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Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. (J. Lennon)

Il silenzio è d’oro

Articolo di Laura Taccani (Vanity Fair)

Contro il logorio della vita moderna fate un respiro profondo e … shhht! Si potrebbe rubare la celebre pubblicità del Cynar per spiegare la riscoperta del silenzio in tutte le sue declinazioni. Solo che stavolta l’arma segreta non sarebbe l’amaro al carciofo, da sorseggiare standosene seduti nel bel mezzo di un incrocio trafficato.

Piuttosto, qualcosa come i quiet party e i silent dating, le feste e gli appuntamenti in cui è vietato parlare e si comunica tassativamente scrivendo su un taccuino, e non perché si tratii di un raduno di grafomani (www. quietparty.com). O come i mulini, i castelli isolati e gli ex alberghi di posta selezionati dalla catena Relais du Silence, nei quali ci si rigenera ascoltando il cinguettare degli uccelli, il fruscio delle foglie e il gorgogliare dell’acqua (www.relaisdusilence.it o http://www.silencehotel.com).

Una volta assodato che il rumore rappresenta la forma di inquinamento più diffuso, a poco a poco si è insinuato nella nostra società il bisogno di abbassare il volume, e il silenzio è diventato «il» valore aggiunto. Quello che fa la differenza in termini di qualità, che consente di mettersi ogni tanto in stand-by, di rivalutare le pause, di riappropriarsi del “sound of silence” cantato da quegli antesignani di Simon & Garfunkel. Si dirà: come no, pare facile. E in effetti, facile facile non è quando si vive in città soffocate dai rumori di fondo più ancora che dal pm 1O.

L’Unione Europea ha fissato in una direttiva del 2002 le regole che dovrebbero portare le metropoli. entro il 2020, a un abbattimento tra 1O e 20 decibel dell’inquinamento acustico. Per ora, agli appuntamenti intermedi pochissime città hanno ottenuto buoni voti: a parte Parigi, Londra, Stoccolma e qualcun’altra, i dati dicono che le amministrazioni non stanno facendo do abbastanza in termini di mappatura e di strategie a lungo termine (anche se a Goteborg, si segnala, è stato sperimentato uno speciale asfalto capace di attutire il rombo delle auto).

Eppure ormai è provato che un livello di decibel superiore a 50 di giorno e 40 di notte influisce negativamente su tutto l’organismo: i medici spiegano che, oltre ai danni all’udito, all’insonnia e al calo di desiderio sessuale, l’esposizione cronica a una «colonna sonora» troppo elevata aumenta la frequenza respiratoria, la produzione degli ormoni dello stress (soprattutto del cortisolo) e alla lunga può causare vere patologie.

Di sicuro, se una legge stabilisse di appiccicare su impianti stereo e Mp3 degli annunci orrorifici tipo quelli dei pacchetti di sigarette, l’iniziativa sarebbe accolta con una ola dalla Noise Abatement Society (www.noiseabatementsociety.com), l’associazione che promuove la causa del silenzio e dell’abbattimento del rumore raccogliendo le leggi, ospitando forum e informando su iniziative, luoghi e libri che dichiarano guerra aperta al baccano.

E i fronti su cui combattere sono tanti: l’inquinamento acustico o noise pollution (dove noise, rumore, viene dal latino nausea, e già questo dovrebbe dire molto) è un groviglio in cui si sommano il traffico, il frullatore, la sirena, l’aereo, il venditore del mercato che grida, il clacson, la tizia che parla al telefonino, la radio, la centrifuga della lavatrice, la suoneria, il bambino che frigna. il libro che cade.

Ci si mettono perfino i grattacieli: non chi ci sta dentro, proprio loro in quanto tali, benché stati ci e apparentemente non dotati di voce propria. Pare che da cotanta altezza creino dei gorghi d’aria in grado di produrre un suono stridente che su larga scala diventa quel particolare frastuono detto downtown uproar. Naturale che in tanti sentano il bisogno di trovare una via di fuga da questo molto-rumore-per-nulla, dotando il proprio stile di vita di un accessorio ritenuto ormai indispensabile.

Lo spazio per il silenzio. appunto, l’impegno per creare situazioni in cui l’assenza di suoni e voci sia la variabile indipendente, l’alternativa obbligata all’overdose dei decibel. delle emozioni a basso costo. dei consumi anche: perché dal momento in cui i grandi magazzini hanno arruolato dei sound designers per mettere a punto il sottofondo acustico che invogli a spendere di più (così come accade con gli odori e le luci), il silenzio è diventato anche rifiuto dei condizionamenti di marketing.

Di tutto ciò che ci rende aho/ic a diverso titolo. È uno dei punti su cui insiste Stuart Sim nel suo Manifesto per il silenzio (Feltrinelli). La tranquillità, spiega, è lo spazio in cui si sviluppa l’attitudine critica. Per questo. in una società dichiaratamente consumistica in cui il rumore è usato a man bassa come espediente di vendita, il silenzio è combattuto dal business in quanto stato di riflessione e per lo più di non-consumo. Allora, restando in tema di acquisti, viene in mente quell’altro celebre spot: ci sono cose che non si possono comprare…

Un commento su “Il silenzio è d’oro

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