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Il celibato dei preti cattolici

Nota di Pao: Pubblico un articolo letto nei giorni scorsi; è risaputo che non sia religioso o credente, per cui la cosa potrebbe non interessarmi in maniera diretta, tuttavia trovo che i passi indietro della Chiesa rispetto alla società moderna, le facciano perdere ben più che le vocazioni sacerdotali oppure i fedeli alla domenica. Si sta perdendo per strada la funzione principale, il collegamento fra l’uomo la sua fede. Vietare il matrimonio ai preti è una decisione unilaterale per scopi non religioso, ma “pratici” il che snatura la cosa già in partenza. Concordo sul fatto che un prete sposato, così come il sacerdozio femminile, potrebbero essere un buon punto di partenza per una Chiesa moderna e vicina all’uomo, prima ancora che la fedele.

Resta per me un mistero, perchè non si condeda agli uomini, preti compresi, quel “perdono” che si predica tanto. Perchè un prete che ha servito fedelmente la Chiesa non può cambiare idea? Perchè negargli la dispensa, costringendo un credente a vivere come fosse scomunicato, senza avere accesso ai sacramenti? Questa è barbarie, secondo me.

Un articolo di Mariangela Mianiti – Vanity Fair

Le gerarchie ecclesiastiche sono la punta cementificata di un vulcano. È questa la mia impressione dopo aver parlato –  con laici, preti. ex preti ed ex suore – della dibattuta questione del celibato. Dal 1965. quando Paolo VI aprì la possibilità di ottenere la dispensa, nel mondo oltre 120 mila preti su 400 mila ordinati (più del 30%) hanno abbandonato la tonaca. La maggior parte delle 60 mila dispense concesse fino al 1991 fu firmata da Paolo VI, mentre Giovanni Paolo II ne accordò pochissime. Questo significa che la metà dei preti che hanno rinunciato al ministero lo hanno fatto senza ottenere la dispensa. E fa una certa differenza, per un credente. averla o no.

«Chi la ottiene rinuncia alle funzioni sacerdotali, ma mantiene l’accesso ai sacramenti, e può quindi sposarsi religiosamente. Chi non la ottiene perde questo diritto, e lascio immaginare quali problemi possono nascere in una coppia credente che si sente rifiutata dalla Chiesa», dice Vittorio Bellavite, presidente di Noi siamo Chiesa, associazione affiliata al movimento internazionale We Are Church.

«La nostra è una voce dissenziente dentro la Chiesa. Abbiamo molti consensi, lo capiamo dai messaggi che arrivano sul nostro sito (www.noisiamochiesa.org). eppure la stampa cattolica ufficiale ci ignora. Noi diciamo che ci sono modi diversi di credere nel Vangelo, e che non ci può essere appiattimento su certe posizioni papali: donne nella Chiesa, omosessualità, contraccezione».

E il celibato, ovviamente. «Che non è un dogma, ma una disposizione canonica: potrebbe essere revocata da subito. Fu sancita nei Concili Lateranensi del XII secolo: fino ad allora i preti cattolici potevano sposarsi, cosa che continua a essere possibile per i preti cattolici delle Chiese orientali (quelle che, pur facendo capo al Papa di Roma, conservano il rito bizantino, ndr), per gli ortodossi, per gli anglicani.

ll mondo è cambiato dal 1100, e noi pensiamo che il celibato debba essere facoltativo. Il matrimonio, se scelto, non è un ostacolo alle capacità pastorali; può, anzi, accrescerle. Il celibato non  non scelto, invece, pone limiti alla naturalità dell’esistenza. Una vita affettiva, sessuale e genitoriale felice favorisce umanità e comprensione, mentre una solitudine imposta facilita scompensi che portare alla ricerca di una donna, spesso vissuta con senso di colpa, o al non controllo delle pulsioni. Per contro, ci sono molti preti che rispettano il celibato, anche se con fatica, e nello stesso tempo si battono perché divenga facoltativo. Purtroppo la struttura ecclesiastica spesso allontana e rifiuta il confronto. Preferisce che non si parli di questi argomenti».

Il viceparroco
Hinterland sud di Milano, comune di Paullo, chiesa di San Tarcisio. Il viceparroco è don Ferdinando Sudati, 62 anni, qui da dieci. «Il celibato come legge ecclesistica ferrea ha perso senso, perché il mondo dei credenti ha una sensibilità nuova per i valori umani, fra cui la libertà di scegliere il proprio stato. Sposarsi è un dirito umano.

Se ha queste convinzioni, perché è diventato sacerdote?

«Come molti, sono stato attratto dalla vocazione: il celibato è stata una conseguenza. All’inizio lo si accetta con l’idealismo della giovane età e la cieca fiducia nell’apparato ecclesiastico, poi si scopre che non è come sembra. Si scopre che ha pochissima o nessuna fondazione nel Nuovo Testamento, mentre ne ha molte, e alcune poco nobili, nel percorso storico della Chiesa. Come  quella di garantire un servizio a tempo pieno, di essere più facilmente governabili dal potere ecclesiastico e, soprattutto in epoche antiche. di non avere eredi che rivendichino o comunque intacchino i benefici ecclesiastici».

Quando ha avuto i primi dubbi?
«È avvenuto in modo omeopatico. Sono entrato in seminario a 11 anni e sono stato ordinato prete a 26. Il seminario è come un bozzolo dove si vive staccati dalla realtà. Soltanto dopo molti anni. dopo con· fronti e riflessioni, dopo aver visto famiglie riuscite e incontrato figure femminili significative, ho aperto gli occhi e ho capito che non ha senso impedire a un prete di offrire e ricevere. affetto. E non va esclusa la dimensione sessuale sulla quale. è inutile negarlo, ci si fa molte domande».

Lei ha mai desiderato sposarsi?
<Io credo nel celibato liberamente scelto, così come credo che la povertà, se praticata bene, sia una delle testimonianze evangeliche più belle. Ho vissuto il celibato con qualche difficoltà, ma l’ho sempre rispettato. Solo attorno ai 55 anni ho sentito che non mi sarebbe dispiaciuto avere un’esperienza affettiva e coniugale. Se mi avessero detto: “Sei libero”, forse sarei stato disponibile al matrimonio. Intravedevo la positività di avere al fianco una sposa, in particolare se avesse condiviso l’apostolato parrocchiale, Ma ormai questa battaglia non riguarda più me, lo mi batto per i sacerdoti futuri, e per chi, oggi, è a disagio a causa di questa legge»

Che cosa succede a chi chiede la dispensa?
«Deve affrontare un vero e proprio processo a Roma davanti alla Congregazione per il clero, una specie di tribunale, e subire condizioni molto dure, ricattatorie. Si punta a ottenere una sorta di abiura, a farti dire: “Mi sono sbagliato. Non dovevo diventare prete”. Le gerarchie non accettano che tu dica: “Ho maturato questa convinzione”. Ciò è umiliante, perché non prendono atto del tuo cammino». ì

Perché tanta chiusura su questo argomento?

«Perché l’abolizione di questa norma, insieme con l’apertura del ministero alle donne, introdurrebbe cambiamenti che fanno paura, Lo dimostra il fatto che tuttora il Vaticano non vuole un sondaggio di opinione fra i preti per sapere che cosa pensano».

Se le gerarchie sono così arcigne, come mai la lasciano libero di criticarle?
«Non sono ritenuto un elemento pericoloso, perché non sono noto. Non nascondo nulla, ma osservo le regole di correttezza nei confronti dei fedeli, e rispetto l’impegno del celibato».

L’ex suora

In Italia, i preti che negli ultimi quarant’ anni hanno rinunciato al ministero per sposarsi sono circa 8 mila. Poi, ci sono tutti quelli che restano preti pur avendo relazioni con donne. Le donne, appunto, sono l’altra [accia di questo fenomeno.

A loro dà voce Ausilia Riggi, 76 anni, ex suora, vedova da cinque anni di un ex prete. Vive a Messina, ha scritto alcuni libri sull’argomento, fra cui Da donna a donne (Il segno dei Gabrielli), e ha aperto un sito, Donne contro il silenzio www. donne-cosi. org, dove le «donne dei preti» raccontano dubbi e dolori. «A chi legge queste testimonianze chiedo di astenersi dai giudizi, e di rispettare. Niente di ciò che è umano, è alieno dagli uomini.

Qual è la sua esperienza?
«Sono entrata in istituto a 21 anni. Fin da bambina volevo darmi ai più svantaggiati, ma sono rimasta delusa dalla Chiesa, vedevo deviato tutto quello che cercavo. Nelle strutture ecclesiastiche prevaleva il valore dell’obbedienza, che comprimeva l’amore per Dio e per il prossimo nei canali rigidi delle finalità dell’istituto, realizzate con mezzi tanto impropri da farmi avvertire fallita la mia vocazione. Ho resistito quindici anni, poi sono uscita, perché non fosse mortificata la vocazione delle giovani che seguivano i miei corsi di formazione, e che sarebbero rimaste frustrate a causa dell’impossibilità di cambiare le “Regole”. Dall’istituto mi hanno seguito a Torino, dove ci accoglieva il cardinale Pellegrino, circa 50 suore. Quando sono state “sistemate” (ognuna ha trovato la propria strada), mi sono “sistemata” anch’io, mi sono sentita libera nei riguardi delle altre.

Il mio incontro amoroso è avvenuto dopo la mia uscita. Lui era sacerdote in una parrocchia. Abbiamo vissuto dieci anni di amicizia genuina, e poi, da sposati, abbiamo fatto un cammino di liberazione. Per lui è stato difficilissimo lasciare il presbiterio, quasi un atto eroico, ne ha sofferto fino alla fìne. È stato un marito meraviglioso. Ora mi dedico alle donne, donne provate come lo sono stata io: sento di adempiere un dovere intrinseco alla mia vocazione di aiutare gli altri».

Come le aiuta?

«Confidenza e ascolto sono terapeutici. Le storie d’amore si assomigliano, però queste sono le più nascoste. Tutti gli amanti hanno un segreto, ma nei casi “laici” è temporaneo, negoziabile. Nel nostro caso le conseguenze della trasgressione fanno terrore agli stessi protagonisti, su cui pesa un antico tabù: nel sacro, storicamente, la donna è vittima sacrifìcale, mentre il sacerdote è colui che la  offre a  Dio. Questa concezione il cristianesimo avrebbe dovuto abbatterla, invece non lo ha fatto del tutto. lo spingo le donne a non disperdere la loro esperienza in pianti. lamenti e vittimismi, ma a spargere un seme di novità».

Quale?
«Molti pensano che nelle relazioni con i preti la colpa sia della donna e che, se lei fosse forte, il prete resisterebbe. È una posizione di comodo e maschilista. Finché le donne accetteranno di restare in silenzio in queste situazioni, o ne parleranno in modo sguaiato o solo con rabbia, non saranno libere».

Quante riescono a essere libere?
«Pochissime. Due mie confidenti, ultimamente, hanno scelto il compromesso di una finta amicizia pur di non perdere una qualche relazione con il sacerdote».

L’ex sacerdote

Giovanni Cancarini è un ex prete sposato, divorziato e risposato. Ha 70 anni, vive a Milano con la seconda moglie e ha mantenuto i contatti con molti compagni di seminario con cui discute di celibato.

«Vengo da unafamiglia molto religiosa. A 19 anni ebbi la vocazione ed entrai in seminario, a 25 fui ordinato sacerdote, divenni viceparroco a Milano. Ero pieno di entusiasmo, ma presto mi accorsi che le regole e robbedienzaerano più importanti dei risultati, che le gerarchie contavano più della sostanza. Non mi sentivo rispettato, fui trasferito tre volte senza una spiegazione. si viveva nella cultura del sospetto e del controllo. Mi accorsi della mediocrità di preti che avevano la mentalità degli impiegati. Non volevo diventare così. Mi immaginavo una Chiesa diversa. Dopo dieci anni. ho abbandonato il ministero e mi sono trasferito a Bologna».

E dopo?
«Ho imparato a mantenermi, cosa dicui prima non dovevo preoccuparmi.A 34 anni, non è facile. Mi sono dedicato alla vendita dei libri, con soddisfazione e ottimi risultati. Il primo anno è stato splendido, era la libertà. La domenica mattina prendevo l’auto e giravo felice per
le colline. Poi ho cercato una compagna. Avevo molto tempo da recuperare, tutto da imparare. All’inizio la sessualità si vive con impaccio e difficoltà, ma poi, vivaddio, si perde la testa e tutto succede da sé.

C’è un modo religioso di vivere la sessualità?
«Non separarla dall’amore. Il sesso è un modo di esprimere e alimentare un amore.Un anno dopo l’abbandono del sacerdozio, ho incontrato mia moglie. Ci siamo sposati in comune perché lei preferiva così. Il matrimonio è durato lO anni. Nel 1995 abbiamo divorziato».

Perché?
«Ci ha diviso l’aspetto ideologico. Lei voleva che dimenticassi il mondo da cui venivo, per me er” impossibile. Molti matrimoni di ex preti non vanno a buon fine. Il mezzo uomo che esce dal seminario non conosce il femminile: lì non se ne parla mai, e poi non si è abituati a tessere relazioni. Ricostruirsi è un lavoro di una vita. Due anni fa mi sono risposato con un’amica di gioventù, divorziata con tre figli, e ora sono felicemente padre di tre persone e nonno».

Che cosa le dicono i suoi ex compagni di seminario?
«Che faccio bene a raccontare la mia esperienza. Dobbiamo cercare ciò che unisce, non ciò che divide».

Altri, fra loro, hanno lasciato il sacerdozio?
«Non pochi. Mi auguro che nella Chiesa futura ci sia posto, e pari dignità, per preti celibi e preti sposati. Sono convinto che succederà, anche per la forte crisi di vocazioni. Oggi, nella diocesi di Milano, ci sono 2.200 preti contro i 3.000 degli anni ’80, e 481 hanno più di 80 anni. Se la Chiesa vuole sopravvivere, deve diventare moderna».

4 commenti su “Il celibato dei preti cattolici

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  2. paoblog
    4 novembre 2009
    Avatar di paoblog

    La cosa migliore è consultare il sito citato nell’articolo e girare a loro il quesito.

  3. linda franchino
    4 novembre 2009
    Avatar di linda franchino

    mi è sorta solo una curiosità se una ragazza vuole sposare un sacerdote dispensato può ottenere l’idoneità per l’insegnamento della religione cattolica?

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I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 Maggio 2009 da in Pensieri, parole, idee ed opinioni, Religioni & C. con tag , , , , .