Avrei così concepito le mie impressioni sulla Città dell’Altra Economia e gli spazi dell’ex Mattatoio di Testaccio. In effetti si tratta di un bellissimo progetto, sia architettonico che nei contenuti, che sembra si stia sgonfiando e svilendo. Peccato.
Ho selezionato 4 foto significative per far capire il luogo (fonte delle foto: LC-Architettura)
L’ex Mattatoio di Testaccio e La Città dell’Altra Economia: un bel progetto che stenta a decollare. Ieri ho cenato nel ristorante all’interno della Città dell’Altra Economia di Roma. Vi ero già stato due-tre volte e ne avevo ricavato eccellente impressione. Ieri, invece, a distanza di un anno circa ho raccolto delusione per un progetto molto interessante che sembra essersi fermato.
Cos’è la Città dell’Altra Economia di Roma
Situata al centro di Roma, negli antichi spazi restaurati del Campo Boario all’interno del’ex Mattatoio di Testaccio in un ambiente dall’indiscutibile fascino che ricalca le architetture post-industriali di fine 800, la Città dell’Altra Economia è uno dei primi spazi in Europa interamente dedicato al consumo consapevole.
Offre 3.500 metri quadrati per esposizione, vendita, eventi e incontri dedicati alla promozione dell’altra economia: agricoltura biologica, commercio equo e solidale, energie rinnovabili, riuso e riciclo, turismo responsabile, finanza etica, comunicazione aperta, bioequobar, bioequoristorante.
È nata come luogo di promozione di tutta l’altra economia romana, quella più silenziosa e meno conosciuta del consumo consapevole, per offrire a tutte le imprese del settore spazi espositivi, luoghi di incontro, formazione, ricerca e sviluppo.
L’aspetto che immediatamente colpisce è lo straordinario progetto che ha permesso di recuperare l’antica struttura di archeologia industriale tramite un moderno restauro attraverso le attuali pratiche di bioarchitettura. I 3.500 mq della Città occupano spazi recuperati dall’edificio delle antiche Pese del Bestiame nonché dalle tettoie e dalle pensiline del Campo Boario.
Si è trattato di un intervento di restauro conservativo, in sintonia con il fine etico della stessa Città dell’Altra Economia, realizzato secondo princìpi di bioarchitettura e con soluzioni innovative nel rispetto del contesto storico.
Un progetto inserito nel più vasto recupero dell’area del Mattatoio all’interno della quale sta sorgendo la Città delle Arti, progetto nel cui ambito ha già trovato posto la nuova sede dell’antica e celebre Scuola di Musica Popolare di Testaccio con sale per studiare musica e per tenere concerti.
L’aspetto commerciale più rilevante della Città dell’Altra Economia riguarda l’esposizione e la vendita di prodotti, attraverso un mercato per prodotti biologici, equi e solidali, di riciclo o riuso di materiali. Mercato nel quale si possono anche trovare operatori della finanza etica, del turismo responsabile e del settore delle energie rinnovabili a disposizione del pubblico per fornire informazioni e servizi.
Interessanti e molto utilizzati dal pubblico sono, poi, in ristorante e il bar che, in un ambiente ricco di luce e fascino grazie alle vetrate affacciate sulla struttura dell’ex Mattatoio e gli alti soffitti dell’antica struttura industriale, propongono cibi e bevande realizzati con prodotti provenienti dall’agricoltura biologica di aziende vicino a Roma e dal commercio equo e solidale.
Le impressioni di ieri
A questo punto devo dire che, a dispetto dell’ottimo funzionamento del mercato biologico (anche se ultimamente i prezzi, comunque sempre convenienti, hanno subìto rialzi), tornato al ristorante dopo circa un anno ho avuto una spiacevole sensazione di trascuratezza generale.
Intendiamoci: il posto è bello e ricco di fascino. Però i lavori di recupero dell’intero ex Mattatoio per creare la Città delle Arti proseguono molto a rilento; perciò molti spazi della struttura sono ancora fatiscenti o in forma di cantiere.
Il ristorante offre un’aria più dimessa: si mangia sempre bene (soprattutto i secondi di carne e i contorni, così come ottima è l’offerta enologica) e a prezzi convenienti; però i locali sono molto trascurati. Soprattutto gli spazi esterni: il particolare e interessante cortile di ingresso cui si affacciano pensiline, tettoie e vetrate dello stesso locale è buio e sporco; il lastricato, invaso da erbe spontanee, offre un senso di abbandono; così come il prato non più curato come nei primi tempi.
All’interno, la sala ristorante conserva il suo fascino di antico recuperato abilmente e arredato con soluzioni moderne. Ma anche qui regna un’aria dimessa che si concretizza nei bagni, dai bellissimi arredi in sintonia con l’architettura industriale, sporchi e resi poco accoglienti.
Se mesi fa il problema principale era la lentezza del servizio, ora ciò non accade perché i tavoli occupati, nonostante si mangi bene e con convenienza, sono pochi: frutto, credo, non solo della crisi quanto, soprattutto, di un locale in discesa agli occhi degli avventori.
Un vero peccato. Occorre che la cooperativa che gestisce il ristobar bio e equo della Città dell’Altra Economia si rimbocchi le maniche per ridar giusto lustro a un locale innovativo e intelligente utile a questa città.
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