Leggo su Il Fatto Alimentare
Le notizie sul land-grabbing si susseguono: purtroppo la caccia grossa alle terre africane è più rapida dell’informazione. L’ultima novità arriva dal Corno d’Africa, dove il 23 marzo “Saudi Star Agricultural Development” Plc (un gruppo agro-industriale di proprietà del miliardario saudita Sheikh Mohammed al-Amoudi) ha annunciato un investimento di 2,5 miliardi di dollari. Per coltivare riso, girasole e mais su 300mila ettari di terra nella provincia etiope di Gambella, vicina al Sudan, ottenuta per 60 anni in esclusiva al canone annuo di 9,42 dollari l’ettaro.
Il gruppo alimentare indiano ”Karuturi Global” Ltd. si è a sua volta aggiudicato per 50 anni, nella stessa area, 312mila ettari di campi per produrre olio di palma, zucchero, riso e cotone. «Questa terra è assai economica e molto buona, non ne abbiamo di così buona in India», afferma il responsabile del progetto di Karaturi, Karmjeet Sekhon.
«Dalle nostre parti si è fortunati ad avere l’1% di materia organica nel suolo, mentre qui ce n’è più del 5%. Non c’è neppure bisogno di fertilizzanti, qui cresce ogni cosa, potremmo nutrire una nazione». Una nazione che purtroppo non è la stessa, pur ridotta agli stenti, che abita quelle terre.
In quattro e quattr’otto il governo di Addis Abeba ha così “piazzato” un quinto di quei tre milioni di ettari di terreni – pari all’estensione del Belgio – offerti a imprese straniere. Mentre il 13% dei suoi 83 milioni di cittadini ancora combatte la fame grazie al sostegno internazionale, di cui l’Etiopia è il primo beneficiario al mondo (con 700mila tonnellate di alimenti e 2,9 miliardi di dollari in aiuti, complessivamente)….
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Purtroppo è un problema annoso, io ho sempre pensato di dover mandare a quelle popolazioni gli strumenti per rendersi indipendenti, se la terra è fertile perchè non dovrebbero coltivarla loro? Anziché generi alimentari.
Purtroppo c’è una cultura sbagliata, giustamente hanno voluto essere liberi (c’erano colonie in Africa anche italiane) e non hanno saputo apprezzare; mi disse anni fa un tecnico che veniva qui alla scuola che a distanza di anni in Libia c’erano sulla strada ancora le insegne che avevano staccato dai negozi che un tempo erano degli italiani, che hanno mandato VIA.
Ora però loro vengono qui e noi ce li dobbiamo tenere. Se continuiamo di questo passo a distanza di anni staremo peggio di loro ora ma come cantavano i nomadi “noi non ci saremo noi non ci saremo…………..”
Sarà un problema per le future generazioni, secondo me questa globalizzazione non porterà nulla di buono