leggo su Il Salvagente
Dalle scatole agli alimenti, dagli alimenti a noi. E’ così che la plastica che ci circonda finisce direttamente nel nostro organismo, “contaminando” il nostro sangue. Ne siamo pieni, e a ogni gesto quotidiano il “rifornimento” di ammorbidenti e plastificanti continua. L’ultima conferma arriva da una ricerca condotta negli Usa dall’Enviromental Health Perspective su cinque famiglie, subito ripresa dalla stampa americana.
Un gruppo di ricercatori ha fatto un esperimento semplicissimo: per tre giorni consecutivi i componenti dei cinque nuclei familiari sono stati alimentati con cibi che non erano stati a contatto con nessun tipo di plastica. E alla fine del periodo di prova le analisi hanno dimostrato che i livelli di bisfenolo A nel sangue erano inferiori di due terzi rispetto al passato. Quello di di-2 etilesilftalato, (Dehp) dimezzati.
Dati inquietanti, viste le sostanze analizzate. Il bisfenolo A non ha bisogno di presentazioni: meglio noto con la sigla Bpa, è un composto presente nelle plastiche di policarbonato e nelle resine usate nelle scatole di latta. Si tratta di un potente interferente endocrino (se presente in certe dosi influisce negativamente sul sistema ormonale), e le normative di mezzo mondo ne limitano la presenza nel packaging alimentare.
Già un anno fa un’importante studio pubblicato su Jama aveva dimostrato che già dopo avere mangiato cinque porzioni di zuppa in scatola i livelli di Bpa nelle urine aumentano di dieci volte.
E non è un caso tanto che, dopo anni di pressione da parte dei consumatori, dal 2011 in Europa l’uso della sostanza è vietato alle industrie che producono biberon e simili.
Ancora oggi nel Vecchio continente si discute se emettere provvedimenti più restrittivi per altri contenitori alimentari (il Bpa è nei rivestimenti plastica delle lattine, per esempio).
Dopo i ripetuti ammonimenti dell’Anses, l’agenzia francese per la sicurezza alimentare, la corrispondente europea Efsa ha fatto sapere che il gruppo di esperti riconsidererà il proprio parere sui livelli di esposizione massimi per i consumatori, “dopo avere ulteriormente valutato nuovi studi e nuovi dati provenienti da studi a basse dosi, attualmente in corso negli Stati Uniti”.
Negli anni scorsi l’Efsa aveva stabilito per gli adulti una dose massima giornaliera di 0,05 milligrammi di peso corporeo, ma secondo l’Anses tale concentrazione potrebbe essere troppo elevata per essere considerata non a rischio.
Gli Usa sono ancora più indietro, e si limitano a “consigliare” alle industrie a eliminare il Bpa nei prodotti per l’infanzia. A fine marzo l’ente di controllo sui farmaci e agli alimenti, l’Fda, ha detto l’ultima parola sul composto chimico, sollecitata dai continui studi che ne mettevano in evidenza la tossicità.
Ma secondo l’Agenzia americana al momento “non ci sono evidenze scientifiche che dimostrano che bassi livelli di Bpa (come quelli migrati dai contenitori di plastica agli alimenti) possano essere nocivi alla salute umana”, anche se ha fatto sapere che il monitoraggio continuerà.
Più di uno studioso fa notare però che la pur autorevole Food and Drug Administration non ha però ancora considerato l’effetto “accumulo” dovuto al fatto che la sostanza viene assunta da noi continuamente, perché presente in centinaia di involucri alimentari, dalle lattine dei legumi precotti, a quelle delle bevande gassate, per finire con le buste.
Come gli ftalati, del resto, sostanze se possibile ancora più ubiquitarie. E forse il problema, a ben vedere è proprio questo: un serio bando delle sostanze costringerebbe le industrie del packaging a modificare tutte le linee di produzione.
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