Se fossi capace di scrivere un romanzo, proverei a scrivere questo. Un po’ Umberto Eco de “L’isola del giorno prima”, un po’ Salgari e Verne, un po’ fantascienza dei giorni d’oggi.
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Nel naufragio della Costa Concordia risultano dispersi due tra gli oltre 4.000 occupanti della nave, tra viaggiatori e personale di bordo: due persone che mancano all’appello, oltre ai morti accertati e recuperati e alle migliaia di supersiti.
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Due persone totalmente diverse tra loro, in tutto: un giovane cuoco immigrato impiegato in uno dei ristoranti a bordo e una passeggera, una tranquilla madre di famiglia di mezz’età che si è voluta concedere, forse per la prima volta in vita sua, un viaggio-vacanza come regalo di compleanno.
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Sono dispersi, ma non morti.
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Nei 20 mesi trascorsi dal naufragio al raddrizzamento della nave essi hanno vissuto, veri naufraghi dell’era moderna, all’interno della Concordia, cibandosi di quel che hanno trovato nelle stive, nei ristoranti, nei tanti bar e nelle cabine.
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Vivendo una vita all’ingiù, per metà sott’acqua, per metà nella zona emersa, comunque in equilibrio precario, abituandosi a una dimora inclinata di svariati gradi, metafora della vita sempre in precario equilibrio e vero e proprio sdrucciolevole percorso in salita lungo il quale doversi letteralmente arrampicare: accettando, dunque, anche fisicamente, forse trovando serenità in questo, la precarietà del vivere quotidiano.
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Senza mai incontrarsi in questi venti mesi: oguno per conto proprio, pensando di esere l’unico supersite di una tragedia immensa.
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Inizialmente provando a stabilire un contatto con le presenze umane esterne, via via sempre più fitte man mano che le operazioni di monitoraggio, messa in sicurezza e programmazione del recupero del relitto andavano avanti. Poi rifiutando ogni contatto, facendo di tutto per nascondersi e non far avvertire la propria presenza a bordo.
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Ciascuno di loro per diverse motivazioni personali, ma comunque ispirati da un senso di rifiuto verso la società civile.
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Entrambi, da punti differenti sia fisici, data la differente collocazione all’interno del relitto, sia psicologici per il diverso modo di vedere il “mondo esterno” guardano la vita esterna, la “vita sull’isola” riflettendo sulla condizione umana, sulla solitudine, sulla fede, sull’onestà, sulle consuetudini formali e psicologiche necessarie al vivere in comunità e che essi sembrano, per differenti motivi, aver perduto, poi addirittura aver disconosciuto, come approfittando di questa tragedia per cogliere la possibilità di isolarsi dal mondo.
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Riflettono sull’idea di rifiuto di ogni umano rapporto e riflettono sulla vita umana, sul vivere civile osservandone le sfumature con occhi ormai distanti e disincantati, obiettivi, dall’esterno come di chi ha saputo, giocoforza approfittando di una circostanza pazzesca, uscire da quel ruolo che finora la vita gli aveva riservato e che finora aveva dovuto accettare per vivere in società.
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Epilogo: quando la nave viene raddrizata essi vengono scoperti, insperatamente vivi. Uno sceglierà di ritornare nella cosiddetta “vita civile”, l’altro si rifiuterà, barricandosi all’interno del relitto per lui diventato rifugio e riparo dai mali e dalle bassezze del vivere umano, come una sorta di isola deserta ai margini della società, relitto dello stesso “vivere civile” e paradossalmente visto come l’unica possibilità di salvezza.
Interessante come tematica, inusuale, richiama anche un po’ il pianista sull’oceano….