Qualcuno una volta disse: Essere innocenti è pericoloso, non si hanno alibi.
Chi delinque, in genere, si para le spalle prima. Gli innocenti devono giustificarsi dopo, per gesti e parole delle quali non hanno memoria o, peggio, che non hanno mai detto o fatto.
Ma che deve fare uno per essere tranquillo? Videoregistrare ogni attimo, ogni gesto, ogni parola della sua vita?
Purtroppo parlo a ragion veduta, facendo riferimento alla vicenda assurda ed emotivamente devastante vissuta anni fa che gli Amici ben conoscono.
Pur senza finire in carcere come Rossetti mi sono trovato davanti, da innocente, l’informazione di garanzia, la perquisizione ambientale, e la richiesta di intercettazione telefonica (rifiutata dal Gip), il tutto senza che, peraltro, il PM mi abbia perlomeno ascoltato, cosa questa che ritengo una grave mancanza, tanto è vero che la persona che ha dato il via a tutto, dopo aver analizzato le informazioni che avevo fornito a supporto delle mie affermazioni mi ha detto “se lo avessi saputo prima, non avrei fatto nulla”.
Appunto, forse ascoltare prima le due campane e dopo decidere, sarebbe più saggio.
E l’iter delle indagini e quant’altro, si è concluso dopo un paio d’anni, senza arrivare in sede processuale, con un bel “il fatto non sussiste”.
In situazioni come queste, poi, sei costretto ad incaricare della tua tutela un avvocato penale, che nel mio caso ha integrato quello civile, e non solo ed in un attimo ecco che ti ritrovi quindi con il c/c sottozero.
Il giudice che ha dato il via a tutto, partendo come un rullo compressore, in oltre due anni non mi ha neanche ascoltato, nonostante la richiesta del mio avvocato in tal senso.
Il giudice di un’altra sezione che ha seguito le indagini di sua competenza, invece, dopo avermi sentito a suo tempo, mi ha poi convocato appositamente per dirmi che dovevo stare tranquillo, che avevano appurato la mia totale estraneità ai fatti, e che il mio convolgimento era scaturito da false affermazioni di una persona che poi, detto per inciso, non ha subìto conseguenze per quel che ha detto e fatto.
E lo stesso giudice ha riconosciuto, nero su bianco, il mio danno biologico che infatti mi ha lasciato in eredità gli attacchi di panico, con i quali convivo da allora.
Questo a testimonianza che il problema non è la magistratura nel suo complesso, come dice qualcuno, che di bravi magistrati ce ne sono, ma dei comportamenti dei singoli; perchè il fatto di essere un giudice non implica automaticamente il fatto di essere professionalmente capace oppure una brava persona.
E non parlo di disonestà, sia chiaro, ma di approccio verso l’altro, cosa questa che ho avuto modo di constatare recentemente ascoltando un aneddoto, non riferibile.
Un giudice ha nelle sue mani un grande potere, quello di far condannare un colpevole, ma anche quello di rovinare la vita ad un innocente, per cui forse sarebbe il caso di ricordarsi che dall’altra parte c’è un essere umano che una volta travolto dalla macchina giudiziaria farà fatica a rialzarsi e talvolta non ce la fa.
Torniamo al libro.
Ripensando alla mia situazione economica, già traballante di suo dopo la separazione, con il colpo di grazia delle spese legali ed accessorie, mi torna in mente un passaggio dell’intervista a Rossetti, che ho letto alcune settimane fa, nella quale spiega come il giudice abbia il potere discrezionale di lasciare la disponibilità di una quota dei soldi sul c/c per fare fronte alle spese del quotidiano, di sopravvivenza aggiungerei io.
Se non fosse che in questo caso il giudice non abbia utilizzato questa discrezionalità, bloccando in toto ogni conto corrente o disponibilità.
Partendo dal presupposto che chiunque, innocente o colpevole, deve in ogni caso vivere, pagare le bollette, far mangiare la famiglia, mi chiedo perchè il giudice non abbia svincolato una quota del denaro disponibile sul conto corrente di un imputato che, tra l’altro, è stato poi assolto.
In questo caso di parla di una persona con un buon tenore di vita, che avrà avuto anche amici o familiari che hanno potuto supportarlo, ma se capitasse ad uno di noi, magari con le rate del mutuo da pagare? Come farebbe a sopravvivere?
E se capita ad un delinquente già abituato ad agire illegalmente, non sarebbe uno stimolo aggiuntivo a delinquere?
Non capisco l’accanimento verso certi e la tolleranza verso altri. Sarebbe interessante, se non doveroso, conoscere le ragioni che hanno spinto il giudice a decidere in tal senso.
Tra noi e il carcere c’è un abisso, una distanza incolmabile. Noi non siamo detenuti, non siamo come loro. Così pensa anche Mario Rossetti, la mattina in cui i finanzieri si presentano alla sua porta.
Lui, figlio di un generale dei carabinieri, ha rispetto per quelle divise; non urla, non strepita. In pigiama, ascolta i dettagli del mandato di cattura nei suoi confronti e quella stessa sera, dopo un distacco dolorosissimo dalla moglie e i fi gli, varca le porte del carcere.
L’accusa è legata al suo lavoro in Fastweb, gli addebitano di essere complice, insieme ad altri manager della società, di una truffa per centinaia di milioni di euro ai danni dell’erario. Un’accusa che si rivelerà infondata, ma lo costringerà a trascorrere in carcere cento lunghissimi giorni.
E poi otto mesi agli arresti domiciliari. Mentre il suo nome viene dato in pasto all’opinione pubblica e la famiglia è ridotta a vivere di prestiti per il blocco dei conti correnti.
Ma resiste, non si lascia andare, ritrova anzi, anche grazie ai compagni di cella una dignità che il mondo esterno in quel momento gli nega.
Eppure questo libro non è soltanto un viaggio nell’orrore delle carceri italiane, nè soltanto la denuncia di un caso eclatante di malagiustizia.
È soprattutto il diario intimo di un uomo normale che sceglie di vivere, non solo di sopravvivere, dopo aver perso la libertà.
E vuole spiegare perché non dovrebbe più accadere a nessuno quel che è capitato a lui.