in sintesi un articolo di Luca Foltran che leggo su il Fatto Alimentare
L’accusa è quella di “Biopirateria”. Mossa dall’India verso la società Monsanto, accusata di prelevare piante indiane per sviluppare versioni geneticamente modificate, senza però interpellare lo Stato e la popolazione, unici detentori del patrimonio di biodiversità nazionale.
Nonostante la posizione chiaramente pro-ogm dell’India, problemi erano già stati evidenziati nello scorso febbraio quando lo Stato aveva sollevato perplessità circa la sicurezza alimentare delle melanzane transgeniche. L’accusa è chiara: “aver sfruttato e utilizzato delle varietà locali di melanzana senza precedente autorizzazione delle autorità competenti”.
La Monsanto e il suo partner indiano Mahyco, che si sono associate a diverse università indiane per svolgere il proprio lavoro, contestano le accuse, e le università sostengono di avere i permessi necessari. Una questione molto intricata in cui sfociano addirittura questioni di tipo religioso ed etico.
Nella cultura indiana la melanzana, oltre ad essere un alimento molto diffuso tra la popolazione, rappresenta infatti un’offerta votiva per taluni Dei indiani e la versione Ogm è vista dagli abitanti come “impura”.
Non da ultimo la questione etica: diverse associazioni tra cui Navdanya Internationa (associazione a difesa dell’ambiente e della biodiversità) avevano, in passato, più volte attribuito le responsabilità delle colture OGM a centinaia di suicidi tra contadini che, attratti da promesse di cospicui rendimenti, avevano trasformato le proprie colture tradizionali in colture OGM.
Per Slow Food la questione è rilevante: Essendo una delle nazioni con più agrobiodiversità del pianeta, l’India è diventata il bersaglio preferito delle compagnie del biotech come Monsanto e Cargill.
Anche per questo la causa dell’India alla Monsanto è importante e potrebbe dare un segnale significativo al settore.
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