
Con l’isola della revolución, Alfredo Bryce Echenique ha avuto un rapporto diversissimo da quello di altri autori della sua generazione… Lo scrittore peruviano non è mai stato molto interessato all’aspetto politico dell’esistenza: per lui contano soprattutto i rapporti umani, filtrati alla luce della sua affilata ironia.
Per questo è con un certo stupore che, esule a Parigi, apprende di essere su una «lista nera» di scrittori che non devono essere invitati a Cuba proprio per motivi politici. Così una sera ne chiede conto a Roberto Fernández Retamar, allora presidente della Casa de las Américas. Tramite Retamar riesce a farsi concedere il benestare per visitare l’isola. Ed è così che hanno inizio le ripetute avventure a Cuba di Bryce Echenique.
Avventure che, nell’arco di un decennio, lo porteranno a vivere situazioni molto diverse tra loro: s’innamorerà di un’affascinante donna cubana, entrerà nelle simpatie di Fidel Castro diventando cantaor del mondo politico – come ironicamente si autodefinisce per aver cantato al cospetto del Líder máximo – incontrerà una delle nipoti di Hemingway, darà la sua esilarante versione di una gita sullo yacht di stato con Felipe González, Javier Solana e Fidel Castro…
“Confesso che ho vissuto. Non da scribacchino, bensì da cantaor del mondo ufficiale della rivoluzione cubana… Non come cantaor cantaor, che sarebbe stato troppo, ma almeno come interprete del cante jondo per gli alti funzionari della rivoluzione… Cominciai a fumare sigari, per rovinarmi il più possibile la voce, e a bere rum stravecchio prima di ogni serata, senza ghiaccio né niente, sempre per farmi venire l’imprescindibile raucedine alla Manolo Caracol… Il mio cante mi avrebbe condotto molto lontano. Mi portò a conoscere capi di stato, eroi della rivoluzione, frati della Teologia della Liberazione, scrittori e artisti famosi…”
Fonte: www.illibraio.it