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Proventi autovelox bloccati nelle casse degli enti locali: non si sa come girare i soldi

di Maurizio Caprino

I colpi di mano non servono quando ci sono pastoie burocratico-procedurali come quelle tipiche dell’Italia. O, meglio, servono solo a far sparare titoloni ai giornali, che poi non verificano se il colpo di mano ha raggiunto i risultati sperati.

Un esempio è il blitz che l’anno scorso portò il Parlamento a imporre che il tormentato obbligo di girare all’ente proprietario gli incassi da multe per eccesso di velocità andasse in vigore anche senza che ci fosse il prescritto decreto ministeriale attuativo.

Comuni e Province hanno quindi – faticosamente – accantonato i fondi riservati agli enti proprietari. A gennaio dovrebbero accreditare loro i soldi, ma non sanno come fare.

Nel senso che non sanno nemmeno se i loro calcoli sulle quote da accantonare sono giusti: le norme che ci sono non specificano tutta una serie di dettagli che nella contabilità pubblica sono fondamentali.

Paradossalmente, il blitz fu votato durante la conversione in legge del decreto sulle semplificazioni fiscali (Dl 16/2012).

Dunque, oggi i ragionieri degli enti locali non sanno che fare e i sindaci chiedono – finora a mezza voce – di rinviare o addirittura abolire tutto. Occorrerà tener d’occhio il decreto milleproroghe di fine anno per vedere se, come probabile, il Governo darà loro ascolto.

Intanto, in Parlamento c’è chi va controcorrente: nell’ambito della legge di stabilità, un emendamento di Michele Pompeo Meta (padre del disegno di legge da cui è poi nata la riforma del Codice della strada, la legge 120/10) ha proposto di inserire anche l’Anas tra i gestori stradali beneficiari dei proventi autovelox.

Da un lato sarebbe un bene, dall’altro si rischia di creare un ulteriore deterrente ai Comuni: è già accaduto che sulle provinciali i Comuni abbiano ordinato ai loro vigili di allentare i controlli di velocità, per evitare che gli incassi finissero in parte alle Province.

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