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Un libro: Scordatevi di essere vivi

Il 10 dicembre 1943 l’esistenza dell’avvocato Enea Fergnani, antifascista di Milano, comincia a precipitare. Il precipizio si fermerà solo un giorno di maggio del 1945, dopo che la gran parte dei suoi compagni di sorte avrà conosciuto una fine spaventosa.

Le stazioni del calvario si chiamano San Vittore, Fossoli, Mauthausen. In ciascuna, la violenza che spossessa dell’umano gli imprime una nuova identità numerica: n. 869, n. 152, n. 82354, l’ultimo dei quali contabilizza la mattanza del lager.

Fergnani pubblica la sua testimonianza di deportato a due anni esatti dall’inizio della vicenda, ed è tra i primi a mettere in pagina ciò che «farebbe torcere le viscere alle iene». Dimenticato per decenni, questo libro prende adesso il posto che gli spetta accanto ai classici della letteratura concentrazionaria, grazie all’unicità del suo timbro.

Mai una volta il vividissimo racconto – condotto al presente – arretra di fronte all’oltranza insostenibile, si tratti delle efferatezze degli aguzzini o dell’abiezione a cui il contagio del male spinge talora le vittime. Anzi la voce narrante si mantiene ferma nel non chiedere sollievo.

«Voglio, se un giorno mi sarà restituita la libertà, che le ferite siano così profonde da non rimarginarsi più. Tutte le atrocità nazifasciste debbono lasciare un solco indelebile nella carne viva».

È il prezzo della giustizia, per sé e a nome di tutti i profanati e gli sterminati. Ma non c’è passo di Scordatevi di essere vivi in cui non pulsi, per antifrasi, la vita nella sua pienezza, disperata, illusa, perfino allegra, visionaria, e paradossalmente invulnerabile a due passi dal crematorio.

Anche il ricordo di questi palpiti altrimenti perduti lo dobbiamo ai testimoni dal ciglio asciutto come Fergnani.

Fonte: Il Libraio

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Questa voce è stata pubblicata il 27 settembre 2011 da in L'angolo dei libri - Le nostre segnalazioni, Persone & Società con tag , , , , , .
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