L’automobile rende l’uomo più solo e più libero,
ma è solo il parcheggio che lo libera dall’automobile
(Oscar Wilde)
Duccio Bianchi, direttore dell’Istituto di ricerca Ambiente Italia, così fotografa la situazione delle città italiane nell’ultima edizione dell’Ecosistema Urbano 2008: “Il tasto più critico è quello della mobilità. Qui le città italiane scontano una pesante eredità. Non dimentichiamoci, intanto, che la densità di automobili della città italiane non ha pari in Europa (Roma ha una densità più che doppia rispetto a Parigi). Né la modestia delle reti di trasporto veloce di massa. Recuperare è complesso e lungo.
Però, attenzione: il modello di mobilità urbana, in tante città (scandinave, olandesi, tedesche ed ormai anche francesi e spagnole) si sta spostando con grande velocità verso la mobilità ciclabile. Si investe in piste ciclabili. Si investe in bike-sharing. Si investe nell’intermodalità trasporto pubblico-bici. Si investe in parcheggi per biciclette. Si tutelano i ciclisti. Perché l’investimento in mobilità ciclabile è efficiente e di rapida implementazione. E, così facendo, si ottiene che in bicicletta si facciano una quota molto rilevante degli spostamenti sistematici (casa-lavoro, casa-scuola), non gli spostamenti ricreativi del week-end.
I numeri, purtroppo, sono impietosi. Persino le migliori esperienze italiane (quelle di alcune città emiliane e romagnole) sono modeste rispetto alle migliori esperienze del Nord Europa, pur tanto svantaggiato climaticamente. La quantità di piste ciclabili nelle città italiane continua a crescere. Ed è un bene.
Ma tanto per avere un punto di riferimento: tutte le piste ciclabili delle città italiane a stento pareggiano la rete di piste ciclabili che mettono assieme Vienna, Helsinki e Copenaghen.”
La densità automobilistica di Berlino, Londra e Parigi 33, 32 e 27 auto ogni 100 residenti: in Italia due terzi delle città si collocano su un livello doppio, oltre le 60 auto ogni 100 abitanti, e persino Venezia (con Mestre) riesce ad avere più auto delle grandi città europee (
vedi tabella).
L’impotenza delle nostre amministrazioni si rende evidente quando si tratta di ritagliare nell’oceano di traffico qualche brandello di isola pedonale: la media delle città si attesta sui 0,30 metri quadrati a testa! Lo spazio gratuito regalato all’auto, liberamente parcheggiata su suolo pubblico, è invece dieci volte tanto: mediamente oltre 4 metri quadrati a testa.
Un posto auto misura 2 metri per cinque, ossia 10 metri quadrati. A Milano, per esempio, per far posto alle 800mila auto che arrivano ogni giorno da fuori che si sommano alle 820mila auto di proprietà dei residenti, la città sacrifica in tutto oltre 16 km2 quadri, pari a 2.250 campi da calcio, quasi il 10% del proprio territorio.
Tutto spazio sottratto all’uso pubblico, destinato ad abitacoli privati che rimangono fermi e inutilizzati per gran parte della giornata. Provate a pensare a tutto quello che si potrebbe fare con quei 2.250 campi da calcio: più spazi pubblici, più verde, più panchine e tavolini, più campi da bocce, marciapiedi più larghi, più spazio per i bambini… e tutto sotto casa, a disposizione di tutti!
Nelle vie trafficate i vicini di casa si conoscono meno, non ci si ferma a chiacchierare e i negozi di vicinato chiudono. L’automobile ha ucciso la piazza, come luogo di ritrovo della comunità, del quartiere o del paese, il traffico ha ucciso la socialità.
I nuovi quartieri costruiti attorno al modello urbano dell’automobile, quelli con le ville a schiera (abitazione con garage comunicante e giardino) o i condomini con i garage sotterranei e i giardini recintati, lasciano lo spazio pubblico pedonale pressoché deserto. Le vie divengono uguali, anonime, trasmettono insicurezza, nessuno ha più voglia di farsi una passeggiata a piedi. E così la nostra vita si trincera ancor più al chiuso.
Dal chiuso delle quattro mura domestiche, con un ascensore si accede nel garage sotterraneo dove possiamo scegliere tra i nostri mezzi di locomozione (normalmente più dei membri della famiglia). Saliamo e ci chiudiamo nella nostra auto, dove accendiamo l’aria condizionata che ci permette di tenere chiusi i finestrini, sino al garage dell’ufficio.
Persino la spesa, il passeggio, lo struscio si è fatto privato, chiuso, coperto. Con la nostra auto ci rechiamo al lontano santuario del consumo, presso un grande centro commerciale che simula alla perfezione un centro cittadino: la macchina si posteggia fuori (o sottoterra), ma dentro ci sono i viali pedonali, le vetrine, il bar, la pizzeria con i tavolini, gli alberi finti, l’edicola, la farmacia e il parco giochi per i bambini. Manca solo la chiesa: ma di quella non c’è bisogno, nel tempio si entra con il carrello e si esce pagando alla cassa. Nei nuovi templi manca anche la libertà: provate a chiedere lo spazio in un centro commerciale per raccogliere firme su una petizione o distribuire un volantino privo di pubblicità commerciale.
Non vogliamo esagerare con le descrizioni millenaristiche: lo spazio sociale, a cui l’uomo non rinuncia, si ricostruisce nel privato, trova altri circuiti e spazi d’elezione, si fa virtuale, davanti alla televisione, sul web, sul cellulare. Ma ora vogliamo solo sottolineare la drammatica, questo sì, perdita in quantità e in qualità dello spazio pubblico, di tutti, che l’automobile ha provocato. Vogliamo denunciare con forza questa vera e propria rapina di spazio e di socialità perché troppo spesso l’attenzione degli organi di informazione e della politica si limita a considerare solo le conseguenze sulla salute pubblica del nostro mostruoso tasso di motorizzazione.
Come se il problema del traffico si risolvesse solo con la chimera dell’auto pulita, quella all’idrogeno che emette solo acqua, o meglio ancora quella elettrica, che è anche più silenziosa. Con i parcheggi sotterranei che eliminano anche la vista dell’auto, con la tangenziale che riduce l’accesso nei centri storici, con le autostrade sotterranee che ne consentono invece l’accesso, con le nuove corsie o le nuove autostrade che creeranno solo nuove code nel momento inevitabile in cui dall’autostrada se ne vuole uscire, con tutte queste opere pubbliche, si prolunga l’agonia delle nostre città.
Ed a un prezzo sempre più elevato. E’ solo attraverso la scelta intelligente e conveniente di un nuovo stile di mobilità, la voluta riduzione delle auto circolanti, la rinuncia liberatoria alla proprietà individuale di tutti i mezzi di locomozione che cominceremo ad intravvedere la soluzione al problema. E torneremo ad avere sulla testa il cielo aperto, la piazza per incontrarci, il marciapiede per giocare.
Per saperne di più:
- Guido Viale, Tutti in taxi, Feltrinelli, Milano, 1996.
- Guido Viale, Vita e morte dell’automobile, Boringhieri, Torino, 2007.