Fonte: Ester Viola
I due motivi per leggere Amori e disamori di Nathaniel P. l’inverno scorso li trovavi sulla copertina dell’edizione originale.
Il primo era Franzen che dichiarava: «Un libro più intelligente di quanto pensi». Poi Glamour: «Scoprirete quante volte siete uscite con quest’uomo».
Lui si chiama Nate. Scrittore sulla trentina, ambizioso, quindi mediamente orribile. Scrive anche Hannah, la meravigliosa fidanzata: autonoma, sveglia, addirittura bella. La vita è perfetta, e il problema è proprio quello: quando la ragazza è adorabile, il maschio non ha niente da fare. A parte ferirla.
Nate inizia a dare il peggio in tutti i modi possibili, salvo mortificarsi tra sé e sé perché in realtà gli piace passare per brava persona. Vecchio problema anche questo: la coscienza sarebbe femminista ma la condotta non riesce ad adeguarsi.
Proprio quando ti prepari a detestare quel miserabile – l’eccellente esempio dell’ultima generazione adulta newyorkese, hanno riferito, e forse non solo newyorkese – Adelle Waldman diventa Jane Austen: ti accorgi che Nate è uno scontento cronico, già colleziona sentenze su se stesso, odiarlo non avrebbe senso.
I cattivi che sono felici, solo quelli contano. Si conclude con l’unica delusione che deve darti un libro perfido: a pagina uno ti promette l’uomo peggiore del mondo, ma alla fine somiglierà più a te che al tuo ex. Aveva ragione Franzen.