Dal pozzo buio di una cella d’isolamento sgorga una voce. E quella di un ergastolano condannato per sequestro di persona: uno dei reati peggiori, per cui il contrappasso della reclusione è solo l’inizio del castigo. Fine pena: mai.
Il giorno e la notte, per lui, sono indistinguibili; può solo immaginare ciò che accade nel carcere in cui è rinchiuso, o affidarsi al calore dei ricordi.
Ma anche la memoria, anziché essergli amica, gli si ritorce contro: è come se la Principessa del Caffè, la donna che aveva rapito, adesso fosse rinchiusa per sempre dentro la sua testa.
Insieme a tutta la vita di prima. Il rapporto tra carcerati e secondini, tra carcerati e carcerati, il cibo, il sesso, il mondo di fuori, l’attaccamento appassionato agli oggetti – il più piccolo dei dettagli è restituito con spietata esattezza.
Maurizio Torchio racconta un complesso sistema di legami, a volte morbosi, lo fa in modo toccante e delicato, duro e crudele. Si alza sopra i giudizi e va oltre la denuncia, descrivendo intrecci improbabili e incomprensibili.