e, quindi, sopravvivendo e generando prole non resistente.

Un esempio clamoroso dell’importanza di queste zone franche viene dalla Pectinophora gossypiella, un insetto che nei campi di cotone dell’India, dove non sono state inserite zone rifugio, ha sviluppato resistenza al Bt molto in fretta, mentre negli Stati Uniti, dove le zone rifugio esistono in quasi tutte le coltivazioni, lo stesso insetto non ha mostrato resistenze allarmanti.

Stesso seme, stessa pianta, stesso insetto ma due destini molto diversi.

Questo studio  fornisce alcuni elementi chiave per migliorare la pianificazione di queste coltivazioni, ritenute da alcuni indispensabili se si vuole assicurare la produzione di una quantità sufficiente di cibo (e non solo) per i nove miliardi di essere umani che presto popoleranno il pianeta.

 


In Friuli, latte contaminato con aflatossine e formaggio DOP prodotto abusivamente

20 giugno 2013

leggo su Il Salvagente

Associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute.

Con questa accusa il leader del Cospalat del Friuli Venezia Giulia, Renato Zampa, è stato arrestato nell’ambito dell’indagine sulla messa in commercio di latte con sostanze tossiche, condotta dai Nas di Udine.  Insieme a lui, altre quattro persone sono finite ai domiciliari e una quinta è stata sottoposta ad obbligo di firma.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti l’organizzazione avrebbe messo in commercio volutamente latte contaminato da aflatossine, specie fungine cancerogene con effetti negativi sulla crescita dei bambini. In alcuni casi è stata certificata anche la presenza di antibiotici.

Le analisi sul latte sarebbero state falsificate con il ricorso a un laboratorio compiacente, allungandolo con altro latte non contaminato.

L’organizzazione, inoltre, è accusata di aver utilizzato latte proveniente da allevamenti non autorizzati per produrre abusivamente formaggio Montasio Dop.  In tutto gli indagati sono 24, di cui 17 sono allevatori.

°°°

leggo su Lettera43

La storia di Cospalat è iniziata nel febbraio del 1998, quando 200 produttori di latte del Friuli Venezia Giulia diedero vita all’associazione organizzata dal Comitato spontaneo produttori agricoli che in regione aveva dato vita a clamorose proteste, tra cui un’asta di bovini e un corteo di 200 trattori a Codroipo (Udine), sostenendo che il mercato del latte dovesse «appartenere a chi lavora e produce» e rivendicando di «poter controllare le future scelte in agricoltura»

Nel 2003, alla fiera ‘Agriest’ di Udine, Cospalat presentò un proprio progetto di filiera che prevedeva il conferimento del latte raccolto a centri di trasformazione e la distribuzione dei prodotti derivati in una serie di spacci della stessa organizzazione, con «garanzia e certificazione» della provenienza del latte lavorato e della sua salubrità.

leggo su Altroconsumo

Vendevano latte invendibile, perché contaminato da tossine cancerogene provenienti (una muffa cancerogena proveniente) dal mais con cui erano alimentate le vacche.

Queste tossine (muffe), catalogate come sicuramente cancerogene dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, si sviluppano nel mais attaccato da muffe con cui sono alimentate le vacche, che le metabolizzano e le espellono con il latte, contaminandolo. La stagione particolarmente siccitosa dello scorso anno ha favorito la formazione di funghi e muffe del mais.

Secondo la legge, quando il mais viene pensantemente attaccato da questi microrganismi deve essere scartato e bruciato. Non può quindi, come invece è successo in questo caso, rientrare nella filiera alimentare ed essere dato alle vacche da latte o ad altro bestiame. Esistono leggi e controlli rigorosi sulla presenza di aflatossine nel latte, tali da garantirci, in generale, un alimento sicuro. Nell’ambito di questi controlli si è scoperta la truffa.

Chiediamo che le autorità rendano noti i nomi dei prodotti coinvolti in questa truffa. Lo chiediamo a tutela della salute dei consumatori e a nome della trasparenza che dovrebbe sempre contraddistinguere il lavoro dell’amministrazione pubblica.


Mais Ogm: per l’Efsa non è cancerogeno

8 ottobre 2012

un articolo che leggo su Altroconsumo; suggerisco di integrare questa lettura con l’articolo di Agnese Codignola su Il Fatto Alimentare

Per l’Autorità europea per la sicurezza alimentare il clamoroso studio francese sul mais Ogm Nk603 della Monsanto, secondo cui provocherebbe tumori,  non è attendibile.

Il parere è arrivato a pochi giorni dalla pubblicazione di una ricerca su 200 topi nutriti con un mais modificato geneticamente per resistere all’erbicida Roundup, che si sarebbero ammalati di patologie gravissime (tumori delle ghiandole mammarie, del fegato e dei reni) da due a cinque volte di più rispetto al gruppo di controllo (cioè topi nutriti con mais convenzionale).

L’Efsa conferma i dubbi di molta parte della comunità scientifica, che si è subito detta scettica sulla validità dei risultati della ricerca, a suo avviso condotta per dimostrare proprio quello che è stato dimostrato, e cioè la pericolosità del mais transgenico. Nello specifico le critiche degli esperti hanno riguardato:

- il tipo di topi scelti per l’esperimento (una razza particolarmente soggetta allo sviluppo di tumori);
-il metodo di analisi statistica e di interpretazione dei risultati;
-la mancanza di trasparenza (le conclusioni dello studio sono state date alla stampa che ne ha fatto uno scoop, prima che lo studio fosse pubblicato per intero e disponibile allo sguardo competente di altri esperti).

Lo scalpore suscitato dallo studio ha alimentato il fronte degli oppositori agli organismi geneticamente modificati. La Russia ha sospeso temporaneamente le importazioni, chiedendo all’Unione Europea di esprimere un’opinione comune sulla questione.

La preoccupazione che gli Ogm possano far male alla salute è uno degli argomenti più forti tra coloro che sono contrari non solo al loro utilizzo, ma anche alla loro sperimentazione. Ricordiamo che le piante Ogm, prima di ricevere l’autorizzazione alla coltivazione e alla commercializzazione, devono superare un elevato numero di test di sicurezza.

E che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare vigila ed esprime pareri, come in questo caso, su eventuali nuove evidenze che possono emergere dalla ricerca, per garantire la nostra salute. Il dibattito, tuttavia, è ancora aperto su molti aspetti che meritano attenzione: etici, ambientali e di convenienza per i consumatori.

Nel caso specifico, un mais resistente a un erbicida potrà essere utile al coltivatore, ma non dà alcun valore aggiunto al consumatore che se lo ritrova sul piatto, anche se è sano e sicuro. L’importante è fare in modo che dogmi o paure infondate non chiudano le porte alla ricerca pubblica


Moria delle api: prorogato il divieto di pesticidi neonicotinoidi che distruggono gli alveari

27 giugno 2012

In sintesi un articolo che leggo su Il Fatto Alimentare

Il ministro della Salute ha prorogato il divieto di impiego di sementi di mais trattate con fitosanitari contenenti neonicotinoidi, considerati responsabili  della moria di api registrata in diversi Paesi occidentali e negli Usa.

Il mondo scientifico ha acquisito prove consolidate che collegano la sindrome dello spopolamento degli alveari  alla semina di mais conciato con insetticidi neonicotinoidi. Anche un recentissimo  studio italiano chiarisce quale potrebbe essere il meccanismo di intossicazione delle api da parte di questi pesticidi.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Science and Technology da un gruppo di ricercatori guidato dal chimico Andrea Tapparo e dall’entomologo Vincenzo Girolami, dell’Università di Padova, punta il dito contro le emissioni in atmosfera di particolato (polveri sottili) contenente l’insetticida durante le operazioni di semina.

In Italia il divieto di uso di semi conciati con neonicotinoidi viene rinnovato da tempo, alla luce di questi risultati forse sarebbe opportuno fissare scadenze più lunghe e stabilire una precisa linea di intervento.

Articolo correlato QUI


I celiaci assumono troppe tossine presenti nel cibo a base di mais, però…

4 maggio 2012

un articolo di Valentina Murelli che leggo su Il Fatto Alimentare

Per via della dieta senza glutine i celiaci assumono livelli di fumonisine molto più elevati rispetto alla popolazione. Stiamo parlando di tossine derivate da funghi che contaminano il mais e di conseguenza anche anche i prodotti derivati.

Lo dicono i risultati di un recente studio italiano condotto da un’équipe di ricerca guidata dalla chimica degli alimenti Chiara Dall’Asta e dalla nutrizionista Nicoletta Pellegrini, del neonato dipartimento di scienze degli alimenti dell’Università di Parma.

Secondo Pellegrini, però, non bisogna allarmarsi troppo: «I dati ottenuti non descrivono una situazione grave o rischiosa, ma suggeriscono che, per precauzione, sarebbe meglio abbassare i limiti di fumonisine consentiti nei prodotti per celiaci».

La celiachia è una condizione caratterizzata da un’intolleranza permanente al glutine, complesso proteico presente in diversi cereali come frumento, farro e orzo, ma assente in mais e riso. L’unica terapia disponibile è una dieta priva di glutine: per questo i celiaci ricorrono a grandi quantità di alimenti a base di mais (non solo farina per polenta e corn flakes, ma anche pasta, crackers, biscotti, dolci).

Il problema è che spesso il mais risulta naturalmente contaminato da tossine come le fumonisine, che sembrano avere effetti tossici. Per questo motivo esistono dei limiti a livello internazionale per varie tipologie di prodotti e anche un apporto massimo giornaliero, pari a 2 microgrammi per kg di peso corporeo. E per questo è fondamentale verificare l’apporto effettivo di fumonisine con la dieta.

Nello studio realizzato da Pellegrini e colleghi si è valutato il contenuto di fumonisine in 118 prodotti alimentari etichettati come senza glutine, che nella grande maggioranza dei casi (105) hanno mostrato un certo livello di contaminazione. Solo due però – una farina istantanea per polenta e una confezione di corn flakes – hanno mostrato una contaminazione superiore a quella prevista per legge.

«La presenza di queste micotossine sul mais è inevitabile – commenta la nutrizionista - per cui possiamo considerare buono il risultato dell’analisi, anche se è vero che i due alimenti dovrebbero essere sanzionati. La cosa importante è però capire cosa succede alle persone celiache costrette a mangiare molti prodotti gluten-free».

Per scoprirlo, i ricercatori hanno chiesto a 80 volontari – 40 celiaci e 40 controlli sani – di tenere per 7 giorni un diario accurato dei pasti consumati indicando quantità e qualità dei cibi e delle bevande, nome dei produttori ecc. A partire da queste informazioni, Pellegrini e colleghi hanno calcolato l’apporto quotidiano di nutrienti e di fumonisine per ciascun partecipante.

Sul fronte tossine si è scoperto che, in media, i celiaci assumono 0,395 microgrammi di fumonisine per kg di peso corporeo, contro gli 0,029 microgrammi dei controlli. In pratica, più di dieci volte tanto.

«Certo siamo ancora sotto i livelli tollerabili di assunzione quotidiana, ma attenzione: parliamo di una media, quindi ci sono persone che si collocano ben sopra questo dato», spiega l’esperta. In un caso, per esempio, si è registrato un apporto quotidiano pari a 1,94 microgrammi per kg, molto vicino alla soglia massima consigliata.

È chiaro che il campione analizzato è troppo piccolo per trarre conclusioni definitive valide per tutta la popolazione italiana, e infatti lo stesso gruppo di ricerca sta allestendo un secondo studio, analogo ma più ampio, con 150 celiaci.  Un’indagine simile la sta conducendo anche l’Associazione italiana celiachia in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità su un campione di 200 celiaci e 200 controlli.

«Nel frattempo crediamo che sia già il caso di chiedere alle istituzioni di rivedere al ribasso i livelli di fumonisine consentite negli alimenti per celiaci», afferma Pellegrini, secondo la quale un’attenzione particolare nei confronti di questi prodotti è necessaria per due motivi: «Perché la dieta è l’unica terapia disponibile e perché gli alimenti in questione sono molto costosi, quindi è giusto pretendere che siano sicuri oltre qualunque possibile dubbio».

Non solo fumonisine, però. Lo studio ha evidenziato anche un altro dato interessante e cioè che, in media, la qualità nutrizionale dell’alimentazione dei celiaci è peggiore di quella dei controlli sani. Gli intolleranti al glutine del campione hanno mostrato una dieta più ricca di grassi (per via di un maggior consumo di formaggi e dolci) e decisamente più povera di vegetali, con conseguente ridotta assunzione di folati e beta-carotene.

Alcuni autori suggeriscono che sia una normale reazione alle restrizioni imposte dalla celiachia. Rimane il fatto che, al di là di eventuali micotossine, quello della qualità generale della propria alimentazione è un aspetto su cui i celiaci (ma a dire il vero anche le persone non intolleranti) potrebbero lavorare da subito.


Toh, il mais Ogm ha bisogno di pesticidi…

15 marzo 2012

un articolo di Agnese Codignola che leggo su Il Fatto Alimentare

Il mais geneticamente modificato Bt della Monsanto, introdotto dal 2003 e protagonista delle immense colture statunitensi, sta iniziando a manifestare grandi problemi: la supposta resistenza ai parassiti delle radici sta venendo meno, costringendo gli agricoltori a pratiche scorrette e inutili, come la dispersione di pesticidi, in teoria evitata proprio grazie al mais Bt.

Per questo 22 ricercatori hanno scritto una lettera congiunta all’Environmental Protection Agency (EPA) nella quale chiedono provvedimenti urgenti, prima che la situazione sfugga di mano.

Il mais Bt è stato pubblicizzato come una sorta di prodotto Ogm biologico  (il termine usato è stato “biopesticida”), perché la modifica consiste nell’introduzione di tossine del batterio Bacillus thuringiensis (in particolare di una proteina chiamata Cry3Bb1), che causano la morte di diversi parassiti delle radici.

Per questo motivo è stato accolto favorevolmente da molti agricoltori statunitensi, che sono cresciuti nel tempo, al punto che oggi il Bt (insieme ad altri semi geneticamente modificati) è utilizzato in più del 90% delle coltivazioni di mais degli Stati Uniti. Queste ultime, a loro volta, occupano migliaia di ettari e hanno rimpiazzato le altre colture, perché il mais viene destinato all’alimentazione umana, a quella animale, alla produzione di bioetanolo e ad altri scopi industriali.

Tuttavia, a distanza di qualche anno, ecco i primi “effetti indesiderati”. Contro di essi la Monsanto, che aveva osservato l’insorgenza di resistenza in laboratorio negli anni scorsi, consiglia di alternare la coltura di mais Bt con quella di soia o di altri mais geneticamente modificati e di spargere insetticidi a gogo.

Del resto, secondo la stessa Monsanto – che afferma di seguire personalmente gli agricoltori che utilizzano le sue sementi e di lavorare insieme a loro per risolvere eventuali imprevisti – nel 2011 solo lo 0,2% dei campi coltivati con mais Bt presentava casi di perdita di resistenza ai parassiti.

L’EPA però, interpellato nei mesi scorsi, ha bollato il sistema di monitoraggio del colosso della chimica come “largamente inadeguato”. E gli autori della lettera ritengono che la questione abbia dimensioni assai più preoccupanti, dal momento che casi di perdita di resistenza sono stati segnalati in Iowa, Minnesota, Illinois, Nebraska e South Dakota.

Per questo, secondo loro, insistere con l’introduzione del mais modificato può solo aggravare la situazione. Tanto più che da qualche anno le coltura di mais Bt vengono introdotte anche in aree dove non ve ne sarebbe alcun bisogno perché la presenza di parassiti è del tutto sotto controllo.

Inoltre – sottolineano sempre gli autori dell’appello – utilizzare insetticidi e pesticidi su mais Ogm è del tutto sconsigliabile, non solo perché ciò fa lievitare i costi, ma anche perché distorce le dimensioni del problema e impedisce di conoscere la situazione reale, unico modo per approntare i giusti provvedimenti e le misure preventive.

Al di là della questione specifica, la storia del mais Monsanto rappresenta un campanello d’allarme e costituisce l’amara dimostrazione del fatto che c’è ancora molto da capire su queste piante, e ciò dovrebbe indurre a utilizzare di più e meglio il principio di precauzione, prima di permettere un utilizzo intensivo.


La rivoluzione degli alberi fertilizzanti

25 ottobre 2011

in sintesi un articolo di Agnese Codignola che leggo su Il Fatto Alimentare

Li chiamano alberi fertilizzanti, e stanno rivoluzionando l’agricoltura di cinque paesi del Sud Africa senza bisogno di grandi progetti di collaborazione internazionale.

Gli alberi, tutti autoctoni e a crescita veloce, come alcuni tipi di acacia, se piantati in mezzo ai campi riescono a combattere l’erosione del suolo, a ottimizzare lo sfruttamento dell’acqua e, appunto, a fertilizzare i terreni in modo del tutto naturale.

Oluyede Ajayi, ricercatore del World Agroforestry Centre di Nairobi  spiega che sono centinaia di migliaia gli agricoltori del Malawi, della Tanzania, del Mozambico, dello Zambia e dello Zimbabwe che fanno ricorso a questa pratica e che ne stanno ricavando un netto miglioramento dei raccolti e, di conseguenza, delle condizioni di vita.

Lanciata nel primi anni Novanta in 12 fattorie pilota dello Zambia, l’idea di sfruttare le caratteristiche naturali degli alberi oggi coinvolge oltre 400.000 piccoli coltivatori dei cinque paesi delle regione, 145.000 dei quali solo in Malawi.

Secondo i dati elaborati dal World Agroforestry Centre, gli alberi fertilizzanti hanno consentito loro di raddoppiare i raccolti di mais in molte zone.

In Zambia, per esempio, hanno fanno salire i guadagni dai 130 dollari per ettaro non fertilizzato ai 233-327 di quelli dove sono stati piantati gli alberi, aumento che corrisponde, per le popolazioni locali, alla disponibilità di cibo aumentata di 57-114 giorni in più all’anno rispetto a prima.

Gli alberi fissano l’azoto dell’atmosfera e lo trasferiscono ai terreni attraverso le radici e le foglie, rendendo questi ultimi più fertili. Nel contempo catturano tutta l’acqua disponibile, mettendola a disposizione dei raccolti, e concentrano i minerali presenti.

Dopo aver introdotto gli alberi nei campi di mais e di altri cereali, i ricercatori di Nairobi stanno ora lavorando per trovare quelli ideali per fertilizzare campi di cacao e caffè.

lettura integrale dell’articolo QUI


Mais Ogm: negli Usa aumenta la produzione, ma le etichette non dicono che il cibo è transgenico

20 ottobre 2011

in sintesi un articolo di Alessandro Tarentini che leggo su Il Fatto Alimentare

Il mercato del mais americano OGM è in continua espansione. 

Il prossimo anno negli USA ben 37,3 milioni di ettari saranno coinvolti nella produzione di mais, di cui il 90%  a regime OGM, per una produzione totale che supererà i 300 milioni di tonnellate. Una parte consistente verrà destinata alla produzione di biodiesel e all’alimentazione animale, mentre tutto il resto andrà a finire, sotto varie forme, nei piatti degli americani.

Ma se gli agricoltori e i trasformatori sono, a vario titolo, entusiasti dell’aumento di produzione di colture OGM, cosa ne penseranno i consumatori?

Di solito siamo abituati a immaginarceli come mangiatori cronici di hamburger, probabilmente obesi e soprattutto indifferenti al fatto di mangiare o meno alimenti modificati geneticamente. In realtà le cose sono un po’ diverse. La legge statunitense non prevede l’indicazione OGM in etichetta, quindi i consumatori  non hanno la possibilità di scegliere cosa comprare.

La questione tocca molto da vicino anche le catene di negozi che vendono cibo biologico, come WholeFoods, che ha ammesso di non poter garantire che i suoi prodotti bio (ad alto costo) siano liberi da ingredienti geneticamente modificati.

Niente di sorprendente, se si tiene conto della predominanza nella coltivazione di mais e soia OGM che, una volta trasformati, possono rientrare come ingredienti in numerosi alimenti (dai cereali per la prima colazione al cibo in scatola). Ai dirigenti di WholeFoods non è rimasto altro che invitare i fornitori a stampare sulle confezioni la dicitura “Potrebbe contenere ingredienti OGM”.

In California molte associazioni, forti della consapevolezza che ben l’80% della popolazione vuole sapere se il cibo che mangia sia o meno OGM, hanno cominciato a raccogliere firme, e soprattutto fondi, per un referendum sull’etichettatura dei prodotti alimentari. Secondo le stime dei loro portavoce servono almeno 60 mila $ e 500-700 mila firme per richiedere al Congresso di discutere una legge.

È un momento molto importante per i consumatori americani, già nel 1986, lo stato della California si fece promotore di un’azione del genere approvando unl testo che prevedeva l’utilizzo nell’etichetta di svariati prodotti non solo alimentari, della dicitura “Attenzione: questo prodotto contiene sostanze che lo stato della California ritiene che provochi  cancro, malattie congenite ed altri danni riproduttivi”, influenzando la legislazione degli altri stati.

Le aziende piuttosto che spaventare i clienti evitarono l’impiego delle sostanze incriminate  modificando la formulazione della merce.

È dunque intuitivo comprendere le implicazioni dell’eventuale referendum californiano. Se le associazioni promotrici riusciranno nel loro intento, la grande distribuzione organizzata, WholeFoods in testa, dovranno fare pressioni sui loro fornitori per difendere le loro quote di mercato.

Senza un’adeguata etichettatura, il consumatore è cieco e non può scegliere, come ci mostra il video per promuovere la raccolta delle firme.

Lettura integrale dell’articolo QUI


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