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Uganda: ennesimo caso di “rapina delle terre”

in sintesi un articolo di Dario Dongo che leggo su Il Fatto Alimentare

Negli ultimi mesi l’Uganda è stata oggetto di diverse accuse da parte delle Ong che tutelano i diritti umani. Oxfam aveva già denunciato la deportazione di decine di migliaia di persone dalle loro terre, ottenendo l’avvio di un’indagine indipendente. Ma a questa piccola buona notizia è seguita quella di una deliberata devastazione chimica dei campi per accelerare le operazioni di land grabbing.

Secondo i pochi dati disponibili, negli ultimi 10 anni le autorità ugandesi hanno venduto o concesso in licenza esclusiva almeno 227 milioni di ettari di terra a investitori stranieri, anche europei.

Tra questi una società britannica del legname, la New Forest Company (NFC), il cui “affare” ha portato alla deportazione di oltre 22.500 abitanti. Queste persone hanno subito la violenta privazione delle loro terre, l’incendio delle loro coltivazioni e l’uccisione del loro bestiame.

Migliaia di famiglie abbandonate nel nulla, senza terra né cibo, e nessuna spiegazione o indennità economica. Nel nome del profitto altrui e della presumibile corruzione dei reggenti locali.

Alcuni hanno provato a resistere, a denunciare alla magistratura l’illegittimo esproprio delle proprie terre. Hanno chiamato in causa gli investitori e gli amministratori locali, corruttori e corrotti. Ma “Cash is the Law” e nessuno può opporvisi, tantomeno un giudice dell’Alta Corte di Gulu, che ha infatti riconosciuto al Madhvani Group il diritto di accaparrarsi 40.000 ettari di terra per coltivare canna da zucchero, sulla base di una concessione del Segretario del Consiglio delle terre di Amuru. In barba alle popolazioni locali, dell’etnia Acholi, che avrebbero invece perduto i loro diritti a causa delle pregresse deportazioni nei campi di concentramento, durante la guerra civile.

Nei giorni scorsi poi, il direttore esecutivo di Africa Anti Corruption and Drugs Research Initiatives Network  ha riferito il caso del villaggio di Kyagaju, nel Distretto di Sheema in Uganda occidentale: i campi coltivati sono stati distrutti con micidiali mix di diserbanti e altre sostanze chimiche al preciso scopo di costringere gli agricoltori locali ad abbandonare le loro terre.

In Europa ci sono due grossi investitori che, a dispetto di qualsivoglia proclama di eticità degli affari, investono nel land grabbing. Si tratta della New Forest Company (NFC), finanziata tra gli altri dalla Banca europea per gli investimenti (e dalla Banca mondiale), e della PensionDanmark, un fondo pensionistico danese che investe sulle produzioni di commodities agricole e biocombustibili in Uganda.

Cosa possiamo fare. Oxfam ha dedicato molta attenzione e lanciato un’apposita iniziativa contro la rapina delle terre in Uganda.

Nel nostro piccolo, possiamo contribuire a diffondere l’informazione su queste atrocità e sollecitare l’adozione di misure internazionali per bloccarle. Basta qualche clic per iniziare: aderire alla campagna “Coltiva” di Oxfam, sottoscrivere la petizione dello Oakland Institute al Presidente degli Stati Uniti per fermare il land grabbing nella vicina Etiopia.

Piccoli gesti che, se ampiamente partecipati (al punto di dare vita a una critical mass), possono stimolare i decisori politici ed economici ad adottare apposite iniziative. Un esempio, in questo senso, è stato il successo della massa critica di reazione al progetto del gruppo coreano ‘Daewoo Logistics’, poi fallito, di acquisire il 60% delle terre arabili in Monzambico, nel 2008.

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