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Il bus cercava di fermarsi. Poi ha trovato quel guard-rail

di Maurizio Caprino

“Il bus perdeva pezzi”. Sulle prime pagine dei giornali di oggi è questo il titolo che ricorre di più e vorrebbe indicare “la” causa che ha portato il bus turistico a precipitare dal viadotto autostradale di Monteforte Irpino, facendo 39 morti. Poi si leggono cose tipo “folle corsa”, “a tutta velocità”.

Infine ci sono alcuni titoli “intellettuali” e altri “meridionalisti”: sottolineano lo stato delle infrastrutture, soprattutto al Sud.

Tutte cose verosimili, presentate col solito linguaggio giornalistico-qualunquistico.

Ma in realtà sono fuorvianti.

Il fatto di perdere pezzi è naturale: le testimonianze (soprattutto quella di una sopravvissuta) e alcune strisciate su guard-rail e parapetti lungo l’ultimo chilometro prima dell’incidente lasciano pensare che l’autista si sia accorto di non avere più freni efficienti. Un problema grave su un mezzo pesante su una discesa ripida come quella di Monteforte: fa prendere velocità.

Così l’autista potrebbe aver cercato di rimediare buttandosi verso destra, sperando di smorzare l’accelerazione o addirittura di rallentare. Ma dev’essersi reso conto di poterlo fare solo a tratti: se avesse strisciato in continuazione, l’attrito avrebbe provocato un incendio (e infatti la passeggera sopravvissuta ha parlato di “fuochi dentro”, probabilmente le scintille causate dai contatti con parapetti e guard-rail).

A un certo punto, può aver visto la coda dei veicoli fermi per il cantiere e può aver sterzato a destra con più decisione o ha trovato un pezzo di guard-rail più cedevole di quelli precedenti.

In ogni caso, è chiaro che ogni strisciata può aver fatto perdere pezzi. Ma questo c’entra poco con l’eventuale guasto ai freni.

L’ipotesi che l’ultima strisciata sia stata fatale perché avvenuta su un guard-rail più cedevole degli altri è plausibile: rispetto alle strisciate precedenti, il bus era ormai arrivato sul viadotto, cioè dove il montaggio delle barriere laterali di sicurezza è più delicato.

E l’esame di alcune foto della scena dell’incidente dice che in effetti qualche dubbio sul montaggio si può avere: per esempio, la parte in ferro del guard-rail è volata nella scarpata assieme a quella in cemento, mentre normalmente avrebbe dovuto separarsene e restare a dare uno “schiaffo” al bus per rispedirlo sulla carreggiata.

Ora si dovrà vedere come furono fatti i lavori che nel 2009 avevano riqualificato il viadotto: dalle informazioni che ho raccolto, sembra siano stati affidati a un’impresa solo parzialmente specializzata.

Problemi del genere non accadono solo al Sud: ricordo di aver visto cose del genere anche in Toscana ed Emilia-Romagna. Il punto è che in Italia ci sono gestori di strade che fanno eseguire lavori (al prezzo più basso possibile) e poi di fatto non controllano come vengano eseguiti.

Quanto alla velocità, fermo restando che un bus che percorre senza freni una forte discesa, non dev’essere stata poi così tremenda: 300 metri prima del punto dell’incidente c’era una curva molto impegnativa, che non avrebbe potuto percorrere se fosse andato davvero così forte.

Il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ha detto che il bus era del 1995 ed era stato revisionato da poco.

Sappiamo quanto superficialmente si fanno le revisioni in Italia, ma Lupi ha detto che sta facendo verificare un particolare importante che non ha voluto rivelare. Forse si è scoperto che il bus non era assicurato.

Non sarebbe la prima volta: proprio a Napoli tre anni fa la Polizia stradale aveva scoperto un’azienda di trasporto che mandava i suoi bus in tutta Europa senza avere una polizza Rc auto. D’altronde, da allora, il perdurare della crisi e il caro-gasolio dovuto alle tasse non possono che aver peggiorato la situazione.

Sarà stato per questo che le autorità greche hanno espresso alle nostre una solidarietà così calda durante il vertice Italia-Grecia ad Atene, una volta arrivata la notizia dell’incidente del viadotto?

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