Un libro: Islam, la Primavera incompiuta

9 agosto 2013

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La Primavera araba è durata poco e subito è tornato l’autunno. Le ribellioni che dalla fine del 2010 rovesciarono i regimi autocratici e dittatoriali di Egitto e Libia hanno portato a situazioni di disordine e caos politico.

Anche al Cairo, dove per la prima volta si è avuto un presidente eletto democraticamente, l’illusione è durata poco, fino alle spinte autoritarie di Morsi e al suo rovesciamento a opera dell’esercito.

Eppure è presto per stilare bilanci e capire quali saranno i futuri sviluppi. Certo ci si può interrogare sulla portata di questi cambiamenti nell’ambito della storia di quei Paesi.
Massimo Campanini ci ha provato, riunendo intorno a sé alcuni tra i più celebri e stimati esperti di islam italiani e arabi e identificando e analizzando le situazioni più interessanti (Egitto, Libia, Giordania, Tunisia, Libano).

L’accento è posto soprattutto sul ruolo della religione musulmana nello sviluppo culturale e istituzionale dell’area.


Una replica ai pensabenisti sull’Islam

5 gennaio 2010

di Giovanni Sartori

Il mio editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici» resta attuale perché la legge sulla cittadinanza resta ancora da approvare (alla Camera). Nel frattempo altri ne hanno discusso su questo giornale. Tra questi il professor Tito Boeri mi ha dedicato (Corriere del 23 dicembre) un attacco sgradevole nel tono e irrilevante nella sostanza. Il che mi ha spaventato.

Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo (il suo attacco ignora totalmente il mio argomento) e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici.

Il Nostro esordisce così: «Dunque Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani». In verità il mio articolo si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica. Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema. Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni » (Mondadori, 2008).

Ma non pretendo di affaticare la mente di un «pensabenista», di un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto, con inutili letture. Mi limiterò a chiosare due perle del suo intervento. Boeri mi chiede: «Pensa Sartori che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?». Ovviamente non lo penso. Invece ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono.

Ultima perla. Boeri sottintende che io la pensi come «quei sindaci leghisti» eccetera eccetera. No. A parte il colpo basso (che non lo onora), la verità è che io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp. 78-80). Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è.

Il Corriere ha poi pubblicato il 29 dicembre le lettere di due lettori i quali, a differenza del professor Boeri, hanno capito benissimo la natura e l’importanza del problema che avevo posto, e che chiedevano lumi a Sergio Romano. Ai suoi «lumi» posso aggiungere il mio? Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento.

Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà.

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Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai. Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.

Fonte: www.corriere.it


Il Grande Imam dei sunniti: Il velo integrale non è Islam

6 ottobre 2009

Che la laica Francia se la prenda con il burqa non sor­prende più di tanto. Che la som­ma autorità religiosa di tutti i musulmani sunniti condanni duramente il velo integrale può invece stupire.

Eppure sheik Mohammad Tantawi, Grande Imam dell’Azhar, que­sta volta è stato chiaro. «Il ni­qàb , il velo che copre il volto, è una tradizione del tutto estra­nea all’Islam», ha detto a una stupitissima liceale visitando la sua scuola al Cairo. «Perché lo porti? Non è religione que­sta, e io di religione credo di ca­pirne più di te e dei tuoi genito­ri ».

E ancora: «Emanerò una di­rettiva per proibire l’uso di que­sto velo in tutte le scuole di Al Azhar. Allieve e insegnanti non potranno più portarlo». A dife­sa della ragazza, racconta il quotidiano Al Masri Al Yawm, sono intervenute le professo­resse: «Se l’è messo quando è entrato lei, con le compagne non lo indossa». Ma l’anziano capo di Al Azhar ha ribadito il divieto, comunque e sempre.

Sconosciuto di fatto fino al­l’inizio degli anni ’80, in Egitto il velo integrale si è diffuso con l’estremismo islamico. E se una volta a portarlo per le vie del Cairo erano solo le «arabe dal Golfo», considerate dalle egiziane meno progredite sep­pur più ricche, oggi il niqàb è popolare. Il governo, laico, ha tentato a più riprese di impedir­ne l’uso, considerandolo segno di resistenza al regime e di so­stegno invece ai Fratelli Musul­mani, unica opposizione politi­ca rimasta nel Paese.

Nel 1999 una lunga battaglia tra il mini­stero dell’Informazione e alcu­ni avvocati integralisti si con­cluse con il suo bando dalle scuole pubbliche. Nel 2007 il ministro degli Affari religiosi ordinò alle moschee di impedi­re l’ingresso a chi lo indossava. Proibizioni poco rispettate in realtà. Anzi, sempre nel 2007, l’Università Americana del Cai­ro fu costretta a riammettere una studentessa coperta dalla testa ai piedi.

Sheikh Tantawi per anni ha cercato il compromesso. «Por­tare o meno il niqàb è una scel­ta personale», sosteneva, senza vietarlo nè elogiarlo. E perchè ora abbia cambiato idea non è facile dire. Certo, l’allarme sicu­rezza è massimo in Egitto e le autorità sostengono che sotto a un niqàb si può na­scondere di tutto, un terrorista come delle armi. La lotta del raìs Mubarak contro gli islamici radicali è sem­pre più dura e Al Azhar tiene molto ai buoni rapporti con il potere.

Ma è anche ve­ro che il «Papa sunni­ta » ha già dato prova in passato di moderazione. Nel 2001, dopo le Torri Gemelle, sheikh Tantawi definì «eretici» gli attentatori-suicidi. Nel 2005, sfidando una tradizione millenaria, proibì le mutilazio­ni genitali femminili, la «cir­concisione» delle bambine che certo islamica non è ma viene difesa da molti imam e conser­vatori. Fu inondato da critiche e accuse, allora. E adesso, dopo l’incontro con la liceale senza volto del Cairo, sta già succe­dendo lo stesso.

Fonte: www.corriere.it


Il Powerpoint sull’Islam: mini-indagine

2 ottobre 2009

Un articolo di Paolo Attivissimo – Fonte: http://attivissimo.blogspot.com
Mi sono arrivate parecchie segnalazioni, a partire dalla fine di settembre scorso, di un file PowerPoint che si chiama Razzismo.pps e mostra una serie di fotografie di persone che portano cartelli con degli slogan tutt’altro che rassicuranti, scritti in inglese.

Il testo della presentazione inizia così: “Le foto che seguono sono state scattate durante la manifestazione de ‘la religione della pace’ recentemente celebrata per la comunità musulmana a Londra. Non sono state pubblicate su stampa né tv per non offendere nessuno.”

Seguono alcune immagini accompagnate dalla traduzione, sostanzialmente esatta, delle scritte riportate sui cartelli: “Ammazzate quelli che insultano l’Islam”, “Europa pagherai, la tua demolizione è iniziata”; “decapitate quelli che insultano l’Islam”. Qualche altro esempio: “Europa impara dall’11 settembre”, “Europa pagherai, il tuo 11 settembre sta arrivando”, “Preparatevi per il vero Olocausto”.

La presentazione si conclude con l’appello a far circolare queste immagini e l’esortazione a riflettere sul pericolo che rappresentano le idee espresse in quei cartelli.

Non intendo certo mettermi a disquisire sulle religioni e le ideologie e sui fanatismi d’ogni sorta che spesso scaturiscono da entrambe: sottolineo soltanto che purtroppo il monopolio sulla stupidità e sull’odio non ce l’ha nessuno. Detto questo, mi limito ai fatti, visto che l’appello contiene informazioni errate che vanno corrette: poi ognuno farà le proprie valutazioni.

Innanzi tutto non è vero che “le foto sono state scattate a Roma”, come affermano alcune delle mail nelle quali circola come allegato quest’appello (il file Powerpoint dice che invece sono state scattate a Londra, alla faccia della coerenza interna). Le immagini mostrano un’architettura decisamente poco romana, in una delle foto (quella qui accanto) c’è un poliziotto dalla divisa molto britannica, e le scritte sui cartelli sono in inglese, cosa che avrebbe poco senso in una manifestazione in Italia.

Infatti è sufficiente cercare una delle immagini in Tineye.com per scoprire la pagina di Snopes.com che spiega da dove provengono in realtà quelle fotografie: da una presentazione PowerPoint che risale al 2006 ed era scritta in inglese. Quindi le immagini non mostrano affatto una “manifestazione… recentemente celebrata”.

Si riferiscono infatti alla protesta svoltasi il 3 febbraio 2006 a Londra in seguito alla pubblicazione su un giornale danese, il Jyllends-Posten, di alcune vignette satiriche che ritraevano Maometto, cosa ritenuta blasfema secondo la religione islamica. La pubblicazione era avvenuta tempo prima, il 30 settembre 2005, ma la polemica esplose quando le vignette furono ripubblicate nel giornale cristiano norvegese Magazinet e nel sito del giornale norvegese Dagbladet.

La protesta mostrata nelle foto radunò da 300 a 700 manifestanti (le stime sono molto variabili), che marciarono, scortate dalla polizia, dalla moschea di Regent’s Park fino all’ambasciata danese a Knightsbridge. Fu documentata ampiamente dai principali media britannici (qui un video della BBC; qui una delle fotografie), per cui è falsa l’affermazione, contenuta nella presentazione, che le immagini della manifestazione “non sono state pubblicate su stampa né tv per non offendere nessuno”.

La manifestazione fu condannata dai politici britannici e anche dai rappresentanti della comunità islamica nazionale, con commenti come “quella gente rappresenta i musulmani meno di quanto il BNP [partito ultranazionalista razzista britannico] rappresenti il popolo britannico”. Quindi è ingannevole affermare che la manifestazione fu organizzata “per la comunità musulmana a Londra”. E di certo non fu tollerata dal governo: quattro degli organizzatori furono processati e condannati a pene da quattro a sei anni di carcere per istigazione all’omicidio e all’odio etnico (BBC; BBC).

Le scritte sui cartelli, dunque, non sono fotomontaggi come alcuni hanno sospettato: i lettori che hanno notato la grafia molto simile dei vari cartelli hanno ragione, perché furono preparati quasi tutti da un’unica persona, il ventiquattrenne Abdul Muhid, uno dei quattro organizzatori condannati.

Snopes precisa inoltre che una delle foto, quella mostrata qui accanto, non si riferisce alla manifestazione londinese del 2006 ma a un’altra protesta tenutasi a Luton un paio d’anni prima.

Questi sono i fatti: la presentazione che si atteggia a fonte di verità scomode si rivela essere un minestrone di informazioni fasulle. Sarò all’antica, ma combattere gli estremismi stupidi ricorrendo a bugie altrettanto stupide mi sembra un autogol notevole.

A meno che, sotto sotto, non si sia uguali a ciò che si dice di odiare.


Il significato delle parole

25 giugno 2009

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Quante volte la parola ebreo viene ancora usata come un insulto, negli stadi o sui muri delle vostre città? Quante volte si sente parlare di israeliti anziché di israeliani o di sionismo come sinonimo di razzismo? Avete mai riflettuto sul vero significato di queste parole?

Quante volte le parole entrano nel vostro linguaggio senza che quasi ve ne accorgiate e che ne conosciate la storia, l’etimologia e, soprattutto, le conseguenze provocate dal loro uso improprio?
Da internet alla televisione, dai giornali ai testi delle canzoni, dal cinema alla Playstation, il mondo entra sempre più spesso in casa vostra e nel vostro cosmo personale senza filtri, senza lasciarvi il tempo di elaborare o di avere dei dubbi.

Nel mare d’informazione “usa e getta” in cui vi trovate a navigare, la parola perde troppo spesso di valore e, usata a sproposito, può addirittura concorrere ad alimentare il pregiudizio e il razzismo, come ci dimostra spesso la cronaca europea e internazionale.
Voi potete fare molto per non cadere in queste facili trappole: basta non dare tutto per scontato e usare la vostra curiosità per andare oltre i luoghi comuni.
Per cominciare, potreste per esempio consultare il piccolo vocabolario che vi proponiamo qui di seguito.

Forse potrà aiutarvi a comprendere meglio un passato tanto doloroso e a considerare con maggior attenzione un presente così confuso.
Ecco le parole che vi proponiamo, nella certezza che vi stimolino a continuare questo semplice esercizio su qualsiasi altro tema storico o di attualità che vi troverete ad affrontare: ebreo, giudeo, israelita, israeliano, Sionismo, genocidio, olocausto, Shoah, pogrom, razza, razzismo, Islam, arabo, palestinese, musulmano, Israele e Palestina.

Ebreo = dal verbo avar, che in ebraico significa “passare, oltrepassare, andare oltre”, da cui ivrì, cioè “passato oltre” dalla Mesopotamia alla Terra Promessa, dal politeismo, al monoteismo e attribuito per la prima volta ad Abramo, padre indiscusso delle tre grandi religioni monoteiste (in ordine di apparizione sulla Terra: – circa 4000 anni fa, l’Ebraismo; – circa 2000 anni fa, il Cristianesimo; – circa 1400 anni fa, l’Islam). Abramo è inoltre discendente di Eber, bisnipote di Sem, uno dei tre figli di Noè. In entrambe le possibili etimologie, ebreo è dunque “colui che discende da Abramo”.
Essere ebreo, perciò, significa appartenere a una fede religiosa e seguirne la tradizione, indipendentemente dalla propria nazionalità o cittadinanza. Non è quindi sinonimo di israeliano.

Giudeo = letteralmente “discendente della tribù di Jehudà, una delle 12 tribù d’Israele”. Come sinonimo di “ebreo”, si trova nel Nuovo Testamento e nel secondo Libro dei Maccabei, dove si fa riferimento a coloro che tornarono a Gerusalemme dall’esilio babilonese ancora così fedeli alle antiche tradizioni, da risultare molto più devoti a Dio dei loro fratelli rimasti nella Terra Promessa.  In realtà ha assunto nel tempo un significato deteriore, legato alla figura di Giuda Iscariota, il discepolo “traditore” di Gesù, creando uno degli stereotipi negativi più usati nell’iconografia del pregiudizio antiebraico di matrice cristiana.

Israelita = letteralmente “discendente di Israel”, nome dato a Giacobbe dall’angelo del Signore contro il quale aveva lottato. Quindi israelita è colui che discende da Israel, membro del popolo che aveva tenuto testa a Dio. Si tratta quindi di un sinonimo di ebreo e di giudeo, che nulla ha a che vedere con l’essere cittadino del moderno Stato di Israele.

Israeliano = cittadino del moderno Stato di Israele, quindi non necessariamente ebreo, in quanto anche persone di altra fede religiosa sono cittadini israeliani a tutti gli effetti.

Israele = regno antico, dal 1004 al 926 a.C. con capitale Gerusalemme, poi divisosi in regno d’Israele a nord e regno di Giudea a sud. La sua estensione territoriale comprendeva nel periodo di massimo splendore, cioè ai tempi di re Salomone (1000 a.C.): a nord, parte dall’attuale Libano del sud, le alture del Golan e una parte dell’attuale Siria; a est e a sud una parte dell’attuale Giordania, oltre Amman, fino ad Akaba, sul Mar Rosso; a ovest tutto il territorio del Negev, fino alla costa e cioè all’attuale striscia di Gaza. Seguirono fasi alterne, fino alla distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), che coincise con l’inizio della diaspora ebraica e di secoli di dominazioni.  Dal 1948, moderno Stato, con capitale Gerusalemme.

Sionismo = movimento politico fondato dal giornalista e scrittore ungherese Theodor Herzl, che nel 1896 pubblica il volume Lo stato degli ebrei, dove teorizza la necessità di uno Stato nazionale per gli ebrei. T. Herzl è fra i principali organizzatori del primo Congresso sionista, che si tiene a Basilea nel 1897, dove si tenta di proporre una soluzione concreta alle manifestazioni dichiaratamente antisemite (pubblicazioni, correnti di pensiero, caso Dreyfus, violenti pogrom in Russia, solo per citarne alcuni) che, malgrado l’emancipazione degli ebrei d’Europa, la stanno nuovamente e pericolosamente attraversando. Il movimento sionista non è assolutamente compatto al suo interno ma attraversato da molteplici correnti, spesso in contrasto fra loro. Primo passo per la costituzione di un focolare ebraico in terra di Palestina è comunque quello di raccogliere fondi per l’acquisto di terra, la sua bonifica e coltivazione, dando impulso all’emigrazione nata già spontaneamente nella regione, dei cosiddetti “pionieri”, fin dal 1878. Nascono così le prime colonie agricole, sia di matrice religiosa, sia socialista, al cui interno vige la più assoluta eguaglianza economica e sociale e la totale disponibilità alla convivenza pacifica con i propri vicini arabi. Insieme all’esigua popolazione ebraica mai uscita dalla sua Terra, questi pionieri creeranno la base e le sovrastrutture che renderanno possibile far nascere, dopo la risoluzione delle Nazioni Unite del 1947, il nuovo Stato d’Israele.

Genocidio = dal greco génos – stirpe – e dal latino caedere – uccidere – (cfr. omicidio). Riferito alla metodica distruzione di un gruppo etnico o religioso, compiuto attraverso lo sterminio fisico sistematico e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Questo termine inizia a essere impiegato proprio dopo i tragici eventi che determinarono lo sterminio degli ebrei d’Europa durante la Seconda guerra mondiale. Oggi viene adoperato con una tale leggerezza, che non solo ne dissacra il significato, ma che contribuisce a offuscare il giudizio su molti conflitti in atto e a falsarne pericolosamente la sostanziale portata.

Olocausto = dal latino holocaustum, che è il greco holòkauston, da hòlos “tutto” e kaustòs “bruciato”, dal verbo kaìein “bruciare”. Per estensione, Sacrificio, soprattutto della propria vita, ispirato da una dedizione completa al proprio ideale. Questa parola è stata impropriamente adottata per definire lo sterminio degli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale. Come si capisce dall’etimo, infatti, non definisce correttamente l’evento. Implicherebbe cioè una volontà delle vittime nell’offrirsi in sacrificio per un ideale, cosa ovviamente impensabile. Ecco perché si preferisce l’uso della parola ebraica Shoah.

Shoah = voce biblica che significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Questo vocabolo venne adottato per la prima volta nella comunità ebraica di Palestina, nel 1938, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli” (Germania, 9-10 novembre 1938). Da allora definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato durante la Seconda guerra mondiale.

Pogrom = dal russo pa’grom. Sommossa animata da volontà distruttiva, con particolare riferimento alle violente rivolte popolari russe di fine 1800 – primi del 1900, contro gli ebrei, tollerate e favorite dalle autorità dello zar.

Razza = sostantivo che indica un raggruppamento di individui appartenenti a una stessa specie animale o vegetale, che si distingue per caratteristiche ereditarie comuni, derivate da cause diverse (geografiche, climatiche, ambientali). Il concetto di “razza” è applicato anche all’uomo, che viene empiricamente suddiviso in razze a seconda del colore della pelle o di altri criteri morfologici, in seguito a studi che hanno inizio nel XIX secolo.
La scienza moderna nega questa classificazione del genere umano, dal momento che solo un codice genetico (DNA) può determinare i caratteri ereditari degli esseri umani e l’appartenenza di ogni uomo a un gruppo d’individui a lui simili.

Razzismo = atteggiamento ideologico di un gruppo umano dovuto alle sue vere o presunte caratteristiche “razziali”, che gli proibisce di mescolarsi agli altri gruppi, gli fa credere di avere una superiorità biologica e una civiltà superiore e porta perciò i suoi appartenenti a respingere, fino a odiare e perseguitare i membri degli altri gruppi. Molto diffuso anche se non sempre consapevole, è talvolta alla base di altri atteggiamenti ideologici, come il nazionalismo o la discriminazione sociale.

Islam = dal verbo arabo aslama che significa “sottomettersi”. La sottomissione massima è quella alla volontà di Dio. Questa parola designa la dottrina religiosa monoteistica praticata da Maometto nel VII secolo d.C. e diffusa nel mondo dagli arabi. Per estensione, definisce la civiltà, il sistema politico, sociale e culturale che sono intimamente connessi con quella religione.

Arabo = da una voce araba, tradotta nel latino Arabus, nome che definiva gli abitanti di una vasta zona del Medio Oriente chiamata Arabia, abitata da popolazioni nomadi, organizzate in tribù. Nome che oggi erroneamente definisce tutti i popoli che hanno subito l’influenza araba, assimilandone lingua, usi e religione. La lingua araba è la lingua della “rivelazione” di Allah a Maometto, la lingua sacra del Corano.  Tuttavia va sottolineato che non tutti gli arabi sono di religione islamica, sebbene sia fra loro la religione più seguita.

Musulmano = dal participio muslim del verbo arabo aslama, sottomettersi, designa colui che si sottomette, che obbedisce. La sottomissione ad Allah, Dio unico e onnipotente è il principio fondante dell’Islam, predicato da Maometto.  Come sempre, va precisato che non tutti i musulmani sono necessariamente anche arabi. L’Islam è, in termini numerici, la religione monoteistica più diffusa nel mondo.

Palestinese = letteralmente “abitante della Palestina”, dall’antica striscia di terra popolata dai Filistei. Attribuito alla popolazione locale della regione fin dai tempi dei Romani (quindi anche gli ebrei, in passato, erano considerati “palestinesi”). In Palestina, nel corso dei secoli, è sempre vissuta una minoranza ebraica, ma il termine “palestinese” si riferisce oggi solo alla popolazione araba della regione, che fino alla nascita dell’OLP nel 1965 e dell’Autorità Palestinese nel 1996 non si è mai identificata con uno Stato vero e proprio.

Palestina = nel 135 d.C. dopo anni di lotte e rivolte da parte degli abitanti del regno di Giudea (occupata con fasi alterne dai Romani per circa un centinaio d’anni), Gerusalemme viene definitivamente riconquistata dall’imperatore Adriano, rinominata Aelia Capitolina e viene interdetta agli Ebrei. La Giudea viene rinominata Palestina (da una delle popolazioni di quell’area geografica, i Filistei). Da allora in poi non si è più parlato di una nazione vera e propria in quella regione, bensì di dominazioni arabe e ottomane e, dalla fine della Prima guerra mondiale, di protettorato britannico, che si conclude con la risoluzione delle Nazioni Unite del 1947, che auspicava la nascita di due Stati: uno ebraico e uno arabo, Israele e Palestina. La risoluzione fu accettata e messa in atto solo dalla parte ebraica, dando vita allo Stato d’Israele nel 1948, mentre tutte le componenti arabe della regione la rifiutarono, impedendo la nascita dello Stato palestinese.

Fonte: http://www.binario21.org


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