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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Un libro: Hanno tutti ragione

di Paolo Sorrentino

Ediz. Feltrinelli, 2010 – Pagg. 320 – € 18,00

Tony Pagoda è un cantante melodico con tanto passato alle spalle. La sua è stata la scena di un’Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri, e il Mondo. È stato tutto molto facile e tutto all’insegna del successo. Ha avuto il talento, i soldi, le donne. E inoltre ha incontrato personaggi straordinari e miserabili, maestri e compagni di strada. Da tutti ha saputo imparare e ora è come se una sfrenata, esuberante saggezza si sprigionasse da lui senza fatica.

Ne ha per tutti e, come un Falstaff contemporaneo, svela con comica ebbrezza di cosa è fatta la sostanza degli uomini, di quelli che vincono e di quelli che perdono. Quando la vita comincia a complicarsi, quando la scena muta, Tony Pagoda sa che è venuto il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio.

Fa una breve tournée in Brasile e decide di restarci, prima a Rio, poi a Manaus, coronato da una nuova libertà e ossessionato dagli scarafaggi. Ma per Tony Pagoda, picaro senza confini, non è finita. Dopo diciotto anni di umido esilio amazzonico qualcuno è pronto a firmare un assegno stratosferico perché torni in Italia. C’è ancora una vita che lo aspetta.

“Paolo Sorrentino ha inventato Tony Pagoda, un eroe del nostro tempo, il più grande personaggio della letteratura italiana contemporanea.” (Antonio D’Orrico)

Letto da Francesco

Ammetto che mi trovo un poco in difficoltà a scrivere di questo romanzo (opera narrativa prima di uno dei registi emergenti dell’attuale Italia cinematografica, Paolo Sorrentino classe 1970 da Napoli, del quale si ricordano il primo “L’uomo in più” e il recente “Il Divo”, in mezzo ai quali
si collocano a livello temporale “Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia”) perché mi è piaciuto davvero tantissimo. Troppo. Forse troppo: e questo sicuramente renderebbe (renderà) la mia opinione molto soggettiva.

Avevo letto la recensione-intervista di Antonio D’Orrico sul Corriere della Sera e quella frase di giudizio, poi riportata nella fascetta che accompagna il libro sugli scaffali delle librerie, che indubbiamente spiazza e porta a pensare che il grande critico letterario si sia lasciato incautamente andare troppo in là.

Ma già le prime pagine di lettura mi hanno dato conferma della bontà del giudizio di D’Orrico: è una narrativa e, soprattutto, una scrittura che travolge, incanta, lascia piacevolmente attoniti e storditi come un fiume di barocco filosofeggiare che ti porta a esclamare: questa è, davvero, la vita. La Nostra vita. Uno scrivere ricco di sfumature cui io mi ritrovo con piacere; soprattutto: vi navigo e vi sguazzo con estasi. L’ironia, il sarcasmo pungente, la ricchezza espressiva, la capacità di fotografare i sentimenti e i concetti astratti attraverso parole che si fanno immagine, peso, odore, spessore, superficie, ruvidezza, colore, suono lasciano senza parole e, al tempo stesso, con un sorriso perennemente stampato sulle labbra e una lacrima i bilico sulla guancia. Perché questo è un romanzo capace di uccidere (sì, letteralmente uccidere: nel senso di provocare dolore fisico) per il troppo ridere spassoso, terapeutico, esuberante; ma, contemporaneamente, di aprire il rubinetto del pianto, lo sgorgare delle lacrime, il formarsi del classico groppo in gola che chiamiamo magone.

Le vicissitudini di questo eroe senza tempo individuano, invece, un tempo e uno spazio ristretti che da vicino ci appartengono: l’Italia dagli Anni Settanta al primo decennio del Terzo Millennio. Ci fanno rivivere, attraverso gesta e vagabondare, quel periodo aprendoci gli occhi e portando la mente al ricordo. Ma quello che, davvero, maggiormente colpisce, commuove, scalza, lascia esterrefatti è lo stile narrativo veloce, scorrevole eppur intensamente ricco di difficoltà barocche, di filosofeggiare alto a cui, forse, solo un Napoletano verace può arrivare.

Complessità di ragionamento e pensiero unito a leggerezza ironica e sarcastica; riflessioni profonde condite da comicità spiazzante; amaro e dolce; disincanto e passione; avventura e meditazione; vita vissuta e contemplazione. In questi paradossi fluisce la narrativa di Sorrentino come un instancabile torrente cui, credo davvero, è difficile restare indifferenti. Come un duro colpo allo stomaco o un bacio dolcissimo sulle labbra: a voi la scelta; ma forse scelta non c’è. C’è il tutto e c’è l’insieme accompagnati dal proprio contrario.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 aprile 2010 da in L'angolo dei libri - le nostre recensioni con tag , , , , .
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