Si rammenta ai lettori che l’articolo è del 2009, per cui con la varie riforme che ci sono state nel settore pensionistico, ritengo sia utile tenersi informati, magari presso un CAF.
Pubblico questo articolo, letto su Vanity Fair, in quanto tratta un argomento del quale non ne sapevo nulla e credo che sia lo stesso per molti.
A prescindere dall’ingiustizia di base, ovvero pagare contributi per una pensione che non sarà mai erogata, resta una domanda di fondo; se le cose stanno così che ti te lo fa fare di lavorare in maniera “regolare”?
Non conviene al datore di lavoro, non conviene al lavoratore straniero. Però così facendo si invita al lavoro nero piuttosto che il contrario.
Un articolo di Roberta Carlini
Paulina arriva con due pesanti borse della spesa. È passata al mercato dopo aver smontato dal turno di notte. Un bambino ha avuto una crisi, “ma al pediatrico le notti non sono mai tranquille.”
È infermiera professionale, e nelle corsie ha lavorato per ventitré anni in Moldavia e per cinque anni qui da noi. In mezzo, tra i due ospedali, il lungo tran tran burocratico per avere il riconoscimento del titolo, e altri lavori badante o colf a ore. Paulina Bojoga ha 52 anni e lavora al Policlinico di Roma. Fosse italiana, le mancherebbe poco alla pensione. non lo è, e non sa se la pensione la vedrà mai.
Come la parte delle donne straniere, arrivate da noi nella mezza età, che curano vecchi e bambini italiani. All’avvicinarsi dei sessant’anni cominciano a informarsi su che cosa sarà della loro vecchiaia e dei contributi che i datori di lavoro hanno versato. Per sentirsi spesso dare una risposta: niente. La pensione, per molte di loro, non ci sarà. E quei contributi resteranno nelle casse pubbliche italiane, dove si sta accumulando, anno dopo anno, un piccolo tesoro nascosto.
Il «tesoretto» delle badanti.
La signora Bojoga prende tutto l’incartamento dal buffet anni ’60 della casa in affitto dove vive col marito. Foto di famiglia, tra cui quella della soddisfazione più grande, la laurea della figlia. Permessi, documenti.
«Ecco la mia busta paga, è tutto in regola». L’ultima riga ci dice che siamo sui 1.400 euro netti al mese: molto meno di quanto guadagnano le infermiere italiane che lavorano con lei, causa l’apartheid che vige negli ospedali per cui gli stranieri hanno un altro contratto e un altro datore di lavoro, il più delle volte una cooperativa.
Quella di Paulina le versa, di contributi, 93 euro al mese: «La pensione la voglio. Lavorerò altri lO anni, o comunque tutto il tempo che serve». Ma questo, per gli immigrati, è un percorso a ostacoli. E il primo ostacolo è la data di inizio del lavoro in Italia.
Per chi, come Paulina, ha cominciato a lavorare dopo il ’96, vale il sistema «contributivo»: tanto hai versato, tanto prendi. Ma servono almeno 5 anni di contributi, e il diritto alla pensione a 60 anni scatta solo se l’importo che risulta dai calcoli dell’Inps supera una soglia minima calcolata moltiplicando l’assegno sociale (383 euro al mese) per 1,5.
In teoria la pensione contributiva c’è, ma in pratica non la si può avere se i contributi pagati sono pochi. Cosa che accade nella grande maggioranza dei casi per le colf e le badanti, che spesso lavorano per anni in nero e anche quando «emergono» hanno contributi bassi:
«Molto spesso sono “segnate” a 25 ore a settimana», spiega Alfredo Zolla, dello Sportello immigrati della Cgil di Roma, «il che vuoi dire che, se lavorano per 10-15 anni, alla fine arrivano a 60 con una pensione che sarebbe di 100 euro al mese». Sarebbe, ma non è: essendo sotto il minimo fissato dalla legge, lo Stato non la paga.
Dunque, queste persone devono aspettare i 65 anni per avere l’assegno sociale, ma non ne hanno diritto se c’è un altro reddito in famiglia, se si lascia l’Italia, se non si è in grado di dimostrare di esserci stati con residenza «stabile e continuativa» negli ultimi dieci anni.
E per quelli che tornano a casa, in Moldavia, nelle Filippine?
In questo caso, la legge prevede che la pensione, pur piccolissima, sia pagata comunque. Ma quasi nessuno lo sa, e quasi nessuno dei rimpatriati la chiede. E se la lavoratrice straniera muore in quel lasso di tempo, tra i 60 e i 65 anni, nessuno dei suoi eredi ha diritto alla pensione «di reversibilità» .
Ines Bautista e Juana Gutierez sono buone amiche. Peruviane, badanti, torinesi, sessantenni. Una mattina sono andate insieme alla sede dell’lnps più vicina, avevano da poco compiuto gli anni. «Ci hanno detto: voi non prendete niente, è inutile chiedere».
Prima che arrabbiata, Juana è sconfortata: «Noi facciamo la dichiarazione dei redditi, paghiamo le bollette, la Rai, paghiamo tutto. Però alla fine non prendiamo niente. Sono delusa da tanta ingiustizia».
L’ingiustizia è nelle regole, ma spesso è ingigantita dal fatto che la situazione non viene spiegata bene agli sportelli: «lo sto in Italia solo da dieci anni, mi hanno detto che servono venti anni di contributi per avere la pensione».
È vero, ma solo per quelli che sono arrivati prima del ’96, non per gli altri che entrano nelle leggi del «contributivo. Ines, l’amica di Juana, per pochi mesi è intrappolata nelle vecchie regole: «Devo lavorare 20 anni, mi hanno detto. Come faccio? Ho sempre mal di schiena, sapete che cosa vuol dire lavorare con gli anziani?».
Ines e Juana lo hanno ben presente: ci hanno lavorato sempre, negli anni in cui sono state in Italia. La fatica, le notti, il divieto di ammalarsi. I «buchi» di salario e contributi: I vecchi muoiono, e noi dobbiamo cercarci un altro lavoro».
Con famiglie che, soprattutto al Nord, fanno di tutto per metterle in regola appena possono, lo dimostrano i dati delle sanatorie. «Non è giusto: la mia signora paga 600 euro di contributi all’Inps, dove vanno a finire? Li perdiamo».
Il passaparola che corre tra gli immigrati racconta la verità: quel tesoro resta a noi italiani. «Mi hanno detto che tanti anni fa, se uno ripartiva, poteva ritirare i contributi», dice Juana.
È vero: di quel beneficio, abolito dalla Bossi-Fini, hanno usufruito poco meno di 7 mila persone dal ’95 al 2002. Poi le casse dell’Inps si sono chiuse per i nuovi arrivati.
Ines e Juana sono andate, in cerca di chiarimenti, all’Ufficio pastorale migranti di Torino. E lì hanno conosciuto Margot, 58 anni e mezzo, sette di lavoro in Italia: l’età della pensione teorica vicina, ma nessuna certezza.
Margot è ingegnere. in Perù ha lavorato per 24 anni, prima in un’impresa di costruzioni, poi per il ministero dell’Industria: «Quando sono partita non avevo i requisiti per chiedere la pensione là, e adesso non li ho per chiederla qua».
Tra «là» e «qua» non c’è dialogo, non c’è burocrazia, non c’è connessione: manca la carta jolly che solo qualcuno ha, e che si chiama «convenzione bilaterale». La possibilità di unire i contributi versati nei due Paesi, per fare un’unica pensione decente.
L’elenco dei Paesi «in convenzione» è sconfortante. In ordine alfabetico: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Capo Verde, Città del Vaticano, Principato di Monaco, San Marino, Tunisia, Uruguay, Usa, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Venezuela.
Con le sole eccezioni di Capo Verde e Tunisia, non c’è nessuno dei Paesi di forte pressione migratoria verso l’Italia. Mentre ci sono tutti i Paesi dove andavano i nostri emigranti. Un elenco buono per il passato, non per il futuro. Che non serve per la maggior parte delle 700 mila donne arrivate in Italia dall’Est europeo, dal Sud America, dall’Est asiatico.
In assenza di convenzione, il miraggio si chiama Unione europea. L’hanno già raggiunto le romene e le polacche, che essendo cittadine comunitarie possono ricongiungere carriere e contributi. Ci conta anche Paulina: «Forse riesco ad avere la cittadinanza romena, così recupero gli anni che ho fatto al Pronto soccorso in Moldavia». Ma Paulina ha ancora qualche anno per chiarire la sua posizione.
Per la sessantenne Ludmila Rosu, che in Moldavia ha insegnato 28 anni prima di venire a fare la badante e la baby-sitter in Italia, il tempo stringe. Vuole tornare al suo Paese, dove ha lasciato il marito, la madre, due figli e cinque nipoti. Vuole occuparsi dei suoi, finalmente. Ma allo sportello dell’Inps le spiegano che non c’è nulla da fare.
Le consegnano un foglietto incomprensibile con tutta la sua storia contributiva. e non le fanno neppure il conto di quanto le spetterebbe: «Tanto non ci arriva, signa’. Se vuole il calcolo preciso, vada a farselo fare al patronato».
Lei ci va. All’Inca le spiegano che in realtà, anche dalla Moldavia, a 65 anni, potrà chiedere la pensione: anche se saranno poche decine di euro al mese, e anche se non sarà facile dialogare con l’Inps da Chisinau, la sua città, lei ci proverà. Se lo sapessero, ci proverebbero anche i tanti altri che sono tornati o torneranno indietro senza pensione, lasciando a noi il «tesoretto» dei contributi pagati in Italia.
L’Inps sostiene che l’Italia paga ogni anno 294 mila pensioni a «stranieri». Fino all’anno scorso, in quel gruppone non si distingueva tra italiani all’estero e stranieri in Italia: per questi ultimi si può solo fare una stima statistica, e gli esperti dell’Istituto valutano in poco più di 100 mila le pensioni attualmente pagate agli immigrati.
Un’altra stima l’ha fatta Carlo Devillanova, economista della Bocconi, autore del Rapporto lsmu sull’immigrazione: il beneficio pensionistico medio di un italiano è 3.516 euro, quello di uno straniero 859. E questo non solo perché gli stranieri sono quasi tutti giovani: anche a parità di età, dice lo studio, la probabilità di ricevere una pensione per gli stranieri è molto, molto più bassa. Paulina, Joanna, Ines, Margot e Ludmila ci hanno spiegato perché.
eu sunt romanca am 55 ani lucrez in italia din 2005 dar am mai lucrat 3 luni cu 3 luni cum era legea din 2008 lucrez cu contract …e adevarat ca cu 5 ore la zi…..intrebarea mea este ca la 60 ani sau 65 am dreptul la piensie pentru ani lucrati in italia …multumesc
l’articolo è del 2009, per cui con la varie riforme che ci sono state nel settore pensionistico, vai a sapere… ritengo sia utile tenersi informati, magari presso un CAF
Allora,se io sono cittadina ue (bulgara) e ho 52 anni e 13 anni di contributi,inutile sperare che posso ottenere la pensione e che posso riceverla in bulgaria per questi anni che ho lavorato in italia e contributi sempre pagate? Se e cosi,povera me…
ceao sono badante rumena se e acosi tuti badanti ,colf tuti che lavorano qui deve deve usire in strada uninduse le legi si cambia. la masa face potere abiamo diriti la pensione lavoramo giorno e note asunti per 4,,5 ore ni amalamo siamo tratate come i schiavi loro profitano la masa di stranieri face la forza li legi si cambia se siamo uniti e inutil a piange a loro nu li freca niente le legi sono fate a posto acosi.noi ni faciamo nostri doveri loro devono .devono pagare i diriti sono falsi con la lege per le pensioni .non ce e niente da fare dobiamo unirci tuti senza paura in strada inutil a piange le lacrime nu interesa a nesunu non hano pieta poi dicono che sono catolicil ei sfrutament dallo stato pagamo contributi poi non ni da la pesione in strada tuti la lege si cambia se voleti e inutile a piange sapeti che stres e cu i vechi ,nu ti fano anche ripozarti e un stres che ne distruge spihic.vi lo dico in strada dati anuncio sul tivu sul radio.per internet ese dumenica quando sono tuti liberi per non lasare ivechi soli.uno abracio forte da una straniera come a voi nu centra la raza e il sangue la lege uguale per tuti dirito ala pensione e la nostravita.
Salve, penso che sarà un’ultima domanda. Da qualche parte si può trovare quella maledetta legge, che prevede la pensione per le persone straniere che ritornano nel loro paese di origine dopo aver lavorato parecchi anni in Italia(mi riferisco alle persone dell’Est extracommunitario), perché in TRE ufficci INPS, dove ho fatto la domanda, non hanno la minima idea di cosa si tratta. Ho frugato in internet ma non trovo se non ho un punto di riferimento. Grazie. Valentina
Come funzioni ora, non lo so, tuttavia parecchi anni fa un dipendente straniero dell’azienda in cui lavoro era rientrato al paese d’origine ed aveva chiesto la restituzione dei contributi versati che, nel giro di alcuni mesi, aveva ottenuto e con questi soldi ha gettato le basi del suo futuro.
Ho sentito anche, che una nostra conazionale ha fatto causa all’INPS per i contributi versati ed ha vinto la causa- i suoi contributi li ha portati a casa sua… Sarebbe possibile una mossa così ardita? Inutile allora a versare i contributi e pagare le tasse sul redito se alla fine si va nel nostro paese con tasca vuota…
Ho sentito che, lasciando Italia e partendo a casa, si ha diritto ad un “assegno famigliare” -una cifra misera, ma che serve a casa nostra. Sarà vero?
Ho paura- Pensavo che Avro spicholi di pensione…Ho fato dieci anni di carcere in Italia=badante!….Maria Ukraina.
Pingback: Badanti clandestine, assalto in prefettura « Paoblog’s Weblog
adesso q lo so non penso piu di pagare le tasse..vi lamentate tanto di noi stranieri e la fine chi paga le tasse e contributi non riceve niente in futuro non e giusto ma non posiamo fare altro che fare da soli e metere il soldi da parte per il futuro, tanto quel soldi versati non gli vedremo mai piu…..
cmq i tempi sono brutti x tutti per loro forse di +